Tool – 10.000 Days
2006. La cristallizzazione. Anticipato dal singolo Vicarious uscito il 17 Aprile (compleanno di Maynard), 10.000 Days è il quarto lavoro in studio per i Tool. Registrato in due diversi studi californiani e missato a Portland, l’album viene accolto con meno calore, anche se positivamente, dalla critica e con euforia dall’adorante pubblico. Come per i Led Zeppelin all’indomani del successo planetario di IV, anche per i Tool arriva il momento dei paragoni con il passato. Ma a differenza di alcuni solchi polverosi di Houses Of The Holy, 10.000 Days segue un sentiero diverso. Ben consci di non poter, almeno al momento, spostare in avanti l’asse del songwriting, i Tool giocano di classe concentrandosi sui dettagli, espandendo il loro sound e ottimizzando(ne) i particolari. Il disco subisce un processo di lavorazione che prevede i soliti cinque anni e il perfezionamento, ormai maniacale, dei dettagli. La band dà alla luce un’opera complessa e intervallata da una serie di canzoni cerniera, frutto del lavoro di Danny Carey alle percussioni Mandalas. Non è difficile cogliere tutto questo nell’intro di Vicariuos il cui arpeggio circolare è magicamente ricavato dalla sessione centrale di Schism. L’aggressività sonora sostiene con urgenza i testi, in polemica serrata contro la spettacolarizzazione mediatica del dolore. I brividi ci sono ancora tutti: la sezione ritmica è uno schiacciasassi, il basso mammut macina riff senza sosta, il suono delle chitarre diventa espanso (in quel giro di mi-re-do tanto amato da Jones), mentre immutato risulta lo stile vocale che nel suo vortice stupisce con un’inaspettata melodia pop “La, la, la, la, la, la-la-lie“.
Non da meno è Jambi con il suo bicorde ossessivo, la voce di Keenan fulgida e l’articolato tappeto ritmico di Danny. La sezione centrale è da manuale, roba per palati fini e tecnicamente irraggiungibile per molti. Maynard canta come se non ci fosse un domani, lasciando spazio all’assolo di Adam alle prese con il talk box, un effetto che consente di modificare il suono di uno strumento e che assomiglia vagamente al wah wah. Aggressiva come un animale ferito e sospesa tra rabbia e amore, la take risulta uno dei passaggi più riusciti, dal picco emotivo devastante. Parlavamo di similitudini con il passato poche righe fa, la storia si ripete per le due gemelle Wings For Marie Part I-II, simili a Parabol-Parabola. Il suono di una chitarra che rallenta, come un cuore che sta per abbandonare il suo lavoro, introduce la canzone più straziante dell’intera opera tooliana e che si erge come faro assoluto di questo lavoro. I diecimila giorni della malattia (ictus e paralisi) della madre Judith (il nome vi ricorda qualcosa?) di Maynard, visibilmente ferito anche nel canto, diventano un highlight irraggiungibile. Ci si ritrova spiazzati, tesi a cercar punti di riferimento e proprio quando sembra ormai impossibile trovarne, quella melodia e ogni singola parola s’innestano prepotente nell’area cerebrale della memoria. Keenan si supera. I fantasmi della madre, della religione, della vita dopo la morte e del dolore convivono in questa suite gigantesca.
A differenza del passaggio da acustico a elettrico fra Parabol e Parabola questa volta i Tool optano per un processo inverso. Wings For Marie Part I e 10.000 Days (Wings Part II) sono unite da un arpeggio e dal basso. In sottofondo, il suono minaccioso di un temporale è presagio dell’abbandono delle spoglie mortali e del volo dell’anima verso il meritato Eden. L’uso dell’effetto violino di Adam aumenta il pathos; il dolore è palpabile. Danny opta per un lavoro lento e costante su piatti e timpano. Il crescendo è così poetico da diventare insostenibile, l’urlo di Maynard pretende per la madre ciò che (ci) è stato sempre promesso: “It’s Time now, my time now, give me my, give me my wings”, un vero e proprio shock emozionale. Impossibile rimanere inerti, facile sentirsi inermi e smarriti di fronte a tanta disperata dolcezza. Nell’esplosione finale la voce di Maynard si acquieta in preghiera, mentre lo spirito si dibatte per riappacificarsi con il proprio passato e con il rapporto tra madre e figlio. Mai i Tool si erano aperti tanto. I testi mostrano chiaramente un lato umano estremamente sensibile, che non cerca compromessi o ellissi linguistiche per nascondere i propri sentimenti. The Pot, in origine la canzone avrebbe dovuto intitolarsi The pot calling the kettle black (simile a “il bue chiama cornuto l’asino“) sembra un singolo quasi mainstream. Keenan fa il verso alla madre, mentre tutto intorno si scatena l’inferno attraverso deflagrazioni e saliscendi con ripartenze brucianti. La voce si erge come la stella del nord, punto di riferimento per il basso snello e la batteria indomabile, e disegna nuove traiettorie su cui si appoggiano le chitarre di Jones. Lipan Conjuring è un intermezzo, quasi una sorta di pratica sciamanica per raggiungere la propria spiritualità.
Lost Keys è una strumentale sull’inventore dell’LSD (Albert Hoffman) nel cui finale si può ascoltare una parte dei dialoghi di K-Pax (Kevin Spacey). Rosetta Stoned, di ritorno dal “passato” Lateralus, sceglie stilemi tanto cari ai Tool, elettricità ad alto amperaggio e il drumming intricato e massiccio. Dal vivo il brano diventa ancora più labirintico attraverso il suono di pad elettronici e diavolerie pescate chissà dove. Questo esteso mastodonte progressivo, in cui la band sfrutta tutte le sue capacità per costruire un muro di suono impenetrabile, aumenta ulteriormente la credibilità di 10.000 Days. La successiva Intension è pacata, riflessiva e studiata per la sola voce circondata da elementi elettronici, sui cui si stende un tappeto percussivo. Right In Two è l’ultimo vero brano di questo lavoro, una ballata delicata all’inizio, costruita sulla stupenda voce di Keenan che viaggia quasi serena e in armonia con le poche note di chitarra. Il lavoro fino di pelli e percussioni anticipa l’esplosione catartica in cui i Tool sono maestri indiscussi. La chiusura è affidata a Viginti Tres, brano su cui i tooliani si sono scervellati per anni, una foresta fittissima popolata da rumori molesti e respiri affannosi.
Lontani dalla tribalità ritmica e dal misticismo spirituale di cui Lateralus era intriso, i Tool scelgono un sentiero sonoro diretto, allo stesso modo la comunicazione diventa più chiara, il tutto viene esposto in una vetrina di lusso che solo in pochi possono permettere. Missato da Joe Barresi, 10.000 Days è un amalgama alchemica imbattibile, la fusione dei tre precedenti lavori per un nuovo sound profondo, quasi tridimensionale. Uno stadio successivo e impossibile da ignorare per chiunque conosca il mondo della band e adatta per le nuove leve. Questo sound è stato copiato, scimmiottato, rubato da centinaia di cloni ed emulatori, ma solo una straordinaria conoscenza dei propri strumenti e un dolore vero, unito a una profonda sensibilità, possono dar luogo a lavori così complessi e ammirabili. Imperdibile. Avevate dubbi?
| Autore: Tool | Titolo Album: 10.000 Days |
| Anno: 2006 | Casa Discografica: Tool Dissectional, Volcano Entertainment |
| Genere musicale: Post-metal | Voto: 8 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.toolband.com |
| Membri band:
James Maynard Keenan – voce Adam Jones – chitarra Justin Chancellor – basso Danny Carey – batteria e percussioni |
Tracklist:
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