by Giuseppe Celano
Gli A Perfect Circle nascono nel 1996 a Los Angeles su iniziativa di Billy Howerdel che propone dei brani inediti a Maynard. Il cantante losangelino ne rimane affascinato tanto da proporre a Billy di inciderli insieme formando una band a cui si uniscono il batterista Josh Freese, la bassista Paz Lenchantin e il chitarrista Troy Van Leeuwen. Nel 2000 esce Mer de Noms, un disco dall’identità ben definita, una medaglia dalle due facce, una cupa e l’altra più solare e melodica. All’interno del libretto dell’album i titoli delle tracce sono presentati da strani simboli, che sulla front cover vengono tradotti come la “cascata dei nomi”. Nell’edizione in vinile la canzone Sleeping Beauty è collegata a un intro di chitarra di circa un minuto. Over, invece, appare in una versione diversa da quella presente su cd. Per i cultori dei soliti giochi o easter eggs a cui Maynard ci ha abituato nei Tool, le parole Mer e De (Noms) possono essere fuse tra loro con un risultato che cambia il titolo del disco in “Merde Noms”. The Hollow parte diretta e sincera con una melodia trasversale, ricca di saliscendi armonici. La sezione ritmica è incisiva, ma non tribale. La melodia impera attraverso l’angelica voce di Keenan e il basso morbido di Paz s’integra a meraviglia con il rifferama più mainstream di Howerdel e delle sue controvoci (“Screaming feed me here, fill me up again and temporarily pacifying this hungering”).
Magdalena segue un percorso tutto diverso. Il basso prominente e l’uso dei synth le conferiscono una veste darkeggiante, un fascino scuro e minaccioso. La voce di Maynard sembra un lamento che stenta volutamente a diventare un vero canto, finché la sezione ritmica accelera decisamente virando verso qualcosa di più corposo. Non mancano i primi riferimenti all’ossessione preferita di Keenan: la religione (“Overcome by your moving temple, overcome by this holiest of altars”), ma il vero carattere di questo lavoro si palesa con l’intrigante Rose, un brano costruito sugli arpeggi accennati di Troy e Maynard, che spazia dal canto morbido ad accessi di potenza rilasciata sui bicorde di Howerdel. La melodia sghemba e inaspettata, l’uso di violini sul finale rendono questo brano una delle punte (gotiche) dell’intero disco (“Don’t disturb the beast, the tempermental goat, the snail while he’s feeding on the Rose, stay frozen, compromising what I will, I am”). Ma è con Judith che l’ossessione si amplifica mostruosamente, quel “fuck your god your lord and your Christ” rimbombano nella testa dell’ascoltatore, come la deflagrazione di una bomba di mille kiloton. Musicalmente empatica nei confronti del Tool sound, il brano mostra come unire potenza esplosiva, testi dissacranti e intrecci vocali a cui solo le divinità possono accedere. Nel finale il singer fornisce un’ennesima prova d’estensione per quindici lunghi secondi, prima che il brano termini in un avvitamento mortale da brivido (“Not like you killed someone, it’s not like you drove a spiteful spear into his side, talk to Jesus Christ, as if he knows the reasons why, he did it all for you”).
L’arrivo di Orestes è qualcosa di accecante. La tensione musicale si attenua attraverso la melodia, ma il testo incide la carne come fosse guidato dalla mano sapiente di un chirurgo plastico. La bellezza fulminante della sua struttura costringe a insistere sul tasto play fino all’avvenuto crampo alle orecchie e successivo collasso emozionale. L’arpeggio circolare pulito, i synth gotici e le voci si rincorrono in un amplesso di melodie intrecciate fra loro. Il controcanto di Billy apporta un valore aggiunto capace di evocare un turbine di sensazioni goderecce. La carne pulsa e i nervi sono tesi a fagocitare voracemente tanta bellezza espressa nel vertiginoso finale in cui i sensi s’infuocano attraverso il flusso vitale del sangue (“Gotta cut away, clear away, snip away and sever this, umbilical residue that’s keeping me from killing you”). Di fine grana e di altrettanta bellezza è la successiva Three Libras, adagiata delicatamente sull’arpeggio acustico unito al violino che fanno da tappeto per un’altra straordinaria prova vocale. Una ballad incalzante, così ricca di pathos da creare un senso di smarrimento di fronte a tanta romantica e ammaliante tragicità (“Threw you the obvious, and you flew with it on your back, a name in your recollection, down among a million, say: difficult enough to feel a little bit disappointed, passed over, when I’ve looked right through, to see you naked and oblivious, and you don’t see me”).
Ancora strascichi di atmosfere dark in Sleeping Beauty. È davvero incredibile la duttilità della voce di questo singer; la sua ugola sembra poter evocare il fuoco, spegnere un incendio, raggelare o regalare emozioni che ammutoliscono. Ancora una volta Maynard si piazza al centro dell’attenzione, ma senza sminuire i suoi compagni di viaggio, (im)ponendosi alla guida della spedizione in questo “mare di nomi” biblici (“Sleeping beauty, poisoned and homeless, you’re far beyond a visible sign of your awakening, failing miserably to find a way to comfort you”). Ancora sound nero come pece in Thomas. Sebbene il pezzo sia costruito su arpeggi acustici e passaggi centrali rarefatti, l’ingresso prepotente del basso e le voci trattate elettronicamente colpiscono come un maglio distruttivo (“Illuminate me, I’m just praying for you to show me where I’m to begin, hoping to, hoping to reconnect to you”). Renholder (dedicata a Danny Lohner) è una strana ballata eterea; i violini e le tablas evocano atmosfere sciamaniche nel canto trascinato, che crea una melodia che difficilmente si dimenticherà, una volta entrata in testa. Thinking Of You è un brano a tinte cupe; la batteria viene trattata elettronicamente e Maynard sfoggia la sua solita capacità camaleontica di giocare con chiaroscuri affascinanti, su cui il basso pesante disegna man a mano la strada da seguire (“Lying all alone and restless, unable to lose this image, sleepless, unable to focus on anything but your surrender”).
Il successivo highlight di questo viaggio è Brena, ballata dedicata alla compagna di Keenan, qui particolarmente ispirato nel canto. Le chitarre esplodono nel chorus prima che la melodia riduca la pressione interna di un brano davvero straordinario nel songwriting e nell’effetto complessivo. Brena è una coccola, un massaggio all’anima con un delicatissimo assolo che conduce l’ascoltatore verso un timido finale in punta di piedi. Il brivido lungo la schiena è un must (“Show me lonely and show me openings to lead me closer to you, my dear Brena, feeling so vulnerable, but it’s alright, opening to…heal me”). Over, dal titolo esplicativo, è la degna conclusione di questo lavoro che s’affaccia con elegante prepotenza, pennellando nuovi scenari d’inizio millennio. Poche note al pianoforte sostengono i versi appena accennati dalle corde vocali di un Keenan remissivo, immerso nei suoi pensieri, quasi distratto dal nuovo orizzonte che gli si pone davanti (“Been over, been over this before”).
Se i Tool sono il lato più razionale della mente di James Maynard Keenan, la sua nuova creatura appare come qualcosa di forte e fragile allo stesso tempo, “minata” dall’emozionalità e da testi che lasciano intravedere un fianco scoperto e più umano. Mer de Noms apre un nuovo modo di comporre musica in cui la tecnica si piega al volere dell’emozione, il songwriting s’arricchisce di particolari cangianti, mai pomposi né fini a se stessi, ma necessari per descrivere le poliedriche mutazioni dei sensi, che nei vortici di questo lavoro trovano un soffice talamo per copulare, raggiungendo delicati e prolungati amplessi sonici.
| Autore: A Perfect Circle |
Titolo Album: Mer de Noms |
| Anno: 2000 |
Casa Discografica: Virgin Records |
| Genere musicale: Rock |
Voto: 8 |
| Tipo: CD |
Sito web: http://www.aperfectcircle.com |
| Membri band:
Maynard James Keenan – voce
Billy Howerdel – chitarra
Paz Lenchantin – basso
Troy Van Leeuween – chitarra
Josh Freese – batteria, percussioni |
Tracklist:
- The Hollow
- Magdalena
- Rose
- Judith
- Orestes
- 3 Libras
- Sleeping Beauty
- Thomas
- Renholdër
- Thinking Of You
- Breña
- Over
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