25th mag2013

Foo Fighters – The Colour And The Shape

by Alessio Capraro

Ricordate la favola del brutto anatroccolo che poi diventerà un bellissimo cigno? I Foo Fighters ricordano molto quella storia. Gli inizi furono tutt’altro che facili. Schiacciati dall’enorme eredità lasciata dai Nirvana dopo la morte di Cobain, con gli occhi del mondo puntati addosso e dopo essere stati una “one man band”, composta dal solo Dave Grohl che realizzò interamente il primo album omonimo, si unirono finalmente alla causa Nate Mandel (basso) e William Goldsmith (batteria), provenienti dai Sunny Day Real Estate, e Pat Smear, storico chitarrista dei Germs nonché ex turnista dei Nirvana. Dopo il tour promozionale del disco d’esordio, che ebbe un discreto successo, ora erano pronti per realizzare un nuovo lavoro. L’atteso secondo album, doveva sancire l’effettiva nascita della band ma, ben presto, i Foo Fighters si ritrovarono senza batterista. Per divergenze musicali con Dave Grohl, William Goldsmith lascia il gruppo dopo aver registrato solo tre pezzi. Anche se demotivata e delusa, la band scelse di portare comunque a termine quello che aveva iniziato. C’era, però, il problema di riempire il vuoto che si era creato dietro la batteria e Grohl, oltre a cantare e suonare la chitarra, decise di indossare ancora una volta i panni di batterista e di ricoprire quel ruolo che ormai era parte integrante del suo essere. The Colour And The Shape esce nel 1997 per la Capitol Records e, molto probabilmente, è il miglior album di questa band. Forse è stato proprio l’inizio travagliato a dare la giusta spinta, la giusta passionalità, la giusta determinazione, affinché fosse realizzato così egregiamente ma, la differenza tra questo album e il precedente è data soprattutto dalla qualità del sound, rifinito soprattutto da Pat Smear e dal produttore Gil Norton. I pezzi miscelano puro rock con melodie assolutamente accattivanti, lasciando spazio anche a vere e proprie ballate acustiche, confermando ancora una volta l’incredibile vena creativa e cultura musicale di Grohl.

Il primo brano, Doll, manda fuori strada per come si svilupperà poi l’album, perché è una ballata acustica di poco più di un minuto, che lascia alquanto perplessi. Non una scelta azzeccatissima per aprire un disco rock, ma ci piace pensare che i Foo Fighters abbiano voluto prenderci un giro. Infatti, le cose vengono messe in chiaro subito dopo con Monkey Wrench, una canzone in perfetto stile punk-rock, con un riff al limite del ballabile e un ritornello assolutamente orecchiabile. Si procede con Hey, Johnny Park!, classico pezzo rock melodico, caratterizzato dall’alternanza “calma – rabbia” tra strofa e ritornello, ormai marchio di fabbrica dei Foo Fighters, con un  riff, ancora una volta apprezzabilissimo, che dialoga con la batteria. Il testo in generale, ma in particolare la frase “I’d share a piece of mine with you”, porta a pensare che Grohl abbia voluto dedicare questo brano al suo amico Kurt Cobain. My Poor Brain e Wind Up sono i pezzi più “cattivi” dell’album, la voce riprende lo stile rauco della maggior parte dei brani del primo disco, senza però tralasciare l’orecchiabilità dei pezzi. La successiva Up In Arms è assolutamente adorabile. Dopo un inizio lento e romantico, la canzone si trasforma in un pezzo stile punk californiano, lasciando solo una grande voglia di far baldoria per tutto il giorno. Spassosa. Fino a questo momento l’album è piacevole, da Europa League per dirla in termini calcistici. Comincia a diventare da Champions League con My Hero, uno dei gioielli di questo disco. Con un tempo di batteria ipnotizzante quanto immediato, che incede man mano con l’eleganza di una gazzella e la forza di un rinoceronte, è un pezzo struggente. L’esplosione finale della voce di Grohl è sublime e ancora una volta il testo rimanda esplicitamente alla figura del compianto Cobain.

Ci si lascia andare successivamente ad un altro brano semi-acustico, See You, un pezzo divertente, che porta a schioccare le dita a tempo di musica. Si riprende fiato per poco però, perché la seguente Enough Space è un ordigno che esplode nei padiglioni auricolari senza nemmeno accorgersene. È il pezzo più “grunge” dell’album. La nota stonata di questo disco è February Stars. È una ballata lenta, sussurrata, che si apre nel finale, ma non incide per nulla e porta quasi a passare subito al prossimo pezzo. Ed effettivamente ne vale la pena, perché il successivo è Everlong. È il capolavoro dell’album, uno di quei pezzi che puoi realizzare solo se la luce splendente della dea Musica ti colpisce con tutta la sua luminosità. È perfetto. Riff ammaliante, batteria impetuosa dove si riconosce appieno il timbro di Grohl, e un ritornello liberatorio che parla di un amore impossibile. Anche per chi non amasse il genere e i Foo Fighters, non può non ammettere che questo è un brano semplicemente stupendo. Sarà uno dei pezzi più di successo del gruppo, grazie anche ad un videoclip “visionario”. Walking After You è un altro pezzo acustico, un’ ulteriore nota positiva di questo album. È semplice, delicato, la chitarra è brillante: sa quando deve mettersi da parte, per far risaltare la voce, e quando deve uscire allo scoperto per abbellire il brano. Pregevole. Il disco si chiude con New Way Home, un pezzo che inizia con una melodia pop-rock per poi diventare, nel finale, sempre più violento e veloce, fino a sfumare gradualmente.

Rapportandolo al precedente e al successivo album, questo disco si incastra benissimo tra loro: resta legato fedelmente al puro rock, ma è rifinito molto meglio rispetto al primo Foo Fighters, senza sfociare però nella commercialità, come lo sarà il successivo, seppur buono, There Is Nothing Left To Lose. Grohl conferma di essere un’artista assolutamente completo, di amare la musica in maniera viscerale e di aver ancora tanto da dire. Pur non essendo di certo una pietra miliare della musica, The Colour And The Shape contiene almeno un paio di “perle” e vari spunti interessanti, ottenne un ottimo successo, sia a livello di vendite che di critica. In tempo per il tour di questo disco, si unirà al gruppo Taylor Hawkins, (ex turnista di Alanis Morissette) che rimarrà in pianta stabile, mentre Pat Smear abbandonerà il gruppo per tornare, poi, nell’ultimo album della band.

È triste dirlo, ma i Foo Fighters sono una delle pochissime band in attività a portare ancora in alto la bandiera del rock e, senza nulla togliere al resto dei componenti, sono in tutto e per tutto una creatura di Dave Grohl: un vero e proprio stacanovista, un eroe dei nostri giorni, che continua a suonare con la passione di un ragazzino, nonostante i dispiaceri e le delusioni, dimostrando che con la giusta determinazione, passione, talento e con un pizzico di fortuna, si può abbattere qualunque ostacolo e avversità.

Autore: Foo Fighters Titolo Album: The Colour And The Shape
Anno: 1997 Casa Discografica: Capitol Records
Genere musicale: Post-Grunge Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.foofighters.com
Membri band:

Dave Grohl – voce, chitarra, batteria

Pat Smear – chitarra

Nate Mandel – basso

William   Goldsmith – batteria (in Doll, Up In   Arms e My Poor Brain)

Tracklist:

  1. Doll
  2. Monkey Wrench
  3. Hey, Johnny Park!
  4. My Poor Brain
  5. Wind Up
  6. Up In Arms
  7. My Hero
  8. See You
  9. Enough Space
  10. February Stars
  11. Everlong
  12. Walking After You
  13. New Way Home
25th mag2013

Highlord – The Warning After

by Antonluigi Pecchia

Il suolo italico pullula di ottime band in ambito metal che, pur avendo le carte giuste per raggiungere buone vette, per svariate problematiche non riescono a scalarle, diventando ottime realtà di un panorama nazionale o comunque limitato. Tra gli esempi più rappresentativi del genere raffigurano i torinesi Highlord che oggi ritornano sulle scene con The Warning After, settimo capitolo discografico della loro carriera. Il power metal degli esordi è piuttosto lontano ormai e i ragazzi hanno deciso di dare sfogo alla loro creatività per dar vita ad un sound variegato e dallo stile maturo che coglie elementi principalmente dall’heavy metal classico, dal tocco alla Iron Maiden ma con svariate sfaccettature, dalla progressività del thrash metal targato Megadeth per giungere all’hard rock dei più classici e melodici. Qualche malfidente potrebbe pensare che con lo “shakerare” di tutte queste svariate influenze, il cocktail ottenuto potrebbe risultare eterogeneo eppure, grazie all’esperienza che l’act porta orgogliosamente sulle spalle, il risultato stupisce. L’ascolto dell’opera scorre molto bene, frutto anche della diversità tra una traccia e l’altra, così ritroviamo episodi veloci come Standing In The Rain e altri più cadenzati ma pur sempre energici come la titletrack oppure ballad rock come Of Tears And Rhymes.

Insomma gli Highlord ne hanno per tutti i gusti e in ogni caso la noia è ben lontana e tutto è sempre ben curato e risulta interessante; la banalità è un aggettivo sconosciuto nella loro musica. Quindi cosa si potrebbe pretendere di più? Abbiamo un album interessante, compatto ma variegato, divertente e dal facile ascolto. Non lasciatevelo sfuggire.

Autore: Highlord Titolo Album: The Warning After
Anno: 2013 Casa Discografica: Punishment 18 Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.highlord.it
Membri band:

Andy – voce

Sted – chitarra, voce

Lele Mr. Triton – tastiere

Dany V – basso

Luca T-1000 – batteria

Tracklist:

  1. Tonightmare
  2. The Goggle Mirror
  3. Brothers To The End
  4. Inside The Vacuity Circle
  5. Standing In The Rain
  6. No More Heroes
  7. Of Tears And Rhymes
  8. The Warning After
  9. In This Wicked World
  10. Arcade Warriors
24th mag2013

Ufo – Ufo 1

by Giancarlo Amitrano

A volte, avere qualche anno in più è una vera fortuna, anche in campo musicale. Rispetto alle nuove leve, che non hanno avuto il piacere di vivere le decadi memorabili hard rock/heavy metal, chi ha qualche capello grigio si reputi privilegiato, anche per aver assistito alla nascita di gruppi storici e magari averli visti dal vivo. Ritenere che senza band quali la navicella spaziale la tanto decantata NWOBHM non sarebbe probabilmente nemmeno nata non è irragionevole: fonte di ispirazione per tante band di là a venire, gli Ufo restano ad oggi capisaldi del genere. Prendiamo ad esempio la nascita stessa della band: nata alla fine degli anni ‘60, in pieno sommovimento proto-hard o metal, il quartetto londinese promette sin da subito di divenire una sensazionale rivelazione, pur con i naturali limiti emotivi dell’inizio. Con al microfono un singer d’eccezione quale Phil Mogg, nonché tutto il corredo composto di ottimi strumentisti, il combo diviene subito marchio di fabbrica del sound britannico. Uniformandosi ai clichè allora imperanti, tuttavia, il gruppo con il suo debut album riesce subito ad imprimere una decisa sterzata alla sonorità sino ad allora non del tutto espresse. Le tracce che compongono il loro primo lavoro sono di certo impregnate dello space-rock che allora dettava legge, pur tuttavia ben modulate da una buona intesa strumentale che la band già possiede. Possiamo prendere ad esempio la title-track, in cui fa capolino anche una sana vena psichedelica, presente d’altronde anche nei primi lavori dei loro eponimi di Hannover, Scorpions tanto per intenderci da subito.

Sono i brani successivi a darci un’idea di quanto bolle in pentola in seno alla band: Boogie e la delicata C’mon Everybody vedono il quartetto già sicuro di sé con una strumentazione ben tarata nelle battute e nei tempi di intervento e soprattutto con la voce inconfondibile del singer che tanto avrà da narrarci da ora in poi. Shake It e (Come Away) Melinda sono brani che invece scorrono via in una leggera piacevole sonnolenza, causata dal rallentamento delle linee sonore che il gruppo ritiene donare ai brani, che restano pur sempre testimonianze in itinere del loro progredire artistico. Timothy si regge sul buon lavoro del troppo sottovalutato Bolton, mentre il resto della band si pone disciplinatamente a disposizione del singer per una esecuzione di sicuro valore. Follow You Home e Treacle People fanno “legna”: nel senso che contribuiscono ad una lettura attenta di ciò che la band intende perseguire, musicalmente parlando. Le sonorità lasciano intravedere potenzialità di sicuro ancora da sviluppare, che in questo caso non donano spessore eccessivo ai brani, ancora troppo sempliciotti nel loro sviluppo tecnico. Who Do You Love di certo contribuisce all’innalzamento sonoro del disco: in questo brano tutti e quattro i nostri eroi sono ben concentrati nell’esecuzione e l’affiatamento raggiunto consente al brano di elevarsi rispetto ai precedenti, molto meno coinvolgenti nel complesso.

A chiudere è Evil in cui davvero il male che potenzialmente la band sarà in grado di emanare nei prossimi solchi fa capolino nelle sonorità leggermente più aggressive e che donano nuova linfa al disco. La sperimentazione sonora, che da questo primo lavoro viene fuori a pieni polmoni dai solchi, ha già le ore contate: si apprestano all’orizzonte subito delle novità che sconvolgeranno il cuore del gruppo.

Autore: Ufo Titolo Album: Ufo   1
Anno: 1970 Casa Discografica: Decca Records
Genere musicale: Hard Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.ufo-music.info
Membri band:

Phil Mogg – voce

Mick Bolton – chitarra

Pete Way – basso

Andy Parker – batteria

Tracklist:

  1. U.F.O.
  2. Boogie
  3. C’mon Everybody
  4. Shake It
  5. (Come Away) Melinda
  6. Timothy
  7. Follow You Home
  8. Treacle People
  9. Who Do You Love
  10. Evil
24th mag2013

L’Inguine Di Daphne – I Danni Del Desiderio

by Marcello Zinno

È fuori dubbio che la musica sia una forma d’arte e che possa essere affiancata ad altre forme d’arte come il teatro, la pittura, le sculture, le poesie e tanto altro. Il compito primo de’ L’inguine Di Daphne è proprio quello di unire queste diverse forme d’arte puntando ad una proposta ricercata, a tratti sperimentale. Non è ben definibile all’interno di un genere preciso, il rock vero e proprio in realtà è assente, tende più all’alternative o talvolta all’indie, e prevalentemente all’art rock. In Creta ad esempio affiorano le influenze che Battiato ha scosso nell’animo dei musicisti, mentre con Nel Viaggio si torna alle atmosfere “dream”, a tratti indie, già anticipate tramite l’opener. Il groove la fa da padrone in brani come Soventi Venti con un basso dalla timbrica dark/new wave che primeggia e che offre ispirazione a tutti gli altri strumenti (voce compresa) su come muoversi. Bello l’accostamento tra le due voci, maschile e femminile, che spesso si fondono, in altri momenti si spalleggiano; meno interessanti risultano invece i passaggi in cui la voce si sforza nel rivestire una parte principale, come in L’estensione Del Bene o nella title track. Prende le distanze il brano L’ultima Cosa, più chitarrocentrico, che ha premura di inserire delle partiture più vicine al rock e che dettano stile, ma purtroppo insiste su delle linee vocali forzatamente controcorrente e se in Ara Rossa le capacità di Alessia De Capua sono indubbie e avvolgono la canzone, con SIRENA si torna agli stereotipi già descritti.

Nel complesso I Danni Del Desiderio contiene delle sonorità sì ricercate ma che presentano poca incisività in quanto a refrain o ritmi coinvolgenti. Tanta dell’attenzione è rivolta alle parti vocali e la nostra sensazione è che maggiore enfasi poteva essere concessa alla componente musicale, non tanto per la produzione comunque di livello ma per quanto attiene il puro songwriting. Da provare per gli appassionati di una certa interpretazione teatrale della musica, da accantonare per chi è nuovo a queste sonorità.

Autore: L’Inguine Di Daphne Titolo Album: I   Danni Del Desiderio
Anno: 2013 Casa Discografica: FirstFloor Records
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.inguinedidaphne.com
Membri band:

Alessia De Capua – voce

Dagon Lorai – voce, chitarra, piano, synth e archetto

Egon Vive – chitarre, suoni e piano

Alexandr Sheludcko – basso, contabasso elettrico e   violoncello

Dario AlContrario – batteria

Tracklist:

  1. Viva Per Sempre
  2. Creta
  3. Nel Viaggio
  4. Soventi Venti
  5. L’estensione Del Bene
  6. I Danni Del Desiderio
  7. L’ultima Cosa
  8. Ara Rossa
  9. SIRENA
  10. Non M’è Permesso
  11. Piangi Pioggia
23rd mag2013

Humulus – Humulus

by Alberto Lerario

La Go Down Records ci propone il debutto degli Humulus, trio stoner bergamasco che si presenta carico di energia e di groove. Senza troppi fronzoli la band costruisce i pezzi attorno a riff tanto possenti quanto accattivanti, creando una colata lavica che senza respiro scorre fluida alternando momenti più ritmati, tipici del rock anni settanta, a parti più pesanti tipiche del doom. Tra i brani spicca l’opener Save My Soul sorretta da un gustoso e poderoso riffing su cui il singer Benicchio sfoga tutta la sua violenza. La sezione ritmica procede quadrata e granitica, un filo conduttore che lega un pezzo dopo l’altro vomitando watt con costante precisione millimetrica. Questo punto di forza paradossalmente si rileva alla lunga un arma a doppio taglio, poiché seppure la band esegue ogni traccia con la giusta carica, non riesce mai a disegnare dei sali scendi che facciano balzare il cuore in gola. Gli Humulus procedono spediti, decisi, in maniera ipnotica, quasi in trance, ma in maniera lineare e quindi alla lunga prevedibile. Si sottraggono a questa regola, oltre alla già citata Save My Soul, anche The Liar Priest e Heritage Of Pain. Siamo di fronte quindi ad un buon disco suonato e prodotto in maniera competente. Gli amanti del genere lo apprezzeranno di sicuro, ma anche chi non è troppo avvezzo alle sonorità stoner non potrà rimanere indifferente al poderoso ed incalzante riffing, al ficcante lavoro alle pelli del batterista Abruzzese ed al suono robusto e corposo del basso. Purtroppo dopo pochi brani l’album cade un po’ nell’anonimato, risentendo della mancanza di un vero salto di qualità.

Gli Humulus sono sicuramente un trio che sa come muoversi nell’ambito stoner, sanno trasmettere la loro carica e passione e lo fanno in maniera decisamente professionale. Per emergere però tra le tante band italiane del genere e colpire la memoria dell’ascoltatore, serve uno sforzo in più, a partire dal songwriting, perché l’innegabile talento dei bergamaschi Humulus fa ben sperare e soprattutto desiderare futuri lavori proposti con maggior personalità.

Autore: Humulus Titolo Album: Humulus
Anno: 2012 Casa Discografica: Go Down Records
Genere musicale: Stoner Voto: 6.5
Tipo: CD Sito web: http://www.facebook.com/humulusband
Membri band:

Cristiano Benicchio – chitarra, voce

Giorgio Bonacorsi – basso

Michael Abruzzese – batteria

 

Tracklist:

  1. Save My Soul
  2. The Liar Priest
  3. Banshee
  4. Ghost Rider
  5. Gums
  6. Heritage Of Pain
  7. Land Of Justice
  8. Gimmy
  9. Humulus
23rd mag2013

Collettivo01 – Cronovendetta

by Marcello Zinno

Un decennio nel nome del punk. I Collettivo01 sono tornati con il loro heavy punk molto “do it yourself” che sicuramente omaggia i mostri sacri del passato ma riesce a differenziarsi con una proposta di certo originale. Già la presenza di una tastiera (che dobbiamo ammetterlo si inserisce solo nei momenti giusti, sagace ad esempio il suo ruolo in Il Ritorno) e di un synth fanno capire che non ci troviamo davanti un clone dei Sex Pistols. Altro fattore che parla da sé è la lunghezza dell’album, di certo non proprio da album punk, che raggiunge i 45 minuti: Ore Inutili ad esempio se la prende con calma, dimenticando le regole del punk, e abbracciando melodie molto più composte, quasi a far gridare allo scandalo se non fosse per una grinta di base che comunque padroneggia fiera. Con Iene, il brano più lungo del lotto, si cerca di richiamare qualche refrain punk rock sempre con molta attenzione alle melodie e dei testi che giocano un ruolo centrale. Da queste si differenzia e ci sentiamo di segnalare Dimmi Dove Vai, un altro momento da spasso che con i suoi riff stoppati offre un sapore più energico, mentre la voce di LOSTé è quanto di più lontano ci sia dal mainstream.

Sono Una Bomba e Liberi In Gabbia rappresentano invece l’emblema del punk ben composto dal quintetto, mai banale e di buona fattura non solo per le distanze prese dalle tantissime band che si sforzano ad imitare i padri del genere ma anche per la verve che la proposta presenta. Più ci addentriamo in questo album più notiamo che generi a cui attingono i Nostri sono sempre più multiformi: Non Voglio Stare Qui costituisce un esercizio da band sicuramente più matura che contiene tantissimi elementi attingendo qualcosa anche dalla tradizione metal; la title track nelle sue parti veloci richiama certo speed europeo, mentre Tutto Il Male Che C’è prende le distanze dal punk facendolo suonare come un’etichetta troppo riassuntiva per descrivere il vero sound della band. È su questa direzione che vediamo evolvere la band visto che le capacità ci sono tutte e questo Cronovendetta lo dimostra.

Autore: Collettivo01 Titolo Album: Cronovendetta
Anno: 2013 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Punk, Heavy Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/collettivo01
Membri band:

LOSTé – voce, chitarra

San Fra – tastiere, synth, voce

Dani Vavva – basso

Micky – batteria, voce

Tringa – chitarra

Tracklist:

  1. Il Risveglio
  2. Liberi In Gabbia
  3. Ore Inutile
  4. Sono Una Bomba
  5. Dimmi Dove Vai
  6. Il Ritorno
  7. Iene
  8. Non Voglio Stare Qui
  9. Cronovendetta
  10. Tutto Il Male Che C’è
  11. Su La Mano
  12. Angeli
22nd mag2013

Le Case Del Futuro – Neve EP

by Marcello Zinno

Il rock del nuovo millennio (ma anche quello dei ’90) ha preso varie forme e complice anche un amore immortale per il passato che vuole essere attualizzato in misura più o meno personale, varie band si aprono la strada su questo binario. Non sempre è prefissata una destinazione ben chiara, in alcuni casi emerge un animo di sperimentazione pura che anche se non conquisterà schiere di fan si traduce in qualcosa di davvero originale, in altri casi invece si gira intorno al punto senza mai trafiggerlo in pieno. I bresciani Le Case Del Futuro si muovono agevolmente tra questi due scenari e per comprendere la vera natura di questo power-trio sicuramente il prossimo, terzo, capitolo discografico sarà la pietra della verità. Qui ci limitiamo a parlare di Neve EP, intermezzo di quattro tracce (nemmeno tutte inedite) che separa Lucertola, loro album d’esordio, con il prossimo parto della band. Un EP in cui la passione per lo showgaze affiora incontrollata anche se un certo legame con varie sonorità elettriche/elettroniche si fa sentire (l’opener Come Volevi Vivere si porta dietro un sapore alla Bluvertigo che va dal mood, ai testi, alle linee vocali). Secondo e ultimo brano veramente nuovo del lotto è Neve, title track che segue i dettami del precedente spingendo l’acceleratore sui suoni alternativi. Non è un caso che al passaggio successivo giunge Tungsteno, cover molto fedele (se non fosse per un tempo leggermente più accelerato) dei nostri Scisma.

Chiude l’EP il brano L’ultima, estratto appositamente del primo full lenght della band stessa, una citazione ad una propria creazione del passato resa però qui ancora più lisergica, decadente. Qualcuno di molto noto molti anni fa disse che il terzo album per una band è quello della conferma finale e quindi il più importante. Le Case Del Futuro sono attese al varco.

Autore: Le Case Del Futuro Titolo Album: Neve EP
Anno: 2013 Casa Discografica: Foolica Records
Genere musicale: Showgaze Voto: s.v.
Tipo: EP Sito web: http://lecasedelfuturo.blogspot.it
Membri band:

Nicolò Brattoli – voce, basso

Greg Dalla Voce – batteria

Alessio Lonati – tastiere, chitarra

Tracklist:

  1. Come Volevi Vivere
  2. Neve
  3. Tungsteno (Scisma cover)
  4. L’ultima (remix)
22nd mag2013

Hellrazer – Operation Overlord

by Giancarlo Amitrano

Anche luoghi non propriamente “consoni” possono essere d’esempio alle masse? Nel caso dei canadesi in questione, parrebbe proprio di sì: un omaggio duro e puro ai paramenti sacri del metal che con il loro lavoro ci offrono a piene mani. Ispirazioni molteplici caratterizzano il full-lenght, che tira dritto come un proiettile senza sbavature e che racchiude diversi episodi tecnicamente notevoli. L’opener fa capolino con nessuna delicatezza: asce sparate al massimo e sezione ritmica di precisione svizzera fanno da contraltare alla voce in puro stile anni ‘80, con tanto di riffone centrale. Raging Seas è una cavalcata classica di chitarre ben congegnata che consente al singer di articolare tempi saggiamente rallentati. I giri di basso sono sapientemente intervallati dalle precise battute del drumming che interviene molto sui rullanti per dipingere l’atmosfera molto “recitativa” del testo che nella fase centrale la voce ritiene di adottare. Con Energy ci ritroviamo coinvolti a piè pari nelle sonorità molto “noir” degli esordi del genere, Uriah Heep in primis con le loro atmosfere quasi demoniache. La produzione del leggendario Michael Wagener (Alice Cooper fra gli altri) fa il resto: la nitidezza del sound consente al brano di elevarsi di una buona spanna, anche nei momenti di apparente calma propositiva, che sono di prodromica apocalisse chitarristica. Si ha anche il tempo di sconfinare nel thrash più puro con l’esecuzione di The Hunting e qui il gruppo è bravo nel ricalcare solamente alla lettera i clichè del genere. Ritagliandosi anzi una sua vena particolare di interpretazione, il combo riesce a donare un suo taglio nell’esecuzione degli assoli delle asce e nel riprendere a stretto giro di posta il valzer impazzito di tutta la strumentazione nella discesa agli inferi finale del brano.

Guest star i mitici Judas Priest su Ironheart? Nossignori, è proprio il gruppo di Alberta ad eseguire un brano che ai leggendari non sarebbe dispiaciuto. Singer clone di Halford che più non si può, ed asce che si alternano a menadito nel condurre le danze, mentre la sezione ritmica si mette al servizio dell’economia del brano con solerzia encomiabile e senza paura di apparire messa in disparte. Il migliore brano dell’album, fino a questo momento, salvo poi cambiare subito parere ascoltando la titletrack: qui la band è al suo top, con gli strumenti tirati al massimo, dove non si fanno distinzioni tra i toni graffianti del singer e la potenza che fuoriesce dagli amplificatori senza economia. Anche la base sonora è molto accelerata e su di essa il cantato assume un tono quasi epico nella fase centrale grazie all’ottimo lavoro delle asce. Leggero rallentamento, ma di poco, con Burn In Heaven: pur mantenendo invariate le direttive su cui muoversi, il suono in questo caso risente in negativo delle tonalità troppo cupe che il singer intende donare al brano, che pur fila via con interesse e degno di menzione. The Phantom ci consente anche di apprezzare il grado di evoluzione tecnica e compostiva raggiunta dalla band; un sapiente intro pieno di semiacustiche permette di stimare molto il lavoro quasi onirico della female singer che poi spiana la strada ad una nuova tempesta sonora. I suoni divengono ancora roventi, con la doppia cassa che riprende sicura il suo cammino spedito e con essa trascina la voce ancora più terrea del singer, con il risultato di un’altra gemma del disco.

Death Or Victory ci conduce verso la parte finale dell’album con un’altra buona interpretazione vocale e con un’inattesa giravolta acrobatica della batteria. Le fatiche iniziano a farsi sentire, infatti in alcuni passaggi il singer accusa qualche passaggio a vuoto che viene comunque ben attenuato dal muro sonoro degli strumenti. A chiudere in bellezza, tuttavia ci pensa l’interpretazione di Rise Of The Machines che come un carro armato Sherman di teutonica potenza ricorda anche in questo caso qualche nume tutelare del genere…potremmo dire in primis i Metal Church dell’omonimo debutto, ma ci verrebbero in mente anche altre divinità quali ad esempio i memorabili e sfortunatissimi Angel Witch. Il brano in questione è tuttavia pura marca canadese: prendere o lasciare, grazie all’epicità del sound ed alla freschezza dei soli finali, che non fanno prigionieri. A chiudere, le due bonus track che rieditano in chiave attuale brani dei loro precedenti lavori, con la potenza di oggi e la tecnica affinata degli esordi. Tutta la loro esperienza passata che ha portato al lavoro attuale, buono nel complesso e di certo all’altezza delle future fatiche del combo canadese.

Autore: Hellrazer Titolo Album: Operation Overlord
Anno: 2013 Casa Discografica: Dust On The Tracks
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/hellrazermetal
Membri band:

Dr.Z – voce, chitarra

Stan Nakanishi – chitarra

Simon Hirota – basso

Kegger– batteria

Tracklist:

  1. Hellrazer
  2. Raging Seas
  3. Energy
  4. The Hunting
  5. Ironheart
  6. Operation Overlord
  7. Burn In Heaven
  8. The Phantom
  9. Death Or Victory
  10. Rise Of The Machines
  11. Dehumanizer
  12. Black Legion
21st mag2013

Underfloor – Quattro

by Marcello Zinno

Il titolo del nuovo lavoro parla già da sé: Quattro a significare la quarta pubblicazione a nome Underfloor ma non solo, il nome richiama anche l’abbandono della formazione a tre elementi per inglobare definitivamente il quarto componente che altri non è che Giulia Nuti con il suo violino (in alcuni brani trasformato in viola). Scelta sulla carta fatta per dare definizione ad un sound che si stava evolvendo, ricomprendendo arrangiamenti diversi e che data la sua complessità aveva bisogno di una mente aggiuntiva in moto per i nuovi brani. Questa però è pura teoria perchè nella pratica, pur constatando un amore artistico per la musica, si percepisce una certa confusione compositiva. La commistione di influenze non è sempre al servizio del valore musicale ma sembra varcare strade diverse, spaesando l’ascoltatore. Se con i precedenti lavori si era parlato di alternative rock mescolato al progressive, qui possiamo dire che emerge un certo pop rock con influenze psichedeliche che talvolta oseremo accostare più a certi scenari dream pop (Lei Non Sa) che non a sperimentalismi legati al passato. La ricerca della melodia, soprattutto vocale, è forte e solo talvolta si lascia ampio spazio agli strumenti, in alcuni di questi casi si tratta di uno spazio eccessivamente protratto come in Indian Song o nella strumentale Solaris, non approfittando del potenziale che il quartetto potrebbe esprimere principalmente nel suo connubio classico/moderno di suoni.

Si varca quindi senza un piano ben definito ma sforzandosi di creare qualcosa di originale. Ma il programma qual è? Cosa si vuole raggiungere? Più piacevole il mood di Stomp, ma si tratta di un passaggio estemporaneo che subito cala adrenalina nella successiva L’uomo Dei Palloni, ennesimo sforzo allungato di ricercatezza sonora senza un vero punto di riferimento. È un peccato perchè c’è un potenziale che si cela sotto questi quattro ragazzi, in termini di produzione e di desiderio di arricchimento del singolo brano, che potrebbe lanciarli in alto ma come sappiamo l’energia va incanalata altrimenti rischia di “non uscire” e di implodere. Speriamo in una loro, giusta, evoluzione.

Autore: Underfloor Titolo Album: Quattro
Anno: 2013 Casa Discografica: Suburban Sky Records
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.underfloor.it
Membri band:

Guido Melis – voce, basso

Marco Superti – chitarra

Giulia Nuti – viola, violino

Lorenzo Desiati – batteria

Tracklist:

  1. Come Un Gioco
  2. Don’t Mind
  3. Indian Song
  4. Lei Non Sa
  5. Linee Di Confine
  6. Solaris
  7. Intorno A Me
  8. Stomp
  9. L’uomo Dei Palloni
  10. Sul Fondo
21st mag2013

Faith No More – We Care A Lot

by Carlo A. Giardina

I Faith no More nascono un bel giorno dell’ormai lontano 1982. Il gruppo rock statunitense originario di San Francisco viene da molti associato ad uno dei geni incompresi del rock: Mike Patton. Svelato l’arcano, le principali reazioni degli increduli ascoltatori sono: “Certo che, pensandoci, i primi due album sono abbastanza diversi dai restanti”. La differenza è molta: testi, suoni, stile. E Mike Patton c’entra e come se c’entra. Anche se è da notare che un rivolo di follia disorientante scorre indisturbata in ogni lavoro della band. A partire dal primissimo We Care A Lot. Album del 1985 con alla voce Chuck Mosley. Il primo brano, nonché title track, è We Care A Lot. Brano fondamentale per la storia della band, almeno per quanto riguarda gli inizi. Il sound è inconfondibile: sono i Faith No More. Rap, rock, metal, potenza, riff brevi ma incisivi. Stile ripreso negli album successivi. Anche se ancora manca la nota distintiva tipica dei Faith. Si prosegue con due brani abbastanza simili, The Jungle e Mark Bowen. Da notare alcune variazioni nel ritmo e nella cantilena sonora. Ma…chi è Mark Bowen? Effettivamente il titolo incuriosisce: in sostanza è un ex chitarrista dei Faith No More che abbandonò il gruppo dopo degli “aspri diverbi”, per dirla pulita. Certo per arrivare a scrivere un brano contro questo tizio, chissà che cosa avrà combinato. Con Jim arriviamo all’intervallo. Non un intervallo qualsiasi, ma l’intervallo per eccellenza: quello della Rai. Vi ricordate quando la Rai, nei momenti morti, trasmetteva il leggendario intervallo con le più sperdute cittadine italiane in sottofondo? Bene, perchè questo brano, Jim, ricorda vagamente il jingle dell’intervallo. Ascoltare per credere. Il che, ovviamente, spezza il mood dell’album.

Arriviamo a Why Do You Bother e Greed. Il primo, brano simbolo di confusione e disordine. Un disordine cupo. Sembra quasi che in sottofondo ci sia il suono incessante di un clacson. Il secondo dal paricolare suono risultante da un mix di rock e new wave. Quest’album, però, non poteva non essere invaso dalla magia e dalla tamarraggine tipica della metà degli anni ottanta. Ne sono un chiaro esempio i restanti brani. Pills For Breakfast è una cavalcata heavy metal idonea ad accompagnare un inseguimento alla Robocop. Gli anni ‘80 si sentono e come. As The Worm Turns: anche qui gli anni ‘80 si insinuano negli spartiti intaccando il tutto. Brano perfetto come sottofondo per uno dei videogames che ha spopolato tra  noi giovincelli, Castlevania, fino a quando non attacca la voce urlante e stonata di Mosley in un rap lento e cadenzato scandito dal ruggito della chitarra elettrica. Purtroppo è  inevitabile che quest’album faccia venire in mente i telefilm tipici degli anni ‘80. Arabian Disco calzerebbe a pennello come sigla alternativa di SuperCar: immaginate il buon David Hasselhoff (Mich di Baywatch per interderci) e la sua fidata macchina Kitt all’inseguimento del malcapitato di turno. Rock ed heavy metal creano un sound potente ed incalzante, il tutto accompagnato dall’inconfondibile squillo del synth in pieno stile da “telefilm” del periodo.

L’album termina con New Beginnings, un  brano che segue il filo dei precedenti. Alternative rock/metal. Solita voce, soliti suoni, soliti synth, solito ritmo. Insomma l’inizio non è proprio dei migliori, ma a posteriori si intravede già qualcosa brillare all’orizzonte. Speriamo solo che non sia la lucetta rossa intermittente di Kitt o il canino smaltato di Hasselhoff.

Autore: Faith No More Titolo Album: We Care A Lot
Anno: 1985 Casa Discografica: Mordam Records
Genere musicale: Alternative Rock, Heavy Metal Voto: 4,5
Tipo: CD Sito web: http://www.fnm.com
Membri band:

Chuck   Mosley – voce

Jim   Martin – chitarra

Bill   Gould – basso

Mike   Bordin – batteria

Roddy   Bottum – tastiere

Tracklist:

  1. We Care A Lot
  2. The Jungle
  3. Mark Bowen
  4. Jim
  5. Why Do You Bother
  6. Greed
  7. Pills For Breakfast
  8. As the Worm Turns
  9. Arabian Disco
  10. New Beginnings
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