Metallica – Load
Cinque anni. Cinque lunghissimi anni di attesa sono serviti ai fan della più grande metal band del pianeta per saggiare l’atteso seguito in studio del pluruplatinato Black Album. Ma mentre negli anni ’90 la musica rock andava risciacquando i panni nelle cantine di Seattle, i ragazzi di Frisco decidevano di dare alle stampe Load, il loro lavoro discografico più controverso, più in controtendenza e più contraddittorio mai pubblicato sino ad allora dagli autori di One. Senza dubbio, questo disco ha rappresentato il crocevia che ha seppellito per sempre i fasti dell’era thrash segnando il contemporaneo inizio del nuovo corso populistico/sperimentale dei Four Horsemen. Una scelta difficile da digerire anche per quelle formazioni heavy che fino a qualche anno prima dividevano sistematicamente con i Nostri i tabelloni dei palchi più infuocati dell’intero globo. La falciatrice metal partita nei primi anni ’80 dalle cantine nella Bay Area di San Francisco cominciata a scricchiolare con la pubblicazione del Black Album, sembrava aver oramai arrestato la sua corsa, schiantandosi contro la nascente epopea grunge. Ad ogni modo, pur essendo un album di pregevole fattura ma fuori dai canoni Metallica, Load fu accolto con legittima diffidenza, stroncato dalla mancanza dei favori di pubblico e critica.
Il disco si presenta con alla base poche, pochissime conferme rispetto al passato (stessa line up, stesso produttore e stessa casa discografica), ma carico di stravolgimenti impensabili sino a qualche anno prima, una rivoluzione a metà tra il restyling e l’operazione commerciale studiata a tavolino. I capelli lunghi e l’abbigliamento da metallaro sudicio e scazzato, lasciarono spazio ad uno stile più modaiolo e casual, con un taglio netto alle folte chiome ed atteggiamenti in pubblico da consumati attori hollywoodiani. Questo cambio di posa risulterà in alcuni frangenti addirittura sconvolgente, come nel caso di Kirk Hammett che ne uscirà rivoltato come un calzino, quasi irriconoscibile, sovraccaricato dal make up e da altri accorgimenti stilistici come l’aggiunta di piercing e di tatoo. In un aggettivo: un mutante. Frivolezze a parte, come già accennato, l’album propone un suono decisamente non in linea con la gloriosa produzione del passato. Niente metal, niente thrash, niente speed, zero classic. Solo tanto hard rock che attinge a piene mani dal blues (soprattutto dal punto di vista chitarristico) e dal mainstream statunitense. Le feroci ed affamate pentatoniche di un tempo griffate Hetfield ed Hammett, lasciano spazio a scale, riff ed assoli semplici ma efficaci, a tratti apparentemente improvvisati, (Poor Twisted Me, Wasting My Hate) effettati dall’onnipresente wah-wah (o cry baby per i lettori hendrixiani). Ulrich e Newsted, si limitano a disimpegnare il loro ruolo con sufficienza, uscendone del tutto ridimensionati rispetto al recente passato, in cui batteria e basso avevano rappresentato il vero cuore pulsante del sound aggressivo della band. Le liriche ruotano come sempre attorno all’universo emozionale di James, il quale dopo svariati anatemi contro quella famiglia che aveva per anni demonizzato il fantasma della religione, qui inserisce due brani dedicati alla madre: Mama Said, morbida ballata dagli echi country in cui il frontman approfondisce il loro rapporto tormentato, ed Until It Sleeps, incentrata sulla lotta persa da Miss Cinthya contro il cancro. Nel cantato si intravede il nuovo stile di James, che vede affiancarsi al solito ringhio infoiato di un tempo, un’espressività vocale più di diaframma che di pancia.
Se decontestualizziamo l’album, provandolo a considerare scevro dai facili collegamenti con gli elementi tradizionali del sound Metallica, Load risulta una produzione di assoluta pregevole fattura, con un pugno di brani ricchi di idee rivoluzionarie ed avvincenti, che esprimono la voglia di voler sperimentare proponendo qualcosa di nuovo e di godibile al di fuori delle spinate trincee del metal. Se non fosse stato preceduto da veri e propri capisaldi dell’heavy, così universalmente conosciuti e riconosciuti, in condizioni normali, questo lavoro si sarebbe senza dubbio allineato a tutta la discografia precedente. Magari proponendolo come spin-off del progetto Metallica, casomai arricchito con collaborazioni prestigiose, il tutto poi inserito in un contesto promozionale valido e commercialmente meno rischioso. In verità, nessuno ha mai capito cosa avessero in testa i Metallica in quegli anni, cosa li abbia spinti a rischiare di passare da maître à penser del panorama metal planetario ad icone della più controversa contraddizione che il mondo del rock’n’roll ricordi. La sola certezza che questo lavoro tramanda ai posteri, è la voglia di dimostrare di poter essere capaci di sfornare ottimi album, mantenendo inalterata la solita spiccata attitudine nello spaccare il culo ai passeri e di sfuggire al clichè dell’artista codardo, prigioniero inerme della sua arte.
Diceva Honoré de Balzac “Durante le rivoluzioni vi sono solo due specie di uomini: coloro che le fanno e coloro che ne approfittano”. D’altronde, in questa rivoluzione chiamata rock’n’roll, chi poteva mai riuscire ad accenderne una ed allo stesso tempo ad approfittarne così bene, se non la band che più di ogni altra l’ha saputa trasformare da feroce carro armato a gallina dalle uova d’oro?
| Autore: Metallica | Titolo Album: Load |
| Anno: 1996 | Casa Discografica: Elektra |
| Genere musicale: Hard Rock, Blues | Voto: 7,5 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.metallica.com |
| Membri band:
James Hetfield – voce, chitarra ritmica Kirk Hammett – chitarra solista, cori Jason Newsted – basso, cori Lars Ulrich – batteria, percussioni |
Tracklist:
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