Crass – Stations Of The Crass
Quando i Crass pensarono al titolo del secondo album, trassero spunto dall’usanza della band che in quegli anni andava ad “affrescare” le pareti delle stazioni della metropolitana. Tantissimi anni prima che dagli USA arrivasse l’ondata ‘hippoppettara’ con la stessa abitudine. Tuttavia il titolo è anche un richiamo alle “stazioni” della Via Crucis. L’album esce per la propria Crass Records, fondata con i guadagni del primo album – la prima etichetta Small Wonder non avrebbe retto troppo a pubblicare i Crass, troppe perquisizioni da parte della polizia – e viene stampato nel formato di doppio 12″ con apertura a manifesto dell’album e una toppa inserita nella confezione. In realtà i guadagni del primo album non furono tali da pagare tutte le spese per farne un secondo, così i Crass chiesero del denaro in prestito, il quale fu restituito poco dopo l’esito delle prime vendite.
Stations Of The Crass uscì nel 1979 con tre lati registrati in studio e il quarto che riprendeva un concerto dalle parti di Londra. L’album si dimostra un tantino più evoluto nella musica rispetto al predecessore The Feeding Of The 5000, in sostanza i Crass introdussero i primi loro elementi sperimentali ovvero quelle canzoni che riuscivano ad esulare dagli schemi punk. Come definire altrimenti il brano Walls (Fun In The Oven)? Pop? Disco? E Demoncrats? Missiva sull’illusione umana verso la religione, fatta di sole voci e suoni indefiniti. Stations Of The Crass presenta sperimentazioni e inventiva anche negli elementi più tipicamente punk: Fun Going On ripesca le brevi rullate di batteria, con voce, chitarra e basso, filtrato, a creare la linea melodica. C’è Crutch Of Society, marcetta con cantato irriverente e svogliato. Il punk più puro, genuino, ma di casa Crass, offre la graffiante I Ain’t Thick, It’s Just A Trick, la funambolica e strutturata – oltre 4′ di canzone per i Crass, a quei tempi, significava per loro quasi avvicinarsi ad una suite! – Mother Earth.
White Punks On Hope è il secondo brano in scaletta e inizia dicendo più o meno “Hanno detto che eravamo spazzatura, Beh il nome è Crass, non Clash. Possono rimpinzare le loro credenziali punk, perché sono loro che prendono i soldi. Non cambierà nulla con i loro discorsi alla moda”, impattando nuovamente a muso duro sulla scena punk di quegli anni. Non si mordono la lingua Steve Ignorant, Eve Libertine e Joy De Vivre. Danno voce alle donne, “ci vendono l’amore come una divinità, quando è solo un’oscenità sociale, di sotto siamo tutte amabili”, motteggiano il diritto di espressione che lo stato garantisce, “la libertà di parola per tutti, se non hai voce”, e criticano i giornalisti difendendo loro stessi “ridicolo è criticare coloro che vogliono cambiare questo pasticcio”. Ma anche in questa “stazione” della loro discografia, i Crass ne hanno per tutti, dimostrandosi totalmente contrari e critici nei confronti di ogni tassello della società. Si rivoltano anche contro la classe lavoratrice, non limitandosi dunque a volerla svegliare.
La parte live incisa in Stations of the Crass è, fortunatamente, ben riportata. I suoni non sono impastati, la qualità audio è accettabile: la macchina della rivolta è roboante quanto quella registrata in studio. Dal vivo i Crass non erano solo musica e slogan, ma anche poesie, striscioni, filmati, volantinaggio, l’offerta del tè al pubblico e le chiacchiere tra di loro. Momenti onnipresenti nelle esibizioni dei Crass. La copertina è un collage dadaista e rivoluzionario. I Crass con Stations Of The Crass spararono nuovamente sulla folla e senza fare prigionieri!
| Autore: Crass | Titolo Album: Stations Of The Crass |
| Anno: 1979 | Casa Discografica: Crass Records |
| Genere musicale: Punk | Voto: 7 |
| Tipo: LP | Sito web: http://www.myspace.com/crasscrass |
| Membri band:
Steve Ignorant – voce Eve Libertine – voce Joy De Vivre – voce N.A. Palmer – chitarra Penny Rimbaud – batteria Phil Free – chitarra Pete Wright – basso, voce Gee Vaucher – pianoforte |
Tracklist:
Studio
Live 7 agosto 1979
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