13th lug2012

Black Sabbath – The Eternal Idol

by Giancarlo Amitrano

Tony Iommi è stato e resta la mente del Sabba Nero: più dello stesso Ozzy, di Ronnie James Dio e degli altri valentissimi collaboratori che si sono succeduti nella discografia della band. Come l’araba fenice, il baffuto chitarista ha saputo sempre rialzarsi dai (pochi) passaggi a vuoto della sua carriera, sia che si trattasse di attingere a nuove sonorità, sia nell’assemblare una nuova formazione all’occorrenza. Ed è esattamente ciò che si verifica anche per The Eternal Idol: salutata la miriade di turnisti occorsa per realizzare Seventh Star, Iommi riassembla stavolta una line-up decisamente più stabile. Reclutata la leggenda Bob Daisley al basso, con il fido Nicholls alle tastiere e soprattutto con il nuovo vocalist, l’ex Orion Tony Martin…la nuova avventura può partire. Sonorità di nuovo “malefiche” impregnno i solchi dell’album, sin dalla iniziale The Shining notiamo il ritorno a tematiche quasi ancestrali, su cui il cantato di Martin si innesta alla perfezione. Strutturato su un possente giro di basso, il brano si snoda attraverso il roco e sognante Martin, che dà la stura al riff centrale potente ed anche molto distorto. Accompagnato da una clip di potente impatto darkeggiante, il brano consente una partenza sparata sin dai primi ascolti del disco. Una sapiente atmosfera funerea creata da Nicholls introduce Ancient Warrior, la voce di Martin ricalca le sonorità dell’era Dio, in aggiunta ad una chitarra superbamente modulata su strofe molto mid-tempo. Il riff centrale è monumentale: tutto il Paradiso delle sei corde sta ad ascoltare l’incedere maestoso della chitarra, accompagnato magistralmente dalla sezione ritmica, per un brano da urlo.

Metal puro in Hard Life To Love: la doppia cassa di Singer rulla impetuosa, Martin si sgola a dovere per porgere su un piatto d’argento il refrain del brano articolato su due quartine di basso e batteria, che fanno da apripista a un riff di chitarra semplice, ma ossessivo e martellante, quasi dai tempi speed. Glory Ride consente a Martin il massimo dell’estensione vocale: stante il lento ma sicuro incedere del brano, questo permette al cantante di spaziare dal falsetto allo screaming con la massima nonchalance, supportato in questo dalle sapienti linee melodiche di Nicholls. Un sapiente mix che caratterizza il brano come uno tra i migliori del disco. Born To Lose è impostata su una solida linea di chitarra, attraverso la quale si evince che il gruppo vuole condurci per mano e con gentilezza al riff centrale, scaricato d’improvviso nel bel mezzo di tempi e sonorità quasi prog ma solo per un attimo. L’assolo inconfondibile del mancino è qualcosa di graffiante, coadiuvato alla grande dalla sezione ritmica, che casualmente di lì a poco incrocerà i destini della band di Gary Moore. Ancora un grande intro di Nicholls ci conduce all’incubo degno del titolo: Nightmare è un azzeccata simil-ballad, sempre dai tempi rigorosamente hard. La voce di Martin ci sorprende ancora per la sua graffiante profondità, basso e batteria sono concentrati al massimo per produrre azzeccate melodie. Il ghigno satanico di metà brano ci rimanda alle atmosfere in puro stile-Ozzy, salvo poi ricondurci alla realtà, fatta di sbandamenti vocali e chitarristici sapientemente costruiti.

Una maestosa acustica tratteggia Scarlet Pimpernel, un esercizio di stile che in un paio di minuti ci coglie impreparati, non imbracciando Iommi tale strumento ormai da tempo. Purtuttavia, grande atmosfera sognante e di impatto sicuro, in solo due minuti… Ancor più heavy, verso la fine del disco Lost Forever che scivola come un proiettile sparato in pieno volto, a distanza ravvicinata. Tira dritto per tutta la durata, senza cedimenti: Martin e Singer protagonisti assoluti del brano al cui servizio stavolta è “il grande mustacchio” che piazza la zampata da par suo proprio nel momento apicale del cantato, che qui deve necessariamente cedere il passo, salvo poi ritornare nel finale con le ultime linee sonore che schizzano superbamente oltre il muro del suono. Arriviamo alla fine con la title track, Eternal Idol, che non avrebbe sfigurato 17 anni prima al loro esordio: le atmosfere di dannazione si respirano a pieni polmoni, Iommi si mantiene quasi in una dimensione di trascendenza musicale, con semiacustica ed elettrica appena accennata; Martin che declama con fare luciferino ogni umana miseria, appoggiato in toto anche dalla sezione ritmica, che con un sapiente uso della grancassa e del basso pesante, sforna ancora un masterpiece. Tagliente come un’accetta, si snoda attraverso le onnipresenti tastiere che disegnano ancora l’Inferno in terra, in cui il singer evidentemente si trova a suo agio come pochi.

Migliore conclusione non poteva esservi, per un disco originariamente concepito per le linee vocali del compiantissimo Ray Gillen, poi ingiustamente defenestrato. Resa sonora tuttavia ottima anche con Martin, che da questo disco inizia una proficua e fortunata collaborazione con il Sabba Nero…il sipario è lungi dal calare.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: The Eternal Idol
Anno: 1987 Casa Discografica: Vertigo/Warner Bros
Genere musicale: Hard Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

Tony Martin – voce

Tony Iommi – chitarra

Bob Daisley – basso

Eric Singer – batteria

Geoff Nicholls – tastiere

Bev Bevan – percussioni su traccia 7

Tracklist:

  1. The Shining
  2. Ancient Warrior
  3. Hard Life To Love
  4. Glory Ride
  5. Born To Lose
  6. Nightmare
  7. Scarlet Pimpernel
  8. Lost Forever
  9. Eternal Idol

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