Tool – Undertow
Anno di grazia 1993. I Tool producono il loro primo full-lenght intitolato Undertow. Proprio come una corrente sottomarina questo lavoro si muove come un ariete in mezzo all’oceano grunge trascinando il post-metal nel mainstream. Registrato fra ottobre e dicembre del 1992 da Silvya Mass, già responsabile del sound di Opiate, Undertow mostra delle differenze fondamentali con il suo predecessore. Il sound s’affina pericolosamente senza mai perdere quella forza testosteronica già dimostrata in precedenza. La controversa, e successivamente modificata, covert art è opera del chitarrista Adam Jones che si era già occupato di effetti speciali per Hollywood. L’uscita di Undertow desta sin da subito un grande interesse intorno alla band. I testi spesso anticlericali, la maniacalità dei tempi di lavorazione (cinque anni separano i loro dischi) la ricerca ossessiva del sound, sono solo alcuni dei punti di riferimento di questa setta chiamata Tool. La loro musica diventa presto un’esperienza da vedere e ascoltare che fonde suono e immagini come solo i Pink Floyd avevano fatto prima.
L’incipit di Intolerance è pieno distillato di potenza e controllo, claustrofobia ed esplosioni rabbiose avvinghiate al basso mammut. Carey diminuisce visibilmente l’uso della trita doppia cassa optando per un sound più snello e altrettanto complesso. La successiva Prison Sex, sugli abusi dei minori, è opera del vecchio bassista Paul d’Amour. Il plettro viene fatto sfregare sulle corde prima che Maynard dia un ulteriore dimostrazione di come si possono cambiare le leggi del canto e della sillabazione. Ma è Sober il suono del nuovo che avanza, inesorabilmente. È impossibile resistere a quell’andamento metronomico, la voce di Maynard appare cristallina, il lavoro di Carey, cresce a dismisura allineandosi alla grandezza del suo singer. La melodia del chorus e le chitarre taglienti danno, per la prima volta, la sensazione che i Tool siano un’unica mente, un’entità cerebrale non più suddivisa in quattro corpi ma fusa in uno dei loro primi classici. In Bottom la velocità raddoppia, come il bicorde di Jones su cui partono le loro classiche esplosioni. Per la prima volta appare un ospite di statura, e tatuaggi, elevati che si appresta a leggere alcune liriche scritte da Keenan. Henry Rollins diventa un crooner immerso in un’atmosfera nebbiosa, dai toni alleggeriti, irrobustita solo dal basso ipnotico prima che la sua voce seppellita dall’urlo di guerra dica “I’m naked and fearless and my fear is naked”.
Fra i vari easter eggs potrete divertirvi con pochi secondi di una canzone abilmente nascosta in Crawl Away che, una volta partita, sembra il treno di A 30 Secondi Dalla Fine, inarrestabile viaggio veloce trasformandosi in un omaggio ai primi Metallica. Swamp Song tradisce una sezione progressiva e psichedelica che contiene in nuce ciò a cui ci abitueranno di lì a breve. Le strofe rafforzate dall’uso furbo dell’eco penetrano nella mente come un acido depositato al centro del cervello, impegnato nella sua funzione erosiva. La titletrack è una specie d’inferno sonoro sull’uso continuo di droghe, le chitarre, i cambi di ritmo e il basso pesante non riescono però a farlo decollare. È come se Undertow fosse ancorata al passato dei Tool che presto da bruco diventeranno farfalla. 4° non si riferisce a scale né al Quarto Potere di Orson Welles, è una canzone sull’apertura mentale e sull’abbandono del pregiudizio (a un orecchio attento non sfuggiranno i punti di contatto con Stinkfist). Flood invece è un viaggio di lentezza elefantiaca in terra desolata, procede inarrestabile per la sua strada spazzando ogni forma di resistenza che proverete a opporre. Il caos fatto di chitarre chirurgiche che incidono in profondità, dalla sezione ritmica sferzante prende una forma più tooliana a metà corsa. Sessantanove (chissà perché…) secondi di silenzio, come fossero tracce a sé, rumori di fondo, un suono secco della bacchetta sul metallo del rullante, pecore, molte pecore, poi un voce metallica attraverso un apparecchio (telefono, megafono?). Che succede, un altro scherzo? No, sono ancora loro in Disgustipated, coda dell’album in cui la band si lascia andare a forme sperimentali di fare musica.
Undertow è prima di tutto un disco di puro rock come non se ne faceva da tempo, un’anticipazione fedele di un futuro brillante ma anche, e soprattutto, il percorso attraverso il quale il quartetto di Los Angeles si avvierà verso la definitiva consacrazione. Post Scriptum: per quanto riguarda le pecore se siete curiosi informatevi su cosa fece Maynard quando scoprì, durante un’esibizione, di essere finito a sua insaputa in una specie di luogo di culto supervisionato da Scientology. Considerata la loro avversione per le religioni non vi verrà difficile arrivare ad una degna conclusione.
| Autore: Tool | Titolo Album: Undertow |
| Anno: 1993 | Casa Discografica: Zoo Records, Volcano |
| Genere musicale: Rock | Voto: 7.5 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.toolband.com |
| Membri band:
Maynard James Keenan – voce Adam Jones – chitarra Paul D’Amour – basso Danny Carey – batteria |
Tracklist:
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