Verbal – Verbal
Ormai la musica è divenuta una sfida. Viviamo l’epoca in cui le band, soprattutto quelle esordienti, cercano di sfidarsi l’un l’altra come un continuo confronto con quello che viene ideato in giro, invece di concentrarsi sulla propria identità e trascenderne una musica singolare. È così che le band continuano a tuffarsi nella sperimentazione, conferendo di anno in anno, di decennio in decennio, un significato via via diverso. In questi anni le sfide sono principalmente due: mescolare quante più radici musicali possibili (chi ha pensato all’elettronica, al dub o al raggae?!) e raggiungere se non oltrepassare i confini del post-rock. I Verbal, giovane combo bergamasco, si inseriscono in questo scenario e puntando su musiche prettamente strumentali prendono spunto dal rock moderno ficcando granelli di apprendimento da scene varie e portandosi ancora più avanti nel tempo. Ci ricordano molto i Radiohead, pur non richiamando la loro proposta musicale: l’approccio è simile, rompere gli schemi, creare l’inatteso, giocare con gli umori dell’ascoltatore e con ciò che lui non si aspetterebbe.
È su questi presupposti che le chitarre diagonali e matematicamente costruite dell’opener Double D Marvin irrompono e ci fanno pregustare un math-rock che presto sfumerà in un rock psichedelico al suon di “Scheiße meine kleine” (questo recita il testo di Kasper Hauser, un brano che racconta la storia di un ragazzo di inizio ‘800 tenuto ostaggio per dodici lunghissimi anni). È qui la vera anima del quintetto che trova proprio nell’esperienze pre e post-floydiane (chiaramente anche The Mars Volta) pane quotidiano e intende sputire ancora di più scegliendo appunto un nome di un personaggio per ogni brano del proprio esordio discografico: come il comico Benny Hill riflettuto nella compulsiva traccia num. 5 con i suoi cambi di tempo da incubo, o Orwell che ripesca il math-rock più allucinato e grazie ad un basso impulsivo mette in note tutta la frustrazione degli animali che speravano in una rinascita dopo aver preso possesso (ma non titolarità) della propria fattoria.
Coronado è ispirato a Francisco Vázquez de Coronado, il conquistatore spagnolo che venne dopo Cristoforo Colombo, e propone dei viaggi a tratti fallimentari che però in musica divengono difficili da digerire; Kobayashi è presentato come uno dei cognomi più comuni in Giappone…qual è la metafora? È semplicemente un brano particolare, con un nome comune, in una terra molto lontana dall’immaginario collettivo, così come questo lavoro è particolarmente distante da come viene inteso oggi il rock. Un album che richiede non solo una certà maturità ma una grande dose di coraggio e per questo a noi piace molto.
| Autore: Verbal | Titolo Album: Verbal |
| Anno: 2012 | Casa Discografica: Neverlab |
| Genere musicale: Post-rock | Voto: 7,5 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.verbalband.com |
| Membri band:
Gregorio Conti – basso Isaia Invernizzi – chitarra, omnichord Marco Parimbelli – chitarra, glock, percussioni Sebastiano Ruggeri – batteria Marco Torriani – tastiere, voci, campionatore, effetti |
Tracklist:
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