01st mag2013

King Bravado – King Bravado

by Piero Di Battista

Continua il nostro lungo e fruttuoso percorso all’interno della vasta scena underground italiana, percorso il cui scopo è di dare visibilità a valide band nostrane e di conseguenza suscitare verso di loro il giusto interesse ed apprezzamento. Ci troviamo a Trieste e parliamo dei King Bravado, gruppo nato nel 2008 che, dopo un EP autoprodotto, realizza il suo primo full-lenght. Il disco, omonimo, è composto da dieci brani ed il genere proposto dai cinque triestini si impronta su un classico stoner rock, con un sound incentrato su un polveroso hard-rock con varie contaminazioni, come si appura durante l’ascolto. Le chitarra sono subito ruvide ed accattivanti sin dalla open-track King Size e mantengono questo trend lungo tutta la track-list di King Bravado. Le influenze musicali sono molteplici e di diverso genere; Drags You In è una delle tante dimostrazioni delle capacità delle corde vocali del cantante Joseph che, nel brano citato può a tratti ricordare la voce del compianto Layne Stanley. Coadiuvate da una notevole parte ritmica, le chitarra risultano comunque la parte dominante nel sound dei King Bravado, chitarre grazie alle quali la band tocca diversi orizzonti, dal doom di Ask Your Mind, alle tinte blues di Doomsday, passando per i lunghi e gustosi assoli di Asshole.

Senza dubbio siamo di fronte ad un esordio di notevole fattura da parte dei King Bravado. Questo loro disco mostra che anche in terra nostrana vi sono gruppi in grado di proporre un genere portato alla ribalta in passato da nomi del calibro di Kyuss o Orange Goblin, ma che in Italia è spesso risultato di difficoltosa digestione. Meritevoli di ogni consenso, continuiamo a tenerli sotto attenta osservazioni aspettandoci per il futuro un loro nuovo lavoro, per confermare quanto di buono c’è in questo debutto discografico.

Autore: King Bravado Titolo Album: King Bravado
Anno: 2013 Casa Discografica: Kornalcielo Records
Genere musicale: Stoner Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.kingbravado.com
Membri band:

Joseph Volpicelli – voce

Andrea Belgrado – chitarra

Giulio Gregoretti – chitarra

Michele Chiesa – basso

Sandro Spirale – batteria

 

Tracklist:

  1. King Size
  2. Long Race
  3. Drags You In
  4. Nets
  5. Ask Your Mind
  6. Asshole
  7. Circus Of Liars
  8. Doomsday
  9. Sunday Mourning
  10. White Line
30th apr2013

Megadeth – United Abominations

by Gianluca Scala

United Abominations lo si può considerare la seconda rinascita dei Megadeth visto che il ritorno a delle sonorità più heavy era già avvenuto con l’album precedente. Questo album segna tanti cambiamenti intorno e all’interno della band, Mustaine decide di assumere nuovi membri in pianta stabile e chiama al suo fianco il bassista James Lomenzo ed i fratelli Glen e Shawn Drover rispettivamente a coprire il ruolo di chitarra solista e batteria. Questo è anche il primo lavoro che viene rilasciato dai Megadeth sotto la nuova etichetta discografica, la prestigiosa Roadrunner Records. Con la nuova line up Mustaine ritrova l’equilibrio che mancava da un pò di tempo nella band, i brani contenuti in United Abominations riprendono sonorità che si rifanno ai vecchi successi, brani più veloci che si avvicinano molto al sound che i Megadeth avevano nei mitici anni ‘80. Undici brani strepitosi che mettono da subito le cose in chiaro, come avere tra le mani uno dei dischi più belli degli anni 2000. La prima traccia comincia con un arpeggio pulito e molto emotivo seguito dai classici rimbombi e da dei riff tipicamente thrash, mentre gli assoli di chitarra ricordano molto quelli dell’album Rust In Peace. Il secondo brano, Washington Is Next! si apre con un gran giro di chitarra di Mustaine e segue una linea melodica che intreccia riff di basso e di ritmica seguito da un breve assolo, poi si ricongiunge al particolare ritmo del brano che dopo il ritornello riprende il giro di chitarra iniziale.

I testi delle canzoni contenuti in questo capitolo discografico toccano tematiche politiche trattate anche su The System Has Failed, alternando capitoli trascinanti e duri ad altri meno riusciti come il rifacimento della famosa A Tout Le Monde realizzato con la singer italiana Cristina Scabbia (che qua è intitolata A Tout Le Monde (Set Me Free) ) che suona quasi da riempitivo. Probabilmente dieci tracce per questo lavoro erano più che sufficienti. La title track è il brano più politicamente e socialmente impegnato dell’intero album, in cui si denuncia l’attacco alle istituzioni come la famiglia, lo stato e la religione, oltre ad essere contro le Nazioni Unite visto che parte delle liriche esprimono palesemente il pensiero politico di Mustaine ricollegandosi direttamente ad alcuni brani del disco precedente (in particolare parliamo dei brani The Scorpion e di Blackmail The Universe). Gears Of War si presenta con una intro molto cupa e che rallenta fin quasi a fermarsi nei primi versi, per poi riprendere velocità durante il chorus portante del brano stesso. Questo brano ha preso il titolo dall’omonimo videogame di cui gli stessi Megadeth ne hanno composto la colonna sonora. Dave Mustaine non si è proprio risparmiato nella stesura dei testi di questo lavoro: Blessed Are The Dead annuncia l’arrivo dell’apocalisse presentando i quattro cavalieri citati nella bibbia che vengono anche illustrati all’interno del bellissimo booklet che accompagna il disco.

Anche la copertina dell’album è molto bella, presenta una nuova incarnazione della mascotte Vic Rattlehead scelta da un concorso grafico indetto dalla band tramite “devianART”, il soggetto si può avvicinare a quello dell’album Peace Sells…But Who’s Buying? che presentava egualmente il palazzo delle Nazioni Unite, stavolta illustrato sotto attacco di missili nucleari, dove la mascotte Vic sorretto da una figura angelica difende il tutto con l’arma in pugno. Di contorno ci sono altre grandi canzoni come Amerikhastan, Play For Blood, You’re Dead e la conclusiva Burnt Ice. I più fortunati che possiedono la versione speciale di United Abominations hanno la possibilità di ascoltare altre tre canzoni, due inediti ed una cover molto riuscita del brano Out On The Tiles dei Led Zeppelin. Finalmente si può affermare che la band aveva ritrovato la giusta rotta per tornare ad affermarsi ad altissimi livelli compositivi, scrivendo per l’appunto brani potenti e veloci come una volta.

Autore: Megadeth Titolo Album: United Abominations
Anno: 2007 Casa Discografica: Roadrunner Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.megadeth.com
Membri band:

Dave Mustaine – chitarra, voce

James Lomenzo – basso

Glen Drover – chitarra

Shawn Drover – batteria

Tracklist:

  1. Sleepwalker
  2. Washington Is Next
  3. Never Walk Alone…A Call To Arms
  4. United Abominations
  5. Gears Of War
  6. Blessed Are The Dead
  7. Play For Blood
  8. A Tout Le Monde (Set Me Free)
  9. Amerikhastan
  10. You’re Dead
  11. Burnt Ice
30th apr2013

Panama Road – Road To Panama

by Marcello Zinno

Il percorso verso il brano inedito è spesso costellato da tanta gavetta fatta di cover e live con cambi di line up inclusi. Questa la storia di moltissime formazioni emergenti ed anche dei Panama Road che prima di divenire tali ne hanno passate di cotte e di crude. Però il tempo dell’EP è giunto e nel corso del 2012 pubblicano Road To Panama, un buon prodotto di sei tracce non banali. L’Ep si apre con una citazione al film School Of Rock che coincide perfettamente con le prime note di Faccia Da Sveglio, pezzo potente e che prende le distanze dal classico rock italiano pur presentando testi in lingua madre. La produzione è di livello davvero elevato e questo valorizza un pò il tutto, il lavoro delle chitarre è di pregio purtroppo un pò appannato da quello delle liriche, da migliorare nelle soluzioni a doppia voce e negli ingressi. Graffianti gli assoli che mettono in mostra, insieme al songwriting tutto, buone doti e una certa originalità del quintetto. Già con Da Qui la ricetta diventa più complessa: se i riff del ritornello convincono, quelli delle strofe risultano un pò troppo slegati dal tutto, forse per un’eccessiva ricerca dell’atmosfera giusta; molto meglio la seconda parte con un attacco in crescendo della sezione ritmica che presagisce un tuffo nel rock più deciso. Vivo rappresenta lo schiaffo al rock italiano morbido, quello fatto di musicisti ultraosannati in grado di riempire stadi componendo canzonette con riff semplici e melensi. Basta poco per convincere: una certa dose di carica, delle idee giuste e divertirsi suonando, fattori di cui i Panama Road sono portatori sani.

Il momento della ballad giunge in chiusura di EP con Fuori Tempo Massimo che sicuramente tra qualche anno, con più maturità, potrebbe essere reinterpretata in maniera diversa dagli stessi Panama Road. Tanta passione per il rock internazionale, tantissimi anni trascorsi ad ascoltare AC/DC e Iron Maiden: queste le impressioni che i brani comunque originali ci trasmettono, oltre alla tanta carica della mezz’ora scarsa di questo EP. Probabilmente con un pò di attenzione in più nelle parti vocali (lingua stranierao una una scrittura più sapiente dei testi in italiano?! Forse meglio puntare sulla seconda) si parlerebbe davvero di un ottimo prodotto tutto made in Italy e noi non possiamo che sentirci orgogliosi per averlo anticipato e scoperto.

Autore: Panama Road Titolo Album: Road To Panama
Anno: 2012 Casa Discografica: Tunecore
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: EP Sito web: http://www.reverbnation.com/panamaroad
Membri band:

Fabio Piersigilli – voce

Enrico Aniasi – basso, voce

Federico Mele – chitarra

Francesco Frizzarin – chitarra

Diego Barbera – batteria

Tracklist:

  1. Faccia Da Sveglio
  2. Da Qui
  3. Mind Of Your Time
  4. Treno Per Panama
  5. Vivo
  6. Fuori Tempo Massimo
29th apr2013

Blue Öyster Cult – Imaginos

by Giuseppe Celano

Come la telefonata che arriva all’ultimo minuto salvando la vita ad un condannato a morte, nel 1988 anche i B.O.C. ricevono la grazia. Il contenuto mostra una serie d’inediti e versioni alternative, l’idea era di licenziarlo come un’opera (trilogia) solista di Albert Bouchard. In realtà Imaginos è un lavoro del produttore e scrittore Sandy Pearlman che per l’occasione si è fortemente ispirato a Edgar Allan Poe. Alla composizione hanno partecipato, fra gli altri, Joe Satriani e Robby Krieger. Il disco manca l’oro e, sebbene sia accolto bene dalla critica e dai fan, la Columbia decide di non rinnovare il contratto alla band che poco dopo si scioglierà definitivamente. Ridimensionati i synth, accantonato il pop scala classifica e tutto ciò che in questo decennio li aveva affossati, i Blue Öyster Cult rilasciano il loro canto del cigno rimettendo in piedi l’imbattibile formazione originale. Le atmosfere decadenti guardano largamente al passato, soprassedendo su Les Invisibles ma non sull’opener I Am The One You Wanted Me Of; il primo vero tocco di classe è In The Presence Of Another World, terza traccia introdotta da tastiere e voce, sostenute da ottime chitarre rock che sfruttano il rifferama muscolare, le scale metal e una produzione scintillante. I Nostri rispolverano le antiche sonorità, apparentemente sepolte per sempre, che ritornano alla grande proprio in questa lunga take. Ma non è tutto, Del Rio’s Song fa altrettanto bene tirando in ballo tonnellate di chitarre, mentre le soluzioni armoniche scomodano un certo flavour esotico.

The Siege And The Investiture Of Barion Von Frankestein’s Castle At Weisseria è un brano violento e unico, di quelli che ti fanno drizzare i peli sul collo. Pari, per intensità e grandezza compositiva, alla tanto osannata Astronomy che qui rivive grazie a una buona lettura, monda da atmosfere sognanti, trasformata in una cavalcata dal respiro corto e cori incalzanti, perfetti per l’arena rock di cui la band è sempre stata massima esponente. Sembra che il loro hard rock da stadio sia rivestito di cori espressionisti, ghirigori e arrangiamenti ricchi di pathos. Magna Of Illusion viaggia sulla stessa intensità emotiva, forte di un ritmo sinuoso e buone soluzioni melodiche. Imaginos è un grande ritorno, ben congeniato, ricco di sostanza e forte di stile. Contiene intuizioni di fine grana, irrobustite da temi esoterici, con la band in perfetta forma e un Eric Bloom davvero al di sopra di ogni aspettativa, soprattutto vocale. Potrete considerarlo un trait d’union fra Secret Teatries e Fire Of Unknown Origins, con un allargamento degli orizzonti finora esplorati, o l’album della maturità se preferite (i maligni diranno della senilità) con il quale avrebbero potuto chiudere definitivamente la loro carriera.

Autore: Blue Öyster Cult Titolo Album: Imaginos
Anno: 1988 Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.blueoystercult.com
Membri band:

Eric Bloom – voce

Donald “Buck Dharma” Roeser – chitarra

Allen Lanier – tastiere

Joe Bouchard – basso

Albert Bouchard – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. I Am The One You Warned Me Of
  2. Les Invisibles
  3. In The Presence Of Another World
  4. Del Rio’s Song
  5. The Siege And Investiture of Baron Von        Frankenstein’s Castle At Weisseria
  6. Astronomy
  7. Magna Of Illusion
  8. Blue Öyster Cult
  9. Imaginos
29th apr2013

Kingdom Come – Outlier

by Marcello Zinno

Il punto è sempre lo stesso: un artista muta durante la propria carriera e quello che crea da giovane viene smussato nel tempo fino a divinire qualcosa di diverso. Sembra passata un’eternità dalla pubblicazione del primo album omonimo dei Kingdom Come, quelle 10 tracce dell’album omonimo che permisero alla band di entrare nella classifica di vendite inglese e americana conquistando addirittura il disco di platino. Ma non sono i materiali pregiati quelli che contano, bensì l’attitudine e l’idea di musica che gli artisti hanno. L’hard & heavy di fine anni ’80 esplodeva e i Kingdom Come di quel tempo intendevano dare un forte contributo alla questione con buoni risultati tanto da essere accostati, in alcune situazioni, ai Led Zeppelin. I Kingdom Come di oggi invece si presentano in maniera completamente diversa, come frutto di una plastica facciale (e non solo) che li rende irriconoscibili ai loro stessi fan. Innanzitutto già parlare di vera e propria band risulta un eufemismo: Lenny Wolf infatti scrive, compone e registra tutti gli strumenti di questo album, con l’eccezione degli assoli di chitarra lasciati a Eric Förster: sicuramente un merito questo, considerando le diverse musiche e i vari ingredienti usati per questo Outlier, che però conferma ancora di più la direzione lontana dalle proprie radici. Gli effetti elettronici in Rough Ride Ralleye mescolati a dei refrain eccessivamente morbidi fanno preoccupare, le scelte elettriche pur risultano discutibili in quanto viste in un più ampio quadro mainstream (Don’t Qant You To Wait ne è un esempio) e anche i cori nulla dicono se non che siamo lontani dalla tradizione metal tedesca (Such A Shame).

Manca compattezza e mordente in questo lavoro che suona quasi come un’opera interlocutoria per definire bene la rotta della (one man) band: carne o pesce, rock pop o metal. L’emblema di questo senso di precarietà tra un mondo e l’altro è offerto da Holy Curtain, una traccia con un ritmo lento e fondamentalmente in attesa di un’esplosione che tarda ad arrivare, probabilmente perchè la grinta è terminata. Per fortuna c’è The Trap Is Alive che ci fa scorgere qualcosa di più veloce e Skip The Cover And Feel con un refrain tosto. Ma è troppo poco, i brani procedono sempre con il medesimo copione e non stupiscono durante il loro evolversi, altro fattore di debolezza dell’uscita. Sicuramente Outlier suona come un album professionale, ben registrato e completo di vari suoni ma non è questo o almeno solo questo che si richiede ad un album heavy metal. Personalità, decisione musicale, carisma e metallo vero avrebbero giovato a questa uscita e probabilmente anche al futuro di Lenny Wolf.

Autore: Kingdom Come Titolo Album: Outlier
Anno: 2013 Casa Discografica: Spv/Steamhammer
Genere musicale: Rock Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://kingdomcome.de
Membri band:

Lenny Wolf – voce, tutti gli strumenti

Eric Förster – chitarra (assoli)

Tracklist:

  1. God Does Not Sing Our Song
  2. Running High Distortion
  3. Rough Ride Ralleye
  4. Let The Silence Talk
  5. Holy Curtain
  6. The Trap Is Alive
  7. Skip The Cover And Feel
  8. Don`t Want You To Wait
  9. Such A Shame
  10. When Colors Break The Grey
28th apr2013

Jaspers – Mondocomio

by Carlo A. Giardina

Il nome che i milanesi Jasper hanno dato al loro album d’esordio è esattamente quello che si meritava: Mondocomio. In questo disco è racchiuso un mondo. In questo disco è racchiuso un manicomio. I Jasper raccontano la pazzia e i paradossi di questo mondo attraverso una musica eccentrica. Musica che cavalca, quasi fosse ad un rodeo, i testi molto interessanti e per niente banali. Effettivamente è complicato racchiudere ed etichettare questa band scatenata in precisi ranghi musicali: fondono “tranquillamente” il post-grunge all’heavy metal (Jaspersound, Tit Tap e Bastoncino) , passando dal pop e il rock, dalle loro versioni più cariche (Il Maligno, Indiani, Palla di Neve) alle ballate lente e sdolcinate (Divisioni e Ballerina), senza tralasciare alcune venature electro di sottofondo. Il brano che chiude l’opera è Base Chiama Jaspers che riassume esattamente il mood dell’intero album: eccentricità e pazzia pura. Quando la fusione di tanti stili viene fatta bene, ciò è sintomo di qualità: i suoni puliti e ben regolati creano coerenza e piacevolezza nell’ascolto. Gli assoli di quasi tutti i brani sono molto interessanti e danno la giusta scossa ad alcuni ritmi monotoni.

Come al solito c’è un però. La/le voce/i. I punti sono due: o l’armonia vocale non è stata curata nei minimi dettagli oppure tale “armonia disarmonica” è stata studiata a tavolino per poterci far immedesimare nell’atmosfera di un manicomio. Non stiamo giudicando la qualità vocale del cantante che appare oggettivamente ottima, ma l’accostamento a quel tipo di musica e suono. A tratti la voce disturba l’ascoltatore, a tratti lo diverte. In altri ancora è impeccabile. E tutto ciò non convince più di tanto. Disorienta e non dà continuità. Tutti questi elementi non possono che far dire al pubblico una sola frase: questi Jaspers sono pazzi, i testi sono pazzi (e descrivono, criticandole, le pazzie del mondo attuale), i suoni sono pazzi! Pazzia che si ritrova anche nel case: nella copertina vi è lo stralcio di una città, disegnata a mo’ di videogame stile Habbo, nella quale appaiono uomini nudi alle finestre, party nei terrazzi, corse di gente in carrozzella, un tizo che fa una doccia sfruttando l’acqua dell’inquilino soprastante nell’atto di innaffiare le piante…Benvenuti in un manicomio chiamato mondo, diretto dai Jaspers.

Autore: Jaspers Titolo Album: Mondocomio
Anno: 2012 Casa Discografica: Talking Cat
Genere musicale: Rock, Alternative rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.jaspersofficial.com
Membri band:

Fabrizio Bertoli – voce

Giuseppe Zito – voce

Francesco Sgarbi – tastiere

Eros Pistoia – chitarra

Erik Donatini – basso

Joere Olivo – batteria

Tracklist:

  1. Jaspersound
  2. Tip Tap
  3. Divisioni
  4. Il Maligno
  5. Ballerina
  6. Indiani
  7. Bastoncino
  8. Palla di Neve
  9. Base chiama Jaspers
28th apr2013

Dead Kennedys – Fresh Fruit For Rotting Vegetables

by Piero Di Battista

La nostra rubrica riguardante il punk non conosce soste: dopo aver raccontato quel che accadde nel Regno Unito a cavallo degli anni ‘70 e ‘80 con i Sex Pistols ed i The Clash torniamo negli Stati Uniti, questa volta però nella West Coast. Siamo alla fine degli anni ‘70 ed in California comincia a germogliare il seme dell’hardcore grazie a gruppi come Black Flag e Circle Jerks principalmente, e, trascinato da questa nuova ventata, il chitarrista Ray Pepperell, più noto come East Bay Ray, crea una band che segnerà indelebilmente la scena punk-hardcore californiana degli anni ‘80: i Dead Kennedys. Folgorato dai concerti che i Sex Pistols tennero sulla costa del Pacifico, entra a far parte dei Dead Kennedys un ventenne originario del Colorado chiamato Eric Boucher, voce discreta e comunque perfetta per quel sistema e genere proposto dal gruppo, Eric Boucher che da quel momento diventò per tutti Jello Biafra. I Dead Kennedys nascono dunque nel 1978 a San Francisco e, dopo qualche cambio nella formazione, iniziano ad esibirsi in svariati locali della città suscitando sin da subito interesse e curiosità. L’interesse andava man mano crescendo e con il successo arrivarono però anche i primi guai giudiziari, a partire dal nome della band, chiaramente offensivo e provocatorio per il tipico americano medio che costò a Jello e compagnia censure varie e notevoli difficoltà nel trovare una casa discografica disposta a supportarli. Quest’ultimo problema fu però risolto con la creazione da parte di Jello e Ray della Alternative Tentacles Records, etichetta sotto la quale la band pubblicò nel 1980 il suo primo disco, intitolato Fresh Fruit For Rotting Vegetables.

La matrice musicale proposta dai quattro californiani apparve subito fresca, rabbiosa e diretta: un sound dalle radici rock‘n’roll con le tipiche ritmiche hardcore, sound veloce, ruvido e impetuoso con la voce di Jello graffiante tipica di chi vuol urlare dissenso, la chitarra di East Bay Ray dalle chiare influenze rockabilly-garage ed una sezione ritmica serrata, rapida con rari attimi nei quali riprender fiato. I testi dei loro brani affrontavano principalmente temi sociali che andavano dalla povertà raccontata in maniera dissacrante in Kill The Poor, al grido di protesta California Ȕber Alles contro Jerry Brown ovvero l’allora governatore della California, senza dubbio il più noto brano dei Dead Kennedys, ancora oggi presente anche in numerosi dj set di molti locali rock. Tramite Holiday In Cambodia anche la guerra e la superbia del governo statunitense furono ferocemente prese di mira, insomma un disco che fila liscio sotto le note di un dirompente punk-hardcore che a testa bassa continua con il sarcasmo di Drug Me e la distruttiva Chemical Warfare. Chiude Viva Las Vegas, ironica rivisitazione da parte del combo californiano del celebre brano di Elvis Presley.

Fresh Fruit For Rotting Vegetables fu dunque un disco seminale ed ancora oggi è considerato uno dei capisaldi del genere, album che interpretò perfettamente la parte dell’apripista per ottimi gruppi che nacquero negli anni a venire (es. Bad Religion, Pennywise, tanto per citarne alcuni). Se East Bay Ray fungeva da mente della band grazie alla sua ottima tecnica e fruttuosa dedizione riguardo la parte compositiva, Jello era la parte folle del gruppo come vedremo anche negli anni che seguirono l’uscita di quest’album; il suo impegno politico non veniva semplicemente sfogato nei testi, ma si impegnò attivamente, candidandosi nel 1979 a sindaco di San Francisco, arrivando addirittura alla quarta posizione su dieci candidati, grazie ad un programma di chiara matrice anarchica, con punti alla limite della follia (es. sostituire le classiche divise della polizia con vestiti da clowns). Nonostante questo ottimo disco, i Dead Kennedys al di fuori dei confini californiani rimasero quasi sempre una band sottovalutata, a nostro parere ingiustamente visto e considerato quanto hanno influenzato gruppi che, a più di trent’anni di distanza, registrano vari sold-out in molteplici club in tutto il mondo.

Autore: Dead Kennedys Titolo Album: Fresh Fruit For Rotting Vegetables
Anno: 1980 Casa Discografica: Alternative Tentacles Records
Genere musicale: Punk Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.deadkennedys.com
Membri band:

Jello Biafra – voce

East Bay Ray – chitarra

Klaus Flouride – basso

Ted – batteria

Tracklist:

  1. Kill The Poor
  2. Forward To Death
  3. When Ya Get Drafted
  4. Let’s Lynch The Landlord
  5. Drug Me
  6. Your Emotions
  7. Chemical Warfare
  8. California Ȕber Alles
  9. I Kill Children
  10. Stealing People’s Mail
  11. Funland At The Beach
  12. Ill In The Head
  13. Holiday In Cambodia
  14. Viva Las Vegas
28th apr2013

Giacomo Castellano – Cutting Bridges V.2.0

by Federico Cacciatori

Questo Cutting Bridge V 2.0 è la versione remixata a rimasterizzata del primo album solista di Giacomo Castellano, apprezzato maestro di chitarra che ha collaborato con molti artisti italiani, pubblicato nel 2004. Non è possibile inquadrare l’album con uno stile e con un’influenza predominante: è un piccolo pot-puorri musicale, una composizione realizzata con vocalizzi e passaggi che vanno dal funky al soul, dal dall’hard rock alle suggestioni esotiche, utilizzata per ammaliare i sensi. Non azzardiamo paragoni con altri artisti, lasciamo a voi il confronto. Su tutto, è la sonorità decisa, mai scontata e sempre pronta a sorprenderti, ciò che spicca, ed è difficile annoiarsi con questo album, grazie  all’alternanza di brani strumentali e cantati, al ricorso a veri musicisti e non (esclusivamente) ai computer, all’uso di strumenti a fiato, alle melodie evocative. Volendo fermarsi su quale brano in particolare possiamo citare di Environmets, orientaleggiante e mistico, The Dream Laying On My Bed, sognante e stralunato e Garbage con un arrangiamento degno di nota. Le dodici tracce di Cutting Bridge V 2.0 vi catapultano nel mondo di un musicista eclettico, che dire, un’esperienza unica.

 

Autore: Giacomo Castellano Titolo Album: Cutting Bridges V.2.0
Anno: 2013 Casa Discografica: Red Cat Records
Genere musicale: Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.giacomocastellano.com
Membri band:

Giacomo Castellano – musica

Tracklist:

  1. Gaztambide
  2. L.F.L.
  3. Music (Part One)
  4. The Dream Laying On My Bed
  5. Music (part Two)
  6. Garbage
  7. Little Elves
  8. Big As A Key
  9. Ariete
  10. Try To Save Yr Song
  11. Environments
  12. Cutting Bridges #1

 

27th apr2013

Pain Of Salvation – One Hour By The Concrete Lake

by Marcello Zinno

Fino a qualche anno fa non molti conoscevano i Pain Of Salvation e come me si sono avvicinati a questo gruppo con molta curiosità e, perché no, anche con un po’ di diffidenza sapendo che il loro genere (quale maggiore forzatura per etichettare questi 5 ragazzi) è il prog metal. Un campo in cui si è detto molto, in cui migliaia di persone sono convinte che nessuno potrà dire più dei Dream Theater, un campo in cui da anni non si riesce ad aggiungere qualche idea che faccia credere ancora, che faccia sognare. Questo era il pensiero di molti prima di ascoltare i Pain Of Salvation, ma dopo aver varcato l’ingresso del loro mondo bisogna avere veramente fegato per parlare di declino del prog. I nostri nascono nel lontano 1984, già allora guidati dal superbo Daniel Gildenlöw, voce e chitarra, che rappresenta la mente pulsante del gruppo. Il loro esordio (Entropia) avviene 13 anni dopo, quando ormai la band era matura e pronta per lasciare il segno, per essere identificata tra i nomi emergenti di maggior impatto. Con l’esordio i Pain Of Salvation (che prima prendevano il nome di Reality) non potevano passare inosservati. Da qui emergono le radici funky dei 5 ragazzi, che puntano molto sull’atmosfera del brano (molto forti sono i richiami a passaggi in pieno stile pinkfloydiano) e sui cambi di tempo che per gruppi anche di maggior calibro sembra ormai troppo oltraggioso proporre. Il basso la fa da padrone (il bassista Kristoffer è il fratello di Daniel quasi a conferma delle doti sovranaturali di famiglia) ma non è mai oltraggioso, compie la sua parte in modo eccellente senza snaturare gli altri strumenti.

La domanda è di rito: “cosa si può scrivere dopo un capolavoro?” Ovviamente un altro capolavoro! E così viene pubblicato alle soglie del millennio One Hour By The Concrete Lake attraverso il quale i 5 ragazzi raggiungono vette altissime, di qualità, di impatto, di straordinaria caparbia, ma soprattutto di intensità musicale, quello che manca a molti dei gruppi attualmente in giro. Le linee vocali sono veramente articolate, si intrecciano con gli echi ed i cori degli altri componenti (ad eccezione del tastierista che riesce a tessere melodie emozionantissime), le atmosfere cambiano a volte lasciando l’ascoltatore totalmente spiazzato, altre volte cullandolo verso un status di meditazione/riflessione. A tutto ciò non mancano momenti di headbanging e di carica emozionale, ma di quella che ti prende da dentro. I più attenti noteranno che così come nel primo album i Nostri avevano proposto una parentesi jazzata, in questo secondo capolavoro si destreggiano in un ispiratissimo accenno death metal, un presente che viene apprezzato per chi cerca elementi inaspettati. Questo a conferma del fatto che i Pain Of Salvation non tentano di interpretare meglio un genere cristallizzato da altri, ma si impegnano a scrivere le regole di un qualcosa poco definibile affinché queste regole non ci siano, cercano di andare oltre ciò che può essere considerato un limite musicale del singolo genere e questo in modo slegato dal livello tecnico dei componenti che, nonostante sia eccellente, viene offuscato dalla loro originalità.

Inutile fermarsi a citare i brani, l’album è un pezzo unico in ogni suo ingrediente, in ogni sua nota. Una chicca: il titolo dell’album corrisponde proprio all’ultima strofa cantata dal toccante Daniel ma perché parlano di “one hour”?Probabilmente perchè la durata del lavoro è di 60 minuti precisi.

Autore: Pain Of Salvation Titolo Album: One Hour By The Concrete Lake
Anno: 1998 Casa Discografica: InsideOutMusic
Genere musicale: Progressive Voto: 9,5
Tipo: CD Sito web: http://www.painofsalvation.com
Membri band:

Daniel Gildenlöw – voce, chitarra

Johan Hallgren – chitarra, voce

Johan Langell – batteria, percussioni, voce

Kristoffer Gildenlöw – basso, voce

Fredrik Hermansson – tastiere

Tracklist:

  1. Spirit Of The Land
  2. Inside
  3. The Big Machine
  4. New Year’s Eve
  5. Handful Of Nothing
  6. Water
  7. Home
  8. Black Hills
  9. Pilgrim
  10. Shore Serenity
  11. Inside Out
27th apr2013

Bohèmien – Bohèmien

by Massimo Macera

Dopo 7 anni di silenzio dovuti alla tragica perdita dell’allora batterista Walter Vincenti assistiamo al ritorno di una delle band italiane che hanno affermato saldamente la loro immagine nella scena underground. Stiamo parlando dei Bohèmien che con l’omonimo album rilasciato il 14 febbraio 2013, sotto la RBL Music Italia, si rimettono in gioco e ci ripropongono il loro famigerato stile tetro ed oscuro tipico del gothic punk, sia per il sound che per i testi (completamente in italiano), fin anche all’evanescente artwork. A condurre le danze (questa volta non pagane) è ancora una volta Alessandro Buccini (in arte Alex), lead vocalist del gruppo, che nonostante gli anni sfoggia ancora il suo ciuffo corvino e il suo sfuggente sguardo da poeta maledetto; al suo fianco il veterano Luciano “Lou” Liberatore e il novizio Gianpaolo “Jean Paul” Cesarini si occupano degli strumenti a corda, rispettivamente di chitarra e basso, mentre la batteria è affidata alla nuova recluta dei Bohèmien, Valentina “Vale” Larussa, ingaggiata già dal 2010 insieme al bassista. Linee melodiche inquietanti ed armonie dissonanti sono il corpo di fondo che caratterizza i tre atti in cui è divisa l’opera, le quali ci accompagnano in un viaggio nel tempo in un’atmosfera decisamente steampunk (le foto del booklet poi non lasciano dubbi). Al primo ascolto gli improvvisi glissati di Alex possono risultare difficili da capire o addirittura ridicoli, ma la visione globale della raccolta, una volta ascoltata completamente, annulla questo pregiudizio poichè la performace del vocalist è esattamente filologica ai contenuti che non potrebbero essere espressi altrimenti.

Bohèmien si apre con Un Altro Sabato Ancora, decadente e cadenzata ode alla monotonia della vita borghese, che lascia poi spazio ai riff spigolosi ed isterici de La Macchina Del Tempo. Segue poi un intermezzo romantico datoci da Gli Occhi Degli Amanti che concede solo un piccolo momento prima che la tensione venga ristabilita da Come Un Gas e Serial Painter, dove ossessione, arte ed omicidio concludono così il primo atto della raccolta. L’inizio del secondo atto ci è dato da Dov’è Il Sublime, in cui solo chitarra e voce si avvicendano in 4:30 minuti di ricerca introspettiva. La traccia sfuma nel silenzio che la chitarra della strumentale Le Foglie Tremule spezza lentamente facendo affondare l’ascoltatore nell’inquietudine più nera, risultando la perfetta colonna sonora per ripensare agli errori del passato. Alex tace ancora una volta ed aspetta che il Prologo prepari il pubblico all’improvviso inizio di Lo Spettro Della Rosa, nevrotica ed incalzante conclusione dell’atto secondo.

L’atto terzo è caratterizzato dal sopravvento della follia, il ritmo si fa più marcato, i giri di basso e chitarra sono ostinatamente ripetuti, le linee di string e synth coronano così l’atmosfera ansiogena e delirante. L’emblema di tutto ciò è Attacco Psichico, prima traccia della sezione, seguita da Natura Morta sempre sulla caotica onda del dark ma dai particolari arabeschi. A concludere atto ed opera sono le ultime due tracce: La Diagnosi Del Dr. Bleuler, una seduta psichiatrica in forma di canzone, e Petruska, un inverosimile e orchestrato monologo in tre quarti. Per concludere il break che Bohèmien si imposero, sembra soltanto aver fatto maturare ulteriormente le loro competenze e la loro inventiva e benchè lo stile poetico e compositivo ricordi molto quello dei simbolisti francesi, l’album è un ottimo prodotto per chi cerca una valida rappresentanza del genere in territorio nazionale, capace di essere competitivo anche in panni decisamente retrò.

Autore: Bohèmien Titolo Album: Bohèmien
Anno: 2013 Casa Discografica: RBL Music Italia
Genere musicale: Gothic, Punk Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.bohemien.net
Membri band:

Alessandro “Alex” Buccini – voce, percussioni

Luciano “Lou” Liberatore – chitarra, cori

Gianpaolo “Jean Paul” Cesarini – basso

Valentina “Vale” Larussa – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Un Altro Sabato Ancora
  2. La Macchina Del Tempo
  3. Gli Occhi Degli Amanti
  4. Come Un Gas
  5. Serial Painter
  6. Dov’è Il Sublime
  7. Le Foglie Tremule
  8. Lo Spettro Della Rosa (Prologo)
  9. Lo Spettro Della Rosa
  10. Attacco Psichico
  11. Natura Morta
  12. La Diagnosi Del Dr. Bleuler
  13. Petruska
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