08th mag2013

Jack La Motta And Your Bones – Baby Give Me My Chick

by Amleto Gramegna

Avete presente il locale “Twitty Twister” dove George Clooney e Quentin Tarantino si scontrano con la “strana” clientela in Dal Tramonto all’Alba? Avete presente quell’atmosfera caliente, selvaggia che è tipica del genere country-western? Ecco, così è il nuovo lavoro dei Jack La Motta & Your Bones. Al confine tra Messico e nuvole potrete ascoltare 12 pezzi 12, di calde vibrazioni tex-mex, mariachi tutti piccanti come nachos al guacamole. Solo che non è necessario arrivare fino in Messico, basta andare in terra vicentina per trovare quelle atmosfere. I quattro “desperados veneti” spingono il loro lavoro su accelerazioni rockabilly (Western Colibrì, Spirit of Time), come puro rude mood (Puerca Vaca, Baby Give Me My Chick). Tutti brani da ascoltare e ballare con stivali di pelle di serpente e cappello Stetson in testa. A voler trovare il pelo nell’uovo, alla lunga il lavoro stanca, anche perché i brani sono molto simili uno con l’altro e si fatica a distinguere questo o quel pezzo. Se però si è amanti del genere (o di quelle vibrazioni che essa può dare), il disco è bello e scorre tranquillo fino alla fine. Dateci un ascolto preventivo, potrebbe non piacere a tutti.

Autore: Jack La Motta And Your Bones Titolo Album: Baby Give Me My Chick
Anno: 2012 Casa Discografica: Go Down Records
Genere musicale: Country, Rock, Western Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://soundcloud.com/jlm-4
Membri band:

Don Boby de la Vega – voce

Big Winston Tony – chitarra, armonica

Uncle Tega – basso

Jack Bidone – batteria

Tracklist:

  1. Baby Give Me My Chick
  2. Egg Chicken Hot Ass
  3. Violent Rural Country
  4. Drive On Sunday
  5. Puerca Vaca
  6. Western Colibrì
  7. Electro Time
  8. Spirit Of Time
  9. Big Lobes
  10. Mississipi Boiling
  11. Washboard Girl
  12. Sexy Roll Bar

 

08th mag2013

Nailgun – New World Chaos

by Antonluigi Pecchia

Secondo full-leight per gli heavy metallers tedeschi Nailgun questo New World Chaos che giunge a distanza di un solo anno dal debutto Paindustry. In questo caso la band tedesca pone alla nostra attenzione dieci episodi, più l’intro A Fragment Of Chaos, di heavy metal in stile teutonico con influenze thrash metal, ricco di cori canticchiabili, dalle venature oscure ma che lasciano spazio ad attimi di luce che musicalmente, evitando arricchimenti virtuosi, prediligono la strada della semplicità colpendo dritto in volto. Il songwriting semplice e d’impatto riesce a fare centro e a rendere godibile l’ascolto dell’opera, i riff composti dalla coppia Daniel Morsch/Florean Hahn riescono a reggere bene le ripetizioni attuate in fase di composizione dei brani. Affinché l’opera non scada nella monotonia, buona è la prova condotta dai due Manuel ai microfoni del progetto che mescolano bene le loro voci. Nonostante New World Chaos si presenti come un prodotto dalla qualità piuttosto compatta, si ritrova qualche episodio di spicco come l’opener Darkest Hour, The Result che risente di una particolare influenza delle produzioni targate Zakk Wylde e l’energica Time Is Running Out.

Volendo dare uno sguardo complessivo all’album possiamo dire che non sia nulla di particolare per orecchie alla ricerca di sonorità nuove ma bensì tutt’altro potrebbe apparire per gli amanti di questo genere, dediti ad ascolti semplici e d’impatto; qualora lo foste allora quest’album farebbe proprio al caso vostro.

Autore: Nailgun Titolo Album: New World Chaos
Anno: 2012 Casa Discografica: STF Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.nail-gun.de
Membri band:

Manuel Buhler – voce

Manuel Blesch – voce

Daniel Morsch – chitarra

Florean Hahn – chitarra

Sven Rakowitz – basso

Felix Hartwig – batteria

Tracklist:

  1. A Fragment Of Chaos
  2. Darkest Hour
  3. Traitor
  4. I Have Enough
  5. Abyss Of Shadows
  6. Deep Shades Of Sorrow
  7. The Result
  8. Change Of Season
  9. When God Turned Away
  10. Time Is Running Out
  11. You Are Everything
08th mag2013

Straight Opposition – 10 OZ

by Marcello Zinno

Quando si parla di attitudine involontariamente balzano alla mente le tantissime band hardcore che riempiono i piccoli locali e danno scosse come vera e propria dinamite alla scena che un tempo definivamo underground. Gli Straight Opposition possono rientrare in questo discorso con convinzione di causa, grazie anche al loro nuovo EP (quarta uscita sotto Indelirium Records) che con le sue 7 tracce tocca gli 11 minuti di durata. Una raffica di pensiero che brucia ad una velocità profonda, andando oltre il biglietto da visita hardcore che la band si auto etichetta: qui l’heavy metal e l’attitudine Sepultura/Soulfly-oriented si percepisce fin dall’opener End Of October. La sei corde è potente ma non raffinata, riuscendo a fare da spalla alla voce ruvida che contamina il tutto; la sezione ritmica resta sempre incisiva anche se non sfodera una furia assassina come ci saremo potuti immaginare. The Blackmail risulta uno dei brani con maggiore velocità esecutiva, ma noi preferiamo tracce che fanno emergere una maggiore grinta della band come Nothing To Dig Up con i suoi stacchi molto groovy che fanno prendere il fiato prima delle ripartenze e la già citata opener dalle influenze più heavy che hardcore.

In tutto ciò va degnamente citata la title track che resta fedele alle radici della band scomodando mostri sacri come Biohazard e inserendo quei cori che tanto piacciono all’hardcore/crossover. Il tempo però è il vero amico/nemico della formazione pescarese che potrebbe sicuramente costruire qualcosa di più interessante puntando a delle composizioni maggiormente intricate (vedi il sax nel finale di Don’t Try To Set As One). Ma gli Straight Opposition sono questo, prendere o lasciare.

Autore: Straight Opposition Titolo Album: 10 OZ
Anno: 2013 Casa Discografica: Indelirium Records
Genere musicale: Hardcore, Heavy Metal Voto: s.v.
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/straightopposition
Membri band:

Ivan Di Marco – voce

Stefano D’Emilio – chitarra

Fabio D’Agostino – basso, voce

Carlo Neri – batteria

Tracklist:

  1. End Of October
  2. Time Are Mature To Declare
  3. 10 OZ Aperture
  4. 10 OZ
  5. The Blackmail
  6. Don’t Try To Set As One
  7. Nothing To Dig Up
07th mag2013

Gli Shakers – Il Futuro È Già Passato

by Piero Di Battista

Direttamente dalla zona di Varese ecco Gli Shakers: cinque ragazzi forse nostalgici? No, preferiamo dire appassionati di un genere e soprattutto di uno stile fondamentale e seminale per il rock. Stiamo parlando del rock‘n’roll anni ‘50 e ‘60. Ci troviamo dunque di fronte ad una band i cui membri riversano la loro passione su note e lo fanno anche realizzando il loro primo mini-EP, intitolato Il Futuro È Già Passato. Questo loro primo parto discografico contiene tre brani, cantanti in italiano, nei quali sin da La Scommessa sono ben percettibili le influenze musicali che segnano la band lombarda: rock‘n’roll, surf, garage, beat. Generi imprescindibili per quanto riguarda il sound de Gli Shakers, come confermano anche Bonnie E Clyde e la conclusiva Ragazzi Retrò, brano che meglio descrive di chi stiamo parlando. Il Futuro È Già Passato non è altro che dieci minuti di rock’n’roll divertente, scanzonato e di indubbia fattura; non stiamo parlando di sound innovativo, ma è un lavoro ben realizzato e soprattutto con tutta la passione per uno stile che, sarà pur nato decadi fa, ma ultimamente sembra ritornare in voga, sia come moda che soprattutto come stile musicale. Si tratta comunque di una band che non è alle prima armi visto che è attiva da alcuni anni ed ha alle spalle un buon curriculum di concerti (altrettanti in programma), questo a conferma di ciò che sostenevamo poc’anzi riguardo al genere che risulta sempre aver un buon seguito.

E proprio durante i live Gli Shakers danno il meglio di loro stessi, capaci di coinvolgere chi è cresciuto a pane e Chuck Berry, Elvis Presley o The Beatles e non solo. A tal proposito va anche aggiunto che durante i loro concerti Gli Shakers propongono anche cover di storici brani rock‘n’roll ma anche di brani italiani anni ‘60, rivisitati alla loro maniera. Buon debutto quindi per questo gruppo di Varese, consigliati vivamente agli amanti dei genere sopracitati; li attendiamo in futuro magari con un full-lenght.

Autore: Gli Shakers Titolo Album: Il Futuro È Già Passato
Anno: 2013 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Rock Voto: s.v.
Tipo: EP Sito web: http://www.glishakers.com
Membri band:

Matteo Rubino – voce

Michele De Leo – chitarra

Maury Lee – tastiere

Luca Ulvini – basso

Raffaele Migliarini – batteria

 

Tracklist:

  1. La Scommessa
  2. Come Bonnie E Clyde
  3. Ragazzi Retrò
07th mag2013

Megadeth – Endgame

by Gianluca Scala

Questo album confermava lo stato di forma raggiunto dalla nuova formazione messa insieme da Dave Mustaine per continuare il suo cammino di rinascita artistica. Nonostante l’abbandono di Glen Drover, l’equilibrio interno della band rimane praticamente intaccato, grazie anche all’arrivo del bravissimo chitarrista Chris Broderick che dimostrò di essersi inserito in maniera perfetta permettendo alla band di lavorare a questa nuova release discografica con la giusta determinanzione. L’album parte con Dialectic Chaos, una strumentale dalla durata breve  messa insieme in studio da Mustaine. Il brano risulta essere in effetti un’introduzione al brano successivo, quella This Day We Fight che si  ispirava al dialogo di Aragorn nel libro Il Signore Degli Anelli, trattando nel testo la vigilia della battaglia finale, un brano lanciato in riff violenti e ben sostenuti dalla batteria suonata in doppia cassa. La traccia successiva inizia con una linea melodica sottolineata dall’effetto radio che si rivela essere il dialogo tra una pattuglia della polizia con la propria centrale operativa trasmettendo in tempo reale l’intervento dovuto ad una rapina a mano armata. La trovata è molto d’effetto ed il brano in questione è 44 Minutes,che narra per l’appunto di un fatto realmente accaduto che tenne con il fiato sospeso l’intero sud della California. Il brano in questione ha un ritmo sostenuto ed incisivo e insieme ad Headcrusher e ad 1,320 è tra i brani più spinti dell’intero album. 1,320 difatti è veloce e si avvicina molto palesemente ai classici che la band suonava negli anni ’80, invece Bodies risulta essere molto particolare: parte come un mid tempo delle strofe cantate per poi continuare con un assolo molto melodico eseguito dal buon Mustaine; al termine della canzone il ritmo si fà più sostenuto colmando in un assolo suonato da Chris Broderick che richiama da vicino lo stile dell’ex axeman della band Marty Friedman.

La titletrack dell’album è anche il brano più impegnato a livello di testi ed è forse quello più ben strutturato dell’intero lavoro. Si avvicina molto ai contenuti politici del precedente United Abominations in merito all’opinione di Mustaine sul sistema politico americano. Tema del brano è la cosiddetta legge “endgame” la quale consente l’arresto di individui sospettati di atti di terrorismo voluta fortemente dall’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush Junior. Il brano è ben suonato snodandosi tra le strofe cantate in un crescendo di intensità che si assapora in tutta la durata del brano. Le parole manco a dirlo riflettono le forti affermazioni del leader dei Megadeth, per quello che è anche il brano più lungo dell’album arrivando a toccare i sei minuti di durata totale. Anche questa volta la copertina del disco è davvero particolare e molto rappresentativa: la grafica dell’artwork riprodotto e del booklet interno sono legati al tema portante della titletrack e lo sfondo delle immagini fotografiche interne riproducono delle carceri, ricordando la copertina del best seller della band Countdown To Extinction.

Ancora una volta i Megadeth ci hanno dimostrato che le idee non mancavano affatto nel loro lavoro, era solo questione di capire per tempo che questa band era stata messa in piedi dal proprio leader con lo scopo di diventare una vera macchina da guerra che doveva conquistare il mondo a suon di schitarrate supersoniche nel nome del genere più oltraggioso sulla faccia della terra: l’heavy metal.

Autore: Megadeth Titolo Album: Endgame
Anno: 2009 Casa Discografica: Roadrunner Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.megadeth.com
Membri band:

Dave Mustaine – voce, chitarra

James Lomenzo – basso

Chris Broderick – chitarra

Shawn Drover – batteria

Tracklist:

  1. Dialectic Chaos
  2. This Day We Fight
  3. 44 Minutes
  4. 1,320
  5. Bite The Hand
  6. Bodies
  7. Endgame
  8. The Hardest Part Of Letting Go…Sealed With A Kiss
  9. Headcrusher
  10. How The Story Ends
  11. The Rught To Go Insane
07th mag2013

Terza Pietra Dal Sole – Tutto Sotto Controllo

by Marcello Zinno

In un era in cui si viaggia di digitale c’è una band, i Terza Pietra dal Sole, che decide di confezionare il proprio album all’interno di una pen drive a forma di braccialetto. Ma attenzione perchè non si tratta della solita formazione che offre i propri brani in download o che punta tutto sugli store digitali. Qui si parla di un nuovo visione di packaging musicale, un contenitore che non sia una musicassetta o un CD bensì un vero e proprio collettore di contenuti vari. Non a caso nel suddetto supporto fisico-digitale troviamo i dieci brani (in formato audio e mp3), un video del making of, alcune foto, i testi delle tracce (ognuna delle quali con un’illustrazione a tema), i credits, i ringraziamenti e ovviamente l’artwork, ispirato alle opere dell’artista Fontana, così come una singolare opera d’arte che si rispetti. Tutto ciò ci affascina perchè in un’epoca in cui non ci stancheremo mai di dire che la musica è sempre più multimediale e multisensoriale è giusto che una band racchiuda le proprie idee in una forma completa e non solo “audio dipendente”. Ma passiamo al succo di questo album dal titolo Tutto Sotto Controllo: le dieci tracce, con una media di 4 minuti l’una, si collocano nel pieno del rock inteso nel suo senso più rotondo; tecnica laddove necessario, potenza che sprizza quasi sempre energia e un elemento che svetta su tutti, la voce di Elisa, limpida (seppur talvolta effettizzata dalla produzione) e impattante sia nelle parti più calme che in quelle più alte, assoluta arma vincente della prova del quartetto.

La restante musica è caratterizzata da una fusione, da un’amalgama di tutto rispetto, complice una produzione molto ben fatta ma soprattutto delle scelte compositive ben costruite intorno ai vari strumenti, così che ciascun brano si percepisca suonato all’unisono. Il songwriting puro emerge in pezzi come Cristallo Di Nulla dove gli strumenti a sei corde (chitarra e basso) riescono a crearsi degli spazi al servizio della canzone, ma anche in brani diretti come Perdimi le note robuste dei Terza Pietra Dal Sole giungono dirette e convincono. Il loro percorso non è a senso unico: Troppo Facile parte come se fosse una personale visione di una ballad, non a tutti i costi docile, piuttosto introversa che presto apre a nuovi suoni non precedentemente ravvisati. Una diversa interpretazione della propria abilità del fare musica, una chicca che convince anche in quanto ad arrangiamenti. La titletrack pur suonando semplice nella sua struttura nasconde dei refrain, soprattutto per la parte vocale, da band molto più matura che aprono spiragli anche alle corde per innalzare il proprio valore compositivo, come in una spirale in cui tutti senza eccezioni volano più in alto. Fuori Dal Tempo sfiora il crossover con una chitarra molto personale e una sezione ritmica che funziona, mentre con l’ultima My Past And My Present ci si gioca la carta dell’inglese, in acustico.

Ottima fattura e tanto fruttuoso futuro davanti al proprio cammino, questo il biglietto da visita di una band che è entrata nel rock dalla porta principale.

Autore: Terza Pietra Dal Sole Titolo Album: Tutto Sotto Controllo
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.tpds.it
Membri band:

Elisa “elyz” Begni – voce

Niccolò “Nk” Maggio – chitarra, voce e synth

Davide “Ska” Scaffetti – basso, tastiere

Francesco “Effe” Farinelli – batteria

Tracklist:

  1. Avrei Voluto
  2. Perdimi
  3. Kaamos
  4. Cristallo Di Nulla
  5. Troppo Facile
  6. Labirinti
  7. Tutto Sotto Controllo
  8. Fuori Dal Tempo
  9. L’epilogo
  10. My Past And My Present
06th mag2013

Blue Öyster Cult – Heaven Forbid

by Giuseppe Celano

Tredici, dovrebbe essere un numero fortunato, almeno così dicono. Sono passati dieci anni esatti dal loro ultimo lavoro in studio (Imaginos, 1988). Nel frattempo la band si è sciolta e riformata, vivendo soprattutto di live e senza sfornare assolutamente nulla di nuovo. Heaven Forbid, classe 1998, è il loro triste ritorno sulle scene: la cover è opera di Morgan Fairchild. Le liriche sono da attribuire per lo più a John Shirley che insiste su temi magici e visite aliene. Dal punto di vista musicale poco o nulla rimane delle loro identità, la grande macchina Blue Öyster Cult, per come l’abbiamo conosciuta, ha smesso di respirare per sempre. Non basta una produzione brillante e batteristi muscolari, dalla doppia cassa facile, a rialzare le sorti di questi musicisti la cui fantasia e arte compositiva sono ormai come relitti affondati a profondità inarrivabili. L’album vive di accelerazioni ritmiche, qualche scala metal, ma mancano del tutto le idee, il songwriting è debole. Si gioca su facili ritornelli e qualche riff accattivante, anche la voce di Bloom sembra stravolta, come i lineamenti di un uomo in fin di vita. La solita melodia becera fa capolino attraverso chorus mediocri che, oltre a stancare facilmente, creano insofferenza e rabbia (X-Ray Eyes).

Peggio fa Harvest Moon lambendo territori lontani anni luce dalle loro corde. Damaged prova a mettere un po’ di pepe sul tutto, ma è ben povera medicina, non basta a rimettere questo gigante ormai in ginocchio. La magia è andata per sempre e onestamente è anche inutile continuare a parlarne, non amiamo infierire.

Autore: Blue Öyster Cult Titolo Album: Heaven Forbid
Anno: 1998 Casa Discografica: CMC
Genere musicale: Rock Voto: 3
Tipo: CD Sito web: http://www.blueoystercult.com
Membri band:

Eric Bloom – chitarra, tastiere, voce su 1, 3, 5, 7

Buck Dharma – chitarra, tastiere, voce su 2, 4, 6, 8, 11

Allen Lanier – chitarre, tastiere

Danny Miranda – basso su 1, 4-9, 11, cori

Jon Rogers – basso su 2, 3 e 10, cori

Bob Rondinelli – batteria su 9

Chuck Burgi – batteria su 1-8 e 10, cori

Tracklist:

  1. See You In Black
  2. Harvest Moon
  3. Power Underneath Dispair
  4. X-ray Eyes
  5. Hammer Back
  6. Damaged
  7. Cold Gray Light Of Dawn
  8. Real World
  9. Live For Me
  10. Still Burnin’
  11. In Thee
06th mag2013

Over The Edge – Held Breath

by Giancarlo Amitrano

Ma quant’è prolifico il nostro stivale, musicalmente parlando: con l’ennesima buona proposta di questo quartetto  tutto “south”, il panorama italiano continua a sfornare proposte davvero interessanti che attirano l’ascoltatore per le componenti compositiva e tecnica. Nel caso di specie, parliamo di una band che fa degli stilemi grunge-hardcore il suo marchio di fabbrica e sui quali riesce ad innestare un prodotto davvero valido e potente. Imperniato sulla voce possente della singer-axeman Jen Blossom, la miscela è davvero esplosiva e mette a repentaglio le corde vocali della cantante che si dona completamente su ogni brano. Il trittico iniziale, ad esempio, è a dir poco mortifero: con lo sgolarsi di If God Was A Lesbian, il brano acquista impatto sonoro davvero rilevante e tutti gli strumenti sono a livelli di eccellenza, mentre con Into A Thousand Pieces il cantato diventa nervoso, quasi declamato al servizio di una distorsione appena accennata delle asce, che si mantengono su posizioni di rincalzo, pur conservando l’atmosfera ora drammatizzata dalla singer. La sezione ritmica tiene bene botta, mulinando un buon gioco di rullate e giri di basso molto frementi e tecnicamente impeccabili, come mostra il finale ben congegnato del drumming. Days Of Fuckin’Prayers si basa su di un azzeccato mid-tempo della grancassa: riesce ad innestarsi a tempo su di esso il noise elevato delle chitarre,che qui hanno campo libero per disegnare buoni archetipi di feedback, grazie anche alla sapiente tempistica della batterista, molto attenta a dosare i tempi di battuta soprattutto sul bridge centrale, quasi acustico in alcuni passaggi.

Bella, Full Of Emptiness: un iniziale momento di “leggerezza” vocale viene ben presto soppiantato dal break intenso dei vocalizzi, molto ritmati ed intervallati da un buon uso del gorgheggio e dello screaming puro; le sei corde si rendono ancora protagoniste con un sapiente uso dei distorsori ,che donano spessore al brano, molto vicino qui ai toni della sempre ammirevole Courtney Love, ben “interpretata” dalla Blossom senza vergogna. L’isteria che dona Restless deriva dalla totale devozione delle asce al cantato molto modulato e con tempi di battuta della sezione ritmica che invitano ad un non inopportuno pogo immaginario. Il pestaggio dei tamburi viene offerto senza pietà, grazie al sapiente uso dei pedali che ci fanno partecipare in prima persona alla preparazione del brano ed alla sua fase centrale molto tecnica. La personalità della band risalta anche in brani come A Deep Breath in cui i 4 si sbizzarriscono in una miscellanea di stili e di tempi, la voce si erge ancora a protagonista sensuale ed accattivante grazie ad una semiacustica che tiene alla grande il tempo. Morbidissima, la voce della Blossom, passa indenne attraverso i cambi di ritmo senza scomporsi ed anzi conducendo il gioco alla grande sino alla conclusione del pezzo, tra i migliori dell’album.

Ottimo il giro di basso che introduce 7 x 7 Theory: il brano più complesso e tecnico del full-lenght è servito qui, senza timore ed anzi con la sfacciataggine di chi ha, appunto, personalità da vendere. Quasi progressive nelle sue sfumature, al servizio tuttavia dell’hardcore più di classe, con venature grunge che anche in questo frangente fanno ampiamente capolino tra i solchi. La Blossom ancora star indiscussa, che riesce a staccare d’incanto il brano dalla sua atmosfera magica senza che il resto della band se ne abbia a male. Walls è ancora un gioiello: i mezzi tempi del drumming fanno risaltare ancora meglio le capacità vocali della leader incontrastata: un uragano sonoro si dipana allora dal lavoro delle due asce, che intervallano acustica ed elettrica alla grande, per poi riconsegnare le redini alla Blossom. Gust Of Wind è un muro del suono, solo che stavolta, mentre nei brani precedenti la voce era la prima donna, in questa traccia tutto il quartetto ci dà dentro alla grande, aggiungendo anche un momento di tecnica pura nella fase centrale durante il quale tutti gli strumenti fanno a gara a dimostrare il loro valore. Un valore questo che sommato ai testi interessanti partorisce un altro brano di spessore, caratterizzato inoltre da una lunga ed appassionata cavalcata strumentale. Wake Me Up Early ci prepara il terreno allo scontro finale: il break del brano è praticamente infinito, grazie al solido sound del drumming, alla fluida tecnica delle asce ed alla onnipresenza scenica della singer, qui in versione quasi “alla Gillan” per il suo screaming possente.

Una prestazione vocale che ci prepara alla botta finale: I’m Searching Myself Under The Bed vede la Blossom offrire il meglio di sé con la sua voce cui tutto è consentito. Drumming e basso di rara intensità dettano i tempi di un brano che resta scolpito ed impresso. Il testo molto filosofico non impedisce alla leader di infierire con forza sulla musica, che qui viene appesantita e resa più possente in fase interpretativa. Se anche stesse cercando se stessa sotto il letto, come dice il titolo del brano, la singer non si ritroverebbe di certo lì, avendo ormai spiccato il volo verso “il centro della camera” per donare a tutti la sua voce e la band al completo ineffabilmente presente. Ci si augura che anche il futuro professionale del gruppo sia così, tecnicamente impeccabile e coinvolgente come in questa occasione.

Autore: Over The Edge Titolo Album: Held Breath
Anno: 2013 Casa Discografica: Hot Steel Records
Genere musicale: Hardcore Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.theovertheedge.com
Membri band:

Jen Blossom – voce, chitarra

Vinz Baratta – chitarra

Fabe Xmass – basso

Tory Liar – batteria

Tracklist:

  1. If God Was A Lesbian
  2. Into A Thousand Pieces
  3. Days Of Fuckin’prayers
  4. Full Of Emptiness
  5. Restless
  6. A Deep Breath
  7. 7 X 7 Theory
  8. Walls
  9. Gust Of Wind
  10. Wake Me Up Early
  11. I’m Searching Myself Under The Bed
05th mag2013

Electric Sarajevo – Madrigals

by Marcello Zinno

Il moniker di questa band invia segnali, anzi non tutto, solo la seconda parte, quella che fa riferimento alla nota città protagonista in passato di distruzione e di tristezza. L’umore di questo richiamo non è solo fonte di ispirazione per il quartetto ma è anche insito in ogni singola nota di questo Madrigals, album d’esordio degli Electric Sarajevo. L’approccio dark distrutto nella propria interiorità e figlio di Depeche Mode et similia trasuda dalle nove tracce seppur la band risulti ancora più cupa abbandonando qualsiasi concetto di ritmo (l’assenza di una batteria era solo presagio per questa constatazione) e puntando tutto sulle ambientazioni. Queste ultime sono le uniche ad avere voce in capitolo, in un’opera che suona molto più elettronica che elettrica (da qui la dissonanza con la prima parte del moniker) in cui non compaiono riff o melodie ma solo scelte musicali a suffragio di stati d’anino distanti dalla luce che si inniettano solo laddove trovano campo fertile, a rischio di risultare totalmente inconcludenti per tutti gli altri palati. Un album che sfiora il rock nella sua accezione più moderna e in una sua interpretazione relegata alla rottura degli schemi più che al riff fine a se stesso. Bello l’incipit di The Worst Lover, prima che la programmazione abbia il suo spazio, vero e proprio carattere saliente di tutto l’album: se sicuramente possiamo riferirci a Madrigals come una produzione in cui una certa personalità è presente, allo stesso tempo dobbiamo riconoscere la poca incisività che il sound della band esprime, difficilmente immaginabile in un contesto live se non in un ambiente molto ricercato.

Davvero da apprezzare è l’artwork e il booklet interno al CD che non solo richiamano tantissimo le idee insite nelle menti del quartetto ma esaltano con una grafica ricercata e con un mini leaflet tutto il mondo degli Electric Sarajevo. Se si apprezzano i lavori umorali ed emotivi, quelli che con poche sonorità cercano di creare raffigurazioni oniriche o viaggi inconsapevoli, Madrigals potrebbe fare al caso vostro, in caso opposto potete desistere.

Autore: Electric Sarajevo Titolo Album: Madrigals
Anno: 2013 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Elettronica, Post-Rock, Avantgarde Voto: 5,5
Tipo: CD Sito web: http://www.electricsarajevo.com
Membri band:

Massimiliano Perilli – voce, chitarra

Paolo Alvano – voce, chitarra

Andrea Borraccino – basso

Stefano Tucci – synth

Tracklist:

  1. Lost, Impero
  2. Watercolours
  3. A Revelation
  4. City Dream
  5. The Worst Lover
  6. Teresa Groismann
  7. The Sky Apart
  8. The Madrigal
  9. If You Only Knew
05th mag2013

Dead Kennedys – Plastic Surgery Disasters

by Piero Di Battista

Secondo capitolo della discografia dei Dead Kennedys. Dopo aver legittimamente e giustamente elogiato Fresh Fruit For Rotting Vegetables, primo disco del gruppo californiano, proseguiamo lungo la loro carriera: siamo nel 1981 e dopo l’uscita dell’album citato poc’anzi, i Dead Kennedys ebbero a che fare con un cambiamento nella line-up, il batterista Ted lasciò il gruppo per motivi personali e fu sostituito da D.H. Peligro (Darren Henley). L’anno seguente, precisamente nel novembre del 1982, i Dead Kennedys pubblicano il loro secondo full-lenght, intitolato Plastic Surgery Disasters. Va detto però che precedentemente uscì un loro EP, dal titolo In God We Trust, Inc., EP che anni dopo fu ristampato assieme al disco di cui parleremo su un unico CD. Torniamo al nuovo disco: la matrice del sound resta pressoché invariata, punk-hardcore grezzo e ruvido, ritmiche fortemente sostenute, la chitarra di East Bay Ray che si eleva tra riff graffianti ed assoli dirompenti, e l’inconfondibile voce del leader Jello Biafra, schizzata e talvolta urlata, ed unica nel suo genere. Come già accennato, le fondamenta sonore di questo lavoro si discostano poco dal precedente, magari li troviamo più vicini al noise con Riot, abbiamo brevi accenni al surf come nelle prime note di Forest Fire e non mancano influenze rockabilly come si può notare in Halloween. Il disco scorre comunque all’insegna del dominio punk-hardcore, ma mentre ci si avvia a fine tracklist troviamo dei Dead Kennedys dalle sonorità un po’ più devote al rock, come dimostrano le conclusive Dead End e Moon Over Marin.

Gli argomenti dei loro testi restano fedeli alle causa che i Dead Kennedys hanno sposato sin dagli esordi: attacchi violenti e dissacranti contro il sistema, contro il governo americano e ciò che ne riguarda (Bleed For Me punta il dito contro la C.I.A.), quindi la loro rimane una presa di posizione sempre e comunque dalla parte dei più deboli. Molto bello e significativo l’artwork del disco, raffigurante la paffuta mano di un uomo bianco che accoglie quella fisicamente parecchio deperita di un bambino di colore. Plastic Surgery Disasters conferma tutto ciò che di positivo sostenevamo riguardo il precedente album dei Dead Kennedys, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un disco di più che pregevole qualità che, purtroppo, fa segnalare quanto Jello Biafra e soci rimangano ancora oggi un gruppo poco considerato nell’ambiente punk fuori dai confini della California. Volessimo trovare il pelo nell’uovo, forse in quest’album manca una vera e propria “hit”, termine poco gradito nell’ambito punk, e pensandoci bene, di questa eventuale “hit” poi non ce n’è così bisogno.

Autore: Dead Kennedys Titolo Album: Plastic Surgery Disasters
Anno: 1982 Casa Discografica: Alternative Tentacles Records
Genere musicale: Punk Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.deadkennedys.com
Membri band:

Jello Biafra – voce

East Bay Ray – chitarra

Klaus Flouride – basso

D.H. Peligro  – batteria

Tracklist:

  1. Government Flu
  2. Terminal Preppie
  3. Trust Your Mechanic
  4. Well Paid Scientist
  5. Buzzbomb
  6. Forest Fire
  7. Halloween
  8. Winnebago Warrior
  9. Riot
  10. Bleed For Me
  11. I Am The Owl
  12. Dead End
  13. Moon Over Marin
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