by Rod
“Cover band di se stessi”, “tigri senza rabbia”, “vecchietti milionari arrugginiti”, “schiavi dello showbiz”, sono questi alcuni degli spietati epiteti con cui critica e pubblico etichettarono senza mezzi termini i Metallica visti sulle scene nel periodo che va dall’uscita di Load e ReLoad (biennio 1996/97), fino all’incompreso St. Anger del 2003, passando per Garage Inc., l’album di cover del 1998 a cui seguì il progetto sinfonico del 1999, S&M. Trattasi senza dubbio di tutti album di discreto livello, in cui c’è tanto da salvare ma soprattutto tantissimo da archiviare se accostati agli immensi capolavori come Master Of Puppets nati negli anni ’80. Il momento di fare i conti con il recente passato e con i pessimi riscontri ottenuti dall’album che aveva vanamente ipotizzato in Some Kind Of Monster e Frantic i nuovi Creeping Death e Damage Inc., non arrivò a tardare. Al faccia a faccia sulla situazione recente, seguì l’ennesimo tentativo di far risorgere la band dalle sue ceneri. Dov’era finito il carisma e la rabbia di James? Che fine aveva fatto la grinta e la determinazione di Lars? Cosa era rimasto dell’estro e del mordente chitarristico di Kirk? La scelta nel 2003 del nuovo bassista Robert Trujillo, (giunto al posto del fedifrago Jason Newsted e con St. Anger da poche settimane nei negozi), portò un primo elemento rinnovativo all’interno della band, presagio di scelte che apparivano sofferte ma che si rivelarono vincenti. La svolta decisiva arrivò quando i gregari della band, acconsentirono al passaggio discografico dalla Elektra alla Warner Bros, ritenendo inoltre maturi i tempi per un definitivo calcio nelle terga dell’ormai inadeguato Bob Rock, che nel frattempo, da mero producer e consigliere del gruppo, era assurto a quinto elemento effettivo della formazione californiana.
I Nostri, vista la delicata questione, optarono per una soluzione alquanto ipocrita ma indolore, escogitando una sorta di referendum tra i fan della band i quali abboccarono alla trappola tesa dai quattro marpioni decidendone per l’epurazione, convinti di aver trovato nel biondo produttore/bassista il capro espiatorio del declino artistico del leggendario combo di San Francisco. Venne quindi assoldato il barbuto Rick Rubin, famoso per essere stato colui che, tra gli altri, ha contribuito a rendere Reign In Blood degli Slayer, la devastante pietra miliare del metallo che tutto il mondo conosce. Con in sella un nuovo bassista apparentemente alieno al lifestyle e al sound della factory Metallica ed un esperto produttore con vedute ed idee completamente differenti dal suo predecessore, i nuovi Four Horsemen, finalmente liberi dai loro fantasmi ed artisticamente rinvigoriti, poterono dedicarsi anima e corpo ad una nuova avventura discografica, culminata nel 2008 con l’uscita di Death Magnetic, l’album della definitiva rinascita della più grande metal band del pianeta. Le dieci tracce proposte sembrano ripartire dalle cose migliori viste nel lavoro precedente: un tema centrale (la morte) che fa da sfondo a testi più ispirati, potenti sferragliate di bicordo e chorus accattivanti che si memorizzano in un istante. A questi elementi vanno aggiunti il ritorno sia degli assoli di Kirk che del vecchio ringhio di James, un perfetto suono di drum simbiotico alla ritrovata verve di Lars, uno scalpitante Trujillo perfettamente integrato nel combo, il richiamo al glorioso sound veloce dei tempi del thrash che va a mescolarsi ad altri elementi che ripescano nel dorato repertorio della band e che vede il suo culmine nel terzo episodio della saga Unforgiven oltre alla presenza di una traccia strumentale.
Tocca a That Was Just Your Life il compito di aprire la sequenza dei brani in lista. Una composizione questa che pare ricalcare la struttura di un altro ben più famoso opener del passato come Fight Fire With Fire, con una intro palpitante che parte inizialmente silenziosa per poi deflagrare nella potenza di un brano thrash veloce e rampante che dirada sin da subito le nebbie diffidenti che precedono l’ascolto di Death Magnetic. In scia arriva The End Of The Line, pezzo meno veloce del precedente ma comunque incalzante e carico di ottimi riff e di interessanti soluzioni pentatoniche. Broken, Beat & Scarred ha un’anima hard rock incastonata su un avvincente giro rock/blues di Kirk, impreziosito dalle soluzioni di un instancabile Lars che finalmente torna a picchiare le pelli col vigore e la fantasia di un tempo. The Day That Never Comes, singolo di lancio dell’album, è da considerarsi come uno dei brani più articolati dell’album, costituito dalla fusione di due parti, una melodica ed una granitica; ha una struttura che ricorda vagamente quella di One¸ ma con un arrangiamento molto più morbido, un beat decisamente più domo ed una lunga frazione centrale che sfuma le spigolature esistenti tra le due parti principali, donandogli un taglio quasi progressive. Il pezzo contiene almeno due minuti buoni di inutili passaggi strumentali che, ahimè, ne sviliscono decisamente la fluidità.
All Nightmare Long riprende in mano le briglie dell’album per ripartire nella sua corsa furente per le sconfinate praterie del thrash moderno, tra bicordo assatanati ed un rinnovato Kirk che dopo averne abusato nel Black Album, rispolvera per l’occasione il caro vecchio ma sempre efficace wah-wah. Palma d’oro all’interpretazione di Hetfield che per l’occasione trova nella sua gola tutta la grinta e l’aggressività di cui è capace l’inconfondibile timbro che madre natura gli ha regalato. Cyanide è una delle migliori proposte di Death Magnetic, non propriamente un brano thrash, ha comunque un giusto mix tra hard, heavy e speed, su cui, oltre al solito carisma di James, a far da capolino c’è l’ottima prova di un Rob che, apparentemente in sottotraccia, solca invece il corso melodico del pezzo grazie anche al supporto ritmico di Ulrich. The Unforgiven III rappresenta l’ultimo capitolo di una saga iniziata con l’album nero. L’intro di pianoforte che apre il brano rappresenta un elemento unico ed innovativo per l’intera discografia dei Metallica che mai nella loro carriera avevano osato tanto. L’arrangiamento sinfonico conferisce una giusta teatralità al pezzo che, nonostante mostri una maggiore attenzione all’aspetto melodico, riesce ad allinearsi perfettamente agli altri due confratelli, pur mantenendo seco una propria identità compositiva.
The Judas Kiss sa di sudore e tatuaggi, è un pezzo ferocissimo adatto per le alte velocità che corre sul filo spinato degli esagerati assoli di un Kirk ancora alle prese col suo cry-baby e capace di trascinare la band in un groove che si esalta a suoni di watt esplosivi e di rinculi martellanti di grancassa. Suicide & Redemption, è il brano strumentale dell’album che dà soprattutto lustro alle soluzioni chitarristiche di Hetfield e Hammett. Una traccia che scivola via in maniera compatta, omogenea e sicura, sicuramente non ai livelli di Orion o The Call Of Ktulu, soprattutto perché a differenza di quanto accadeva ai tempi del compianto Cliff Burton, manca uno spazio che metta in risalto le doti bassistiche di Rob Trujillo. My Apocalipse è un altro dei capisaldi principali di Death Magnetic, un brano velocissimo davvero avvincente che, in controtendenza col resto dell’album, trae sicuro giovamento dai circa cinque minuti di durata effettiva. Il minor spazio espressivo a disposizione della band allunga la vita alla freschezza del potente brano, conferendogli immediatezza, spigliatezza ed una selvaggia voracità che lo allinea maggiormente, fra tutti, alla discografia che ha fatto le fortune della band, soprattutto per una certa similitudine allo stile che i Metallica impressero in …And Justice For All.
Come poc’anzi accennato, uno dei punti deboli di questo album è sicuramente l’eccessiva lunghezza delle tracce, probabilmente un refuso negativo non ovviato dall’esperienza di St. Anger. Se ripuliti da certi inutili fronzoli e da alcune partiture ripetute all’eccesso, i brani di questo album sarebbero stati comodi e avvincenti anche in strutture limitate ai cinque minuti circa. Purtroppo l’irrefrenabile smania dei Nostri di allungare il brodo senza badare alla sostanza, non sembra essere proprio del tutto passata. Pollice verso infine anche per la potenza audio troppo alta in volume, colpa della “loudness war”, una moda molto diffusa tra produttori e band che si danno battaglia a colpi di potenti decibel e che ha come conseguenza negativa quella di sgranare la qualità delle canzoni se spinte al di sopra di una certa frequenza audio. Nonostante ciò, finalmente, dopo oltre un decennio di delusioni ed incertezze, la folta schiera della metal militia è tornata ad osannare in un coro unanime il ritorno dei loro beniamini. Death Magnetic non è un capolavoro e non ha la pretesa di esserlo, ma testimonia con un pugno di composizioni oneste e vincenti, la ritrovata voglia di questo gruppo che ha fatto la storia della musica metal moderna, di rimettere artisticamente in gioco se stessi ed il proprio talento nel mondo dello showbiz.
| Autore: Metallica |
Titolo Album: Death Magnetic |
| Anno: 2008 |
Casa Discografica: Warner Bros |
| Genere musicale: Thrash Metal, Speed Metal, Hard Rock |
Voto: 8,5 |
| Tipo: CD |
Sito web: http://www.metallica.com |
| Membri band:
James Hetfield – voce, chitarra
Kirk Hammett – chitarra
Robert Trujillo – basso, cori
Lars Ulrich – batteria, percussioni |
Tracklist:
- That Was Just Your Life
- The End Of The Line
- Broken, Beat & Scarred
- The Day That Never Comes
- All Nightmare Long
- Cyanide
- The Unforgiven III
- The Judas Kiss
- Suicide & Redemption
- My Apocalypse
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