20th feb2012

Tool – 10.000 Days

by Giuseppe Celano

2006. La cristallizzazione. Anticipato dal singolo Vicarious uscito il 17 Aprile (compleanno di Maynard), 10.000 Days è il quarto lavoro in studio per i Tool. Registrato in due diversi studi californiani e missato a Portland, l’album viene accolto con meno calore, anche se positivamente, dalla critica e con euforia dall’adorante pubblico. Come per i Led Zeppelin all’indomani del successo planetario di IV, anche per i Tool arriva il momento dei paragoni con il passato. Ma a differenza di alcuni solchi polverosi di Houses Of The Holy, 10.000 Days segue un sentiero diverso. Ben consci di non poter, almeno al momento, spostare in avanti l’asse del songwriting, i Tool giocano di classe concentrandosi sui dettagli, espandendo il loro sound e ottimizzando(ne) i particolari. Il disco subisce un processo di lavorazione che prevede i soliti cinque anni e il perfezionamento, ormai maniacale, dei dettagli. La band dà alla luce un’opera complessa e intervallata da una serie di canzoni cerniera, frutto del lavoro di Danny Carey alle percussioni Mandalas. Non è difficile cogliere tutto questo nell’intro di Vicariuos il cui arpeggio circolare è magicamente ricavato dalla sessione centrale di Schism. L’aggressività sonora sostiene con urgenza i testi, in polemica serrata contro la spettacolarizzazione mediatica del dolore. I brividi ci sono ancora tutti: la sezione ritmica è uno schiacciasassi, il basso mammut macina riff senza sosta, il suono delle chitarre diventa espanso (in quel giro di mi-re-do tanto amato da Jones), mentre immutato risulta lo stile vocale che nel suo vortice stupisce con un’inaspettata melodia pop “La, la, la, la, la, la-la-lie“.

Non da meno è Jambi con il suo bicorde ossessivo, la voce di Keenan fulgida e l’articolato tappeto ritmico di Danny. La sezione centrale è da manuale, roba per palati fini e tecnicamente irraggiungibile per molti. Maynard canta come se non ci fosse un domani, lasciando spazio all’assolo di Adam alle prese con il talk box, un effetto che consente di modificare il suono di uno strumento e che assomiglia vagamente al wah wah. Aggressiva come un animale ferito e sospesa tra rabbia e amore, la take risulta uno dei passaggi più riusciti, dal picco emotivo devastante. Parlavamo di similitudini con il passato poche righe fa, la storia si ripete per le due gemelle Wings For Marie Part I-II, simili a Parabol-Parabola. Il suono di una chitarra che rallenta, come un cuore che sta per abbandonare il suo lavoro, introduce la canzone più straziante dell’intera opera tooliana e che si erge come faro assoluto di questo lavoro. I diecimila giorni della malattia (ictus e paralisi) della madre Judith (il nome vi ricorda qualcosa?) di Maynard, visibilmente ferito anche nel canto, diventano un highlight irraggiungibile. Ci si ritrova spiazzati, tesi a cercar punti di riferimento e proprio quando sembra ormai impossibile trovarne, quella melodia e ogni singola parola s’innestano prepotente nell’area cerebrale della memoria. Keenan si supera. I fantasmi della madre, della religione, della vita dopo la morte e del dolore convivono in questa suite gigantesca.

A differenza del passaggio da acustico a elettrico fra Parabol e Parabola questa volta i Tool optano per un processo inverso. Wings For Marie Part I e 10.000 Days (Wings Part II) sono unite da un arpeggio e dal basso. In sottofondo, il suono minaccioso di un temporale è presagio dell’abbandono delle spoglie mortali e del volo dell’anima verso il meritato Eden. L’uso dell’effetto violino di Adam aumenta il pathos; il dolore è palpabile. Danny opta per un lavoro lento e costante su piatti e timpano. Il crescendo è così poetico da diventare insostenibile, l’urlo di Maynard pretende per la madre ciò che (ci) è stato sempre promesso: “It’s Time now, my time now, give me my, give me my wings, un vero e proprio shock emozionale. Impossibile rimanere inerti, facile sentirsi inermi e smarriti di fronte a tanta disperata dolcezza. Nell’esplosione finale la voce di Maynard si acquieta in preghiera, mentre lo spirito si dibatte per riappacificarsi con il proprio passato e con il rapporto tra madre e figlio. Mai i Tool si erano aperti tanto. I testi mostrano chiaramente un lato umano estremamente sensibile, che non cerca compromessi o ellissi linguistiche per nascondere i propri sentimenti. The Pot, in origine la canzone avrebbe dovuto intitolarsi The pot calling the kettle black (simile a “il bue chiama cornuto l’asino“) sembra un singolo quasi mainstream. Keenan fa il verso alla madre, mentre tutto intorno si scatena l’inferno attraverso deflagrazioni e saliscendi con ripartenze brucianti. La voce si erge come la stella del nord, punto di riferimento per il basso snello e la batteria indomabile, e disegna nuove traiettorie su cui si appoggiano le chitarre di Jones. Lipan Conjuring è un intermezzo, quasi una sorta di pratica sciamanica per raggiungere la propria spiritualità.

Lost Keys è una strumentale sull’inventore dell’LSD (Albert Hoffman) nel cui finale si può ascoltare una parte dei dialoghi di K-Pax (Kevin Spacey). Rosetta Stoned, di ritorno dal “passato” Lateralus, sceglie stilemi tanto cari ai Tool, elettricità ad alto amperaggio e il drumming intricato e massiccio. Dal vivo il brano diventa ancora più labirintico attraverso il suono di pad elettronici e diavolerie pescate chissà dove. Questo esteso mastodonte progressivo, in cui la band sfrutta tutte le sue capacità per costruire un muro di suono impenetrabile, aumenta ulteriormente la credibilità di 10.000 Days. La successiva Intension è pacata, riflessiva e studiata per la sola voce circondata da elementi elettronici, sui cui si stende un tappeto percussivo. Right In Two è l’ultimo vero brano di questo lavoro, una ballata delicata all’inizio, costruita sulla stupenda voce di Keenan che viaggia quasi serena e in armonia con le poche note di chitarra. Il lavoro fino di pelli e percussioni anticipa l’esplosione catartica in cui i Tool sono maestri indiscussi. La chiusura è affidata a Viginti Tres, brano su cui i tooliani si sono scervellati per anni, una foresta fittissima popolata da rumori molesti e respiri affannosi.

Lontani dalla tribalità ritmica e dal misticismo spirituale di cui Lateralus era intriso, i Tool scelgono un sentiero sonoro diretto, allo stesso modo la comunicazione diventa più chiara, il tutto viene esposto in una vetrina di lusso che solo in pochi possono permettere. Missato da Joe Barresi, 10.000 Days è un amalgama alchemica imbattibile, la fusione dei tre precedenti lavori per un nuovo sound profondo, quasi tridimensionale. Uno stadio successivo e impossibile da ignorare per chiunque conosca il mondo della band e adatta per le nuove leve. Questo sound è stato copiato, scimmiottato, rubato da centinaia di cloni ed emulatori, ma solo una straordinaria conoscenza dei propri strumenti e un dolore vero, unito a una profonda sensibilità, possono dar luogo a lavori così complessi e ammirabili. Imperdibile. Avevate dubbi?

Autore: Tool Titolo Album: 10.000 Days
Anno: 2006 Casa Discografica: Tool Dissectional, Volcano Entertainment
Genere musicale: Post-metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.toolband.com
Membri band:

James Maynard Keenan – voce

Adam Jones – chitarra

Justin Chancellor – basso

Danny Carey – batteria e percussioni

Tracklist:

  1. Vicarious
  2. Jambi
  3. Wings For Marie (Pt 1) 
  4. 10,000 Days (Wings Pt 2)
  5. The Pot
  6. Lipan Conjuring
  7. Lost Keys (Blame Hofmann)
  8. Rosetta Stoned
  9. Intension
  10. Right In Two
  11. Viginti Tres
13th feb2012

Tool – Lateralus

by Giuseppe Celano

2001. L’evoluzione della specie. Cosa altro dire di Lateralus, il terzo disco in studio per i Tool che non sia stato già detto? Cosa potremmo pensare di scoprire dentro un’opera ampliamente disse(ctional)zionata e analizzata al microscopio elettronico? Niente, non abbiamo la presunzione né l’arroganza di essere più preparati di altri. Ci limiteremo a mostrarvi uno dei possibili ingressi di questo universo. Lateralus è il disco che non si vorrebbe mai recensire, nessuna persona sana di mente dovrebbe ingaggiare la battaglia contro un colosso del genere, sperare anche solo di pareggiare è pura incoscienza. Il nome dell’album fa contemporaneamente riferimento al Vastus Lateralis, un muscolo delle gambe, e al Lateral Thinking, una sezione del Critical Thinking che favorisce l’intuizione e l’eclettismo. Con i suoi 79’30” questo capitolo segna il top della carriera dei Tool. L’opener, introdotta dal suono di un proiettore, dà l’idea di un viaggio dentro un’opera cinematica, misteriosa, calata dentro una gelatina onirica in cui The Grudge è la prova della mutazione avvenuta. Il perfetto equilibrio alchemico fra metal, progressive e la tribalità dell’impareggiabile sezione ritmica esplode in tutto il suo splendore, cristallizzandosi nel finale attraverso l’urlo di guerra di Maynard, ventisette lunghi secondi per una prova vocale terrificante.

Siamo di fronte a un lavoro di fine grana, potente e diretto, avvitato su una spirale (ne riparleremo) perfetta, alimentata da sequenze matematiche e controtempi per saliscendi emozionali da collasso. Eon Blue Apocalypse è una cerniera che unisce la violenza dell’opener con la riflessiva The Patient, introdotta dal circolare riff di chitarra su cui il wah wah avvolge la suadente voce di Keenan. Il suono cavernoso del basso di Justin e gli abbellimenti ritmici di Danny si fondono per una cavalcata mozzafiato, quasi inestricabile. Mantra è il suono del gatto di Keenan rallentato e trattato elettronicamente per un lamento siderale di pochi minuti. Ma è di fronte a Schism che ogni parola, ogni tentativo di spiegarne la maestosità fallisce miseramente. La complessità del testo, la multistratificazione della struttura sono rinchiuse in scatole cinesi perfettamente combacianti. Il riff di basso in 5/4 di Justin, a oggi uno dei più belli della storia, sposa la psichedelica sezione centrale in un amplesso divino. Il testo si dipana verso il romanticismo finale: “Cold silence has a tendency to atrophy any sense of compassion, between supposed lovers, between supposed brothers”. Ebbene sì, ora i “pezzi combaciano (anche se li abbiamo visti cadere)”. Riprendersi sembra davvero impossibile. L’acustica Parabol si avvicina in modo inquietante, Maynard è nella fase sciamanica, sussurra un testo sibillino, le chitarre minimali non contemplano la presenza della batteria, il basso sorregge tutta la struttura prima che si abbatta l’accecante bellezza di Parabola, sua gemella indemoniata, alter ego elettrico di rara bellezza visionaria. La struttura del brano, il drummig snello ma intricato, le ripartenze a nervi scoperti del basso e le mitragliate di Danny creano una cornice sublime. Il passaggio dalla sezione acustica a quella elettrica è da manuale: i due brani sono uniti dal feedback delle chitarre e dall’esplosiva sezione ritmica. Questo è il giro di boa che vi porterà direttamente all’inferno attraverso la parte più claustrofobica e “ostile”.

La tensione s’innalza come un muro watersiano, il pathos raggiunge il punto più alto nel parossistico canto di Ticks And Leeches, un’adrenalinica sfuriata in cui l’ugola del singer viene messa a dura prova. Keenan diventa uno screamer d’eccellenza per un brano rapcore metal ferocissimo, le chitarre mordono senza tregua e l’impagabile batterista attacca il suo kit con una violenza inaudita. Danny non è più un uomo, ma una macchina, i suoi pattern sono la quint’essenza della complessità in funzione dell’eleganza. Il suo lavoro di ricerca, l’applicazione di pad elettronici e le nuove soluzioni ricordano John Bonham che permetteva al resto dei componenti una libertà d’azione assoluta, aliena da limiti o paletti compositivi. La definitiva prova della sua superiorità è la titletrack, costruita con folle lucidità sulla sequenza matematica di Fibonacci. Provando a semplificare il tutto: la sequenza di Fibonacci prevede che ogni termine successivo dia la somma dei due termini precedenti (0+1=1, 1+1=2, 2+1=3). Osservando il testo si noterà la suddivisione delle parole nella sequenza del matematico, l’ascoltatore sarà così piacevolmente costretto a concentrarsi su una sequenza che da 1 sale a 13 e torna indietro. Riordinando le tracce in modo che i numeri sommati a coppie diano 13 si avrà una nuova trasklist con un significato complessivo dei brani (6-7, 5-8, 4-9, 13, 1-12, 2-11, 3-10). Ascoltandole la fine di ogni traccia combacerà alla perfezione con l’inizio della successiva. Altrettanto complessa è la struttura del tempo: prima in 9 battute poi 8 e 7 (987 è il sedicesimo numero delle progressione di Fibonacci). Considerando tutto questo, risulta ironico e chiaro il messaggio contenuto in una parte di testo: “over thinking, over analyzing, separate the body from the mind, withering my intuition leaving opportunities behind“ (l’invito è quello di separare la mente, persa nel vortice dell’analisi, e utilizzare il corpo senza avvizzire l’intuizione e tutte le possibilità nascoste).

Disposition è un brano acustico, Keenan torna su toni delicati, canta lento e quasi impercettibile, il suono delle chitarre ipnotiche e le percussioni delicate di Carey, capace di carezze delicate, cullano i neuroni del viaggiatore. Reflection si appoggia su una sessione ritmica circolare e ipnotica, con tanto di effetti elettronici e basso slappato distorto. Il sound evocativo, il canto come una preghiera, il senso di disfacimento e la disperazione soffocata trovano l’apice in questa suite, sigillo del trittico più indigesto di tutta l’opera, forse il loro pezzo migliore in assoluto. Triad è una strumentale aggressiva meno contorta, sempre potente grazie al sound post industriale. L’ultima traccia, Faaip De Oiad, è una bolgia luciferina di distorsioni e percussioni, con voce sfigurata dagli effetti, un brano apparentemente inutile ma necessario per coprire il massimo della capienza di un cd e con una successiva hidden track di 54 secondi. La qualità audio di Lateralus è indiscutibile, la perfetta resa stereo, la ricerca ossessiva dei suoni, la profondità del suono (tanto ricercata 40 anni prima da Page) e l’incisione meritano un elogio a parte. Le lunghissime tracce sono un ponte fra l’uomo e la sua mente, un viaggio contorto fra microcosmi. Lateralus è la conclusione di un’opera iniziata con Aenima e spinta al di là delle Colonne d’Ercole, da ascoltare con il terzo occhio ben aperto. Il suono muta pelle e s’infittisce come una trama (shakespeariana) sedimentandosi definitivamente nel suono di cui i Tool sono ormai cultori assoluti. Lateralus è un monolite, un predatore sopraffino, un serial killer che ha preparato il terreno in modo certosino, che uccide il progressive e il metal per dar vita a qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Inganni melodici, trappole, ostilità iniziale e successiva dipanatura sono i punti cardine di questo mondo.

Lateralus è come un film di Lynch ma che solo Kubrick potrebbe dirigere, presentandosi come il grande freddo ma esplodendo in tutto il suo calore. La sua capacità di disarcionare l’ascoltatore più saldamente ancorato, di costruire interminabili giri, apparentemente senza una conduzione logica, sono limiti posti per menti pigre, filtri studiati a tavolino per difendere la verità finale, che risulta schiacciante. Un capolavoro unico e irripetibile. Lateralus è anche il più grande abbaglio mai preso dai bacchetoni di Pitfchork, con buona pace dei suoi lettori.

Autore: Tool Titolo Album: Lateralus
Anno: 2001 Casa Discografica: Volcano Entertainment
Genere musicale: Rock Voto: 10
Tipo: CD Sito web: http://www.toolband.com
Membri band:

Mayanard James Keenan – voce

Adam Jones – chitarra

Justin Chancellor – basso

Danny Carey – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. The Grudge
  2. Eon Blue Apocalypse
  3. The Patient
  4. Mantra
  5. Schism
  6. Parabol Faaip De Oiad (Voice of God)
  7. Parabola
  8. Ticks And Leeches
  9. Lateralus
  10. Disposition
  11. Reflection
  12. Triad
  13. Faaip De Oiad
06th feb2012

Tool – Salival

by Giuseppe Celano

2000. Il nuovo millennio ha inizio. A distanza di 4 anni dalla pietra miliare Ænema, i Tool si muovono in due direzioni apparentemente opposte. La band prima fa circolare voci di un presunto scioglimento, che manda in crisi isterica i fan, e subito dopo rilascia un box set in edizione limitata, con Vhs o Dvd (ora introvabili se non usati e a prezzi altissimi), da dare in pasto ai famelici fan, già in spasmodica attesa per l’uscita del nuovo disco. Come per ogni produzione legata al loro nome anche questa volta niente viene lasciato al caso: un booklet di 56 pagine, due versioni separate, packaging impeccabile e chicche come se piovesse. Salival viene introdotto dal monologo di Timothy Leary, poeta lisergico per antonomasia, mentre lentamente prende forma Third Eye, inquietante mastodonte sonico qui in una versione definitiva. Il sound claustrofobico scelto dà l’idea di una rivoluzione che si abbatte addosso all’ascoltatore con movimento continuo e inarrestabile. Su tutto svettano la straordinaria voce di Keenan e l’impareggiabile sezione ritmica di Danny che aumenta a dismisura il suo lavoro ma senza inflazionare la struttura, né sembrare ridondante. Insomma la band californiana dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la capacità di manipolare la materia sonora piegandola al proprio volere per una rilettura fedele e allo stesso tempo innovativa del proprio repertorio. Violenta e diretta la seconda traccia Part Of Me, è una cover dei Peach in cui militava Justin Chancellor, alla seconda chitarra si può ascoltare l’apporto significativo di King Buzzo (Melvins). Le accelerazioni di questi tre minuti sono una finestra sul passato più vicino a Undertow.

La tensione iniziale cala nella successiva e psicotropa Pushit. Dimenticate tutto ciò che conoscevate del brano: Maynard chiede il permesso e il supporto del pubblico invitando tutti a rilassarsi per un nuovo viaggio diverso. Pushit diventa una ballata psichedelica, prosciugata della sovrastruttura per i primi 2/3 e affidata solo all’ipnotica voce di Keenan sostenuta da poche leggere note arpeggiate della chitarra. Lentamente la sezione ritmica prende forma attraverso le mani di Aloke Dutta qui impegnato nelle percussioni associate al drumming imponente di Carey che nel frattempo trascina l’intera band in una cavalcata ritmica da cardiopalmo. Un cambio così drastico d’atmosfera non fa che accrescere lo stupore dei fan ritrovatisi ancora una volta con le mascelle serrate di fronte a tanta eleganza. Message To Harry Manback II è una gemella in cui le parti del piano sono affidate al violino di David Botrill. Impossibilitati a ripetere l’effetto sorpresa i Tool optano per un brano più corto con il solito italiano che augura il peggio all’interlocutore dall’altra parte del telefono. You Lied è pura materia tooliana che parte da un riff sabbathiano, molto noto, ma che si trasforma in andamento pendolare. Il canto a mo’ di nenia, le distorsioni di Jones rilasciate con precisione chirurgica e l’urlo liberatorio di Maynard gli conferiscono un irresistibile effetto ipnotico. Merkaba, originariamente studiato come intro di Sober, è una fucina in cui Carey si diletta a dimostrare le sue capacità tecniche mentre il resto della band spara bordate sonore fatte di samples, delay, feedback e diavolerie varie per un effetto stordente.

Ma il meglio arriva con la rilettura geniale e temeraria di No Quarter dei Led Zeppelin. Ebbene sì la cover, termine inadatto per questo lavoro, risulta il fulcro dell’intero progetto. I dieci minuti sono un’entità dei Tool, un alieno in terra atterrato per dimostrare quanto siamo piccoli e indifesi di fronte alla sua potenza di fuoco. Riletta, e riscritta perfino nei testi, No Quarter conserva solo quell’aura oscura e sibillina che fu degli zeps. Letta attraverso la lente policromatica dei 4 cavalieri californiani diventa un diamante dalla bellezza accecante. Maynard, nuovamente centro assoluto insieme a Carey, intarsia potenti arabeschi vocali, la chitarra acustica si sdoppia nell’elettrica di Adam Jones che con quel cognome è un degno sostituto di Jones(y). Nel finale la velocità aumenta a dismisura andando a trasformarsi in una calvacata potentissima che non lascia spazio a dubbi. Sul finire L.A.M.C. (acronimo di Los Angeles Municipal Court) non è altro che l’ossessiva ripetizione della voce registrata in segreteria, intrappolata fra rumori da presa idraulica, mentre le dita del malcapitato digitano furiosamente i numeri fino all’esaurimento nervoso. Pochi minuti dopo il silenzio invece arriva Maynard’s Dick (bisogno di traduzione?), un easter eggs registrato molto tempo prima e chiaramente legato al periodo grunge della band. La chitarra acustica introduce una melodia fin troppo tranquilla che sul finire diventa un’orgia di chitarre elettriche ritmiche pressante, rutti, peti e urla scorticanti che invitano a trastullarsi con lo strumento di Maynard.

Nel supporto Vhs*/Dvd potrete trovare Hush (solo in Dvd), Sober, Prison Sex, Stinkfist, Ænema con le innovazioni video studiate dal meticoloso Adam Jones.

* Per i più curiosi, o meticolosi che dir si voglia, la versione in Vhs è piena di errori tipografici legati ai nomi di Aloke Dutta e Paul d’Amour mentre la tracklist è riportata in ordine cronologico contrario a quello d’esecuzione.

Autore: Tool Titolo Album: Salival
Anno: 2000 Casa Discografica: Volcano Entertainment/Tool Dissectional
Genere musicale: Rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.toolband.com
Membri band:

Mayanard James Keenan – voce

Adam Jones – chitarra

Justin Chancellor – basso

Danny Carey – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Third Eye
  2. Part Of Me
  3. Pushit
  4. Message To Harry Manback II
  5. You Lied
  6. Merkaba
  7. No Quarter
  8. L.A.M.C./Maynard’s Dick
30th gen2012

Tool – Ænema

by Giuseppe Celano

1996. Stato di grazia. Ænema è il secondo disco in studio dei Tool, un’opera ambiziosa, moderna e fuori dagli stilemi del metal. Licenziato il 17 settembre e registrato all’Ocean Way in California, Ænema è incluso fra i migliori album di quell’anno. Che i Tool stessero per fare il salto di qualità era implicito nelle note di Undertow ma nessuno poteva immaginare che la trasformazione avrebbe toccato un apice così alto. Nelle loro opere gli arrangiamenti e la tecnica sono al servizio della precisione (matematica) mentre tutto ciò che riguarda il mondo tooliano è vicino al controllo maniacale: pubblico, immagini, notizie e soprattutto la musica stessa, intesa come un processo in cui niente può essere lasciato al caso. Considerato dai critici un punto di svolta dopo il quale non si sarebbe potuto più tornare indietro e letteralmente osannato dai fan, il nuovo lavoro si presenta come un mastodonte che impone rispetto e chiede attenzione. Con i suoi 77 minuti di visionaria maestria il disco cambierà il volto della musica come pochissimi dischi avevano saputo fare fino al quel momento. Il nome dell’opera è una crasi fra la parola anima e un metodo di Carl Jung chiamato enema.

Passando alla musica il suo contenuto è sublime e merita un ascolto ossessivo-compulsivo. Le tipologie di ascolto possono essere suddivise in due categorie: fruizione dell’intera opera e approccio suddiviso per gradi. A tre anni di distanza da Undertow tutti i pezzi combaciano perfettamente, la nuova cangiante creatura di Maynard è pronta a mostrare la sua rivoluzionaria mutazione. Ogni singolo brano necessita di un approfondimento al microscopio elettronico; la materia stellare contenuta, ad esempio, nell’incipit di Stinkfist potrebbe essere la perfetta colonna sonora del Giorno Del Giudizio. L’opener sprigiona un sound liberatorio, violento ma controllato in cui la voce, modulata dall’effetto megafono e poi ripulita nei chorus, si appoggia al suono circolare del basso mentre le chitarre taglienti, incastonate fra tempi dispari, ingaggiano una sfida ritmica contro il rinnovato drumming di Danny. Ed è solo l’inizio; con il passare dei minuti il labirinto (degno dell’Overlook Hotel) che nasconde suoni ricercati e incastri da cefalea inizia a diventare sempre più complicato. La successiva Eulogy si erge a chirurgo plastico per un lifting ad hoc eseguito sul concetto di progressive: dentro ai suoi otto minuti cuniculari si sposano l’accecante bellezza dei riff e il crescendo di un brano in continua evoluzione. Eulogy è complessa raffinatezza armonica, intrecciata come un groviglio quasi inestricabile. La voce s’infila fra il continuo e ipnotico tintinnio di Danny, gigante assoluto del brano, e le chitarre semplici ma efficaci come un montante scagliato da un peso massimo. Il resto viene affidato al basso per un finale esplosivo su cui Maynard porterà avanti la sua personale battaglia contro le religioni, le mercificazioni del corpo e della parola attraverso l’urlo liberatorio finale (“To ascend you must die. You must be crucified, for our sins and our lives! Good-bye!!!”).

In H, il cui significato è legato alla dualità dell’uomo e al nome del figlio Devo H, la musica muta in una ballata psichedelica dai toni oscuri e sibillini. La voce di Maynard conduce il gioco su percussioni delicate, inaspettatamente interrotte dall’impatto delle bacchette sul crash picchiato con violenza dall’indomabile Carey. Da metà brano in su non resta che aggrapparsi disperatamente al sound nella speranza di non venire travolti da tanta feroce eleganza. Useful Idiot è il primo esperimento del disco ottenuto attraverso il suono, modificato elettronicamente, di una puntina arrivata a fine corsa che sul finale fa da battistrada per una delle canzoni più violente dell’intero album. Forty Six & 2, infatti, è un gioco di nervi tesi, gli innesti fra basso e batteria sfociano in una sezione centrale in cui Danny dimostra come sia ancora possibile ricavarsi un solo all’interno di un brano senza essere accusati di pomposità e inutili tecnicismi. Più complicato risulta il messaggio del testo basato su un innesto fra Shadow (terzo stadio fra il conscio e l’inconscio, diviso in due categorie distinte costruttivo e distruttivo) e sulla teoria del salto cromosomico da 42+2 a 46+2 (Drunvalo Melchizedek). Sebbene Message To Harry Manback sia un divertissement, si può notare la dicotomia fra il delicato suono del piano, in stile Michael Nyman, e l’uso brutale delle parole; il gioco semiotico fra parole e percezione modale del suono genera un risultato davvero strabiliante. Hooker With A Penis è una cavalcata distruttiva con sezione centrale psichedelica adatta ai toni accesi con cui Keenan ‘sfancula’ ripetutamente un fan che, incontrato dopo l’uscita del loro primo EP, li accusava di essersi svenduti al sistema.

Intermission è un intermezzo plasmato sui riff successivi di Jimmy, naturale evoluzione di Prison Sex e altra muscolare prova addolcita solo dalla magica voce del singer. Die Eier Von Satan è una ricetta per un trip mentale che ha come base alchemica l’hashish turco. La voce di Marko Fox (ZAUM) narra gli ingredienti con la stessa enfasi di un comizio nazi mentre viene ripetutamente flagellata dal suono di una pressa idraulica, di un’industria al tracollo, e dalla chitarra registrata su una ritmica in 9/8. L’altro zenith è la meravigliosa Pushit, un torrente magmatico di riff al servizio di una progressione inarrestabile, con un occhio rivolto ai King Crimson. Pushit è pura materia plasmata con il martello degli dei; è ciò che tutte le band metal vorrebbero saper scrivere ma a cui, neanche lontanamente, nessuno si è mai avvicinato. Caesaro Summability parte con la risata di un bambino che diventa pianto e poi urla strazianti, soffocate da suoni confusi che introducono la title track del disco. Dedicata al comico Bill Hicks (Another dead hero) Ænema corre su un riff tipicamente seventies incastonato fra i due metronomi Jones/Carey. Maynard la canta divinamente, né più né meno, alternando toni morbidi e accessi di rabbia che sfociano verso Ron Hubbard, Scientology e le case farmaceutiche responsabili del Prozac. Il drumming di Danny rilascia un’energia pari alla magnitudo del presunto sisma che nei testi sprofonderà Los Angeles.

(-) Ions è un rumore di fondo, il cui fruscio viene inciso chirurgicamente dall’elettronica, che introduce come una pericolosa premonizione Third Eye, una “pièce de resisténce” di oltre 14 minuti in cui il drummer si erge a faro assoluto per la navigazione dei tre rimanenti membri. Il brano più spaventoso per eleganza, innovazione e stile è uno slittamento tettonico dallo spettro sonoro finora inaudito e si muove attraverso una serie di soluzioni sonore e cambi d’atmosfera mutevoli. Third Eye è il testamento finale che unisce i Tool ai King Crimson sui cui la sciamanica interpretazione di Maynard trascina gli ascoltatori in una dimensione molto vicina alla trance. Il tempo si piega al volere di Carey, lo spazio si dilata con e nella mente, le deflagrazioni squarciano il silenzio decretando una superiorità inarrivabile per molti.

Ænema è uno dei migliori dischi usciti in questo ventennio: ha raccolto gli orfani di un certo metal proiettandoli, attraverso idee complesse, innovazioni pioneristiche e nessuna paura di osare, verso una nuova estate. Lavata l’onta del progressive, considerato tronfio e auto celebrativo, ciò che rimane è un upgrade micidiale dall’attitudine ‘no compromise’ che indica le nuove sonorità imposte come un monolite venuto dallo spazio. La sua natura aliena vince sulla stragrande maggioranza della produzione odierna vantando cosi tanti temi da suscitare vertigine. I Tool stupiscono perché manipolano alchemicamente il rock anni ’70, il metal e la psichedelia forgiando una nuova formula d’avanguardia ricca di sperimentazione e senza nessun confine prestabilito. Un capolavoro? No, molto meglio, un ariete che ha aperto nuove strade proprio quando il metal, ma non solo, sembrava essere ormai un oceano inaridito.

Autore: Tool Titolo Album: Ænema
Anno: 1996 Casa Discografica: Volcano Entertainment
Genere musicale: Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.toolband.com
Membri band:

Mayanard James Keenan – voce

Adam Jones – chitarra

Justin Chancellor – basso

Danny Carey – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Stinkfist
  2. Eulogy
  3. H
  4. Useful Idiot
  5. Forty Six & 2
  6. Message To Harry Manback
  7. Hooker With A Penis
  8. Intermission
  9. Jimmy
  10. Die Eier Von Satan
  11. Pushit
  12. Cesaro Summability
  13. Ænema
  14. (-) Ions
  15. Third Eye
23rd gen2012

Tool – Undertow

by Giuseppe Celano

Anno di grazia 1993. I Tool producono il loro primo full-lenght intitolato Undertow. Proprio come una corrente sottomarina questo lavoro si muove come un ariete in mezzo all’oceano grunge trascinando il post-metal nel mainstream. Registrato fra ottobre e dicembre del 1992 da Silvya Mass, già responsabile del sound di Opiate, Undertow mostra delle differenze fondamentali con il suo predecessore. Il sound s’affina pericolosamente senza mai perdere quella forza testosteronica già dimostrata in precedenza. La controversa, e successivamente modificata, covert art è opera del chitarrista Adam Jones che si era già occupato di effetti speciali per Hollywood. L’uscita di Undertow desta sin da subito un grande interesse intorno alla band. I testi spesso anticlericali, la maniacalità dei tempi di lavorazione (cinque anni separano i loro dischi) la ricerca ossessiva del sound, sono solo alcuni dei punti di riferimento di questa setta chiamata Tool. La loro musica diventa presto un’esperienza da vedere e ascoltare che fonde suono e immagini come solo i Pink Floyd avevano fatto prima.

L’incipit di Intolerance è pieno distillato di potenza e controllo, claustrofobia ed esplosioni rabbiose avvinghiate al basso mammut. Carey diminuisce visibilmente l’uso della trita doppia cassa optando per un sound più snello e altrettanto complesso. La successiva Prison Sex, sugli abusi dei minori, è opera del vecchio bassista Paul d’Amour. Il plettro viene fatto sfregare sulle corde prima che Maynard dia un ulteriore dimostrazione di come si possono cambiare le leggi del canto e della sillabazione. Ma è Sober il suono del nuovo che avanza, inesorabilmente. È impossibile resistere a quell’andamento metronomico, la voce di Maynard appare cristallina, il lavoro di Carey, cresce a dismisura allineandosi alla grandezza del suo singer. La melodia del chorus e le chitarre taglienti danno, per la prima volta, la sensazione che i Tool siano un’unica mente, un’entità cerebrale non più suddivisa in quattro corpi ma fusa in uno dei loro primi classici. In Bottom la velocità raddoppia, come il bicorde di Jones su cui partono le loro classiche esplosioni. Per la prima volta appare un ospite di statura, e tatuaggi, elevati che si appresta a leggere alcune liriche scritte da Keenan. Henry Rollins diventa un crooner immerso in un’atmosfera nebbiosa, dai toni alleggeriti, irrobustita solo dal basso ipnotico prima che la sua voce seppellita dall’urlo di guerra dica “I’m naked and fearless and my fear is naked”.

Fra i vari easter eggs potrete divertirvi con pochi secondi di una canzone abilmente nascosta in Crawl Away che, una volta partita, sembra il treno di A 30 Secondi Dalla Fine, inarrestabile viaggio veloce trasformandosi in un omaggio ai primi Metallica. Swamp Song tradisce una sezione progressiva e psichedelica che contiene in nuce ciò a cui ci abitueranno di lì a breve. Le strofe rafforzate dall’uso furbo dell’eco penetrano nella mente come un acido depositato al centro del cervello, impegnato nella sua funzione erosiva. La titletrack è una specie d’inferno sonoro sull’uso continuo di droghe, le chitarre, i cambi di ritmo e il basso pesante non riescono però a farlo decollare. È come se Undertow fosse ancorata al passato dei Tool che presto da bruco diventeranno farfalla. non si riferisce a scale né al Quarto Potere di Orson Welles, è una canzone sull’apertura mentale e sull’abbandono del pregiudizio (a un orecchio attento non sfuggiranno i punti di contatto con Stinkfist). Flood invece è un viaggio di lentezza elefantiaca in terra desolata, procede inarrestabile per la sua strada spazzando ogni forma di resistenza che proverete a opporre. Il caos fatto di chitarre chirurgiche che incidono in profondità, dalla sezione ritmica sferzante prende una forma più tooliana a metà corsa. Sessantanove (chissà perché…) secondi di silenzio, come fossero tracce a sé, rumori di fondo, un suono secco della bacchetta sul metallo del rullante, pecore, molte pecore, poi un voce metallica attraverso un apparecchio (telefono, megafono?). Che succede, un altro scherzo? No, sono ancora loro in Disgustipated, coda dell’album in cui la band si lascia andare a forme sperimentali di fare musica.

Undertow è prima di tutto un disco di puro rock come non se ne faceva da tempo, un’anticipazione fedele di un futuro brillante ma anche, e soprattutto, il percorso attraverso il quale il quartetto di Los Angeles si avvierà verso la definitiva consacrazione. Post Scriptum: per quanto riguarda le pecore se siete curiosi informatevi su cosa fece Maynard quando scoprì, durante un’esibizione, di essere finito a sua insaputa in una specie di luogo di culto supervisionato da Scientology. Considerata la loro avversione per le religioni non vi verrà difficile arrivare ad una degna conclusione.

Autore: Tool Titolo Album: Undertow
Anno: 1993 Casa Discografica: Zoo Records, Volcano
Genere musicale: Rock Voto: 7.5
Tipo: CD Sito web: http://www.toolband.com
Membri band:

Maynard James Keenan – voce

Adam Jones – chitarra

Paul D’Amour – basso

Danny Carey – batteria

Tracklist:

  1. Intolerance
  2. Prison Sex
  3. Sober
  4. Bottom
  5. Crawl Away
  6. Swamp Song
  7. Undertow
  8. Flood
  9. Disgustipated
16th gen2012

Tool – Opiate

by Giuseppe Celano

È il 1992 quando Maynard James Keenan, Adam Jones, Paul D’Amour e Danny “Octopus” Carey danno alla luce Opiate, primo lavoro con quattro brani in studio e due live, più una hidden track intitolata The Gaping Of Lotus Experience. Il titolo dell’EP è mutuato dalla massima: “La religione è l’oppio dei popoli” (Karl Marx). Sin dai primi vagiti il mondo dei Tool risulta affascinante e complesso. Anche se le sonorità sono ancora aspre, e lontane dal lavoro di elegante ricerca dei suoni, questo lavoro contiene in nuce il virus che muterà irreversibilmente il dna del metal. Le soluzioni si stagliano su un orizzonte decentrato e spostato in avanti, sebbene persistano elementi caratterizzanti come il rifferama secco e potente e la doppia cassa di Carey a dettare i ritmi, oltre al canto di Maynard che si differenzia per stile ed eleganza (Sweat). I tempi dispari, i cambi inaspettati e il carisma del loro singer conferiscono alla band uno status quasi magico (Cold And Ugly).

Le scorie del grunge rimangono incastonate fra le nuove strutture di questa band di culto che in poco tempo ha ottenuto il favore di critica e pubblico. Basta soffermarsi attentamente su Jerk-Off per ammirare la potenza distruttiva del quartetto; la traccia, registrata live a Jello Loft, è la summa del sound tooliano. La timbrica unica di Maynard regala potenza, torreggia in estensione e il modo di sillabare i testi pone le basi per un nuovo stile di canto. Ma i Tool sono anche altro, testimone ne è la titletrack ricca di melodia, atmosfere ammalianti e virate mozzafiato. Opiate alterna atmosfere violente e passaggi liberatori di una forza motrice capace di deflagrare come la nascita di una nana gialla. La cura maniacale per i dettagli e l’attenzione certosina per i testi, spesso sibillini, si concentrano sugli aspetti della realtà, sul dualismo umano e sulle necessità dell’anima. Il tutto viene frullato ed accelerato dalla sezione ritmica precisa quanto un bisturi, intarsiato dalle chitarre oscure e sublimata dalla voce dell’inarrivabile Maynard James Keenan.

I Tool agiscono quasi come una setta segreta aumentando in modo virale, e quasi massonico, la fidelizzazione dei fan che pendono lettaralmente da ogni loro uscita. Opiate è un insieme di emozioni variegate, accollate dal valore di ogni singolo elemento e dal lavoro di squadra di una band che definire fuoriclasse è puro eufemismo.

Autore: Tool Titolo Album: Opiate
Anno: 1992 Casa Discografica: Zoo Records, Volcano
Genere musicale: Alternative Metal Voto: 7
Tipo: EP Sito web: http://www.toolband.com
Membri band:

Maynard James Keenan – voce

Adam Jones – chitarra

Paul D’Amour – basso

Danny Carey – batteria e percussioni

Tracklist:

  1. Sweat
  2. Hush
  3. Part Of Me
  4. Cold And Ugly
  5. Jerk-Off
  6. Opiate/The Gaping Of Lotus Experience