by Amleto Gramegna
Sicuramente ognuno di noi ha una lista di “intoccabili”, quei famosi album da portare sull’isola deserta. Per chi scrive, questo è sicuramente uno dei cinque intoccabili dischi della propria vita. Interamente scritto, registrato, suonato e diretto da sua maestà Stevie Wonder, Song In The Key Of Life rappresenta un punto di rottura in tutta la storia del funk, rock, r&b e chi più ne ha più ne metta. L’artista proveniva da una serie di dischi fortunatissimi: Talking Book, lo stupendo Innervision (che conteneva la mitica Higher Ground, ripresa dai Red Hot Chili Peppers) e l’incompreso, ma stupendo, Fulfillingness’ First Finale. Realizzare un altro album alla pari dei citati sembrava impresa quasi disperata, ma Dio ci mette la mano, e Wonder realizza il lavoro della propria vita. E non uno, bensì due album e neppure, in quanto l’edizione originale in vinile era formata da due dischi più un 45 giri con altre quattro canzoni. Opera monumentale dunque, ma arrivare a ciò non fu semplice: anzitutto Stevie meditava da tempo l’idea di un concerto di addio per ritirarsi definitivamente dalla musica e trasferirsi in Africa, al fine di ritrovare la sua coscienza di uomo afro-americano. Dopo molti tentennamenti e la ritrovata fede in Dio, vero ispiratore del disco, La Tamla Motown (etichetta al quale l’artista rimarrà legato tutta la vita) gli offre un contratto miliardario e la possibilità di incidere quello che voleva, nel modo a lui più congeniale. Detto fatto.
Chiamato un buon numero di amici e musicisti, Stevie si mette all’opera e il 28 settembre del 1976 nei negozi americani viene consegnato questo capolavoro. Intendiamoci, Wonder è sulla scena sin da ragazzino, uno dei più giovani artisti della Motown. Dall’età di 12 anni incide dischi di valore assoluto dove si dimostra un valente polistrumentista. Pianista anzitutto ma non dimentichiamoci il suo lavoro all’armonica cromatica che lo farà conoscere anche in Italia. È nota la sua partecipazione al festival di San Remo nel 1969 accompagnando Gabriella Ferri in Se Tu Ragazzo Mio, così come la sua incisione, in Italiano, del brano Il Sole È Di Tutti. Ma non divaghiamo e torniamo al nostro album. Il primo disco si apre con Love’s In Need Of Love Today splendida ballata soul, tornata di moda in questi giorni, purtroppo, in quanto eseguita ai funerali della compianta Withney Houston. Dal primo brano in avanti sarà un terremoto sonoro. Ogni brano è, praticamente, migliore del precedente fino alle vette di Sir Duke, dedicata a Duke Ellington, con quel bridge di sassofoni, batteria e basso che mette allegria e buonumore (occhio a come se la ride Wonder e alle sue frasi… “Marvelous!”) e I Wish, energico funky con una linea di basso da antologia del groove. Brano tornato noto al grande pubblico per essere stato coverizzato da Will Smith in Wild Wild West (con la presenza dello stesso Wonder alla voce).
Non mancano momenti più rock con Contusion caratterizzato dalla bella chitarra di Michael Sembello (che raggiungerà il successo personale nel 1983 con Maniac tratto dal film Flashdance) e i due capolavori Village Ghetto Land e Pastime Paradise. Il primo è una song di denuncia delle condizioni dei ghetti americani dove Wonder suona tutti gli strumenti, dimostrando la sua bravura, come già accennato, di polistrumentista. Molto particolare il brano in quanto potrebbe essere stato composto per un quartetto d’archi (tale è la sua impostazione) ma è interamente suonato al sintetizzatore. Il secondo è un brano particolarmente noto nella versione proposta da Coolio, nel 1995, come Gangster Paradise, colonna sonora del film Pensieri Pericolosi. Da notare, nella sua versione originale i fantastici cori (Wonder portò in studio degli Hare Krishna). Il secondo disco si apre con il piccolo classico Isn’t She Lovely? Dedicato a sua figlia Aisha. Bellissima l’intro di batteria e basso synth (suonato sempre da Wonder) così come il lungo assolo finale di armonica cromatica. Carina l’idea di un cameo di Aisha, alla fine del brano, che “parla”, per così dire avendo pochi mesi, con il padre. Tra i capolavori qui presenti (e qui ne sono presenti eh!) l’incredibile Black Man brano che affronta il tema del razzismo indicando come scopritori, o benefattori dell’umanità, uomini di tutte le razze e colori. Particolarmente all’avanguardia l’idea di portare in studio maestri elementari, con le loro rispettive classi. Da ascoltare per capire, merita davvero.
La delicata If It’s Magic, brano per arpa e armonica, fa da intro al vero capolavoro del disco: As. Riportata al successo nel 1998 da George Michael e Mary J. Blige, che ne fecero una versione alquanto leccata in verità, senza alcun mordente, qui è nella sua versione originale e allucinata. Il brano inizia in maniera alquanto soft per poi esplodere nel trascinante ritornello. Da notare il bellissimo assolo di Fender Rhodes suonato da Herbie Hancock (!), e il “cambio” di voce di Stevie nella lunga coda finale. Il testo è una dichiarazione d’amore alla propria donna con immagini molto forti:
“…Until the day is night and night becomes the day – Always
Until the trees and seas up, up and fly away – Always
Until the day that eight times eight times eight is 4 Always
Da As si passa a Another Star. Bellissimo il “na-na-na-naa” che apre il brano e lo trascina, come in uno scatenato ballo, sino alla sua chiusura. Ah, qui ci suona uno che si chiama George Benson eh! Dicevamo dell’ EP. In vinile le ultime quattro canzoni sono contenute in un dischetto aggiuntivo (naturalmente la ristampa su cd non ha questo problema). Sono quattro belle tracce, un minimo inferiori rispetto a quelle presenti sui due dischi ma, parlando di Stevie Wonder, si tratta di brani ovviamente superiori alla media. Insomma, per chiudere, disco assolutamente al top, saccheggiato e “samplizzato” da una generazione intera di artisti hip hop (solo George Clinton con i suoi Funkadelic-Parliament subirà un trattamento uguale). Purtoppo anche disco di stop per Wonder: il successore, l’ambizioso Journey Through “The Secret Life of Plants” non avrà il successo sperato e gli anni ’80, sebbene per lui molto fortunati (vedi Hotter Than July o la colonna sonora de La Signora in Rosso) da un punto di vista commerciale, non saranno forieri di album così memorabili. Un singolo, forse due, ma di album davvero memorabili neanche l’ombra. E tuttavia basta pensare che questo disco, sebbene ultimo capolavoro, segnerà la strada del suo figlioccio ideale: Prince.
| Autore: Stevie Wonder |
Titolo Album: Song In The Key Of Life |
| Anno: 1976 |
Casa Discografica: Tamla |
| Genere musicale: Funk |
Voto: 10 |
| Tipo: Cd |
Sito web: http://www.steviewonder.net |
| Membri band:
Stevie Wonder – voce, armonica, tastiere, chitarre, batteria, basso
Ospiti:
Nathan Watts – basso
Michael Sembello – chitarra
Snuffy Walden – chitarra
Dean Parks – chitarra
Herbie Hancock – tastiere
George Benson – chitarra
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Tracklist:
- Love’s In Need Of Love Today
- Have A Talk With God
- Village Ghetto Land
- Contusion
- Sir Duke
- I Wish
- Knocks Me Off My Feet
- Pastime Paradise
- Summer Soft
- Ordinary Pain
- Isn’t She Lovely
- Joy Inside My Tears
- Black Man
- Ngiculela – Es Una Historia – I Am Singing
- If It’s Magic
- As
- Another Star
- Saturn
- Ebony Eyes
- All Day Sucker
- Easy Goin’ Evening (My Mama’s Call)
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