Opeth – Morningrise
Giugno 1995, è appena trascorso un anno dalla pubblicazione di Orchid ma i nostri Opeth prendono tutti in contropiede dando alla luce il loro nuovo lavoro: Morningrise. Cinque tracce, oltre un’ora di durata e già si può capire che il quartetto svedese non ha abbandonato il modus operandi adottato finora e se prima avevano gettato le basi per nuovi orizzonti nel metal, in questo album ampliano i concetti espressi l’anno prima per elevarli ulteriormente producendo quello che è universalmente riconosciuto come il loro capolavoro. Nulla è lasciato al caso in Morningrise, in particolare gli intrecci delle due chitarre che giocano fra di loro creando stupende doppie voci sia nel distorto che nel pulito ed in modo efficace accompagnano l’ascoltatore attraverso i vari momenti di ogni brano; la linea del basso è più significativa rispetto al passato ed offre degno contrappunto alle cugine a sei corde contribuendo a formare le epiche melodie, prerogativa di questo lavoro. Frequenti gli inserti folk e progressive in maggior misura nelle parti melodiche, che in questo album sono di più rispetto al predecessore, ma anche jazz e soprattutto black metal al quale Mikael Åkerfeldt si ispira per la registrazione della traccia vocale distorta, lontana ed imprecisa.
In apertura troviamo Advent che immediatamente ci catapulta nell’atmosfera noir, oscura ma non maligna, che permea il lavoro degli Opeth e che non lascia speranze nemmeno negli improvvisi cambi. I testi, incentrati su visioni oniriche e ricordi lontani, hanno la struttura di poesie ed hanno molto peso nel dare il giusto umore lungo tutte le tracce. Particolarmente significativa, in questo senso, è The Night And The Silent Water, dedicata al nonno di Åkerfeldt deceduto poco tempo prima delle registrazioni dell’album. Le strofe si susseguono sciolte, in un torrente che travolge chi ascolta ma soprattutto il cantante (“Your face was, like the photograph, painted white, we did not speak very often about it, what does it matter now?”) che riesce a far percepire immediatamente il brano che, a tutti gli effetti, è il miglior pezzo dell’album.
All’interno di Morningrise troviamo anche la lunga suite Black Rose Immortal, il brano più lungo della carriera degli Opeth, oltre venti minuti, che però perde colpi rispetto al resto del disco risultando più come un’accozzaglia di idee che come un progetto con un capo ed una coda. Forse questo è il punto debole del lavoro dei Nostri; nasce spontaneo chiedersi se non ci sia troppa carne al fuoco e se i ragazzi avrebbero dovuto diluire la creatività in meno tempo o in più tracce o più album perchè risulta difficile arrivare in fondo e To Bid You Farewell, l’ultima song, sembra quasi un surplus. Ma riflettendo, questo non è esattamente il tipo di lavoro fatto per essere assunto tutto in una volta, merita anzi più e più ascolti per essere interiorizzato ed ogni volta riuscire a scoprire una sfumatura, una sensazione, un angolino di Opeth che era sfuggito.
Il masterpiece che abbiamo di fronte dovrebbe essere provato in situazioni diverse, in stagioni diverse, in umori diversi e così esprimerà il suo vero potenziale: l’avere mille sfaccettature che lo rendono sempre fruibile.
| Autore: Opeth | Titolo Album: Morningrise |
| Anno: 1996 | Casa Discografica: Candlelight Records |
| Genere musicale: Death Metal | Voto: 9 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.opeth.com |
| Membri band:
Mikael Åkerfeldt – voce, chitarra Fredrik Åkesson – chitarra Martin Mendez – basso Martin Axenrot – batteria Joakim Svalberg – tastiera |
Tracklist:
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