04th mag2012

Black Sabbath – Paranoid

by Giancarlo Amitrano

Quando, nel settembre dello stesso 1970, i Black Sabbath rilasciano Paranoid a breve distanza dal planetario successo dell’omonimo primo album, la critica musicale ritenne (fortunatamente a torto) che il gruppo fosse esploso solo in via occasionale. Non poteva immaginare che di lì a poco esso si sarebbe ripetuto e, possibilmente, superato con l’album di cui oggi parliamo e che avrebbe influenzato egualmente tutte le generazioni di là da venire. Le tematiche lugubri, desolanti e maledette descritte nel primo lavoro cedono ora il passo ad argomenti di clamorosa e pregnantissima attualità sin da allora e che addirittura ebbero a precorrere i tempi nella loro trattazione. Sin dal brano di apertura, possiamo comprendere l’obiettivo reale del gruppo: introdurci ad una severa e profonda riflessione su scottanti temi d’attualità. War Pigs è una lunga cavalcata “epica” che avrebbe fatto invidia ai primi Rainbow di Ritchie Blackmore. Ozzy ci descrive un assurdo mondo dedito alla guerra in cui la chitarra “discreta” di Iommi di tanto in tanto ci ricorda l’inutilità della stessa, comandata da un ideale “porco di guerra”. Ward e Butler sono superbi nel prepararci al crescendo finale, ove a ritmi vertiginosi il brano ci confida a pieni watt che il mondo si aspettava sin da allora ben altro.

Cosa possiamo aggiungere a Paranoid?: il “semplice” accordo iniziale di Iommi si è consegnato da solo alla leggenda e nulla dopo sarà più lo stesso. Ozzy, con la sua voce stridula, in 3 minuti si consacra a pieno titolo come “Il” vocalist per eccellenza di una fase storica del gruppo e su dei semplici giri di basso di Butler disegna e dipinge una delle più incredibili melodie mai create, che al tempo stesso ci colgono impreparati nella trattazione di tematiche anche “psicologiche”, che sfociano nella conclusione quasi di mid-tempo. Che capolavoro, mai più neanche lontanamente avvicinato. Planet Caravan si rivela uno spettacolare spaccato “intimista”, in cui Ozzy ci dona ancora una superba prestazione vocale: accompagnato dall’acustica delicatissima di Iommi e da effetti sonori quasi “rurali”, si snoda su questa falsariga per pervenire alla conclusione del brano con una ‘slide’ davvero appena accennata e che sarà fonte d’ispirazione per tutti. È con devozione che arriviamo ad un’altra pietra miliare: Iron Man affronta temi fantascientifici con la stessa intensità e lo stesso trasporto che il quartetto impiegherebbe se vi fosse implicato in prima persona. Il cantato di Osbourne, la sezione ritmica incombente e la sei corde sempre dominante rendono il brano il vero “must” del disco, probabilmente anche più dei primi due. La “jam-session” centrale e quella finale sono due pezzi di bravura che hanno reso basiti coloro che le hanno ascoltate in sede live. E ci piace sottolineare che Ward non suonerà (purtroppo) mai più così ispirato come su questo album ma solo a causa delle sue drammatiche traversie personali.

Electric Funeral può essere definito un brano “interlocutorio” all’interno del disco, un mix di vari tempi all’interno del pezzo stesso. Lento all’inizio, ritmato e quasi jazzato (!) al centro, duro e spacca timpani alla fine, un vero “funerale elettrico” che dichiara la morte di tutto quanto allora tentava di ledere la centralità dell’essere uman. Ancora un testo di profonda socialità a smentire la fama satanista ingenerosamente affibbiata al gruppo. Un grande basso di Butler ci introduce ad Hand Of Doom: brano atomico, metallico, urlato, squassante e quant’altro, l’intervallo di pochi secondi al centro del pezzo ci spara dritti nell’incredibile. Un viaggio allucinato all’interno dell’uomo e delle sue problematiche, in cui il quartetto cavalca alla grande la propria strumentazione, laddove Iommi è irrefrenabile negli assoli ripetuti a breve distanza e in cui Ward e Butler ci ripiombano nell’incubo psicologico del terrore tecnologico incombente sulla decadente società odierna (siamo sempre nel 1970!). Rat Salad è una aperta sfida lanciata dal gruppo: provate in 2 minuti a mettere su una session con annesso solo di Ward negli anni ‘70. Il gruppo ne è, eccome, capace ed in 120 secondi ci inscena una vertiginosa prestazione della sezione strumentale, nella quale Iommi sforna diverse varietà di stili: hard, metal e slide al tempo stesso. Sfida vinta alla grande.

Fairies Wear Boots conclude l’album nella maniera più degna: un brano quasi prog nel suo sviluppo iniziale, in cui allo sdoppiamento sonoro della chitarra si sovrappone l’assoluta pulizia della sezione ritmica, per consentire ad Ozzy l’emissione di note vocali sapientemente distorte specialmente nell’esposizione della quartina centrale, dove l’ossessivo “rientro” della batteria di Ward parrebbe non volersi congedare dall’ascoltatore. Osbourne ci invita a credere ai racconti fantastici da lui narrati nel brano e noi possiamo farlo soltanto restando davvero incantati dallo scorrere di questi 6 minuti di assoluta perfezione che ancora nel finale continuano a donarci assoli che solo il sapiente mixaggio di Tom Allom (al piano in Planet Caravan ) e la produzione di Rodger Bain riescono a sottrarci in maniera nostalgica ed indolore. In conclusione, se ad oltre 40 anni di distanza questo disco continua a produrre le stesse sensazioni, a pensare ad esso come ad uno dei picchi verso la perfezione sonora, cosa mai potrà codificare l’arte della band per renderne la reale portata nella storia?

Autore: Black Sabbath Titolo Album: Paranoid
Anno: 1970 Casa Discografica: Vertigo
Genere musicale: Heavy Metal, Hard Rock, Doom Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.blacksabbath.com
Membri band:

John Ozzy “Osbourne”– voce

Tony Iommi – chitarra

Terrence “Geezer” Butler – basso

Bill Ward – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. War Pigs
  2. Paranoid
  3. Planet Caravan
  4. Iron Man
  5. Electric Funeral
  6. Hand Of Doom
  7. Rat Salad
  8. Fairies Wear Boots

2 Responses to “Black Sabbath – Paranoid”

  • Marcello Zinno
    Marcello Zinno

    Sembra che all’epoca questo album si dovesse chiamare proprio “War Pigs” ma poi qualcuno pensò che i riferimenti alle guerre ed alla politica erano troppo diretti e quindi si optò per Paranoid. Comunque grande disco e bella recensione!

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  • Gianluca Scala
    Gianluca Scala

    Qui si parla di storia nella maniera piu’ assoluta. Paranoid e’ anche il disco del catalogo Black Sabbath che e’ riuscito a vendere oltre 6 milioni di copie in tutto il mondo. E non son poche, nonostante dopo arriveranno altri albums giganteschi muiscalmente parlando che pero’ serviranno solo a tenere vivo il nome della band.

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