Area – Arbeit Macht Frei
La musica negli anni ’70 si differenziava principalmente in due grandi categorie: quella impegnata e quella “frivola”. Il prog non faceva eccezione a ciò. Così come la P.F.M. o il ‘Banco’ erano considerati la punta di diamante del prog “frivolo” (e ci scusiamo per questa definizione sicuramente elementare) gli Area erano gli alfieri del prog impegnato. Area: international POPular group. Internazionali in quanto avevano un Greco (Stratos), un Belga (Busnello) e un francese (Djivas). Quasi come nelle barzellette! POPular in quanto erano tanto per le masse quanto, per ciò che ai tempi era “lecito” come Pop. Basti pensare al loro ‘elleppì’ (che bella parola!) d’esordio che, sin dalla copertina, voleva rappresentare un punto di svolta e rottura con tutto ciò che era allora di “moda”. Dei pupazzi bloccati da un grosso lucchetto Yale, con un maschera in testa da dove sbucavano grosse labbra, e con in mano la chiave per “rendersi liberi”. Un che di dadaista che si rispecchia con la foto dei musicisti all’interno: in uno spazio bianco e puro si stagliano sei persone tra immagini ideologiche. Falce e martello, un angelo, iconografia della morale cattolica, una pistola di cartone (che in origine era allegata al vinile), una Kefiah, simbolo delle lotte palestinesi. Ed il titolo; il Lavoro Rende Liberi assume un significato sinistro sotto questa ottica. I pupazzi in copertina? Quelle sei persone all’interno di quella stanza? La musica in questo album non è delle più semplici, diciamolo pure. Non è un prog immediato, alla Impressioni Di Settembre, nonostante il disco si apra con Luglio, Agosto, Settembre (Nero), che diventerà uno dei brani più richiesti dal vivo ed una delle loro dannazioni.
Il disco esce in un periodo duro per la storia del nostro Paese, il 1973. Vediamo che succedeva: la definitiva fine della guerra del Vietnam, Franca Rame che viene violentata e seviziata da un gruppo di neofascisti, il rogo di Primavalle (e sottilineamo che i morti non hanno colore politico), la solita Dc sempre al potere, con Fanfani segretario, scoppia l’epidemia del colera nel meridione, viene definitivamente sciolta l’organizzazione Ordine Nuovo per violazione del divieto di ricostruzione del partito fascista. Nel mondo tre sono gli eventi di punta: il Watergate, il Golpe, diretto dal generale Pinochet, che porrà fine al governo di Salvador Allende e darà l’inizio al terrore in Cile, l’uscita dell’album The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd. Queste le basi, torniamo al disco. Dunque gli Area si muovevano in un contesto, se vogliamo, rivoluzionario. Tra Parco Lambro, Re Nudo, e le varie feste del partito Comunista questi sei musicisti, già con numerose esperienze alle spalle, decidono di creare qualcosa di nuovo, estremo. Riuniti dal compianto Gianni “frankenstein” Sassi, deus ex-machina dell’etichetta Cramps, danno alle stampe questo lavoro. Demetrio Stratos alla voce dimostra cosa vuol dire poter cantare in un altro modo, cosa vuol dire “cantare la voce”; questo abbandonato lo stile pop-soul del passato, quando veniva paragonato ad un giovane Tom Jones, per affrontare il buio della sperimentezione più estrema e paranoica, così come dimostreranno i suoi album solisti (specie l’ostico Metrodora o i suoi concerti per voce sola o al massimo accompagnato dal violino di Lucio Fabbri, un altro demolitore del proprio strumento).
Paolo Tofani. Chiamarlo chitarrista è riduttivo. La chitarra nel progressive è sempre stata la Cenerentola. Si, insomma, tastiere, synth, bassi poderosi ma la povera sei corde aveva sempre questo “suonino”, ronzante. Il buon Tofani se ne accorge e passa lo strumento in un sintetizzatore Vcs 3 (quello di On The Run dei Pink Floyd per capirci). La prima chitarra synth della storia! Frank Zappa e Pat Metheny ringraziano. Solo per questo album troviamo Busnello ai fiati e Djivas al basso. La formazione nel successivo lavoro si snellirà con la presenza di Ares Tavolazzi al basso (si, quello di Ufo Robot), mentre Djivas entrerà nella P.F.M. con i quali suona ancora oggi. Una voce araba ci introduce alla già citata Luglio, Agosto, Settembre (Nero). La poderosa voce di Demetrio Stratos, già noto per aver fatto parte dei Ribelli autori della storica Pugni Chiusi, recita i primi versi storici ossia il “…Giocare col mondo facendolo a pezzi…” e da lì a poco entra la band con un riff di chiara ispirazione orientale suonata all’unisono da Tofani, unico vero genio della sei corde in Italia, e Busnello al sax. Reminiscenze kingcrimsoniane in bella vista, sassofoni free su selvagge percussioni ricordano all’ascoltatore il vero e proprio Settembre Nero (parole chiave: Monaco, olimpiadi, 1972, massacro).
Seguono Arbeicht Macht Frei, con quel suono tra l’avantgarde di Frank Zappa, Edgar Varèse, i Soft Machine, fino al Miles Davis di Bitches Brew, Consapevolezza, Le Labbra Del tempo, 240 Chilometri Da Smirne, fino all’epocale L’abbattimento Dello Zeppelin. Prog allo stato estremo, contaminato da tutto ciò che è possibile, jazz, rock, pop, creando un unicuum difficilmente ripetibile all’epoca. Lunghi brani strumentali, con un cantato ridotto al minimo. Tutto è meditato, ogni piccolo aspetto fin dalla scelta dei titoli, che vogliono essere un grido di rivoluzione rispetto alla borghesia e al perbenismo dell’epoca. Gioia e Rivoluzione. Primo capitolo di una lunga, irripetibile, discografia che terminerà giusto con la fine di quei fantastici anni ’70 quando arriverà l’ora che …Gli Dei Se Ne Vanno.
| Autore: Area | Titolo Album: Arbeit Macht Frei |
| Anno: 1973 | Casa Discografica: Cramps |
| Genere musicale: Progressive | Voto: 9 |
| Tipo CD | Sito web: http://www.area-internationalpopulargroup.com |
| Membri band:
Demetrio Stratos – voce, organo, still drums Patrizio Fariselli – pianoforte, piano elettrico Giulio Capiozzo – percussioni Patrick Djivas – basso, contrabbasso Victor Busnello – Ance Paolo Tofani – chitarra, vcs 3 |
Tracklist:
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