24th feb2013

Le idee vengono prima della musica

by Marcello Zinno

Nel pieno del weekend elettorale vogliamo esprimere un pensiero. Non parleremo di politica né di partiti perchè non è questo il nostro mestiere. Noi ci concentriamo sulla musica perchè crediamo che essa valga la pena di essere vissuta e capita molto di più rispetto a come lo si fa oggi. Fin dalla prima recensione pubblicata, RockGarage si è sempre concentrato sul concetto di “qualità musicale”, non tanto in termini di innovatività (molti artisti ripropongono generi appartenenti a decenni fa ma lo fanno in maniera profonda e affascinante) ma più nelle idee che ci sono dietro. Noi crediamo che dietro una scelta melodica o ritmica ci sia innanzitutto un’idea, un desiderio di espressione che l’artista ha (e si badi, non abbiamo detto semplicemente musicista) e che vuole condividere proprio facendo musica. Questo è il principio basilare per cui una persona qualunque (o non tanto qualunque) inizia a fare musica. Le idee possono essere di diversa natura: ci sono artisti che si concentrano sull’amore, altri che parlano di panorami o paesi natii, altri ancora che parlano di politica e vedono la musica come un modo per arrivare alle persone e smuovere le proprie coscienze. Paradossalmente (ovviamente è una provocazione), se i movimenti politici di oggi utilizzassero la musica per esprimere i propri programmi probabilmente arriverebbero di più alle persone e tutti saprebbero quale movimento rappresenta le proprie idee (non come oggi in cui molte persone preferiscono “il male minore”).

Un esempio che ci ha colpito è il brano La Mia Valle Ed I Suoi Guai contenuta nell’ultimo album dei Linea dal titolo Revoluzionado (recensito da noi a questa pagina), un brano che affronta il tema attuale quanto scottante della Val Di Susa, spesso associato solo alla violenza e non alle ripercussioni sociali ed economiche che esso nasconde. Lungi da noi esprimersi in merito alla questione (non è il luogo e non siamo le persone più adatte per poterne argomentare) ma quel brano ci ha fatto venire i bridivi. In una manciata di minuti abbiamo capito cosa muoveva le band degli anni ’70 quando urlavano rabbia, quando assumevano una posizione scomoda, quando andavano contro corrente con il rischio di essere investiti da un fiume di polemiche che non riguardava la propria musica ma le proprie idee. Ci ha fatto capire le varie “lotte” di Joe Strummer, il seguito conquistato da gruppi completamente privi di tecnica ma pieni di ideali ispiratori, ci ha fatto tornare alla mente i concerti sold out indipententemente dai passaggi televisivi o radiofonici che quella certa band aveva guadagnato. Perchè si può parlare (di musica ma anche di altro) solo se ci sono delle vere idee alla base e questo, molte persone dei nostri giorni dovrebbero sempre tenerlo a mente.

09th gen2013

Top Album 2012

by Moderatore

Come ogni inizio d’anno che si rispetti è d’obbligo fare i conti con il recente passato. Noi di RockGarage abbiamo ascoltato tantissima musica nel corso del 2012: abbiamo recensito ben 300 nuove uscite (senza contare gli album del passato) e, considerando anche gli album d’annata che abbiamo ascoltato ma non recensito, ci siamo fatti una reale idea di come sono stati gli ultimi 365 giorni per la musica internazionale. Abbiamo stilato le nostre personali Top Album che elencano le migliori uscite del 2012 e come potrete notare le classifiche sono molto diverse tra loro, segno che il 2012 è stato un anno non solo molto prolifico a livello discografico ma anche molto interessante.Qualora disponibile potete cliccare sul nome della band o dell’album per leggere la relativa recensione. Buona lettura!

 

Classifica di Marcello Zinno:

  1. Prong – Carved Into Stone
  2. Homer – The Politics Of Make Believe
  3. Shide – Between These Walls
  4. De Curtis – Belli Con Gusto
  5. The Mars Volta – Noctourniquet
  6. Redska – La Rivolta
  7. Draugr – De Ferro Italico
  8. Coram Lethe – Heterodox
  9. Margaret Lee – La Ballata Di Belzebù
  10. Cancer Bats – Dead Set On Living
Classifica di Amleto Gramegna:

  1. Electric Swan – Swirl in Gravity
  2. Wicked Minds – Visioni, Deliri e Illusioni
  3. Il Tempio Delle Clessidre – Il Tempio Delle Clessidre
  4. The Radiata 5Tet – Aurelia Aurita
  5. Maurizio Bonino – Bonino Maciste
  6. Giovanni Block – Un Posto Ideale
  7. Kreativ In Den Boden – Disco Suicide
  8. Elevator To The Grateful Sky – Elevator To The Grateful Sky
  9. Lucy Van Pelt – L’instabile
  10. The Little White Bunny – hOle
Classifica di Giuseppe Celano:

  1. Swans – The Seer
  2. Rival Sons – Head Down
  3. Hexvessel – No Holier Temple
  4. Neneh And The Cherry – The Cherry Thing
  5. Three Seasons – Understand The World
  6. Howlin’ Rain – The Russian Wilds
  7. Goat – World Music
  8. Converge – All We Love We Leave Behind
  9. Troubled Horse – Step Inside
  10. Graveyards – Lights Out
Classifica di Matteo Iosio:

  1. Led Zeppelin – Celebration Day
  2. The Rolling Stones – Grrr!
  3. Testament – Dark Roots Of The Earth
  4. Kiss – Monster
  5. Wintersun – Time I
  6. Grand Magus – The Hunt
  7. Stone Sour – House Of Gold & Bones Part. 1
  8. Lamb Of God – Resolution
  9. Soundgarden – King Animal
  10. The Gaslight Anthem – Handwritten
Classifica di Gianluca Scala:

  1. Gotthard – Firebirth
  2. Kiss – Monster
  3. Testament – The Dark Roots Of Earth
  4. Motorhead – The World Is Ours Vol. 2
  5. Golden Sextion – The Silicon Age
  6. Unisonic – Unisonic
  7. Overkill – The Electric Age
  8. Slash Feat. Myles Kennedy And The Conspirators – Apocalyptic Love
  9. H.E.A.T. – Address The Nation
  10. Mr. Bopp And The S.Matt Family – Still The Same….
Classifica di Piero di Battista:

  1. Propagandhi – Failed States
  2. Stone Sour – House Of Gold And Bones Pt.1
  3. Led Zeppelin – Celebration Day
  4. Joey Ramone – Ya Know
  5. Meshuggah – Koloss
  6. Serj Tankian – Harakiri
  7. Anti-Flag – The General Strike
  8. Converge – All We Love We Leave Behind
  9. Lamb Of God – Resolution
  10. The Cult – Choice Of Weapon
Classifica di Alberto Vitale:

  1. No More Fear – Made in Italy
  2. Ciementificio - Marcia Marcia
  3. Chaos Inception – The Abrogation
  4. Yerbadiablo – Jester in Brick Lane
  5. Hawkwind Light Orchestra – Stellar Variations
  6. Mombu – Zombi
  7. Antropofagus – The Architecture of Lust
  8. Horn Of The Rhino – Grengus
  9. We Are Waves – We Are Waves
  10. Mainline – Azalea
Classifica di Marco Esposito:

  1. Hot Water Music – Exister
  2. Nothington – Borrowed Time
  3. NOFX – Self Entitled
  4. The Menzingers – On The Impossible Past
  5. Anti Flag – The General Strike
  6. Mxpx – Plans Within Plans
  7. The Casualties – Resistance
  8. Latte+ – Asociale
  9. While She Sleep – This Is The Six
  10. Matt Skiba And The Sekrets – Babylon

 

22nd dic2012

Black Crowes: la storia

by Alberto Lerario

Figli d’arte (il padre Stan incise nel 1959 il successo Boom-a-Dip-Dip), i fratelli Robinson sono i leader e l’anima dei Black Crowes, con in mente una sola idea: suonare buona musica per divertire e divertirsi, lasciando il compito alle case discografiche di etichettarla come meglio credono. Rock ‘n roll, rock blues, southern rock o soul rock, poco conta, l’importante è che trasmetta emozioni e sia carica di energia. Nati ad Atlanta nel 1984 con il nome di Mr. Crowes Garden, successivamente modificato in Black Crowes nel 1988, si ispirano fortemente a band come Led Zeppelin, Rolling Stones e Faces, in un momento storico in cui spadroneggia il metal (in tutte le sue declinazioni), il crossover e soprattutto il pop con le sue icone. Ma i fratelli Robinson, Chris alla voce e Rich alla chitarra, hanno le idee ben chiare e l’animo forgiato con puro rock’n’roll e decidono di seguire la loro strada. Dopo essersi fatti le ossa nei locali di Atlanta, nel 1990 grazie ad un’idea dell’illuminato Rick Rubin, audace discrogafico che collaborerà con numerosissime star musicali, insieme ai compagni Jeff Cease (chitarra), Johnny Colt (basso) e Steve Gorman (batteria), pubblicano Shake Your Money Maker. Il disco vince 5 dischi di platino, permettendo alla band di partecipare nel 1991 all’epico Monster Of Rock di Mosca davanti a quasi un milione di persone, insieme a AC\DC, Metallica, Pantera e Queensryche. Nel 1992 arriva l’album The Southern Harmony And Musical Companion, con alla seconda chitarra Marc Ford al posto di Jeff Cease ed il tastierista Eddie Harsch. L’album vende circa 2 milioni di copie grazie ad hit come Remedy, Thorn In My Pride, Sting Me.

La fama dei Black Crowes si amplifica anche per merito delle infuocate esibizioni live in cui la band si esprime al massimo delle sue potenzialità. Seguono Amorica nel 1994 e Three Snakes and One Charm nel 1996. Dopo il tour che segue l’album il chitarrista Marc Ford ed il bassista Johnny Colt lasciano il gruppo. Nel 1998 la band, insieme al nuovo bassista Sven Pipien, pubblica By Your Side caratterizzato da sonorità più dure, distaccandosi dal tipico suono dei Black Crowes. Tra il 1999 ed il 2000 collaborano con Jimmy Page, chitarrista dei leggendari Led Zeppelin, in numerose sessioni dal vivo che portano alla pubblicazione dell’album Live At The Greek. Nel 2001 pubblicano Lions, ultimo album prima di dividersi per intraprendere alcuni progetti da solisti. Nel 2005 i fratelli Robinson riuniscono il gruppo insieme a Eddie Harsch, Marc Ford, Sven Pipien ed introducendo il batterista Bill Dobrow, sostituito dopo qualche live dal primo batterista Steve Gorman. Alla reunion fanno seguito alcune date sold out sia a Boston che al Madison Square Garden. Nel 2007 pubblicano l’album acustico Brothers Of A Feather: An Acoustic Evening With Chris & Rich Robinson of The Black Crowes, e nel 2008 Warpaint, registrato con l’enesimo cambio di line up con Marc Ford e Ed Harsch rimpiazzati da rispettivamente da Paul Stacey e Rob Clores. Nel 2009 producono il doppio album Before The Frost…Until The Freeze, con il primo cd (Before The Frost) reperibile nei negozi di distribuzione, ed il secondo (Until The Freeze) scaricabile dal loro sito tramite un coupon allegato al primo disco. Nel 2010 è uscito l’ultimo Croweology. Successivamente Chris Robinson decide di dedicarsi al progetto al suo progetto solista Chris Robinson Brotherhood.

18th dic2012

ZZ Top: la loro storia

by Alberto Lerario

Solo all’apparenza monocordi, gli ZZ Top rappresentano in realtà un caleidoscopio musicale costituito da molte sfumature di immediato godimento, in grado di far divertire sia i grandi che i piccini (ovvero sia i più esigenti che i meno pretenziosi ascoltatori). Naturalmente bisogna ricordarsi di indossare gli occhiali da sole per apprezzare a dovere il tutto, stiamo pur sempre parlando di una band texana. Anello di congiunzione tra rock e blues suonato a corrente elevata con spirito sanguigno, con venature country e boogie, gli ZZ Top sono un blues-rock trio texano composto da Billy Gibbons (chitarrista, voce), Dusty Hill (basso, voce) e Frank Beard (batterista, e a discapito del suo cognome, l’unico senza barba), formatosi nel 1969 a Fort Worth in Texas. All’epoca Gibbons era il virtuoso leader dei Moving Sidewalks, esponenti della psichedelia hendrixiania, i quali però si sciolsero dopo un solo album, Flash. In seguito Gibbons decise di avvalersi della più che valida sessione ritmica degli American Blues, ovvero Hill e Beard. Nacquero così gli ZZ Top. Il nome sarebbe un tributo al mitico B.B. King, poiché inizialmente il trio texano si faceva chiamare ZZ King, per poi modificarsi successivamente in ZZ Top. Partiti dal fango del Rio Grande con i loro primi due album, dove si respira a pieni polmoni l’aria del Texas, raggiungono il successo nel 1973 con l’album Tres Hombres, disco di platino che contiene la planetaria e immortale La Grange. La loro fama continua ad amplificarsi grazie al seguente Fandango!, grazie anche ad una tournée mondiale in cui vengono staccati all’incirca un milione di biglietti.

Arriva quindi il nuovo contratto con la major Warner ed il sesto album Deguello nel 1979. Ormai gli ZZ Top sono diventati una macchina da soldi abituata ai lussi di Las Vegas, negli anni ’80 rappresentano il lato edonistico del rock blues americano rappresentato da belle macchine e donne prosperose. Di conseguenza la loro musica acquista una vena più commerciale e glam, e il trio diventa un icona grazie ai loro vestiti da rodeo con cappelli e stivali da cowboy, e soprattutto le loro barbe ormai leggendarie. Nasce così nel 1983 Eliminator, cinque volte disco di platino grazie a hit come Gimme All Your Lovin, Sharp Dressed Man e Legs. Solo verso la metà degli anni novanta il trio texano si riavvicinerà a sonorità più vicine al ruvido rock blues degli esordi con Anteena e Rythmeen. Il 15 marzo 2004 sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame, ma il trio texano non ha certo appeso gli stivali al chiodo essendo tuttora in attività. Nel 2012 è infatti uscito il loro quindicesimo studio album, La   Futura. Ormai insieme ininterrottamente da 41 anni, con il loro rock blues a stelle e strisce, possente ed immediato, rappresentano un riferimento ed un’icona musicale anche grazie alla loro immagine rappresentata dalle loro leggendarie barbe.

08th dic2012

John Lennon: 8 dicembre 1980

by Amleto Gramegna

«Sono sicuro che una grossa parte di me sia Holden Caulfield, il resto di me deve essere il diavolo» (Mark David Chapman). Manhattan, 8 dicembre 1980. Mark David Chapman, 25 anni, è in attesa da ore fuori ad un grosso palazzo, il Dakota Building, dalle parti di Central Park. Mark sa che in quel palazzo abita una persona famosa, molto famosa. Una persona che per anni è stata l’idolo di mezzo mondo quando suonava insieme ad altri tre ragazzi. John Winston Lennon. Da dieci anni Lennon si è “messo in proprio”, ha abbandonato il vecchio gruppo, suona da solo. Da poco è uscito il suo ultimo lavoro Double Fantasy, composto e suonato insieme alla moglie, l’artista giapponese Yoko Ono. Ma facciamo un salto indietro. Chapman è una guardia giurata con qualche problema mentale. Viene da Honolulu, è stato tossicodipendente oltre che ospite di varie strutture di igiene mentale. Da ragazzino si vedeva come il re di una tribù di “piccola gente” che viveva nel muro della sua camera da letto. Nell’attesa dell’arrivo della star, divora le pagine di un libro, il Giovane Holden che conosce praticamente a memoria e ne è ossessionato. La figura di Holden Caulfield lo attrae oltre ogni misura, soprattutto quel suo essere antisociale. Ma non è solo Holden il suo modello. Anche John lo è. O meglio, lo era.

Mark da sempre è un fan dei Beatles e si concentra principalmente sulla figura di Lennon, l’anti-eroe Lennon. Artista sagace, caustico, sperimentatore, folle. Anche John ha avuto una pessima infanzia ed è sempre stato un antisociale. Come Holden. Come Mark Chapman. Arriva al punto di emularlo smaccatamente, sposando anche una donna di origini giapponesi vagamente simile a Yoko, di nome Gloria Abe. Dal 1971 è un cristiano rinato. Abbracciando la nuova fede comincia a vedere le cose sotto un’altra ottica. Una canzone di John in particolare lo offende oltre ogni limite, God inserita in Plastic Ono Band. Chapman non può tollerare l’affermazione di Lennon secondo la quale Dio è solo una fantasia che l’uomo si è creato per cercar rifugio dalle proprie paure. Racconterà di aver ascoltato l’album John Lennon/Plastic Ono Band nelle settimane antecedenti l’omicidio e di aver pensato “Ascoltavo quella musica e diventavo sempre più furioso verso di lui, perché diceva che non credeva in Dio… e che non credeva nei Beatles. Questa era un’altra cosa che mi mandava in bestia, anche se il disco risaliva a dieci anni prima. Volevo proprio urlargli in faccia chi diavolo si credesse di essere, dicendo quelle cose su Dio, sul paradiso e sui Beatles! Dire che non crede in Gesù e cose del genere. A quel punto la mia mente fu accecata totalmente dalla rabbia.”.

Nella sua mente comincia a formarsi il desiderio di uccidere quell’uomo che, secondo la sua ottica distorta, ha tradito un’intera generazione. La sua fede è ulteriormente scossa dal brano Imagine. Non solo è un testo degno del manifesto del partito comunista, ma quella frase “…And no religion too” è blasfema ogni oltre limite. È deciso: Lennon deve morire. Convinto di essere investito della missione di punire il ricco John, Mark parte per New York. È l’ottobre del 1980, ha con sé la sua pistola. Vuole compiere subito la sua missione ma qualcosa lo blocca. Torna alle Hawaii e comunica la sua volontà di uccidere alla moglie, mostrandole la pistola e dei proiettili. Lei non avvisa la polizia ma, di comune accordo, fissano un appuntamento con uno psichiatra. Ma Chapman non può più aspettare. Torna a New York. Abbiamo lasciato Mark davanti il Dakota building. Fa freddo, sono le 18:50 quando dal palazzo esce una coppia: John & Yoko. Mark si avvicina, ha con sé, oltre la pistola, una copia di Double Fantasy. Gli stringe la mano e gli chiede un autografo, Lennon non fa problemi, ci è abituato. Con la coppia vi è un fotografo, Paul Goresh, che scatta una foto, consegnandola alla storia. Mark è pronto, ha deciso. “Lo uccido ora!” ma viene bloccato dalla gentilezza di John che, dopo l’autografo, gli chiede “posso fare altro per te?”. Chapman rimane interdetto. Da una parte vorrebbe abbandonare l’idea, tornare in albergo e tornarsene a casa, ma dall’altra parte le voci nella sua testa lo obbligano a restare. Lennon e Yoko tornano dopo quattro ore. Mark è ancora lì. Nel buio. In attesa.

Hey Mr.Lennon!” John si gira e viene raggiunto da quattro colpi di pistola (il quinto lo manca). Riesce a fare qualche passo, tenta di entrare nel palazzo ma riesce solo a mormorare “mi hanno sparato” prima di cadere al suolo. Chapman è riuscito nel suo intento. Rimane tranquillo sul posto. Il custode del Dakota gli toglie la pistola dalle mani urlandogli contro “Ma ti rendi conto di quello che hai fatto?” “Sì, ho appena sparato a John Lennon” è la sua risposta. Dopo, incurante dell’arrivo della polizia, si mette seduto e continua a leggere Il Giovane Holden. Dopo pochi minuti arrivano due poliziotti che lo arrestano subito, lui non fa resistenza né altro, si lascia portare via. Lennon viene trasportato in ospedale su un’auto della polizia. A causa della gravità delle sue ferite non va perso neanche un secondo, ma è una corsa inutile. Alle 23:07, solo diciassette minuti dopo essere stato colpito, viene dichiarato ufficialmente deceduto. Mark David Chapman è accusato di omicidio di secondo grado e condannato all’ergastolo, oltre a una pena supplementare di 20 anni. Ironia della sorte trascorrerà trent’anni nel carcere di Attica, in favore dei cui detenuti John Lennon aveva cantato, nel brano Attica State. Attualmente è detenuto nel carcere di Wende.

Nella foto, l’ultima istantanea conosciuta di John, mentre autografa la copia di Double Fantasy al suo assassino Mark David Chapman.

27th nov2012

70 anni per Jimi Hendrix

by Amleto Gramegna

Oggi, Jimi Hendrix avrebbe compiuto 70 anni e, in occasione di questa data, esce in alcune sale selezionate il film Hendrix 70. Live at Woodstock. La pellicola è una versione curata sin nei minimi dettagli della performance di Jimi in quel di Woodstock, il 19 agosto del 1969, concerto che si tenne all’alba. Hendrix salì sul palco con una formazione espansa rispetto al suo solito trio. Non più solo Mitchell e Redding, ma ben cinque musicisti sul palco con lui. Introdotti come Jimi Hendrix Experience, furono immediatamente ribattezzati dal chitarrista come Gipsy Sun And Rainbows. Jimi voleva di più: gli Experience erano nati in Inghilterra grazie a Chas Chandler (bassista degli Animals), e componevano un trio di perfetti sconosciuti decisi a tutto pur di sfondare ogni preconcetto o barriera musicale. La protagonista assoluta era la Fender Stratocaster di Jimi, vera e propria “excalibur” musicale. Selvaggia, violenta, distruttiva. Ma anche la batteria non era da meno grazie all’apporto di Mitch Mitchell. Il suo non era un metronomo e basta, come era d’abitudine in quegli anni, ma un vero e proprio strumento ritmico in grado di affiancare la strada delle improvvisazioni della chitarra. Il gran peso era sulle quattro corde del basso di Noel Redding. D’altronde lo stesso era un chitarrista convertito al basso non in possesso di una grandissima tecnica. Il loro rapporto fu il primo ad incrinarsi. Hendrix riteneva Redding incapace e non sufficentemente agile, Redding accusava Hendrix di essere un despota e di avere velleità artistiche ben diverse non volendo rivestire solo i panni di umile servitore della causa.

Dunque la band che salì su quel palco era qualcosa di diverso dal solito: era presente Mitchell ma al basso ora compariva quel Billy Cox, già al fianco del chitarrista in altre occasioni, più consono allo stile che Jimi voleva. A Seattle si ascoltava il blues e Hendrix era nato e cresciuto con quello stile musicale. Ma ora, giunto al grande successo e sentendosi libero da ogni condizionamento, poteva giocare con il soul o esplorare più a fondo il jazz (vi furono delle segrete session con il grande Miles Davis). Quindi Woodstock fu il primo ponte verso un nuovo Hendrix. Ponte che in realtà era già scricchiolante perché il chitarrista non vedrà mai gli anni ’70. Mitchell, Cox e poi ben due percussionisti, Juma Sultan e Jerry Velez, e addirittura un altro chitarrista, Larry Lee, alla ritmica. Quella che seguì fu un’esibizione di ben due ore, non eccellente causa della scarsa intesa con in musicisti, del mancato soundcheck e dei problemi tecnici (oltre una corda della stratocaster che saltò via). Però fu un concerto storico. Basta menzionare solo i due pezzi Voodoo Child, con quell’introduzione di Wha Wha, e la stravolta rilettura dell’inno americano Star Spangled Banner, intervallato da simulazioni dei bombardamenti sui villaggi del Vietnam, altri rumori di battaglia, il tutto avvalendosi della sua sola chitarra per far capire al pubblico che quel tipo veniva da un altro pianeta.

A godere di questo spettacolo furono in pochi, rispetto alla massa di persone che si riversò a Woodstock. Solo 200.000 contro i 500.000 iniziali, anche perché fu Hendrix a volersi esibire di mattina presto il 19 agosto (la sua esibizione era in cartellone la sera del 18). Nel film è presente tutto il travagliato percorso che ha portato a questa mitica, in tutti i sensi, esibizione. Non sappiamo cosa avrebbe potuto fare Jimi oggi, probabilmente avrebbe collaborato con artisti hip hop o si sarebbe aperto all’elettronica (come fece un po’ di anni fa un altro alieno giunto sulla terra, David Bowie) in ogni caso a questo link trovate la lista delle sale che programmano il film. Andateci e non dimenticate di portare una fetta di torta. Auguri Jimi!

28th ott2012

Kraftwerk – Trans-Europe Express

by Christian Basile

Anno Domini 1975. Nascono gli Iron Maiden. Margaret Thatcher diventa la nuova leader del partito conservatore inglese. A 83 anni muore Francisco Franco, dittatore spagnolo al potere da 40. Le truppe americane abbandonano Saigon e le forze Vietcong entrano trionfalmente in città. Eventi diversi, ma ugualmente deflagranti, emblematici e destinati a segnare intere generazioni. Perchè se da un lato gli Iron Maiden crearono la cosiddetta New Wave Of British Heavy Metal, scindendo per primi l’hard rock dal metal stesso (diventandone poi una delle band più importanti e influenzando centinaia di gruppi, menti e personalità), dall’altro Margareth Thatcher divenne la prima (e unica ad oggi) donna ad aver ricoperto la carica di Primo Ministro, avviando un mandato lungo ben 15 anni destinato a segnare profondamente l’Inghilterra e i suoi cittadini. Se da un lato la morte di Franco significò la fine di una sanguinosa dittatura e l’inizio di una nuova era per la Spagna, dall’altro il ritiro degli Stati Uniti dal Vietnam sancì uno dei più sanguinosi, dolorosi e indelebili fallimenti della storia di quel Paese. In questo anno estremamente ricco di cambiamenti, una band tedesca di elettronica d’avanguardia pubblica un disco destinato a diventare esso stesso cambiamento, scisma, manifesto. Culturale innanzitutto.

Perchè Autobhan, quinto disco dei Kraftwerk, abbatte per la prima volta e come nessuno mai il muro dell’elettronica intesa come musica d’elite, contaminando con i suoi germi il dna della musica pop. Crea un linguaggio universale e popolare solo all’apparenza freddo e gelido, unendo generi fino ad allora inavvicinabili e le masse umane ad essi collegate. Influenzerà tutta la scena new wave degli anni futuri (Bowie, Devo, Ultravox, Depeche Mode, i primi Simple Minds, Talk Talk), darà origine anni dopo alla techno, ispirerà addirittura l’hip pop nero degli anni a venire. Un fenomeno sociale che unirà razze, pensieri e creatività. E di Autobhan, questo Trans-Europe Express è erede, apice di quel processo di destrutturazione-ricostruzione avviato 2 anni prima. Il tema principale del disco è il viaggio (culturale e filosofico), attraverso un’Europa ancora ferita dalle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Europe Endless ne è il principio. 9 minuti di synth e voci filtrate, che si aggrovigliano e pulsano su di una drum machine dall’inconfondibile beat disco. In The Hall Of Mirrors il viaggio diventa interiore, e forse ancora più doloroso. Marcia sintetica e funerea che ci pone faccia a faccia con il nostro Doppelganger allo specchio. Per scoprire che “Even the greatest stars change themselves in the looking glass”.

Si arriva quindi a Showroom Dummies, in cui il viaggio assume forme sempre più visionarie. I manichini che prendono vita e marciano, al ritmo di un ritornello che non lascia scampo, sono il simbolo di una realtà così smaterializzante da sembrare finta, sintetica. Techno-pop allo stato puro, ma 30 anni prima di tutti. Ma è con il binomio Trans-Europe Express/Metal On Metal che il miracolo si compie del tutto. Qui l’essenza del viaggio è catturata, fisicamente. L’incedere incalzante di un treno (riprodotto tramite la tecnica del tape loop), permette a synth impazziti di ripetere all’infinito le loro urla futuristiche, in un’orgia di suoni inediti, stordenti, nuovi, rivoluzionari. Mentre una voce gelida ci ricorda che sì, siamo sul Trans-Europe Express, stiamo coprendo distanze siderali e che la nostra percezione della musica è cambiata per sempre.

È tempo di concludere, e sorprendentemente si lascia spazio al romanticismo elettronico di Franz Schubert, (composizione dolce, quasi solare, forse il viaggio sta per terminare?) e alla voce robotica di Endless Endless. Quasi a ricordare che, ovunque ci porti il nostro viaggio, la nostra tappa sarà un infinito, oscuro e ciclico futuro. L’ascolto di questo disco, a quasi 40 anni dalla sua uscita, rimane una tappa imprescindibile per chiunque voglia cimentarsi con la materia elettronica. La creazione di un linguaggio universale, la prevaricazione del senso stesso di genere musicale, l’attualità di quest’opera sono avvenimenti cui difficilmente potremo ancora assistere. Fatelo vostro, vincete la diffidenza del primo ascolto e lasciatevi rapire dal caldo abbraccio di gelide braccia robotiche. Convincetevi che anche la più fredda delle macchine può avere un cuore, un’anima. Ma non tentate di parlare con il vostro robot tagliaerba. Potrebbe non rispondere. E vostra moglie vi scambierebbe sicuramente per pazzo.

Autore: Kraftwerk Titolo Album: Trans-Europe Express
Anno: 1977 Casa Discografica: Kling Klang
Genere musicale: Elettronica Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.kraftwerk.com
Membri band:

Ralf Hütter – voce, tastiere, sintetizzatore

Florian Schneider – voce, sintetizzatore, elettronica

Karl Bartos – percussioni elettroniche

Wolfgang Flür – percussioni elettroniche

 

Tracklist:

  1. Europe Endless
  2. The Hall Of Mirrors
  3. Showroom Dummies
  4. Trans-Europe Express
  5. Metal On Metal
  6. Franz Schubert
  7. Endless Endless
20th ott2012

Hit Parade 1972

by Amleto Gramegna

Anche quest’anno noi di RockGarage proponiamo una retro classifica. Oltre i top album delle annate recenti ci sembra giusto fare un paragone con il passato. Dunque tiriamo fuori la Delorean dal garage, carichiamola di plutonio (o se volete di spazzatura), inseriamo nel computer di bordo l’anno 1972 e raggiungiamo le 88 miglia all’ora. Ci siete? Perfetto. Andate nel primo negozio di dischi che trovate e guardatevi un po’ in giro. Si parte con i primi sedici!

 

1. Il Padrino – Santo And Johnny
2. Popcorn – La Strana Società
3. Il Gabbiano Infelice – Il Guardiano Del Faro
4. Un Albero Di Trenta Piani – Adriano Celentano
5. Run To Me – Bee Gees
6. Gioco Di Bimba – Le Orme
7. Noi Due Nel Mondo E Nell’anima – Pooh
8. Io Vagabondo – I Nomadi
9. Piccolo Uomo – Mia Martini
10. Viaggio Di Un Poeta – Dik Dik
11. Quel Che Si Dice – Charles Aznavour
12. Per Chi – Gens
13. Giù La Testa – Ennio Morricone
14. I Gotcha – Joe Tex
15. Rocket Man – Elton John
16. Midnight Rider – Joe Cocker

 

Eccoci qua. Allora, ricordiamo che nel 1972 in classifica ci andavano i 45 giri, che costavano di meno rispetto ai 33 giri. Le radio pirata trasmettevano praticamente di tutto, non solo quello che deve andare in classifica (ogni riferimento ad una radio odierna è voluto), in più la televisione ci metteva il suo con la trasmissione Hit Parade, condotta da Lelio Luttazzi. Ricordiamo ancora che nelle case degli italiani i sistemi hi-fi erano un sogno avveniristico. I più fortunati potevano contare su un piatto Thorens e un amplificatore Maranz, la maggior parte su un monoblocco di marca Lesa o Europhon o su un bel mangiadischi chiodato marca Penny o Wilco (il colore che andava per la maggiore era arancione acido). Gli sfigati si arrangiavano con un impianto tuttocompreso acquistato dal Reader’s Digest che faceva tanto Europa dell’Est. By the way…in classifica i soliti big si scontrano con facce nuove.

Partiamo dall’ultimo posto dove troviamo il vecchio Joe Cocker (all’epoca non così vecchio) che, come al solito, ci propone una cover. Brano storico degli Allman Brothers, lui bravissimo ma che palle! Gradino in su con il maestro Elton John e la sua bellissima Rocket Man, ancora oggi utilizzatissima tra spot tv e film. I Gotcha è il brano più famoso di Joe Tex rivale, per dieci minuti, del padrino del Soul James Brown, pezzo a dir poco fantastico che ricordiamo nella soundtrack de Le Iene. Giù La Testa è uno dei più bei film di Sergio Leone e la colonna sonora, con il suo Sean Sean, risuonò per parecchio nelle case degli italiani. Bravissimo Ennio Morricone e ancora più brava Edda dell’Orso. I Gens. Dunque i ’70 potevano vantare questi gruppi (anzi, complessi) placidi, tranquilli che piacevano a mamme, nonne e zie. I Gens facevano parte di questo filone e Per chi ne è un buon paradigma. Salendo all’undicesimo abbiamo il grandissimo Aznavour. Chissà perchè oggi i vari gianfransuà vengono odiati dal popolo italiano, ma all’epoca vendevano pure da noi. Boh? Comunque lui è un grande. Al decimo I Dik Dik con Viaggio di Un Poeta, brano non molto famoso, ma che si rialliaccia al filone “mollo tutto” de Io Vagabondo. Andiamo oltre e salutiamo Mia Martini con Piccolo Uomo. La Piccola Mia, all’epoca protetta da Ivano Fossati, nei suoi dischi proponeva sia cover dei Queen in italiano sia brani di autori degni di nota. Il brano in questione è del grande Bruno Lauzi. Quindi zitti tutti, minuto di silenzio obbligatorio per ricordare i due artisti e andiamo avanti…brutti metallari che non siete altro!

Io Vagabondo l’abbiam cantata tutti. Confessatelo! Tra karaoke obbligatori e immancabili falò sulla spiaggia. Che poi, giustamente, te fai il falò e vuoi fare il ganzo con la tipa. Che le suoni? I Motörhead o i Nomadi? Scelta obbligata, amici miei…I Pooh propongono Noi Due Nel Mondo e Nell’Anima. Due annotazione al brano: è uno dei primissimi pezzi italiani che possono vantare un minimoog (il primo è Impressioni Di Settembre della P.F.M.), è uno degli ultimi brani cantato da Riccardo Fogli, artista parlicolarmente odiato da Paolo Bitta. Sesto posto per il gruppo veneto de Le Orme e la loro incredibile Gioco di Bimba, uno dei brani italiani più belli di sempre, tratto da uno dei dischi italiani più belli di sempre, Uomo di Pezza. I Bee Gees, ancora ben lontani da Tony Manero, con la modesta Run To Me, si spingono inspiegabilmente fino al quinto posto proprio dietro Celentano, che ha messo i panni del predicatore con la sua Un Albero di Trenta Piani.

Come diceva Luttazzi in Hit Parade, abbiamo la prima Damigella D’onore ossia il terzo posto de Il Guardiano del Faro. Diciamo subito che si trattava di un progetto musicale del tastierista Federico Monti Arduini. La storia è questa: alla fine degli anni ’60 il genio Robert Moog (che adesso siede alla destra di Dio) crea un sintetizzatore che porta il suo nome e cambierà per sempre la storia della musica. Visto il successo dello strumento iniziano a fioccare le raccolte di brani arrangiati per questo Synth. Arduini fu il primo a arrangiare un brano per il Moog, lo chiamò Il Gabbiano Infelice, e se andò in classifica per un pò di tempo. Il brano, in realtà, è il classico Amazing Grace, che gli inglesi sono soliti cantare a capodanno. Popcorn è un bel mistero: chi l’ha incisa per primo? Ufficialmente il compositore statunitense Gershon Kingsley ma l’hanno coverizzata praticamente tutti. Questa versione che abbiamo in classifica è tutta italiana, ma prima di loro la coverizzarono con estremo successo gli Hot Butter. L’ultima cover conosciuta di questo pezzo è dei Muse. In ogni caso, secondo posto in classifica.

La canzone regina qual’è? Il tema de Il Padrino ma non nella sua versione originale, del compositore Nino Rota, bensì eseguita da Santo & Johnny. “E chi ca**o sono?” Sentiamo dire da alcuni di voi più giovani. Ah, l’ignoranza…vabbè noi qua che ci stiamo a fare? Il duo era formato da due fratelli americani, o meglio italo-americani visto che di cognome facevano Farina, che arrangiavano i brani di successo per chitarra acustica e Lap Steel (o chitarra hawaiana). Il loro brano più famoso è Sleepwalk (dai, che lo conoscete…) e grazie a questa colonna sonora vinsero il disco d’oro. E questo è quanto. Ricaricate la Delorean di plutonio (o di spazzatura, secondo come siete partiti) e ritornate qui, nel 2012. Date un’occhiata alla classifica e vedete se la sitazione è cambiata…in meglio o in peggio questo spetta a voi dirlo.

10th ott2012

Messaggi subliminali: quando il mito supera la realtà (Parte 2)

by Amleto Gramegna

Altri musicisti che furono bersagliati da questa caccia alle streghe furono gli Eagles. Il loro album capolavoro, Hotel California, presenterebbe numerosi esempi. Il testo, almeno apparentemente, racconta di questo hotel sperduto nel deserto californiano dove fantasmi sonnacchiano attendendo nuove anime da rapire. In realtà il significato sembrebbe essere un pochino più profondo. I fondamentalisti cristiani americani si sbizzarrirono alla ricerca dell’immagine di Anton LaVey, fondatore della chiesa di Satana, nella foto interna del disco. Pare si stagli da un lampadario, no anzi è dietro una colonna, no aspetta, chi sono quelle due figure mascherate da animali dietro gli Eagles? E così via, girava anche voce che l’albergo Beverly Hills Hotel, meglio conosciuto come il Pink Palace (se vi trovate da quelle parti…9641, Sunset Boulevard, Los Angeles) sia il luogo dove LaVey scrisse la Bibbia di Satana e iniziò alcuni membri della band ai riti satanici. In ogni caso “…There were voices down the corridor/ I thought I heard them say” diventa “…Yeah Satan, get up and organized his own religion” e ancora “…Relax said the nightman, we are…” cambia inAre you playing Anton with the scanner”. Ma non è solo l’hard rock a farne le spese. Il gruppo dei Brother Johnson, musicisti funk di altissimo livello, nella loro The Devil, tratta dal disco Look Out For #1, inseriscono vi è un messaggio rovesciato che recita “Your mother sucks cocks in hell, give us your ass, ah ah”. Non lo traduciamo per decenza, ma chi ha visto il film L’Esorcista sa di cosa parliamo. In questo caso il messaggio è voluto perchè inserito intenzionalmente al contrario.

Anche gli Electric Light Orchestra si divertirono a prendere in giro i propri detrattori. Accusati di aver inserito inni a Satana nel precedente Eldorado piazzano una bella frase pronta per essere rovesciata che dice “…The music is reversible, but time is not…. turn back…turn back… turn back… turn back” e tanti saluti al secchio! Arriviamo agli ’80 a questo punto con i cari, vecchi Iron Maiden. Accuse di satanismo anche per loro dopo il mitico Number Of The Beast e loro rispondono nel successivo Piece Of Mind. Un Nicko McBrain alticcio al punto giusto inserisce una frase registrata al contrario all’inizio di Still Life che recita: “Hmm, hmmm, what ho sed de t’ing wid de t’ree bonce? Don’t meddle wid t’ings you don’t understand” traducendo “Hmm, hmmm, che cosa ha detto la cosa dalle tre teste? Non immischiarti in cose che non puoi capire”. Cosa significhi? Boh? In più McBrain parla pure Jamaicano! I Black Sabbath intanto, con Mob Rules, inventano la copertina subliminale. Un augurio è riportato al loro ex-cantante Osbourne. Infatti in terra campeggia un bel “kill Ozzy” con tanto di ascia piantata sopra!

I Queen mettono in classifica ben due messaggi subliminali! Uno, backmasking, con Another One Bites The Dust e l’altra, registrata al contrario, in One Vision. Nella prima traccia il ritornello diventa “Start to smoke marijuana” mentre il vociare che apre la seconda sembrerebbe essere un coro che recita “My Sweet Satan…I’ve See the Sabbath”. Casi purtroppo famosi, in quanto approdati in aule di tribunale, furono quelli dei Judas Priest e di Ozzy Osbourne. Due ragazzi, Raymond Belknap e James Vance, passano la serata a bere alcool e fumare erba, vanno in giro per la loro quieta cittadina americana e, senza alcun motivo apparente, si sparano in pieno volto con un fucile da caccia. Il primo morì sul colpo mentre il secondo sopravvisse. In una sua lettera ai genitori diede la colpa del suo gesto all’alcool, alla droga e alla musica metal, in particolare quella dei Priest. I suoi genitori si accorsero che all’interno del brano Better By You, Better Than Me (da Stained Class) era possibile ascoltare al rovescio la frase “Do It!” (“fallo!”). Ora, che un ragazzo di 20 anni, pieno di alcool e droga si sia fatto traviare da una frase seminascosta all’interno di un brano metal fa decisamente ridere, ma gli americani ci tengono a queste cavolate. Ergo i soloni americani si misero all’opera, i fondamentalisti cristiani avevano sul banco degli imputati un cantante metal, inglese, con brani inneggianti a Satana e perdipiù omosessuale dichiarato. Troppa la felicità immaginiamo. In ogni caso il processo finì come doveva finire, il giudice arrivò alla conclusione che il “Do It!” era del tutto casuale, oltre a ritenere che non fosse rilevante e inerente al comando “Suicidati!” e quindi i Judas Priest vinsero il processo. Rob Halford si concesse anche una battuta che risuonò come uno sfottò per i signori di cui sopra (“se avessi voluto mettere un messaggio subliminale nella mia musica non ne avrei mai messi riguardanti il suicidio, ma  al massimo qualcosa di auto-promozionale, del tipo ‘comprate i nostri dischi’ “).

Per Ozzy Osbourne la storia fu più o meno simile: un diciannovenne, John McCollum, si spara in pieno volto con un fucile (ancora?) mentre stava ascoltando il disco Blizzard Of Ozz. Ovviamente le colpe vengono date a Suicide Solution che conterrebbe i versi “…shoot, shoot, shoot”. Anche qui causa da parte dei genitori della vittima contro Ozzy e la sua label. Inutile dire che quei versi non ci sono, e che secondo la legislazione americana non si può essere perseguiti per una propria opera artistica, quindi Ozzy va assolto. La tiritera del diavolo nel rock resiste ancora oggi, tanto negli States che in Italia, addirittura messaggi subliminali vengono trovate nelle opere di Tiziano Ferro, noto metallaro satanista (questa è una battuta ok?). L’unico, scontato, consiglio che vi diamo è di razionalizzare il tutto. Crediamo che nessuno, dopo aver ascoltato Stairway To Heaven, abbia organizzato una messa nera sul tavolo da pranzo o a casa dei nonni.

06th ott2012

Messaggi subliminali: quando il mito supera la realtà (Parte 1)

by Amleto Gramegna

Quando si parla di messaggi subliminali intendiamo una, ormai antica, tecnica di marketing in grado di manipolare la volontà del pubblico. Un fotogramma contenente la scritta “mangia pop-corn” all’interno di una pellicola, riprodotta in un cinema, dovrebbe indurre il pubblico a fare ciò che ha inconsciamento visto. Questa tecnica si rivelò, col senno di poi, una grande bufala e, via via, fu abbandonata da i produttori cinematografici. In tempi recenti fu scoperto che l’amministrazione Bush, durante la campagna elettorale del 2000, infarciva gli spot di voto con la scritta “Rats”, in sovraimpressione per pochi decimi di secondo, durante la parola democratici. Ancora è diventata oggetto di pubblico dominio, finendo addirittura in tribunale, la vicenda Bianca e Bernie: all’interno del cartone animato, gli animatori Disney inserirono un’immagine raffigurante una donna nuda con una maschera di demone. I motivi? Chissà, in ogni caso la Disney perse la causa e molti acquirenti furono risarciti del “danno morale subìto”. Nell’ambito musicale possiamo distinguere due grandi tipi di messaggi subliminali, quelli intenzionali e quelli non intenzionali. I primi si hanno quando l’artista, di propria volontà, incide all’interno di un suo brano una frase a velocità contraria. Si potrà capire il senso della frase solo facendo scorrere la traccia al contrario. I secondi messaggi sono quelli più particolari, in quanto sono normali frasi di senso compiuto ma, ascoltando anche queste al contrario, si avrà un secondo significato. Questi ultimi messaggi dunque sono quelli che più hanno interessato gli ascoltatori, anche perchè si tratta semplicemente di pareidolia, ossia un’illusione di tipo incosciente che prende forma a seconda di chi l’ascolta.

Molte di queste scoperte, e qui mettiam subito i paletti per far capire come la pensiamo, son state effettuate da organizzazione cristiano-religiose. Dunque parliamo di chi è convinto di vedere il diavolo ovunque sia possibile…anche in una canzone. Ma da quando il disco è diventato veicolo del verbo di Satana? Dunque i primi a mettere un messaggio subliminale in un disco pare siano stati proprio i fantastici 4 di Liverpool: i Beatles. Nel loro capolavoro Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band si divertirono a giocare tanto con la copertina quanto con i nastri: dalla copertina, in quanto il disco in questione fu uno dei primi che uscì in “contemporanea” mondiale (prima le case discografiche creavano più copertine/stampe di uno stesso disco, spesso anche con tracklist differenti), notiamo in alto a sinistra, un uomo calvo con sguardo torvo. Il tipo è Aleister Crowley, padre del Satanismo moderno (anche se è riduttivo chiamarlo così) venerato, tra l’altro da Jimmy Page. Dopo il mitico accordo di do maggiore finale di A Day In The Life parte un loop dove si sente una vocina stridula ripetere “…Never could be any other way” (ossia “Non c’era altra maniera”). Il loop lo si può ascoltare solo nella versione vinile in quanto, con un accorgimento tecnico, essa si ripete all’infinito. In realtà, Crowley a parte, tutti i messaggi nascosti nelle canzoni dei Beatles, erano relativi al famoso quesito “Paul is Dead?”. Qui Satana centrava ben poco, se non altro, tali messaggi, erano solo un esempio dell’umorismo nonsense di Lennon.

Altro famoso esempio era presente nel doppio bianco, comunemente noto come The Beatles. In Revolution 9, ascoltando al contrario la frase “number 9”  si udrebbe “Turn me on, Dead Men!” (“eccitami, uomo morto”). Mentre in “…Ob la di ob la da, life goes on, bra” abbiamo addirittura “…Hi devil, he’s devil”. Negli anni ’70 un famoso caso di messaggio subliminale intenzionale è tratto da Empty Spaces dei Pink Floyd, (The Wall). Ascoltando al contrario il vociare si sente perfettamente: “…Congratulations. You have just discovered the secret message. Please send your answer to Old Pink, care of the Funny Farm, Chalfont” e subito dopo “Waters, Where’s Funny Farm??” (“Congratulazioni. Hai appena scoperto il messaggio segreto. Per piacere, invia la tua risposta al Vecchio Pink, presso la Funny Farm, Chalfont. Waters, dov’è Funny Farm?”). In ogni caso, in quel tumultuoso decennio, i re indiscussi dei messaggi subliminali satanici furono i Led Zeppelin. Ogni loro album, ogni loro cover, ogni dettaglio della loro vita contiene, per chi ci crede, un riferimento a Satana.

Led Zeppelin III contiene (sempre sul vinile) la frase “Do what thou wilt” (“fa ciò che vuoi”), incisa tra l’ultimo solco e l’etichetta centrale, frase attribuibile sempre a Crowley di cui Page, abbiamo detto, era accanito seguace. Tra l’altro il chitarrista inglese acquistò anche l’abitazione-castello di quest’ultimo, la Boleskine House e pare, sottolineamo il “pare”, abbia commesso vari riti satanici all’interno di essa. In Led Zeppelin IV abbiamo i famosi simboli. Di cosa si tratta? I quattro membri del gruppo scelsero un simbolo da includere nella copertina. Due di essi furono tratti da un libro sui Runi (quello di Bonham e di Jones), la piuma fu disegnata da Plant e lo “Zoso” fu disegnato da Page. In realtà tutti e quattro i simboli rappresentavano caratteri magici per evocare l’aldilà, siglare patti col diavolo e cose così. Per chi ci crede, indichiamo che il simboletto presente vicino il terzo brano The Battle Of Evermore sembrerebbe essere molto simile ad un simbolo massonico…Ancora la copertina, raffigurante un vecchio contadino, si legherebbe all’eremita dei tarocchi, presente anche nella busta interna. Anche qui è stata fatta opera di decontestualizzazione da parte dei ferventi cattolici. Infatti secondo il 33º del massonico Rito Scozzese Antico, la spiegazione su questo tarocco è la seguente: «Se l’Eremita incontra sul suo cammino il Serpente (Satana ndr) dalle brame egoistiche, non cerca di imitare la Donna Alata dell’Apocalisse (la Vergine Maria ndr) che posa il piede sul rettile [...]. Il Saggio preferisce incantare il Serpente, perché si attorcigli attorno al suo bastone [...]; infatti il Serpente rappresenta correnti vitali (infere ndr) che il taumaturgo capta per esercitare la medicina degli anziani».

Per quello che riguarda la loro canzone simbolo, Stairway To Heaven, i catastrofisti si sono scatenati. Anzitutto il brano è pregno di frasi backmasking ma, ripetiamo, si tratta di una fortuita serie di pareidolia in quanto, ovviamente, ascoltando al contrario il brano il nostro cervello decodifica ciò che vuole decodificare. Ora per completezza indichiamo alcune delle frasi backmasking presenti lasciando alla vostra sensibilità il credere che si tratti di una banda di satanisti o di un’allegra presa per il sedere che certi giornalisti propagano come verità assoluta da oltre trenta anni. Va premesso che sia lo stesso Page che Plant hanno categoricamente bollato come bufale le presunte accuse di satanismo. Quindi, la frase “ …If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now it’s just a spring clean for the May Queen. Yes, there are two paths you can go by, but in the long run there still time to change the road you’re on…”. Ascoltata al contrario diventa “…Oh here’s to my sweet Satan. The one whose little path will make me sad, whose power is Satan. He’ll kill you with his 666. And in a little toolshed he’ll make us suffer, sad Satan” (“…Oh Questo è per il mio dolce Satana, colui il cui piccolo sentiero mi renderà triste, con i suoi poteri è Satana. Lui ti ucciderà con il suo 666 e in un capanno degli attrezzi ci farà soffrire, triste Satana”). O ancora “…There’s a feeling I get” diventa al contrario “I’ve got to live for Satan”. Il rapporto Zeppelin/Satana è lungo e complicato. Anche nel successivo Houses Of The Holy, precisamente nel brano Over The Hills And Far Away, è stato rinvenuto il solito inno al principe delle tenebre. La frase “…Many is word. That only leaves you guessing. Guessing ’bout a thing. You really ought to know” diventa “We ‘re not really rich. It’s all for Satan. Yes, Satan’s really Lord. Yes, we’ll always stay in him”.

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