Black Sabbath – Sabbath Bloody Sabbath
Nel 1973 il mondo respirava aria di (ennesime) rivoluzioni sociali, diversi stati subivano il rovesciamento di regimi dittatoriali che spianavano il passo alla libertà ed alla democrazia. Questa breve digressione ci occorre quale metro di paragone, da introdurre anche nell’ambito del nostro percorso musicale relativo al Sabba Nero. Integralista al massimo nell’arco della precedente discografia, il gruppo si “apre” anch’esso al nuovo: Sabbath Bloody Sabbath, rilasciato a fine ’73, ne è la prova. Le prime tensioni che iniziano ad insinuarsi nella band tuttavia non scalfiscono l’ennesimo prodotto di qualità che il quartetto di Birmingham sfodera. Lo notiamo sin dall’opening track omonima: la voce di Ozzy appare subito “lamentosa” al suo meglio, su cui si innesta alla grande il semi acustico di Iommi che accompagna il sincopato della strofa centrale capace di offrire la spinta al botto finale rigorosamente elettrico. Il tutto intervallato da un “ritorno” vocale che prelude all’elettrificato finale: un passaggio che ci lascia nel dubbio se il brano, volutamente “ossequioso”, sia dedicato alle vittime della lotta irlandese tra protestanti e cattolici avvenuta a Londonderry nel 1972. A National Acrobat si distingue, all’interno del disco: il tono e l’accordatura della sei corde vengono tenute appositamente un’ottava sotto, in modo da fornire ad Ozzy il pretesto di modulare le strofe del brano quasi su ritmi mid-tempo che tuttavia non perdono l’originaria intensità del ritornello. Da sottolineare ancora l’ottimo lavoro di Ward alla batteria che rende il suono “sporco” quanto basta per issarsi tra le gemme dell’intero album grazie alla performance dell’ultimo minuto (nel senso letterale del termine) del brano, in cui Iommi sfodera un “solo” mostruoso.
Fluff è un delicato esercizio di stile: Iommi si cimenta da par suo all’acustica in un raro momento di raccoglimento interiore con la sei corde, su cui egli stesso innesta un delizioso arpeggio di pianoforte che permea tutto il brano di raro pathos e partecipazione. Giungiamo così a Sabbra Cadabra: brano davvero gradevole, in cui Ozzy si cimenta (a modo suo) da “screamer”, inanellando urla graffianti una dietro l’altra. Iommi non si tira indietro e per non essere da meno intervalla il jazzato, lo slang, l’elettrico, il ritmico e così via. Non dimenticando inoltre un piccolo dettaglio: su questo brano si esibisce alla grande nientemeno che il non accreditato Rick Wakeman, che Iommi ingaggiò di nascosto per l’occasione. Le sue delicate linee pianistiche rendono anche questo brano uno dei top del disco. Killing Yourself To Live riflette il momento particolare di Butler: scritto da quest’ultimo durante un suo ricovero ospedaliero per problemi ormai conclamati d’alcool, il brano è duro quanto basta, nervoso nel suo snodarsi attraverso una sonorità quasi rozza, che non avrebbe sfigurato nei primissimi lavori del gruppo. La sei corde di Iommi è ruvida ed egualmente ritmata e nell’evolversi del riff centrale ricorda il Blackmore di Wring That Neck: lo stile personale del “grande baffo” tuttavia riemerge alla grande nelle quartine successive dove alla voce ancora presente di Ozzy fa da contraltare una grande sezione ritmica di Ward e Butler che di pari passo ci conducono ad una fenomenale conclusione del brano.
L’elememto prog, ormai a tratti incombente, fa capolino in Who Are You: costruito su una semplice ma efficace base di riff sintetizzati, il cantato di Ozzy riesce per un attimo a toglierci gli abiti di metallari incalliti per farci assumere quelli di sognatori avvinti da melodie medievali. Tuttavia il refrain centrale non ci tragga d’inganno: il quartetto non si adagia sulle precedenti melodie ed anzi, sempre in un’unione con il sintetizzatore, ci conduce con delicatezza al dissolvimento finale. Looking For Today ci offre ancora una superba prova della band: Ozzy ci appare ancora motivatissimo nell’offrirci note acutamente emesse: Iommi ancora alle prese con l’acustica nel medley centrale ci offre uno spaccato di simil-jazzato, che presto viene spazzato via dal riff metallico che sul finale del brano ci stordisce la mente e pare non aver mai termine. Spiral Architect è l’epitaffio finale: mai come in questo album Iommi si sdoppia alla grande tra acustica ed elettrica con la medesima passione, il medesimo trasporto. Il lavoro di Ward consente ad Ozzy di tenere la strofa alta sino alla fine, nonostante le linee tastieristiche anche qui presenti rendano il refrain centrale orecchiabile anzi che no. La dimensione “sognante” del brano ci fa dubitare, per un attimo, di chi siano davvero gli autori; niente paura, dopo qualche giro di synth il gruppo si avvia alla conclusione rendendo le stesse linee di tastiera un elemento in più nell’economia del brano, che decolla definitivamente nel tratto finale proprio grazie ad esse. La maturazione della band è ormai allo stato finale e rende il quartetto stesso ormai pronto ai prossimi passi da intraprendere.
| Autore:Black Sabbath | Titolo Album: Sabbath Bloody Sabbath |
| Anno: 1973 | Casa Discografica: Vertigo/Warner Bros |
| Genere musicale: Hard Rock, Heavy Metal | Voto: 7 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.blacksabbath.com |
| Membri band:
John”Ozzy” Osbourne – voce Tony Iommi– chitarra Terrence “Geezer” Butler– basso Bill Ward– batteria e percussioni |
Tracklist:
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7? …un po’ tiratino!
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