Black Sabbath – Master Of Reality
Dopo i primi due album stratosferici, i Black Sabbath non intendono certo vivere di rendita. Se negli album precedenti aveva scioccato per i testi cupi, antimilitaristi ed ossianici, con Master Of Reality, rilasciato alla metà del 1971, il gruppo aggiunge di suo una “invenzione” personale di Iommi, che sarà, anch’essa, fonte di ispirazione per tutto il genere. A causa di un incidente sul lavoro occorsogli in fabbrica, Iommi resta privo di alcune falangi della mano destra: per poter quindi meglio pigiarle sulle corde, decide di “abbassare” di una tonalità l’accordatura dello strumento: il leggendario “downtuning” che tanti padri (tutti spurii, tuttavia) avrà un seguito. Il risultato: i toni e le timbriche assumono una direzione ancora più cupa, che magicamente consegna alla storia anche questo terzo loro lavoro. Il tutto lo si nota sin dall’opener: Sweet Leaf si apre con dei colpi di tosse di Ozzy che subito spianano la strada ai riff ossessivi e ripetuti di Iommi, su cui il lavoro della sezione ritmica si destreggia alla grande, per concludersi con una cavalcata generale che rende già il sapore del disco. After Forever smentisce tutte le dicerie sul gruppo: il satanismo loro imputato viene soppiantato addirittura da tematiche “cristiane” che inneggiano alla salvezza dell’anima. La struttura del brano ricalca in pieno le tematiche ivi trattate, la chitarra di Iommi è “svezzante” al punto giusto e la melodia, di facile ascolto, a volte ammicca all’orecchio attento quale messaggio subliminale sì, ma in senso positivo. Ward e Butler compiono sino alla fine il proprio dovere ed anzi sono essi a condurci con vigore alla fine di un ottimo brano.
In Embryo ascoltiamo Iommi cimentarsi per la prima volta con l’acustica, la quale lascia spazio ad una gradevolissima “jam” della sezione ritmica, in cui svetta il basso del sempre valido Butler. A seguire uno dei “must” del disco: Children Of The Grave, nell’interpretazione roca e quasi irritante di Ozzy, resta ancora oggi uno dei brani imperdibili in ogni loro concerto. Il refrain martellante, la sei corde ossessiva ma non opprimente, il drumming potente e delicato al tempo stesso ed il basso penetrante danno vita ad un altro momento storico della band: non appaia irriverente ricordare questo brano nelle interpretazioni, diverse ed entrambe superbe, dell’istrionico Ozzy e del leggendario Ronnie James Dio. Con Orchid fronteggiamo il secondo momento acustico del disco: in due minuti, Iommi ci ricorda atmosfere quasi “medievali”, di rainbowiana memoria. Il tutto,con arpeggio ed arrangiamento di gran classe. Lord Of This World è un brano particolarissimo: i tempi sono volutamente rallentati, la voce di Ozzy appare quasi “microfonata” ad arte per sembrare ancor più cupa e metallica. Iommi dispensa il suo refrain elettrico con precisione chirurgica e tiene botta alla grande alle sapienti interruzioni vocali del singer. Il tutto, condito da una maestosa e sapiente collaborazione tra Ward e Butler che, anche in questo brano, ci offrono all’unisono una superba prestazione in un’altra gemma del disco. La conclusione deve spettare ad Iommi, il quale dispensa sino all’ultima nota il suo tocco.
Solitude è il brano più controverso dell’album: ascoltandolo con attenzione, non appare possibile che al microfono via sia Ozzy: infatti, la leggenda vuole che sia addirittura Ward a cantare il brano. Anche se potrebbe essere lecito il dubbio, data la timbrica, questa notizia si rivela poi fasulla, è proprio un “irriconoscibile” Ozzy a declinare queste strofe medievaleggianti, dove il flauto (!) di Iommi lo accompagna in un viaggio quasi lisergico che non sfigurerebbe in un lavoro dei Jethro Tull. Davvero un’altra gemma del disco, che scorre delicatamente anche grazie al piano dello stesso Iommi, qui nella doppia veste di menestrello e pianista. Come chiudere degnamente anche questo lavoro? Il gruppo, nel 1971, aveva già le idee ben chiare: Into The Void ci riconsegna al passaggio finale la materia prima della band; durissima la chitarra di Iommi, esecutiva come un killer la sezione ritmica, limpido e “giovanile” il cantato di Ozzy. La melodia scorre veloce, di facile ricezione: l’intermezzo centrale strumentale cede ancora il passo alla voce sempre energica che Ozzy mette a disposizione del grupppo. Superba la jam di cui sopra detto, con un’improvvisazione di tutti gli strumenti affiatata come non mai ed ancora decisa ad offrirci note su note. Dal canto suo,Ozzy si compatta per l’ennesima volta e decide di trascinare di persona il gruppo verso la conclusione: ma i 3 “grandi mustacchi” non vogliono abbandonare la presa auricolare dell’ascoltatore e sino all’ultima nota ci tempestano in un uragano di riff, tamburi pestati a dovere e giri di bassi fulminanti, per una conclusione davvero da campionato mondiale.
Il disco giunge al termine, ne si resta contriti, ma al tempo stesso fiduciosi che di lì a breve il quartetto di Birmingham avrebbe sfornato ancora capolavori in serie…La storia continua…eccome!
| Autore:Black Sabbath | Titolo Album: Master Of Reality |
| Anno: 1971 | Casa Discografica:Vertigo/Warner Bros |
| Genere musicale: Hard Rock, Heavy Metal, Doom | Voto: 8 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.blacksabbath.com |
| Membri band:
John “Ozzy” Osbourne – voce Tony Iommi – chitarra,flauto e piano Terrence “Geezer” Butler – basso Bill Ward – batteria, percussioni |
Tracklist:
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Per me il più bello dei Sabbath. Potentissimo, cattivo, immediato…Children vale da solo l’album! Voto: 10.
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