13th feb2012

Tool – Lateralus

by Giuseppe Celano

2001. L’evoluzione della specie. Cosa altro dire di Lateralus, il terzo disco in studio per i Tool che non sia stato già detto? Cosa potremmo pensare di scoprire dentro un’opera ampliamente disse(ctional)zionata e analizzata al microscopio elettronico? Niente, non abbiamo la presunzione né l’arroganza di essere più preparati di altri. Ci limiteremo a mostrarvi uno dei possibili ingressi di questo universo. Lateralus è il disco che non si vorrebbe mai recensire, nessuna persona sana di mente dovrebbe ingaggiare la battaglia contro un colosso del genere, sperare anche solo di pareggiare è pura incoscienza. Il nome dell’album fa contemporaneamente riferimento al Vastus Lateralis, un muscolo delle gambe, e al Lateral Thinking, una sezione del Critical Thinking che favorisce l’intuizione e l’eclettismo. Con i suoi 79’30” questo capitolo segna il top della carriera dei Tool. L’opener, introdotta dal suono di un proiettore, dà l’idea di un viaggio dentro un’opera cinematica, misteriosa, calata dentro una gelatina onirica in cui The Grudge è la prova della mutazione avvenuta. Il perfetto equilibrio alchemico fra metal, progressive e la tribalità dell’impareggiabile sezione ritmica esplode in tutto il suo splendore, cristallizzandosi nel finale attraverso l’urlo di guerra di Maynard, ventisette lunghi secondi per una prova vocale terrificante.

Siamo di fronte a un lavoro di fine grana, potente e diretto, avvitato su una spirale (ne riparleremo) perfetta, alimentata da sequenze matematiche e controtempi per saliscendi emozionali da collasso. Eon Blue Apocalypse è una cerniera che unisce la violenza dell’opener con la riflessiva The Patient, introdotta dal circolare riff di chitarra su cui il wah wah avvolge la suadente voce di Keenan. Il suono cavernoso del basso di Justin e gli abbellimenti ritmici di Danny si fondono per una cavalcata mozzafiato, quasi inestricabile. Mantra è il suono del gatto di Keenan rallentato e trattato elettronicamente per un lamento siderale di pochi minuti. Ma è di fronte a Schism che ogni parola, ogni tentativo di spiegarne la maestosità fallisce miseramente. La complessità del testo, la multistratificazione della struttura sono rinchiuse in scatole cinesi perfettamente combacianti. Il riff di basso in 5/4 di Justin, a oggi uno dei più belli della storia, sposa la psichedelica sezione centrale in un amplesso divino. Il testo si dipana verso il romanticismo finale: “Cold silence has a tendency to atrophy any sense of compassion, between supposed lovers, between supposed brothers”. Ebbene sì, ora i “pezzi combaciano (anche se li abbiamo visti cadere)”. Riprendersi sembra davvero impossibile. L’acustica Parabol si avvicina in modo inquietante, Maynard è nella fase sciamanica, sussurra un testo sibillino, le chitarre minimali non contemplano la presenza della batteria, il basso sorregge tutta la struttura prima che si abbatta l’accecante bellezza di Parabola, sua gemella indemoniata, alter ego elettrico di rara bellezza visionaria. La struttura del brano, il drummig snello ma intricato, le ripartenze a nervi scoperti del basso e le mitragliate di Danny creano una cornice sublime. Il passaggio dalla sezione acustica a quella elettrica è da manuale: i due brani sono uniti dal feedback delle chitarre e dall’esplosiva sezione ritmica. Questo è il giro di boa che vi porterà direttamente all’inferno attraverso la parte più claustrofobica e “ostile”.

La tensione s’innalza come un muro watersiano, il pathos raggiunge il punto più alto nel parossistico canto di Ticks And Leeches, un’adrenalinica sfuriata in cui l’ugola del singer viene messa a dura prova. Keenan diventa uno screamer d’eccellenza per un brano rapcore metal ferocissimo, le chitarre mordono senza tregua e l’impagabile batterista attacca il suo kit con una violenza inaudita. Danny non è più un uomo, ma una macchina, i suoi pattern sono la quint’essenza della complessità in funzione dell’eleganza. Il suo lavoro di ricerca, l’applicazione di pad elettronici e le nuove soluzioni ricordano John Bonham che permetteva al resto dei componenti una libertà d’azione assoluta, aliena da limiti o paletti compositivi. La definitiva prova della sua superiorità è la titletrack, costruita con folle lucidità sulla sequenza matematica di Fibonacci. Provando a semplificare il tutto: la sequenza di Fibonacci prevede che ogni termine successivo dia la somma dei due termini precedenti (0+1=1, 1+1=2, 2+1=3). Osservando il testo si noterà la suddivisione delle parole nella sequenza del matematico, l’ascoltatore sarà così piacevolmente costretto a concentrarsi su una sequenza che da 1 sale a 13 e torna indietro. Riordinando le tracce in modo che i numeri sommati a coppie diano 13 si avrà una nuova trasklist con un significato complessivo dei brani (6-7, 5-8, 4-9, 13, 1-12, 2-11, 3-10). Ascoltandole la fine di ogni traccia combacerà alla perfezione con l’inizio della successiva. Altrettanto complessa è la struttura del tempo: prima in 9 battute poi 8 e 7 (987 è il sedicesimo numero delle progressione di Fibonacci). Considerando tutto questo, risulta ironico e chiaro il messaggio contenuto in una parte di testo: “over thinking, over analyzing, separate the body from the mind, withering my intuition leaving opportunities behind“ (l’invito è quello di separare la mente, persa nel vortice dell’analisi, e utilizzare il corpo senza avvizzire l’intuizione e tutte le possibilità nascoste).

Disposition è un brano acustico, Keenan torna su toni delicati, canta lento e quasi impercettibile, il suono delle chitarre ipnotiche e le percussioni delicate di Carey, capace di carezze delicate, cullano i neuroni del viaggiatore. Reflection si appoggia su una sessione ritmica circolare e ipnotica, con tanto di effetti elettronici e basso slappato distorto. Il sound evocativo, il canto come una preghiera, il senso di disfacimento e la disperazione soffocata trovano l’apice in questa suite, sigillo del trittico più indigesto di tutta l’opera, forse il loro pezzo migliore in assoluto. Triad è una strumentale aggressiva meno contorta, sempre potente grazie al sound post industriale. L’ultima traccia, Faaip De Oiad, è una bolgia luciferina di distorsioni e percussioni, con voce sfigurata dagli effetti, un brano apparentemente inutile ma necessario per coprire il massimo della capienza di un cd e con una successiva hidden track di 54 secondi. La qualità audio di Lateralus è indiscutibile, la perfetta resa stereo, la ricerca ossessiva dei suoni, la profondità del suono (tanto ricercata 40 anni prima da Page) e l’incisione meritano un elogio a parte. Le lunghissime tracce sono un ponte fra l’uomo e la sua mente, un viaggio contorto fra microcosmi. Lateralus è la conclusione di un’opera iniziata con Aenima e spinta al di là delle Colonne d’Ercole, da ascoltare con il terzo occhio ben aperto. Il suono muta pelle e s’infittisce come una trama (shakespeariana) sedimentandosi definitivamente nel suono di cui i Tool sono ormai cultori assoluti. Lateralus è un monolite, un predatore sopraffino, un serial killer che ha preparato il terreno in modo certosino, che uccide il progressive e il metal per dar vita a qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Inganni melodici, trappole, ostilità iniziale e successiva dipanatura sono i punti cardine di questo mondo.

Lateralus è come un film di Lynch ma che solo Kubrick potrebbe dirigere, presentandosi come il grande freddo ma esplodendo in tutto il suo calore. La sua capacità di disarcionare l’ascoltatore più saldamente ancorato, di costruire interminabili giri, apparentemente senza una conduzione logica, sono limiti posti per menti pigre, filtri studiati a tavolino per difendere la verità finale, che risulta schiacciante. Un capolavoro unico e irripetibile. Lateralus è anche il più grande abbaglio mai preso dai bacchetoni di Pitfchork, con buona pace dei suoi lettori.

Autore: Tool Titolo Album: Lateralus
Anno: 2001 Casa Discografica: Volcano Entertainment
Genere musicale: Rock Voto: 10
Tipo: CD Sito web: http://www.toolband.com
Membri band:

Mayanard James Keenan – voce

Adam Jones – chitarra

Justin Chancellor – basso

Danny Carey – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. The Grudge
  2. Eon Blue Apocalypse
  3. The Patient
  4. Mantra
  5. Schism
  6. Parabol Faaip De Oiad (Voice of God)
  7. Parabola
  8. Ticks And Leeches
  9. Lateralus
  10. Disposition
  11. Reflection
  12. Triad
  13. Faaip De Oiad

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>