19th mag2012

Metallica – Load

by Rod

Cinque anni. Cinque lunghissimi anni di attesa sono serviti ai fan della più grande metal band del pianeta per saggiare l’atteso seguito in studio del pluruplatinato Black Album. Ma mentre negli anni ’90 la musica rock andava risciacquando i panni nelle cantine di Seattle, i ragazzi di Frisco decidevano di dare alle stampe Load, il loro lavoro discografico più controverso, più in controtendenza e più contraddittorio mai pubblicato sino ad allora dagli autori di One. Senza dubbio, questo disco ha rappresentato il crocevia che ha seppellito per sempre i fasti dell’era thrash segnando il contemporaneo inizio del nuovo corso populistico/sperimentale dei Four Horsemen. Una scelta difficile da digerire anche per quelle formazioni heavy che fino a qualche anno prima dividevano sistematicamente con i Nostri i tabelloni dei palchi più infuocati dell’intero globo. La falciatrice metal partita nei primi anni ’80 dalle cantine nella Bay Area di San Francisco cominciata a scricchiolare con la pubblicazione del Black Album, sembrava aver oramai arrestato la sua corsa, schiantandosi contro la nascente epopea grunge. Ad ogni modo, pur essendo un album di pregevole fattura ma fuori dai canoni Metallica, Load fu accolto con legittima diffidenza, stroncato dalla mancanza dei favori di pubblico e critica.

Il disco si presenta con alla base poche, pochissime conferme rispetto al passato (stessa line up, stesso produttore e stessa casa discografica), ma carico di stravolgimenti impensabili sino a qualche anno prima, una rivoluzione a metà tra il restyling e l’operazione commerciale studiata a tavolino. I capelli lunghi e l’abbigliamento da metallaro sudicio e scazzato, lasciarono spazio ad uno stile più modaiolo e casual, con un taglio netto alle folte chiome ed atteggiamenti in pubblico da consumati attori hollywoodiani. Questo cambio di posa risulterà in alcuni frangenti addirittura sconvolgente, come nel caso di Kirk Hammett che ne uscirà rivoltato come un calzino, quasi irriconoscibile, sovraccaricato dal make up e da altri accorgimenti stilistici come l’aggiunta di piercing e di tatoo. In un aggettivo: un mutante. Frivolezze a parte, come già accennato, l’album propone un suono decisamente non in linea con la gloriosa produzione del passato. Niente metal, niente thrash, niente speed, zero classic. Solo tanto hard rock che attinge a piene mani dal blues (soprattutto dal punto di vista chitarristico) e dal mainstream statunitense. Le feroci ed affamate pentatoniche di un tempo griffate Hetfield ed Hammett, lasciano spazio a scale, riff ed assoli semplici ma efficaci, a tratti apparentemente improvvisati, (Poor Twisted Me, Wasting My Hate) effettati dall’onnipresente wah-wah (o cry baby per i lettori hendrixiani). Ulrich e Newsted, si limitano a disimpegnare il loro ruolo con sufficienza, uscendone del tutto ridimensionati rispetto al recente passato, in cui batteria e basso avevano rappresentato il vero cuore pulsante del sound aggressivo della band. Le liriche ruotano come sempre attorno all’universo emozionale di James, il quale dopo svariati anatemi contro quella famiglia che aveva per anni demonizzato il fantasma della religione, qui inserisce due brani dedicati alla madre: Mama Said, morbida ballata dagli echi country in cui il frontman approfondisce il loro rapporto tormentato, ed Until It Sleeps, incentrata sulla lotta persa da Miss Cinthya contro il cancro. Nel cantato si intravede il nuovo stile di James, che vede affiancarsi al solito ringhio infoiato di un tempo, un’espressività vocale più di diaframma che di pancia.

Se decontestualizziamo l’album, provandolo a considerare scevro dai facili collegamenti con gli elementi tradizionali del sound Metallica, Load risulta una produzione di assoluta pregevole fattura, con un pugno di brani ricchi di idee rivoluzionarie ed avvincenti, che esprimono la voglia di voler sperimentare proponendo qualcosa di nuovo e di godibile al di fuori delle spinate trincee del metal. Se non fosse stato preceduto da veri e propri capisaldi dell’heavy, così universalmente conosciuti e riconosciuti, in condizioni normali, questo lavoro si sarebbe senza dubbio allineato a tutta la discografia precedente. Magari proponendolo come spin-off del progetto Metallica, casomai arricchito con collaborazioni prestigiose, il tutto poi inserito in un contesto promozionale valido e commercialmente meno rischioso. In verità, nessuno ha mai capito cosa avessero in testa i Metallica in quegli anni, cosa li abbia spinti a rischiare di passare da maître à penser del panorama metal planetario ad icone della più controversa contraddizione che il mondo del rock’n’roll ricordi. La sola certezza che questo lavoro tramanda ai posteri, è la voglia di dimostrare di poter essere capaci di sfornare ottimi album, mantenendo inalterata la solita spiccata attitudine nello spaccare il culo ai passeri e di sfuggire al clichè dell’artista codardo, prigioniero inerme della sua arte.

Diceva Honoré de Balzac “Durante le rivoluzioni vi sono solo due specie di uomini: coloro che le fanno e coloro che ne approfittano”. D’altronde, in questa rivoluzione chiamata rock’n’roll, chi poteva mai riuscire ad accenderne una ed allo stesso tempo ad approfittarne così bene, se non la band che più di ogni altra l’ha saputa trasformare da feroce carro armato a gallina dalle uova d’oro?

Autore: Metallica Titolo Album: Load
Anno: 1996 Casa Discografica: Elektra
Genere musicale: Hard Rock, Blues Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.metallica.com
Membri band:

James Hetfield – voce, chitarra ritmica

Kirk Hammett – chitarra solista, cori

Jason Newsted – basso, cori

Lars Ulrich – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Ain’t My Bitch
  2. 2 X 4
  3. The House Jack Built
  4. Until It Sleeps
  5. King Nothing
  6. Hero of the Day
  7. Bleeding Me
  8. Cure
  9. Poor Twisted Me
  10. Wasting My Hate
  11. Mama Said
  12. Thorn Within
  13. Ronnie
  14. The Outlaw Torn
28th apr2012

Metallica – Live Shit: Binge And Purge

by Rod

Che il Black Album sia stato uno degli album più fortunati nella carriera dei Metallica, non lo testimoniano soltanto i record di vendite che il disco fece registrare, ma soprattutto l’incredibile susseguirsi di sold out che i Four Horseman inanellarono live by live durante il corso dell’interminabile tour che accompagnò l’uscita del disco. Quel periodo, viene ancora oggi considerato come il momento di massimo splendore di una band giunta in breve tempo all’apice di una popolarità senza confini, sia dal punto di vista geografico che musicale. Nel 1993 esce nei negozi il box Live Shit: Binge & Purge che suggella con una raccolta di ben 3 cd e 2 dvd, l’incredibile potenza on stage della band americana durante gli show dal vivo. I 3 supporti audio (cd o musicassette) riguardano i concerti tenutisi il 25, 26 e 27 febbraio e l’1 e 2 marzo dello stesso 1993 al Palacio de los Deportes di Città del Messico durante il Nowhere Else To Roam Tour, mentre i due dvd (nella prima versione erano presenti 3 videocassette), concernono le performance live del 13 e 14 gennaio 1992 a San Diego durante il Wherever We May Roam Tour e i concerti del 29 e 30 agosto 1989 al Coliseum di Seattle durante il Damaged Justice Tour. Nonostante questa raccolta sia stata (ed è ancora) veduta ad un prezzo non proprio accessibile ai più, il cofanetto ha avuto un significativo gradimento da parte dei fan. Sin dall’uscita infatti, ebbe un ottimo riscontro commerciale a fronte di un packaging accattivante e di una ricca offerta musicale audio e video di altissima qualità, a cui vanno aggiunti: un booklet di 72 pagine, un pass “Snake Pit”e uno stencil dello “Scary Guy” che fa capolino in copertina, disegnato direttamente da James.

Tanta carne al fuoco quindi, per ripercorrere in un sol boccone tutto il repertorio fondamentale della produzione musicale dei Metallica composta sino a quel momento, che passa inevitabilmente dagli albori thrash metal di Kill’em All e Ride The Lightning, agli spunti classic e prog di Master Of Puppets e di ...And Justice For All, passando per le influenze hard rock presenti nel Black Album, fino alla riproposizione di alcune ottime cover come Stone Cold Crazy dei Queen, Am I Evil? dei Diamond Head o Last Caress dei Mistifs. Puro godimento, euforia metal, voglia di spaccare ed un incredibile repertorio di brani di assoluto livello eseguiti con selvaggia e cattiveria, fanno di questa raccolta una trappola emotiva infernale, esattamente come quella che ha conquistato il pubblico che mandò sold out quei live, ipnotizzato a colpi di visibilio metal dalle impressionanti performance di Hetfield e soci. Come tradizione vuole, la band viene introdotta on stage sulle note di Ecstasy of Gold, nota colonna sonora di un film del ciclo spaghetti western composta del grande maestro Ennio Morricone. Una volta calcate le tavole del palco, si accendono le luci e gli indemoniati Four Horseman danno vita, senza mai perdersi d’animo, ad uno spettacolo che corre saettante tra raffiche di capolavori come One, Creeping Death, Seek & Destroy, Blackened, Enter Sandman, For Whom The Bell Tolls, Master Of Puppets, Fade To Black, Motorbreath, Welcome Home (Sanitarium) e Nothing Else Matters, alternati a jam ed a sessioni strumentali solistiche e a curiosi intervalli in cui la fanno da padrone i brevi ma concisi monologhi di un irriverente James, che tra un sorso di birra ed un perentorio rutto partorito di petto, non perde l’occasione per rivolgersi al pubblico farcendo le presentazioni dei brani e dei membri della band con improperi ed aggettivi che definire “coloriti” è praticamente come usare un eufemismo! A far da cornice alla parte on stage, le riprese di sprazzi di quotidiano e di momenti rubati al back stage in cui lo scazzo più totale e la perenne presenza di alcolici la fanno da padrone. Attimi che fotografano atteggiamenti e situazioni ben lontane dal cliché della star viziata ed annoiata e che mettono bene in evidenza l’enorme macchina che muove il circo del rock’n’roll.

Per chi non ha avuto la fortuna di partecipare ad un loro concerto in quel periodo e, più in generale, per chi non ha mai assistito ad uno dei loro show, il Live Shit: Binge & Purge rappresenta senza dubbio un valido supporto per saggiare appieno le qualità strumentali, la padronanza sul palco e la spettacolarità di una band che, sin dagli esordi della loro carriera iniziata nei primi anni ’80, non ha mai posto limiti alla quantità indecifrabile di potenti decibel scaricati sul pubblico senza soluzione di continuità, dalle gole profonde del mostro Metallica dritte ai timpani ed alle anime del loro fedelissimo esercito di apostoli del metal.

Autore: Metallica Titolo Album: Live Shit: Binge & Purge
Anno: 1993 Casa Discografica: Elektra
Genere musicale: Speed Metal, Thrash Metal, Hard Rock Voto: 10
Tipo: CD Sito web: http://www.metallica.com
Membri band:

James Hetfield – voce, chitarra ritmica

Kirk Hammett – chitarra solista, cori

Jason Newsted – basso, cori

Lars Ulrich – batteria, percussioni

Tracklist:

CD1

  1. Enter Sandman (The Ecstasy Of Gold Intro)
  2. Creeping Death
  3. Harvester Of Sorrow
  4. Welcome Home (Sanitarium)
  5. Sad But True
  6. Of Wolf And Man
  7. The Unforgiven
  8. Justice Medley
  9. Eye Of The Beholder
  10. Blackened
  11. The Frayed Ends Of Sanity
  12. …And Justice For All
  13. Solos (Bass/Guitar)

CD2

  1. Through The Never
  2. For Whom The Bell Tolls
  3. Fade To Black
  4. Master Of Puppets
  5. Seek & Destroy
  6. Whiplash

CD3

  1. Nothing Else Matters
  2. Wherever I May Roam
  3. Am I Evil? (Diamond Head Cover)
  4. Last Caress (Misfits Cover)
  5. One
  6. So What (Anti-Nowhere League Cover)/Battery
  7. The Four Horsemen
  8. Motorbreath
  9. Stone Cold Crazy (Queen Cover)

DVD1

(VHS1)

  1. 20min. Metallimovie
  2. The Ecstasy of Gold
  3. Enter Sandman
  4. Creeping Death
  5. Harvester of Sorrow
  6. Welcome Home (Sanitarium)
  7. Sad But True
  8. Wherever I May Roam
  9. Bass Solo/Orion Jam
  10. Through the Never
  11. The Unforgiven
  12. Eye of the Beholder
  13. Blackened
  14. The Frayed Ends of Sanity
  15. …And Justice for All
  16. Drum Solo
  17. Guitar Solo

(VHS2)

  1. The Four Horsemen
  2. For Whom The Bell Tolls
  3. Fade To Black
  4. Whiplash
  5. Master Of Puppets
  6. Seek & Destroy
  7. One
  8. Last Caress
  9. Am I Evil?
  10. Battery
  11. Stone Cold Crazy

DVD2

(VHS3)

  1. The Ecstasy Of Gold
  2. Blackened
  3. For Whom The Bell Tolls
  4. Welcome Home (Sanitarium)
  5. Harvester Of Sorrow
  6. The Four Horsemen
  7. The Thing That Should Not Be
  8. Bass Solo
  9. To Live Is To Die Jam
  10. Master Of Puppets
  11. Fade To Black
  12. Seek & Destroy
  13. …And Justice For All
  14. One
  15. Creeping Death
  16. Guitar Solo/Little Wing
  17. Battery
  18. The Frayed Ends Of Sanity
  19. Last Caress
  20. Am I Evil?
  21. Whiplash
  22. Breadfan
08th apr2012

Metallica – Black Album

by Rod

Gli anni ’90 hanno rappresentato un crocevia importantissimo per tutta la musica rock e metal di fine millennio. Vuoi per l’incredibile fermento musicale in vita ai tempi, vuoi per l’avvento delle prime importanti tecnologie digitali, sono in molti a credere che lo scorso, sia stato l’ultimo decennio in grado di partorire album memorabili da tramandare ai posteri. Un periodo storico, quest’ultimo, da cui l’intero movimento musicale non ne uscirà più vivo e vegeto. Fu proprio nel 1991 infatti, che i Metallica contribuirono al cambio di passo con cui la nuova decade stava avanzando, contribuendo ad arricchire il panorama discografico mondiale con un album che ancora ai giorni nostri, divide nettamente sia pubblico che critica: l’omonimo Metallica, meglio conosciuto come Black Album. L’aver sfornato uno dietro l’altro quattro capisaldi immortali del genere thrash/speed metal e l’enorme successo in termini di vendite e di popolarità che ne era conseguito, avevano esposto i Nostri ad esigenze compositive (e quindi commerciali) diverse dal passato, in una particolare era in cui chiamarsi Metallica rappresentava forse per i membri del quartetto, più uno status simbol di se stessi che non una pluriosannata schiacciasassi da palcoscenico. Il Black Album nasce proprio dal pulviscolo di tutto quest’insieme di circostanze interne ed esterne alla band e si presenta come un lavoro discografico completamente diverso dai precedenti, non del tutto in scia allo stile che gli aveva assicurato sino ad allora soldi facili e popolarità dilagante, ma stilisticamente molto in linea con le produzioni musicali di successo in quel periodo.

Parliamo comunque di un prodotto di assoluto livello, ma che forse soddisfa meno l’arcigna metal militia, strizzando invece l’occhio a quella parte di estimatori più vicina a sonorità che rasentano il confine tra l’hard rock e il mainstream e quindi meno spietate ed incalzanti dell’heavy metal. Fu proprio questa porzione di pubblico a decretare il successo del brano di apertura del disco, Enter Sandman, un pezzo che compendia bene lo spirito dell’album, grazie soprattutto ai numerosissimi passaggi televisivi che ebbe il celebre video girato in occasione del lancio del singolo e dell’intero LP. Sad But True, è invece una traccia completamente costruita su un riff molto accattivante, la trasposizione di una presenza inquietante che non vuol mollare la sua preda. In Holier Than Thou, si risentono gli echi dello stile thrash, nonostante l’atmosfera che si respira in questo pezzo, non sia inquietante quanto quella dei fasti del passato. Unforgiven, altro pezzo di grande successo dell’album, (a cui faranno seguito negli anni, Unforgiven II e Unforgiven III), è il brano in cui Hetfield, ispirato dalle atmosfere musicali tipiche dello spaghetti western, ha voluto affrontare il tema della crescita, degli errori e dei sensi di colpa. Kirk Hammett ha più volte dichiarato di considerare l’assolo presente nella traccia, tra i suoi preferiti dell’intera produzione Metallica. Wherever I May Roam, caratterizzata dalla singolare introduzione in sitar, è un pezzo in cui la vena hard rock della band è maggiormente marcata rispetto al resto dell’LP. Nata da un giro armonico di Jason, fu pensata inizialmente come il brano strumentale del Black Album, fino a quando James non la trasformò nella versione attuale nel tentativo di fotografare scorci di vita vagabonda dei quattro metallers di San Francisco.

Don’t Tread On Me, è da molti considerato un vero e proprio incitamento alla guerra per via della frase “…to secure peace is to prepare for war“. Stilisticamente, va segnalata l’ottima prova di Ulrich, che contribuisce a rendere maggiormente efficace l’energia insita nel brano attraverso sfumature incisive e mai fini a loro stesse. Through the Never si caratterizza per quei continui cambi di velocità ispirati ai vecchi grandi classici targati Metallica. Le liriche parlano di una scoperta interiore raccontata attraverso la metafora del viaggio cosmico. Nothing Else Matters, rappresenta la prima vera ballad pubblicata dal gruppo. Un lento bellissimo e dalla struttura molto semplice che poggia la propria melodia sull’arpeggio di quattro corde prese a vuoto di chitarra pulita. Le liriche composte da Hetfield, sono il frutto di quella sensazione di lontananza dagli affetti che il frontman viveva in quegli anni e rappresentano uno spaccato molto personale della sua intimità affettiva. Gli elementi sin qui descritti e gli arrangiamenti orchestrali udibili in sottofondo, fanno di questo, il brano più rappresentativo e nello stesso tempo contestato del Black Album. I nuovi estimatori gridarono al capolavoro, mentre  i vecchi fans si sentirono traditi dall’inserimento di una composizione così mielosa all’interno di un lavoro già stilisticamente in controtendenza con l’immagine ed il sound tipico della band. Nonostante il successo planetario che il brano ebbe, sono ancora oggi in molti a credere che Nothing Else Matters abbia segnato definitivamente l’addio al thrash metal da parte del gruppo.

A seguire, troviamo Of Wolf and Man, brano in cui i Metallica utilizzano l’immagine dell’uomo lupo per soffermarsi su come l’essere umano, nonostante il processo di civilizzazione, sia ancora animato da un forte e violento istinto animale. Questa traccia preannuncia inconsapevolmente il suono che ritroveremo in lavori come Load e Reload. In The God That Failed, James da ancora sfogo alla sua risaputa critica religiosa, convogliando in questo pezzo tutti i dissapori familiari sorti in gioventù con i genitori a causa della loro ostinata abnegazione al credo del Cristianesimo Scientista. Proseguendo nell’ascolto, ci si imbatte in My Friend of Misery, una canzone che ricalca in qualche modo la scelta stilistica dei due brani che la precedono e che rimane impressa per il ritornello molto solido ed orecchiabile. In chiusura troviamo infine The Struggle Within, tentativo ben riuscito di ritorno alle origini thrash del gruppo. L’ottima velocità di esecuzione suggellata dalla buona prova di Kirk all’assolo, fanno di questo, un brano che sottolinea ancor di più la variegata presenza di elementi musicali eterogenei all’interno del disco.

Ancora oggi, nel pieno dei festeggiamenti per il ventennale dalla pubblicazione del Black Album (con tappa italiana prevista ad Udine il prossimo 13 maggio), questo disco rappresenta senza dubbio un crocevia artistico fondamentale della band, un compendio musicale in cui sono miscelati ad arte tutti gli elementi Metallica del passato e quelli che accompagneranno la band nella seconda metà della loro carriera. Tanto per citarne alcuni, un Hetfield più determinante come singer che come seconda chitarra, un Ulrich che lascia a casa il doppio pedale per dar vita a sezioni ritmiche più ragionate e meno sfrenate, un Hammett che introdurrà in maniera significativa l’uso del wah-wah negli assoli, un Newsted finalmente padrone del suo onesto quarto di spazio all’interno del combo. Ad ogni modo, che piaccia o no questo disco, i Metallica itineranti e vagabondi di quel periodo, sono stati probabilmente uno dei più importanti fenomeni musicali a livello mondiale nonché la migliore espressione live della band nella loro oramai trentennale carriera.

Autore: Metallica Titolo Album: Black Album
Anno: 1991 Casa Discografica: Elektra Records
Genere musicale: Heavy Metal, Hard Rock Voto: 9,5
Tipo: CD Sito web: http://www.metallica.com
Membri band:

James Hetfield – voce, chitarra

Kirk Hammett – chitarra, cori

Jason Newsted – basso, cori

Lars Ulrich – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Enter Sandman
  2. Sad But True
  3. Holier Than Thou
  4. The Unforgiven
  5. Wherever I May Roam
  6. Dont Tread On Me
  7. Through The Never
  8. Nothing Else Matters
  9. Of Wolf And Man
  10. The God That Failed
  11. My Friend Of Misery
  12. The Struggle Within
17th mar2012

Metallica – …And Justice For All

by Rod

Dopo la tragedia del 27 settembre 1986, nessuno poteva prevedere cosa sarebbe accaduto ai Metallica oramai orfani del talentuoso Cliff Burton. Impossibile persino per tutto l’entourage della band poter immaginare che fine avrebbero fatto i ragazzi senza l’amico scomparso. Le carte furono scoperte ben presto e la risposta arrivò come un fulmine a ciel sereno il giorno dopo i funerali di Burton. James, Lars e Kirk decisero di fare quello che Cliff stesso avrebbe voluto si facesse in una circostanza del genere: cercare un degno sostituto, scrivere un disco distruttivo e ripartire per un mastodontico tour. Fu così che l’ingrato compito di sostituire il talentuoso Burton, toccò all’ottimo Jason Curtis Newsted, un promettente bassista prelevato dai Flotsam And Jetsam, una thrash metal band di Phoneix da lui stesso fondata. L’accoglienza riservata alla matricola Newsted, ribattezzato nell’occasione“Newkid” dai senatori del gruppo, non fu delle migliori e la produzione dell’album di cui vi parleremo, ne porterà per sempre il segno indelebile. Con l’ingresso di Jason, poterono così partire le composizioni e le successive registrazioni di And Justice for All, quarto capitolo dell’epopea Metallica, uscito nei negozi il 28 agosto 1988. L’album segnò una svolta nello stile compositivo della band. Il sound già veloce e furioso, acquisì un tratto sofisticato, molto più vicino al progressive metal che al classico thrash/speed di cui i ragazzi erano stati fino ad allora tra i massimi esponenti. Come già accennato in precedenza, a dare però un marchio significativo al disco, sarà soprattutto la completa assenza del suono del basso, in parte ricalcato e sovrastato dalla chitarra di Hetfield ed in parte volutamente inciso in “low” a dimostrazione dell’indegna presenza dell’incolpevole Newsted al quattro corde al posto del compianto Cliff.  Negli anni, i membri storici dei Metallica hanno più volte fatto pubblica ammenda in merito a questa infelice scelta, pur non considerando mai seriemente l’opportunità di far uscire sul mercato una versione rimasterizzata dell’album, a riconoscimento dell’onesto contributo di Jason alle registrazioni di uno tra i lavori fondamentali della loro discografia.

Per quanto concerne i contenuti, l’album vede alla traccia n.1, Blackned. Mentre in precedenza i Metallica avevano scelto per l’apertura del disco due brani potenti introdotti da brevi parti di chitarra pulita (Fight Fire With Fire e Battery) in questo caso l’overture è lasciata ad un inquietante sibilo elettrico che parte dalle viscere profonde dell’inferno per poi aggredire rabbiosamente alla gola l’ascoltatore, sbranato dalla ferocia incredibile nel crescendo del brano. La scelta di aprire un pezzo con un brevissimo intro melodico, è stata lasciata (dal caso?) alla title-track …And Justice For All, scelta che segna quindi un’ulteriore inversione di tendenza rispetto ai due album precedenti. Nel brano viene denunciato il malcostume del corrotto sistema della giustizia, palesemente viziato dall’ombra dei poteri forti. L’elaborata Eye Of The Beholder, segna la prima significativa mutazione genetica dello stile che anima l’album e che mostrerà il suo tratto più evidente nella traccia n.4, il capolavoro One. Famosa tra i più per via del primo videoclip prodotto dalla band, One è, senza dubbio alcuno, il brano di punta del disco e tra quelli più rappresentativi della discografia dei Nostri, nonché il compendio assoluto del loro marchio: sfoggio di composizione melodica, mitragliate spietate di doppio pedale, liriche intimiste ed ispirate, furiosi cambi di tempo ed assalti pentatonici, assoli velocissimi.

A seguire, troviamo The Shortest Straw, che si caratterizza per la compattezza strumentale, molto più disciplinata e granitica; una traccia comunque veloce, fedele al tradizionale sound del passato. Harvester Of Sorrow, a dispetto del brano precedente, mostra invece un’attenzione maggiore alla ricerca della potenza vocale e chitarristica, a dispetto della solita rapidità d’esecuzione e della caparbietà solistica. The Frayed Ends Of Sanity, rispolvera echi vicini alle sonorità di Master Of Puppets e si fa notare per le continue alternanze di tempo e per l’evidente maturazione del timbro vocale di James Hetfield, divenuto più cavernoso e ancor più rabbioso che in precedenza. To Live Is To Die, ottava traccia dell’LP, rappresenta l’ultimo capitolo strumentale di questa porzione di storia dei Metallica e non poteva non essere che un doveroso tributo alla memoria di Cliff Burton. Nei suoi quasi 10 minuti, il brano si anima di quello spirito funebre che abita negli anfratti nascosti dell’intero l’album; un’occasione propizia per ripercorrere ad occhi chiusi le immagini più significative del grande Cliff, salutato dalle bellissime parole di commiato recitate da James: “When a man lies / He murders some part of the world / These are the pale deaths which men miscall their lives / All this I cannot bear to witness any longer / Cannot the kingdom of salvation take me home?”.

In chiusura troviamo Dyers Eve, la composizione più vicina al marchio thrash/speed dei Four Horsemen, in cui la fa da padrone la rievocazione di una tematica molto cara ad Hetfield: la sua infanzia ed il rapporto con i suoi genitori. Sicuramente tra i brani più riusciti dell’intero album. Non si rimane più gli stessi dopo la dolorosa perdita di un pezzo importante della propria esistenza. I Metallica lo hanno imparato sulla propria pelle e questo disco è la prova tangibile del passaggio della linea d’ombra nella loro crescita personale ed artistica. …And Justice For All si disperde tra milioni di altri sinonimi ed aggettivi che ne rievocano demoni e spiriti guida, luci ed ombre. Parole come Cliff, morte, dolore, sopravvivenza, business, prigioni dorate e maturità. Chissà quante volte i Nostri, ripensando a tutto ciò, si saranno chiesti:“Cannot the kingdom of salvation take me home?”.

Autore: Metallica Titolo Album: …And Justice For All
Anno: 1988 Casa Discografica: Elektra
Genere musicale: Speed Metal, Thrash Metal Voto: 9,5
Tipo: CD Sito web: http://www.metallica.com
Membri band:

James Hetfield – voce, chitarra

Kirk Hammett – chitarra, voce

Jason Newsted – basso, voce

Lars Ulrich – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Blackened
  2. …And Justice for All
  3. Eye of the Beholder
  4. One
  5. The Shortest Straw
  6. Harvester of Sorrow
  7. The Frayed Ends of Sanity
  8. To Live Is to Die
  9. Dyers Eve
03rd mar2012

Metallica – Master Of Puppets

by Rod

Siamo appena nel 1986 ed il mondo intero dell’heavy metal giace ancora a terra sanguinante, caduto al suolo sotto l’effetto delle potenti scosse telluriche mosse a guado delle classifiche di tutti i continenti da quattro voraci ragazzi di San Francisco. Nonostante gli svariati milioni di dischi venduti e l’importante numero di fan reclutati stage by stage, i mai domi Metallica prodotti dal fido Rasmussen decisero quindi di dare alle stampe il plurimilionario, pluridecorato e pluriosannato Master Of Puppets, l’album che vedrà spazzare via in un solo colpo camposanti e maestri occulti, morti suicidi e messia terreni, record di vendite e polemiche inopportune. L’album si apre con Battery che, come già felicemente sperimentato in Fight Fire With Fire, si apre con un brevissimo intro acustico ispirato alle atmosfere degli spaghetti western, a cui fanno seguito 5 violenti minuti di spietato thrash metal. A seguire troviamo la title track Master Of Puppets, considerata uno dei capolavori assoluti della band, caratterizzata da una magistrale interpretazione vocale di Hetfield, dal presunto miglior assolo di Hammett e dal prezioso contributo melodico di Burton al basso. La tematica di fondo del testo è nota ai più: un duro attacco sferrato senza pietà a tutte le dipendenze del mondo moderno (in primis, alla droga ndr), dipendenze che muovono come burattinai, i fili della volontà dei malcapitati burattini.

The Thing That Should Not Be si ispira invece a quei racconti di H.P. Lovecraft che, come per l’album precedente, ebbero a suggerire ad Hetfield moltissime idee compositive. Musicalmente, il brano è strutturato sulla ripetizione dello stesso riff che parte lento per poi incombere rapido nel finale incalzato dalla strofa cantata. Welcome Home (Sanitarium), traccia centrale dell’album, è l’ennesimo approccio della band ad armonie più melodiche ma comunque piene di rabbia e di disillusione, su cui si incentrano le riflessioni di un malato mentale che sogna di scappare via dalle insanità della società che lo circonda. Disposable Heroes è un brano dallo stile sonoro molto vicino alla produzione di Ride The Lightning, soprattutto per le liriche in cui vengono riproposte le riflessioni del leader della band sulla guerra e sulle sue assurde contraddizioni. In questa traccia è maggiormente evidente l’importante spessore sonoro che la band volle per tutto l’album, con particolare riferimento alla consistenza del sound delle chitarre elettriche.

In Leper Messiah, brano riconoscibile per via del caratteristico one-two in intro del batterista Ulrich, James rimette mano al suo tormentato rapporto con la religione, denunciando l’ipocrisia dei predicatori e dei falsi messia che assolvono dalle bugie e dai peccati nonostante pratichino essi stessi la menzogna, l’ingordigia, l’avidità e la corruzione dello spirito. Traccia numero 7 dell’album è il capolavoro Orion, un brano che rappresenta per i fan dei Metallica qualcosa in più di una semplice traccia strumentale. Orion, è una composizione in cui virtuosismi e distorsioni la fanno da padrone; è il testamento artistico che Cliff Burton ha voluto lasciare ai posteri; è l’assoluta dimostrazione delle capacità compositive e tecniche di colui che a distanza di quasi 30 anni della sua scomparsa, viene ancora considerato tra i più grandi interpreti del quattro corde; è il testamento che il fato ha voluto far comporre al musicista a sua insaputa come sigillo immortale per l’eterna memoria. Orion, in conclusione, è l’anima, il cuore ed il sangue di Cliff Burton.

In chiusura dell’album troviamo Damage, Inc., una velocissima e prolungata scossa in cui i Four Horsemen cavalcano velocissimi le scale pentatoniche tipiche del sound thrash in un’atmosfera terribile in cui Hetfield minaccia violenze e mali di ogni tipo dalle gole profonde del suo inconfondibile ringhio. Dopo le fatiche di Kill’Em All e Ride The Lighting, i Metallica nel 1986 sapevano bene che per poter accedere di diritto all’Olimpo degli immarcescibili dei del Metal, potevano e dovevano tirare fuori dal cilindro del thrash metal l’opera massima, il capolavoro, la pietra miliare. L’heavy metal è una religione che ha un popolo di indomiti devoti, un mistero della fede fatto di distorsioni taglienti come lame e da una sola sacra e granitica bibbia: Master Of Puppets.

Cliff Burton R.I.P.

Autore: Metallica Titolo Album: Master Of Puppets
Anno: 1986 Casa Discografica: Elektra
Genere musicale: Speed Metal, Thrash Metal Voto: 10
Tipo: CD Sito web: http://www.metallica.com
Membri band:

James Hetfield – voce, chitarra

Kirk Hammett – chitarra, cori           

Cliff Burton – basso, cori

Lars Ulrich – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Battery
  2. Master of Puppets
  3. The Thing That Should Not Be
  4. Welcome Home (Sanitarium)
  5. Disposable Heroes
  6. Leper Messiah
  7. Orion
  8. Damage, Inc.
15th feb2012

Metallica – Ride The Lightning

by Rod

Nessuno nel 1983 si sarebbe mai aspettato che Kill’Em All, l’album d’esordio di una band di metallari americani appena ventenni, potesse avere un successo così importante in termini di vendite ed un impatto a livello di popolarità così devastante su scala mondiale. Coloro che in quegli anni furono fulminati sulla via di San Francisco dall’opera prima dei Metallica, non fecero probabilmente neanche in tempo ad alzare la puntina dal vinile di “uccidili tutti”, che i Four Horsemen ripiombarono sulle scene dopo appena un anno, con alle stampe l’ennesimo capolavoro che sfracellerà classifiche e stage di ogni continente. L’opera discografica di cui vogliamo parlare su RockGarage, tratta di fulmini e di morte ed è nota tra i comuni mortali come Ride The Lightning. L’album venne registrato per la Elektra Records agli Sweet Silence Studios di Copenaghen sotto la guida di Flemming Rasmussen. Nonostante il brevissimo tempo trascorso dalla pubblicazione di Kill’Em All, questo lavoro si differenzia dal precedente per uno spessore compositivo ed un grado di maturità strumentale maggiore. Gli slanci solistici selvaggi degli esordi lasciano spazio a strutture più organizzate e meglio gestite armonicamente; i testi sono meno spocchiosi ed irriverenti, oggettivamente meno superficiali ed in buona sostanza, più ricercati.

L’album si apre con un biglietto da visita niente male: Fight Fire With Fire, brano caratterizzato da un intro acustico e da un finale rovente come le fiamme dell’inferno. Tra prologo ed epilogo, passano 4 minuti di sconvolgente thrash metal tiratissimo, in cui Hetfield, tra toni epici e minacciosi, accende i riflettori sul tema principe dell’album: la morte intesa come “the end”, la fine di tutto. Ride The Lightning, title track del disco e traccia che fa da legenda all’illustrazione di copertina, racconta del concitato stato d’animo di chi deve espiare la pena di morte attraverso la sedia elettrica. Interessante è l’approccio al brano in stile classic metal dal sapore quasi maideniano, approccio che resiste fino alla prima metà del brano, o almeno fino a che Hammett e Ulrich non danno il via ad una cavalcata strumentale fratricida da ritiro della patente. For Whom The Bell Tolls è considerato tra i maggiori capolavori del repertorio dei Metallica. Per la stesura, Hetfield si ispirò all’omonimo romanzo di Hemingway. I primi due sordi rintocchi di campana a cui ne seguono degli altri, incupiscono di colpo l’atmosfera lasciando scendere sull’animo dell’ascoltatore un’ombra profetica dal sapore plumbeo di malasorte. Non a caso il verso “Take a look to the sky just before you die, it’s the last time he will…”, risuona a metà tra lo sberleffo e l’epitaffio, preannunciando inconsapevolmente quella triste tragedia che si consumerà in una fredda serata svedese del 1986, in cui perderà la vita l’ottimo Cliff Burton.

Fade To Black è la prima composizione della band nata al di fuori degli schemi thrash/speed metal. Frutto di una maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità espressive, in Fade To Black mancano infatti le sfrenate corse pentatoniche di Hetfield ed Hammett e l’efferata scia ritmica Burton-Ulrich. Nel brano, James affronta in un faccia a faccia la Madama Nera e gli ringhia contro quella disperazione che vuol dire morte per mano propria; il suicidio come pietra tombale delle domande incompiute e del vuoto che riempie l’esistenza; la fine come liberazione eterna dalle zavorre esistenziali. Trapped Under Ice, è un brano che, a differenza del precedente, ritrova le attitudini stilistiche proprie del thrash ed esprime la tenace volontà di rompere il ghiaccio che congela l’emotività per farle esplodere di vita fino allo stremo delle forze: “I’m dyng to live…”. In Escape la metafora dell’evaso viene utilizzata per muovere una critica alla società ed alle regole comportamentali che questa impone al solo scopo di ottenere una massa arresa ed omologata. In Creeping Death e The Call Of Ktulu, Hetfield viene influenzato dalla lettura di romanzi che si rifanno alla guerra e alla storia antica, in particolare a quella egizia. Nella prima infatti, vi è un richiamo alla leggenda delle dieci piaghe d’Egitto. Il brano ha una struttura molto potente e si caratterizza sia per la durata importante (6:36) che per quell’anatema “die!!” che anima minacciosamente la sezione centrale del pezzo e che lo rende micidiale soprattutto nelle strabilianti performances live. The Call Of Ktulu è il secondo brano strumentale del gruppo, ed è ispirato al racconto Il richiamo di Cthulhu di H.P. Lovecraft. In quest’ultima come per Ride The Lightning, c’è lo zampino di Dave Mustaine, che comparirà per l’ultima volta nei credits dell’album per poi scomparire per sempre dalla storia della band.

Se il secondo album rappresenta per ogni musicista la riconferma delle proprie doti artistiche, quello di cui abbiamo parlato sinora, è una (scontata) promozione a pienissimi voti per la band di Frisco. La continua ricerca stilistica, la voglia di non essere mai uguali a se stessi, la consapevolezza dei propri mezzi e l’attitudine spregiudicata votata al superamento dei propri limiti artistici, sono forse solo alcuni degli ingredienti che rendono Ride The Lightning uno dei capisaldi metal di sempre nonché uno tra i migliori prodotti griffati Metallica. Direbbe Nietzsche: “La maestria è raggiunta quando, nell’esecuzione, non si sbaglia, né si indugia”.

Autore: Metallica Titolo Album: Ride The Lightning
Anno: 1984 Casa Discografica: Elektra Records
Genere musicale: Speed Metal, Thrash Metal Voto: 10
Tipo: CD Sito web: http://www.metallica.com
Membri band:

James Hetfield – voce, chitarra

Kirk Hammett – chitarra, cori           

Cliff Burton – basso, cori

Lars Ulrich – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Fight Fire With Fire
  2. Ride The Lightning
  3. For Whom The Bell Tolls
  4. Fade To Black
  5. Trapped Under Ice
  6. Escape
  7. Creeping Death
  8. The Call Of Ktulu
08th feb2012

Metallica: IL festival

by Marcello

No, non è un titolo scritto a caso è proprio questa la grande novità. Per la prima volta nella carriera dei Metallica, la band non parteciperà ad uno dei tanti festival già organizzati in giro per il globo terrestre ma ne organizzerà uno proprio! Dopo aver solcato la maggior parte dei grandi palchi esistenti sulla Terra, i Metallica suoneranno per una due giorni in occasione del loro Orion Festival (il nome è tratto dalla celeberrima canzone in cui il compianto Cliff Burton dava il meglio di sé) il prossimo 23-24 maggio ad Atlantic City. Più di 22 band suoneranno in quelle date tra cui Avenged Sevenfold, Hot Snakes, Arctic Monkeys, The Gaslight Anthem, per uno show che vedrà in entrambi i giorni come headliner i Metallica. Le vendite dei biglietti sono aperti da oggi per i fan mentre dall’11 febbraio per tutti, al seguente link trovate il trailer di presentazione dell’evento.

02nd feb2012

Metallica – Kill’Em All

by Rod

Il mondo ne ha viste di rivoluzioni, di cambiamenti, di mode, di eventi che hanno decisamente dato una svolta al corso della vita di milioni di persone. La rivoluzione di cui vi vogliamo parlare su RockGarage si chiama Thrash Metal e corrisponde a 4 facce, una data ed un capolavoro discografico. Le facce sono quelle di una combriccola di giovani ambiziosi metallers incazzati della Bay Area di San Francisco dei primi anni ’80, cresciuti mischiando la potenza di band come Motorhead e Black Sabbath al sound innovativo della New Wawe Of British Heavy Metal. Le loro facce impertinenti e ribelli, corrispondono ai nomi di James Alan “Rufus” Hetfield, Kirk Lee Hammett, Clifford Lee Burton e Lars Ulrich; la data da segnare in nero sulla moleskine del metal è invece il 25 luglio 1983, giorno astrale di gloria per l’uscita di una pietra miliare dell’heavy metal mondiale, dal titolo che echeggia minaccioso come un anatema sanguinante: Kill’Em All.

Dopo quasi 30 anni dall’uscita di questa eccelsa opera prima dei ragazzi di Frisco, tutto è stato oltremodo scritto, detto, ridetto e disdetto in merito a segreti, retroscena, testimonianze e abbandoni, o, per meglio dire, di “calci nel culo” epocali, come quello rifilato poco prima dell’incisione di K’EM da parte di Hetfield ed Ulrich ai danni di un certo Dave Mustaine, un tossico spacciatore attaccabrighe dal tasso alcoolico perennemente alterato ed in eterno contrasto con James, ma anche un talentuoso chitarrista metal che su questo album lascerà il suo marchio indelebile e di cui il mondo sentirà ancora parlare per molto. Il racconto di K’EM parte proprio da qui, da un disco d’esordio da guinness dei primati e da una serie di calci rifilati prima come già detto al selvaggio Mustaine (sostituito da Hammett) e al bassista Ron McGovney (rimpiazzato da Burton), per finire al mondo intero del rock’n’roll. Perché questo, è un album che i calci nel culo li ha dati e li dà sul serio, a partire dalla copertina e da quella frase impressa a fuoco in epigrafe: uccidili tutti. Un pugno di brani velocissimi, violenti e tiratissimi, in cui le sessioni ritmiche (formate da una batteria mai doma seppur ancora acerba e da linee di basso con una personalità melodica iridescente) si innescano a perfezione con il graffio delle due chitarre tecniche e rabbiose, su cui poggia la giovanissima ma già originale voce di Hetfield.

I brani di Kill’Em All sono considerati delle vere e proprie icone del metal mondiale. L’album si apre con Hit The Lights che si caratterizza per gli assoli intricatissimi eseguiti da Hammett. The Four Horsemen rappresenta un brano auto celebrativo dagli echi metropolitani che segnerà per sempre la loro iconografia nell’immaginario collettivo dei fan, esercito di volontari del metallo arruolatosi in quella Metal Militia ispirata proprio ad un altro brano contenuto in questa opera prima. Jump In The Fire e Phantom Lord sono una discesa agli inferi, con tanto di descrizioni immaginarie per via delle liriche ispirate a racconti di demoni e fantasmi. La strumentale (Anesthesia) Pulling Teeth, è un brano in cui le doti bassistiche del compianto Cliff Burton spiccano non solo dal punto di vista prettamente tecnico, ma anche per l’utilizzo di effetti e di scale poco inclini ad un genere fino ad allora ad assoluto appannaggio delle chitarre elettriche. Motorbreath è un chiaro omaggio ai Motorhead, ma anche un brano d’acciaio fuso che ha molto in comune con Whiplash, No Remorse e Seek & Destroy, sia sotto l’aspetto stilistico (riff efferati e slanci solistici selvaggi) ma soprattutto per le liriche, nelle quali emergono quelle pose da balordo sfacciato, violento e minaccioso di Hetfield e tutti i suoi drammi e disagi personali, ibridi a quel sentimento di rabbia giovanile che si manifesta sottoforma di atteggiamento sregolato tipico del metal lifestyle. Ad ogni modo questo pugno di brani, rappresentano ancora oggi capisaldi su cui poggiano i loro live, in particolar modo Seek & Destroy, solitamente inserito in scaletta come pezzo di chiusura degli show.

In definitiva l’aggressività rappresenta il sentimento imperante in questo lavoro, un martello che spacca in mille pezzi le produzioni metal in circolazione fino a quel momento, uccidendole tutte. L’aggressività, la rabbia, la ricerca interiore, il passaggio della linea d’ombra, saranno da Kill’Em All in poi, il marchio di fabbrica inconfondibile della factory Metallica. Hanno dimostrato di avere stoffa questi quattro sbarbati capelloni della West Coast americana. Il resto è storia. Mustaine formerà i Megadeth, McGovney si eclisserà nell’universo delle mancate rockstar ed i nostri giovani metallers, reclamati a furor di popolo come “Four Horsemen”, cavalcheranno per tre decadi di fila le scene metal di tutto il globo, distribuendo calci nel culo e capolavori senza tempo che non conoscono altra definizione se non quella di LEGGENDA.

Autore: Metallica Titolo Album: Kill’Em All
Anno: 1983 Casa Discografica: Megaforce Records
Genere musicale: Thrash Metal, Speed Metal Voto: 9,5
Tipo: CD Sito web: http://www.metallica.com
Membri band:

James Hetfield – voce, chitarra

Kirk Hammett – chitarra, cori

Cliff Burton – basso, cori

Lars Ulrich – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Hit The Lights
  2. The Four Horsemen
  3. Motorbreath
  4. Jump In The Fire
  5. (Anesthesia) Pulling Teeth
  6. Whiplash
  7. Phantom Lord
  8. No Remorse
  9. Seek & Destroy
  10. Metal Militia
20th gen2012

Metallica: unica data italiana per un’occasione speciale

by Marcello

E’ proprio così! Giunge questa notizia che fa saltare di gioia ogni headbanger sulla faccia della Terra! In occasione del ventesimo anniversario del Black Album, proprio ora che è divenuto l’album Rock più venduto della storia (superando Back In Black degli AC/DC) con le sue 28 milioni di copie, i Metallica partiranno per un lungo tour che li vedrà arrivare anche in Italia. Unica data prevista dalle nostre parti: Stadio Friuli di Udine, domenica 13 maggio 2012. La band ha annunciato che l’album sarà eseguito per intero durante il concerto! Primo special guest ufficializzato: Gokira. Un’occasione da non perdere.

METALLICA
performing The Black Album In Its Entirety
13.05 – UDINE, Stadio Friuli

La vendità dei biglietti sarà così organizzata:
Dalle ore 9.00 di stamattina solo per il fanclub sul sito www.metclub.com
Dalle ore 9.00 del 23 gennaio su Ticketone e nei punti vendita autorizzati

28th nov2011

Metallica e Lou Reed: geniale collaborazione o fiasco totale?

by Moderatore

Più che una collaborazione si tratta di un evento. L’incontro storico e crativo di una delle legende del rock anni ’60, Lou Reed noto per la sua creatura Velvet Underground, e una delle leggende dell’heavy metal ottantiano, i Metallica. Per questa uscita, che sta facendo molto discutere, abbiamo voluto preparare una doppia recensione, con due opinioni diverse a segno che Lulu non è per nulla un album facilmente commestibile. A voi la lettura e la parola.

 

Parto subito con una premessa, io adoro questo album. Mi rendo conto che non tutti saranno d’accordo col sottoscritto, ma oso ripetermi: io adoro questo album. Voi mi direte che Lou Reed in questo lavoro sembra non saper cantare ed io vi rispondo: vero! Infatti su tutto il disco non fa altro che interpretare, parlare per tutto il tempo (si dice “spoken words”) invece che cantare nella maniera più consona. Direte che i Metallica sono del tutto superflui nel contesto e che con Lou Reed centrano come i cavoli a merenda ed io dico solamente e ribadisco: certo! È vero! Infatti Lulu è giusto ricordarlo a tutti, non è il nuovo album dei Metallica, ma il frutto di una collaborazione con uno dei cantautori  più conosciuti in ambito rock internazionale, e allora? Chi poteva impedire loro di comporre un disco insieme? Chissà quanti sosterranno che questo è un disco inutile o troveranno su giornali spocchiosi ed intellettuali delle recensioni decenti di questo lavoro, esaltando la tortuosa opera psicologica che c’è dietro, il legame con il drammaturgo tedesco Frank Wedekind (quello che ha ispirato tutto il lavoro di Bertold Brecht) dal quale il Sig. Reed ha preso in prestito i testi di queste dieci canzoni.

Questo lo si può considerare Art rock. Sono canzoni che vanno ascoltate e riascoltate e riascoltate ancora per capire e carpirne il significato letterario e musicale, mi rendo conto che non è un disco di facile interpretazione, perché qui dentro c’è Lou Reed che chiacchiera, s’incazza, mormora, inveisce, con testi disturbanti, deliranti, ripetitivi e la musica si sviluppa su 2 CD per 87 minuti. Ma provate almeno per una volta ad aprire davvero i vostri orizzonti musicali, non aspettatevi per forza che una band, o meglio dire la band che ha creato un genere musicale, ossia il thrash metal, debba per forza suonare incazzata tutta la vita. E in qualche episodio di questo disco i nostri Four Horsemen danno prova di saper pestare ancora a dovere con i propri strumenti, come dimostrano in Pumping Blood dove a forza di suonare quel riff per tutta la canzone, alla fine esplodono in una cavalcata come dio comanda. Il primo brano Brandeburg Gate è una semplice rock song, molto genuina nel suo genere, e somiglia vagamente alla Knocking On Heaven’s Door di Bob Dylan nel riff portante della canzone. James Hetfield si limita a gridare qua e là il verso “small town girl” e sembra ritornato ai tempi del discusso Load, mentre nel primo singolo estratto The View emerge un giro di chitarra di sabbathiana memoria in cui appare l’Hetfield più arrabbiato e più accostabile allo stile Metallica di tutto il lavoro. Mistress Dread dopo un giro di viola parte a razzo come un proiettile impazzito che rimbalza dentro ad una stanza, e ricorda molto il materiale sentito su St.Anger.

Altro pezzo non di facile presa è Cheat On Me, mentre Iced Honey è la canzone più mainstream di tutto il lavoro ed oserei dire anche la più bella; in Frustration troviamo un altro giro di chitarra molto bello che sfocia in questo riff ripetuto e sostenuto allo sfinimento. Lars Ulrich in tutte le canzoni non si limita a suonare i suoi tamburi, ma sottolinea, pennella, impreziosisce ogni passaggio, ogni rullata. Ovvio pensare che non è musica troppo mainstream, ma non è nemmeno così tanto difficile da capire e da apprezzare, certo una canzone come Little Dog suona davvero strana alle nostre orecchie e forse qui non potrei dare torto ai detrattori di quest’opera. E chi se ne frega se Dragon è un pezzo troppo lungo e che il disco si chiude con una ballad. Sì, state leggendo bene, proprio una rock ballad, si intitola Junior Dad ed è un altra piccola gemma di assoluto valore, semplice e piacevole ed oserei dire rilassante e senza scadere nella noia. Perché se proprio vi annoiate e non riuscite a stare al passo dell’evoluzione, vi consiglio di cambiare disco e di abbandonarvi all’ascolto del solito tedioso (o meraviglioso) heavy metal che ascoltate da una vita, proprio come me. Ma state pur certi che non abbandonerò questo disco in qualche scaffale dell’usato di un negozio di dischi
qualsiasi.

Di Gianluca Scala – voto 8

 

Quando si viene traditi si prova un senso di tristezza e rabbia assieme; si vorrebbe sfasciare ogni cosa e cercare di dare una motivazione a quello che è successo. Questo è quello che personalmente ho provato nell’ascoltare l’ultima fatica sfornata dai gloriosi Metallica e dall’immortale Lou Reed con l’album Lulu. Qui purtroppo, ci si trova al cospetto di una vera e propria “prostituzione” commerciale, perché questo è quello che sembra lo sgangherato progetto prodotto da questi due mostri sacri della musica rock contemporanea. Assodate le immense qualità dei due singoli artisti si percepisce sin da subito come l’album risulti una bieca operazione di marketing, un “colpo gobbo” per risollevare le vendite e le carriere di due pugili che, un pò suonati, siano in cerca dell’ultimo grande incontro per concludere la propria gloriosa carriera. Le tracce presenti all’interno di questo nuovo album arrancano penosamente l’una dopo l’altra, i due artisti sembrano aver registrato l’album separatamente, ognuno per proprio conto e che dopo, attraverso un maldestro “copia ed incolla”, le due parti siano state fuse assieme a casaccio. L’identità dei due appare annullata e ridotta al silenzio, ognuno sembra cercare malamente di copiare ed inseguire l’altro con risultati francamente imbarazzanti.

La vitaminica verve dei Metallica che da sempre è in grado di entusiasmare chiunque appare sedata; Lars Ulrich si limita ad eseguire il suo compitino, con tempi di batteria abbastanza banali e privi della dirompente energia che, finalmente, si era percepita nuovamente nell’album Death Magnetic. La mitica chitarra solista di Kirk Hammet segue a ruota lo schema adottato per questo progetto, senza le classiche sfuriate e i mitici passaggi di wah-wah da lui sempre magistralmente impiegati. Il reparto voci appare il più shoccante, James Hetfield sembra cantare all’interno dei bagni dello studio di registrazione e i lamenti di Lou Reed appaiono francamente, quelli di un barbone che, steso su di una panchina al parco, abbia finita la riserva personale di scotch. Da segnalare il coraggio impiegato nello sperimentare qualcosa di estremo ed originale, con il tentativo di amalgamare due artisti molto differenti e complessi, un tentativo che però, si dimostra un enorme fallimento. Le tracce sono pressoché tutte tediose, estremamente lente e assolutamente forzate, sconcertante la canzone Junior Dad lunga ben venti minuti, caratterizzati da una nenia monotona priva di una propria personalità che induce l’ascoltatore a cambiare traccia dopo i primi cinque minuti di ascolto. In definitiva un fiasco colossale, un incubo da cui si spera i due si destino e che li porti (questa volta si spera separatamente) a ricercare un ordine all’interno delle rispettive carriere.

Di Matteo Iosio – voto 3

Autore: Metallica, Lou Reed Titolo Album: Lulu
Anno: 2011 Casa Discografica: Warner Records
Genere musicale: Noise, Hard Rock Voto: -
Tipo: CD Sito web: http://www.metallica.com
Membri band:

James Hetfield – voce

Lou Reed – voce e chitarra

Kirk Hammet – chitarra

Robert Trujillo – basso

Lars Ulrich – batteria

Tracklist:

Disc 1

  1. Brandenburg Gate
  2. The View
  3. Pumping Blood
  4. Mistress Dread
  5. Iced Honey
  6. Cheat On Me

Disc 2

  1. Frustration
  2. Little Dog
  3. Dragon
  4. Junio Dad
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