21st mag2013

Reapter – M.I.N.D.

by Alberto Lerario

La prima impressione lascia sempre il segno quando ci si presenta e i Reapter, band capitolina formatasi nel 2005, esordiscono con piglio e personalità con il loro primo full length. Un debutto esplosivo che lascia il segno, M.I.N.D. è un disco diretto di thrash metal ispirato ai grandi del genere come i Metallica e i Testament. Un difetto dell’album è quello però di essere troppo riverenti e fedeli verso i maestri, sia nell’arrangiamento dei brani che nella produzione che suona un po’ troppo anni ’90. Detto questo, ci si trova davanti ad una band preparata che emana energia ad ogni nota, capace di comporre canzoni coinvolgenti ma non banali. L’album è un concept che analizza l’alienazione e la follia umana (M.I.N.D. sta in fatti per My Inner Natural Demon) con buon acume e capacità descrittiva. Meraviglioso e suggestivo l’artwork di copertina che raffigura una sala operatoria in disuso, ormai squallida e fredda, imbrattata anche da alcune tags spruzzate da qualche writer. Già dalla prima traccia, Zarathustra, si apprezza l’ottima sezione ritmica capace di creare un fitto tessuto sonoro che avvolge gli assoli speed melodici delle chitarre. Il singer Arduini, di chiaro stampo “hetfildiano” mostra buona energia ma talvolta risulta un po’ asciutto, con poco pathos. Si continua a cavalcare, sferzati da un incessante e tagliente riffing, con Self Destruction e Carnage. Rapide e violente, sorrette dall’incessante doppia cassa, mantengono elevato il livello d’energia creato dalla prima traccia.

Degno di nota, il quarto brano, Speak My Name, si apre con un bell’arpeggio che fa da traccia agli arrangiamenti del brano. I Reapter sono riusciti a dosare al meglio melodia, velocità e potenza regalandoci un bel brano da ascoltare più volte. Interessante Run For Glory, che prova a toccare i confini del crossover, ed in cui si può apprezzare l’ottimo lavoro delle chitarre, così come nella seguente The Evil Inside. Il colpo a vuoto arriva con Pain, arpeggio acustico piacevole ma che non decolla mai, neanche nel momento del breve assolo. In questi brani di solito è la voce a fare la differenza, e qui purtroppo accade in negativo, poiché non trasmette quel pathos necessario ad emozionare l’ascoltatore. Per fortuna si riparte subito alla grande con Sorrow, canzone che rimanda ai Metallica di Ride The Lightning, così come l’ultima traccia Sea Storm. Sentendo questi brani i Four Horsemen sarebbero fieri dei Reapter. In mezzo alle due c’è un altro solido brano thrash, Giant.

Seppur peccando un po’ in originalità, ci troviamo di fronte ad un album di pregevole fattura, diretto ed omogeneo, composto da thrash metal sferzante, con testi impegnati ed incisivi come vuole la migliore tradizione. Nel soffocante mare della mediocrità moderna i Reapter spiccano fin da subito, dimostrando che le band del bel Paese ne capiscono eccome di musica metal. Siamo sicuri che i Reapter non sfigurerebbero affatto al fianco di più famosi colleghi stranieri. Con un debutto del genere sarebbe giusto in futuro osare di più sia in produzione che in composizione, per poter raggiungere lidi più lontani e prestigiosi.

Autore: Reapter Titolo Album: M.I.N.D.
Anno: 2013 Casa Discografica: Buil2kill Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.reapter.com
Membri band:

Claudio Arduini – voce

Max Pellicciotta – chitarra

Emanuele Ferrazza – chitarra

Jury Pergolini – basso

Emiliano Niro – batteria

Tracklist:

  1. Zarathustra
  2. Self Destruction
  3. Carnage
  4. Speak My Name
  5. Run For Glory
  6. The Evil Inside
  7. Pain
  8. Sorrow
  9. Giant
  10. Sea Storm
20th mag2013

Dumper – The Gunshot Theory

by Marcello Zinno

Una delle band del nostro stivalone che è in grado di dare vera e valida interpretazione all’heavy metal moderno prende il nome di Dumper. La loro storia vede un’uscita discografica sotto la già prestigiosa Buil2Kill Records quando la formazione era composta da soli 3 elementi; line-up che non si è arricchita bensì è stata totalmente ridisegnata da Eddi Cantoni, rimasto solo a tener testa al moniker, fino a giungere al quartetto che oggi si cela dietro questo progetto. I Dumper di The Gunshot Theory meritano molta attenzione: il loro heavy metal è potente e molto ben prodotto, con un vocalist che somiglia terribilmente, sia per tonalità che per acuti, al Bruce Dickinson dei primi lavori con gli Iron Maiden (da The Number Of The Beast in poi ovviamente), quando strizzava le proprie corde vocali chiedendo il massimo. L’impostazione musicale invece cambia lungo l’ascolto: da una Stand Your Ground che abbraccia la convulsione tipica dei 3 Inches Of Blood a momenti più metallurgici come Brother On Demand fino a giungere ad una cadenzata e infangata Our Father. I momenti sono variegati anche in termini qualitativi, alcuni più convincenti come The Rotten Will che alterna parti groove e momenti dal sapore quasi epico, altri che rallentano i tempi e l’entusiasmo come Dinner For Retards.

Nel complesso l’heavy dei quattro ragazzi è sicuramente convincente e le doti mostrate sono addirittura superiori rispetto al risultato di questo The Gunshot Theory facendoci intuire che con un pò di maturità in più ed una personalità meglio formata i Dumper possono arrivare davvero lontano. Enough! è un esempio di traccia con una maggiore verve nella quale divertimento e convinzione (i cori ad esempio arricchiscono molto il brano) fanno traboccare la caraffa e ci tramutando in veri appassionati dei Dumper. Forza ragazzi che le basi sono poste per una vera e propria metal revolution!

Autore: Dumper Titolo Album: The Gunshot Theory
Anno: 2013 Casa Discografica: My Graveyard Productions
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.dumperband.net
Membri band:

Simone Severi – chitarra

G.M. Agosti – batteria

Alessandro Marras – voce

Eddi Cantoni – basso, voce

Tracklist:

  1. Beaking News
  2. Stand Your Ground
  3. W.T.F.
  4. Dinner For Retards
  5. The Rotten Will
  6. Brother On Demand
  7. Our Father
  8. Way Home
  9. Enough!
  10. The Gunshot Theory
  11. Marching To War
20th mag2013

Blue Öyster Cult – A Long Day’s Night

by Giuseppe Celano

A Long Day’s Night è un disco dal vivo, il quarto per i Blue Öyster Cult. Registrato il 21 giugno del 2002, uscito a settembre dello stesso anno, il lavoro prende il nome dal solstizio d’estate. La tracklist del DVD e del CD, usciti in edizioni separate, sono abbastanza diverse fra loro: il CD non contiene E.T.I., Harvester Of Eyes, Flaming Telepaths, Last Days Of May, ME 262, Dominance & Submission e The Red And The Black, nel DVD invece manca Astronony. Nel 2004 le dieci tracce mancanti sono recuperate nel CD intitolato Extended Versions: The Encore Collection.Messi da parte questi dettagli tecnici, rimane da dire che la band si presenta in forma smagliante. Apre le danze Stairway To The Stars, con il suo rock corposo, seguita dalla rivitalizzata Burning For You. Le successive tracce ripercorrono il loro altalenante ultimo periodo e il glorioso passato, confinato nei lontanissimi anni ’70. Buck’s Boogie non perde una virgola del suo vecchio smalto: il rifferama muscolare, i cambi ritmici e il power chord in stile thrash, ancora prima della nascita del thrash stesso, ricordano di cosa è capace la band. Meno agile risulta Quicktime dalla melodia vocale forzata, buona invece la prova di Harvest Moon.

Al varco attendiamo la celeberrima Astronomy, ripulita e adattata a vetrina per le eleganti chitarre di Dharma che meriterebbero un monumento. I dieci minuti di questo viaggio d’altri tempi evocano vecchie emozioni sommate alle nuove in un turbinio emozionale sospinto da queste montagne russe armoniche. Cities On Flame (With Rock And Roll) rallenta la sua normale marcia trasformandosi in un pachiderma lento ma potente che, sul finale, esplode in tutta la forza. Godzilla è viziata dal trascurabile assolo di batteria del pur roccioso Rob Rondinelli impegnato in uno show pirotecnico. Chiude (Don’t Fear) The Reaper, una perla che nemmeno il tempo o la furia degli elementi potranno mai minimamente scalfire. Monumentale su tutti i fronti. A Long Day’s Night non è assolutamente il loro miglior live, anzi tradisce qualche pecca legata all’età e alla produzione. Nonostante tutto ci regala grandi emozioni ridonandoci una band ancora capace di spezzare ossa e lasciare indietro molti colleghi ben più giovani di loro.

A differenza del DVD Some Enchanted Evening, A Long Day’s Night non mostra nessun tipo di carenza audio-video. Sono passati molti anni dal 1978 e anche il modo di riprendere i concerti nel frattempo è cambiato. Immagini nitide, montaggio dinamico e audio brillante rendono questo concerto piacevole. Dharma, capello corto e occhiali da sole, passa da chitarre Steinberger a Gibson Les Paul cantando soprattutto le ultime composizioni della band. Eric Bloom, anche lui in nero e protetto da occhiali da sole, si alterna fra basso tastiere e canto. Appare leggermente in debito d’ossigeno e talvolta fuori registro. Il pubblico si prostra di fronte alla prova muscolare della band: se la velocità d’esecuzione rallenta, la potenza di fuoco aumenta in modo inversamente proporzionale. (Then Came)The Last Day Of May ne è una dimostrazione lampante, la sfida chitarristica fra le due asce, con aumento esponenziale del ritmo sapientemente gestito da Rob Rondinelli, è roba da cardiopalmo per tutti i presenti. Con lo stesso piglio energico si presenta il trittico ME 262, Perfect Water e Lips In The Hill, tre tornado i cui venti rock sono irrobustiti dall’alta velocità d’esecuzione.

Chiudono in bellezza, aumentando il livello d’adrenalina, gli encore Dominance And Submission e The Red And The Black, quest’ultima attraverso i continui cambi ritmici è la degna conclusione di una serata speciale, fatta di un grande ritorno per una band in grande spolvero.

Autore: Blue Öyster Cult Titolo Album: A Long Day’s Night
Anno: 2002 Casa Discografica: Sanctuary Records
Genere musicale: Hard Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.blueoystercult.com
Membri band:

Eric Bloom – voce, chitarre, tastiere

Donald “Buck Dharma” Roeser – chitarra

Allen Lanier – tastiere

Danny Miranda – basso

Bobby Rondinelli – batteria, percussioni

Tracklist:

1.   Stairway To The Stars

2.   Burnin’ For You

4. O.D.’d   On Life Itself

5. Dance   On Stilts

6. Buck’s   Boogie

7.   Mistress Of the Salmon Salt (Quicklime Girl)

8.   Harvest Moon

9.   Astronomy

10.   Cities On Flame With Rock and Roll

11.   Perfect Water

12. Lips   In The Hills

13.   Godzilla

14.   (Don’t Fear) The Reaper

 

DVD

1.   Stairway To The Stars

2. Burning   For You

3. O.D.’d   On Life Itself

4. E.T.I.   (Extra Terrestrial Intelligence)

5. Dance   On Stilts

6.   Harvester Of Eyes

7. Buck’s   Boogie

8.   Mistress Of The Salmon Salt(Quicklime Girl)

9.   Flaming Telepaths

10.   Harvest Moon

11. Then   Came The Last Days Of May

12.   Cities On Flame With Rock And Roll

13. ME   262

14.   Perfect Water

15. Lips   In The Hills

16.   Godzilla

17.   (Don’t Fear) The Reaper

18.   Dominance And Submission

19. The   Red And The Black

20th mag2013

Legless – Till That Morning

by Piero Di Battista

Secondo disco per i Legless, quartetto proveniente da Bologna che dà alla luce al suo secondo disco, intitolato Till That Morning. Il disco segue Pleasure Paranoids And Parties uscito nel 2010, e tre anni dopo ritroviamo dunque questa band bolognese indubbiamente più matura e soprattutto più consapevole dei propri mezzi artistici. Till That Morning offre dodici brani dove si può tranquillamente apprezzare un sound incentrato su un rock lineare, ma spesso contaminato da momenti più pop-punk, da rock‘n’roll, ma anche da qualche atmosfera un po’ più brit. Si parte con la frizzante Liar, influenzata leggermente da sonorità rock‘n’roll; rock che, come già detto, funge da colonna portante nello stile dei Legless, un rock orecchiabile e scanzonato che si fa apprezzare in brani come Persia o Waiting Game. I momenti più “punkeggianti” e dove le ritmiche appaiono leggermente più sostenute li troviamo in D.I.L.D.O. e Just A Frame in cui il gruppo felsineo si propone in modo leggero ma allo stesso tempo frizzante a chi li ascolta, con risultati più che positivi. Il disco scorre liscio, e si arriva a I Need To Get Away, accostabile un po’ ai Green Day dei tempi di Warning, ed a On The Couch, a nostro parere la migliore dell’intero album, dove i Legless mostrano ancor di più una pregevole vena melodica.

Till That Morning non si pone certamente come capolavoro, ma è senza ombra di dubbio un disco ben suonato, ben realizzato, di facile ascolto e di più che discreta qualità. Consigliato a chi non disdegna affatto una mezz’ora e poco più di spensieratezza sottoforma di sonorità rock leggere e frizzanti.

Autore: Legless Titolo Album: Till That Morning
Anno: 2012 Casa Discografica: Front Of House Records
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://legless.bandcamp.com
Membri band:

Billy – voce, basso

Franco – chitarra

James – chitarra

Giulio – batteria

 

Tracklist:

  1. Liar
  2. I’ll Never Learn
  3. D.I.L.D.O.
  4. Persia
  5. Baby Don’t Put Down This Sound
  6. She’s The Queen
  7. Waiting Game
  8. Shoes
  9. Of The Week
  10. Just A Frame
  11. I Need To Get Away
  12. On The Couch
19th mag2013

Dead Kennedys – Bedtime For Democracy

by Piero Di Battista

Eccoci dunque arrivati all’ultimo capitolo per quanto riguarda la discografia dei Dead Kennedys. Dopo aver pubblicato il discreto Frankenchrist nel 1985, la band californiana stava attraversando un periodo di certo non positivo: il clima all’interno del gruppo non era affatto sereno anche a causa delle forti personalità presenti ed i continui problemi giudiziari fecero in modo di render ancor più fragili le fondamenta della band. Ma nonostante tutto questo, nel novembre del 1986 i Dead Kennedys pubblicano quello che sarà il quarto ed ultimo disco della loro carriera, intitolato Bedtime For Democracy. L’album era composto da ben ventuno pezzi, quindi molti di più rispetto a quanto ci avevano abituati nei dischi precedenti, ma la sostanza rimase invariata: punk-hardcore rabbioso ed energico, brani brevi e veloci, e temi che, come sempre, urlavano il loro dissenso verso i poteri forti, quindi contro il governo ed di conseguenza l’allora presidente Ronald Reagan, contro il capitalismo e contro le operazioni militari supportate appunto dallo stato americano. Bedtime For Democrazy si apre con una cover, difatti Take This Job And Shove It è un brano di David Allan Coe, rivisitato da Jello Biafra e soci con il loro inconfondibile stile; il disco prosegue con l’energia dettata dal punk-hardcore di ottimi brani come Fleshdunce e The Great Wall, quest’ultimo dal testo che non è altro che un attacco diretto contro il capitalismo.

Quindi la loro voglia di protesta risulta sempre ben presente e motivata, a tratti anche dissacrante come in occasione di One-Way Ticket To Pluto nella quale si invitano i politici a scomparir nello spazio profondo, Anarchy For Sale invece è una dura condanna verso chi considera il concetto di anarchia come una moda del momento. Come già detto, quasi tutti i brani che vanno a comporre Bedtime For Democrazy sono di breve durata, eccezion fatta per Cesspools In Eden dove i Dead Kennedys si pongono in stile un po’ più hard rock e con la schizofrenica Chickenshit Conformist, brano che, oltre ad essere forse il migliore dell’intero disco, punta il suo dito verso il finto conformismo dominante negli U.S.A.. I Dead Kennedys quindi chiusero la loro breve ma indelebile carriera con un buon disco, l’ultima cartuccia del loro fucile, infatti un mese dopo l’uscita di questo lavoro la band annunciò il proprio scioglimento, anche se i guai non finirono visto che alcuni anni dopo si ritrovarono in tribunale per questioni di royalty. Mentre Jello Biafra si dedicò ad altri progetti, per lo più politici, nel 2001 la band tentò una reunion senza appunto il loro storico leader, reunion che ovviamente non portò i successi sperati.

Meglio quindi ricordarli quando nei primi anni ‘80 facevano da megafono per protestare contro i poteri forti della politica, e lo facevano calcando palchi in modo rabbioso tramite brani storici come California Ȕber Alles o Holiday In Cambodia e tanti altri che in pochi conoscono; questi erano i veri ed unici Dead Kennedys.

Autore: Dead Kennedys Titolo Album: Bedtime For Democracy
Anno: 1986 Casa Discografica: Alternative Tentacles Records
Genere musicale: Punk Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.deadkennedys.com
Membri band:

Jello Biafra – voce

East Bay   Ray – chitarra

Klaus Flouride   – basso

D.H. Peligro – batteria

Tracklist:

  1. Take This Job And Shove It
  2. Hop With The Jet Set
  3. Dear Abby
  4. Rambozo The Clown
  5. Fleshdunce
  6. The Great Wall
  7. Shrink
  8. Triumph Of The Swill
  9. Macho Insecurity
  10. I Spy
  11. Cesspools In Eden
  12. One-Way Ticket To Pluto
  13. Do The Slag
  14. A Commercial
  15. Gone With My Wind
  16. Anarchy For Sale
  17. Chickenshit Conformist
  18. Where Do Ya Draw The Line
  19. Potshot Heard ‘Round The World
  20. D.M.S.O.
  21. Lie Detector
19th mag2013

Appino – Il Testamento

by Amleto Gramegna

Andrea Appino, cuore e anima degli Zen Circus, si prende una pausa dal suo gruppo madre con questo primo lavoro da solista. Il disco, come afferma lo stesso autore in una nota, “È la totale liberazione dei miei dolori più profondi, la vera e difficile storia della mia famiglia usata come veicolo per una terapia di gruppo, necessaria e a tratti violenta”. Dunque brani che parlano di storie personali, di vite vissute. Appino si fa aiutare da molti amici. Favero e Valente, sezione ritmica de Il Teatro Degli Orrori, D’Erasmo, violinista degli Afterhours, Marina Rei e Tommaso Novi dei Gatti Mézzi. Tutti uniti nel mettere su nastro le quattordici tracce rappresentanti quattordici episodi psicoanalitici. La forma-canzone si concentra in quadri oscuri e densi, dove un certo cantautorato, più figlio della rivoluzione dei ’70 che non dell’edonismo ’80 o del nichilismo ’90, si mescola all’impatto frontale di un rock che dona lucidità e profondità alle parole, così cariche di forza esplosiva. La splendida Il Testamento ne è un lampante esempio: dedicata al genio Mario Monicelli parte come placida ballad per poi scoppiare nel punto cruciale della scelta. Un delicato arpeggio di chitarra classica apre Che Il Lupo Cattivo Vegli Su Di Te ma è un fuoco di paglia: il brano si trasforma in una epica ballata hard rock. Il testo? Una ninna nanna al contrario dove un lupo cattivo, arcaico simbolo del male, veglia sui bambini mentre la parte buona, in questo caso la città civile, è il vero mostro. Intelligente l’uso dei synth che colorano con punte neo-prog il basso dark del “ragno” Favero.

L’indie proprio della band madre, fa capolino in alcuni brani (Fuoco!, Passaporto) mentre l’hardcore punk sfocia in tutta la sua potenza in Specchio Dell’anima. Il bello di questo lavoro è che tutti i palati sono accontentati. Gli appassionati di folk saranno felici di ascoltare La Festa Della Liberazione (che vive di citazioni di Dylan, il suo andamento è molto simile, se non addirittura plagio o omaggio a Desolation Row) con il suo testo neorealistico. Così come gli ascoltatori più attenti al versante rock troveranno pane per le loro orecchie. Grazie ad un piccolo aiuto da parte degli amici (Beatles docet) Appino sforna un bellissimo lavoro pieno di carisma, violenza sonora e dolcezza disarmante. Il Testamento non può e non deve rimanere un episodio isolato, qui siamo soltanto all’inizio.

Autore: Appino Titolo Album: Il Testamento
Anno: 2013 Casa Discografica: La Tempesta Dischi
Genere musicale: Folk, Elettronica, Indie Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: https://www.facebook.com/andreaappino
Membri band:

Andrea Appino – voce, chitarre

Giulio “Ragno” Favero – basso

Franz Valente – batteria

Enzo Moretto – chitarre

 

Tracklist:

  1. Il Testamento
  2. Che Il Lupo Cattivo Vegli Su Di Te
  3. Passaporto
  4. Specchio Dell’anima
  5. Fuoco!
  6. La Festa Della Liberazione
  7. Questione D’orario
  8. Fiume Padre
  9. Solo Gli Stronzi Muoiono
  10. I Giorni Della Merla
  11. Tre Ponti
  12. Godi (Adesso Che Puoi)
  13. Schizofrenia
  14. 1983

 

18th mag2013

Radiohead – Pablo Honey

by Alessio Capraro

Immaginate quattro bravi ragazzi dell’Oxfordshire, nel pieno degli anni ’90 con la “Nirvanamania” che dilaga ovunque, che si incontrano per mettere su un gruppo, cominciando a suonare in un garage o in uno scantinato. Io me la sono immaginata così. Ho immaginato che Pablo Honey sia venuto alla luce così, o almeno le prime bozze. A venti anni di distanza, si fa fatica a riconoscere che dietro questo album ci siano i Radiohead, che hanno cambiato genere più volte durante la loro carriera, facendo poi abbondante uso di effetti elettronici. Per la critica e per i fan questo album, rapportandolo con i successivi, è considerato una “falsa partenza”, e di sicuro è così, ma semplicemente perché sono gli “altri Radiohead”, pieni di speranze e di prospettive,  che aprivano i concerti di Alanis Morissette e che erano appena usciti dal mondo underground con il magnifico singolo Creep. Certo è un album fuorviante se si pensa che questo gruppo passerà poi a lavori come Ok, Computer e Kid A, ma è fantastico pensare che questa band inglese sia stata anche questo. Possono fare qualsiasi cosa. È indubbio che il tutto è molto semplice e grezzo, che la voce di Yorke esprime di sicuro le sue potenzialità, ma non è ancora una delle voci più belle della storia del rock, che le influenze del “grunge” e del “brit pop” si sentano non poco e che non sia ancora la loro giusta strada, che poi centreranno in maniera sublime. Già dal successivo The Bends, il gruppo si allontanerà da queste sonorità. Ma mai rinnegare il passato: senza Pablo Honey non ci sarebbero stati i successivi album e, anche se completamente diverso, è stato un “collaudo” della macchina “sforna-magie” che poi diventeranno. È come rivedere una vecchia foto di un bel ventenne sbarbato, con qualche brufolo qui e là, la pelle liscia, che poi diverrà un uomo maturo, aitante e di successo. Le sonorità sono sporche ma melodiche, sognanti e sentimentali. I pezzi hanno la caratteristica di passare da atmosfere ora tranquille ora rumoristiche, con qualche spunto brillante. L’album esce nel 1993 per la Parlophone ed è l’esordio per la band inglese.

La già citata Creep non poteva che essere uno dei singoli: è un fulmine a ciel sereno che si abbatte sul mondo della musica come per dire “ci siamo anche noi” e la voce di Yorke è da brividi. Ma è nell’alternanza tra pulito e distorto, sorta di “stop and go” delle chitarre, il vero punto di forza del brano. L’album si apre però con You, uno dei pochissimi pezzi di questo CD che i Radiohead tutt’oggi  riproducono live. Il riff è assolutamente semplice quanto geniale, carico di passione, ti isola da tutto, lasciando solo “you, me and everything”. Gli altri due singoli sono Anyone Can Play Guitar e Stop Whispering, che sono senza dubbio di pregevole fattura. Il primo è caratterizzato da un ritornello di stampo beatlesiano ma circondato da chitarre graffianti firmate anni ‘90, il secondo è una pura e dolce ballata che esplode man mano in una moltitudine di effetti, è un prato su cui correre per poi rotolarsi nell’innocenza dell’erba. La vena compositiva di Yorke, almeno nelle linee vocali, si fa già notare in pezzi come Ripcord e Prove Yourself, che ricordano molto i R.E.M., ma per i testi impegnati a cui ci ha abituati ci sarà tempo.

Anche per chi conoscesse poco i Radiohead,  potrebbe tranquillamente intuire che questo album è il loro primo lavoro da pezzi come Lurgee e I Can’t. Sono due brani di una tenerezza e innocenza disarmante, semplici, gioiosi, illibati, quasi ingenui, ma cantabilissimi. Troviamo addirittura degli spunti tendenti al punk alla Sex Pistols in How Do You?, dove il modo di cantare di Yorke ricorda molto quello di Johnny Rotten. Per niente incisivi, invece, sono Vegetable e Think About You. Quasi banali, sembrano essere stati inseriti in questo CD per forza, con poca convinzione. L’album si conclude con Blow Out, che sembra quasi preannunciare il cambiamento che la band avrà nei successivi lavori, perché è l’unico brano dove si riconoscono appieno i Radiohead e le loro sonorità, in particolare il suono inconfondibile delle chitarre nell’intro.

Pablo Honey è un album da analizzare a parte perché è completamente diverso dai successivi, è come se fosse stato composto da un’altra band. Se paragonato ai lavori che verranno e che consacreranno nel paradiso della musica questa band inglese, allora questa uscita non è affatto all’altezza. Ma se preso a parte, singolarmente, allora è un buon lavoro, soprattutto considerando che è il primo; è un diamante grezzo in attesa di essere levigato, che si incastra, però, benissimo negli anni ’90.

Autore: Radiohead Titolo Album: Pablo Honey
Anno: 1993 Casa Discografica: Parlophone
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.radiohead.com
Membri band:

Thom Yorke – voce, chitarra, pianoforte

Jonny Greenwood – chitarra, tastiere

Ed O’Brien – chitarra, voce

Colin Greenwood – basso, tastiere

Phil Selway – batteria, percussioni, voce

Tracklist:

  1. You
  2. Creep
  3. How Do You?
  4. Stop Whispering
  5. Thinking About You
  6. Anyone Can Play Guitar
  7. Ripcord
  8. Vegetable
  9. Prove Yourself
  10. I Can’t
  11. Lurgee
  12. Blow Out
18th mag2013

Queensrÿche – Frequency Unknown

by Marcello Zinno

E così avvenne la diaspora. Era nell’aria, parliamoci chiaro. Dagli ultimi lavori in studio dei Queensrÿche era lampante che Geoff Tate lavorara su registri completamente diversi rispetto alla band. L’ultimo Dedicated To Chaos (recensito da noi a questo link) ma ancora di più il precedente American Soldier (concept album dedicato ai militari statunitenti ed alla guerra infinita, recensito da noi a questa pagina) puntavano i riflettori su un lavoro vocalcentrico, in cui i riff da sempre marchio di fabbrica della band di Seattle (una delle poche del luogo a non essere cannibalizzata dal fenomeno grunge) lasciavano spazio a melodie sinuose tutte al servizio della voce di Tate. Di certo Geoff ha delle doti interpretative straordinarie ma probabilmente i restanti membri del gruppo mancavano anche di ispirazione e dopo varie vicissitudini lo stesso leader ha deciso di mollarli. Inaspettatamente ciascuna delle due formazioni ha voluto mantenere il moniker Queensrÿche, facendo sorgere così i Queensrÿche di Todd La Torre (ex cantante dei Crimson Glory scelto dalla formazione dei Queensrÿche come vocalist) e i Queensrÿche di Geoff Tate. Questi ultimi hanno dato da pochissimo alle stampe il nuovo lavoro dal titolo Frequency Unknown mentre Todd e la storica combriccola daranno alla luce un album omonimo (titolo inevitabile: Queensrÿche) tra qualche mese.

Come suona Frequency Unknown? Una via di mezzo tra le ultime produzioni ed un piccolo sforzo di Geoff Tate nel creare qualcosa di più originale. L’opener Cold ad esempio ci trascina ai tempi di Operation Maindcrime Pt. II, con una ricetta musicale molto semplice e una voce super prodotta. Nella successiva Dare le divagazioni che richiamano certe sfumature pseudo elettroniche si fanno più forti ma sarebbe da miopi dire che la band ha voluto tradire le radici heavy metal, si tratta di un’evoluzione naturale nella mente di Geoff ma soprattutto in quella del suo braccio destro Kelly Gray (da ricordare che Gray negli ultimi album ha assunto vari ruoli fondamentali, da chitarrista a produttore). Qualche divagazione heavy sorge in Give It To You dove se Geoff punta al romanticismo, le chitarre riescono a dire la loro e caratterizzare la traccia in un crescendo che solo in Slave si trasforma in headbanging puro: uno dei pezzi più convincenti dell’intero lavoro propone un ottimo connubio tra una voce importante, dei cori azzeccati e un refrain che arriva dritto come il pugno rappresentato dall’artwork.

Insieme a questa traccia va apprezzata Life Without You che presenta un riffing con uno stile molto personale nella strofa capace di riportarci alle prime ricette stoppate proposte nel passato; è un peccato che durante il ritornello il sound si perda invece di dare il colpo di grazia. Medesimo copione in Running Backwards in cui, dopo l’inizio sincopato, si cade in un tonfo a tratti alternative nel ritornello senza una destinazione precisa. Più crepuscolare In The Hands Of God ricorda qualcosa di Promise Land se non fosse per i tempi piuttosto veloci; la stessa attenzione agli arrangiamenti, anche se convince di più Everything, un brano per tutti i palati e che cela una certa maestria in fase di composizione. Si vive comunque nell’attesa di un colpo d’ascia che turbi le nostre emozioni (ricordate The Needle Lies o Speak??) ma anche Fallen e la mezza ballad The Weight Of The World non riescono a dissetarci in tal senso.

Nella parte finale quattro classici del passato della band ovvero I Don’t Believe In Love, Empire, Jet City Woman, Silent Lucidity, risuonati per l’occasione dai nuovi musicisti che accompagnano Geoff Tate in questo viaggio. L’esecuzione è fedele all’originale e non è molto chiara la scelta di reinserire queste tracce all’interno di questo album (per ricordare chi sono?! Ma ce n’era bisogno?!). La partecipazione in termini di artisti è enorme. Tate ha davvero coinvolto una schiera vastissima di musicisti, alcuni che portano semplicemente il contributo tramite qualche assolo, qualche altro in pianta stabile in varie tracce. Sarà per controbattere i nomi ingombranti dell’altra formazione dei Queensrÿche? Questo non possiamo saperlo ma una cosa è certa: la sfida è lanciata!

Autore: Queensrÿche Titolo Album: Frequency Unknown
Anno: 2013 Casa Discografica: Deadline Music
Genere musicale: Heavy Metal, Rock Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.queensryche.com
Membri band:

Geoff Tate – voce

Brad Gillis – chitarra

Rudy Sarzo – basso

Craig Locicero – chitarra

Kelly Gray – chitarra

Dave Meniketti – chitarra

Jason Slater – basso, tastiere

Robert Sarzo – chiatatta

Simon Wright – batteria

Randy Gane – tastiere

Chris Poland – chitarra

Ty Tabor   – chitarra

Tracklist:

  1. Cold
  2. Dare
  3. Give It Ot You
  4. Slave
  5. In The Hands Of God
  6. Running Backwards
  7. Life Without You
  8. Everything
  9. Fallen
  10. The Weight Of The World
  11. I Don’t Believe In Love (bonus track)
  12. Empire (bonus track)
  13. Jet City Woman (bonus track)
  14. Silent Lucidity (bonus track)
17th mag2013

Scorpions – Comeblack

by Giancarlo Amitrano

Il capolinea è davvero giunto: a meno di clamorosi ripensamenti, cala il sipario sulla carriera musicale degli aracnidi tedeschi. Quaranta e passa anni di onorato servizio che si è cercato di esplicare attraverso le loro “prodezze”, gli eccessi e le pagine storiche da essi scritte. Tanto per non smentirsi, nemmeno al passo d’addio, il combo teutone decide di accomiatarsi dall’uditorio attraverso un’azzeccato mix di vecchi brani reinterpretati in forma più attuale e di cover leggendarie rifatte alla loro maniera. Probabilmente inutile dal punto di vista commerciale, l’album tuttavia si fa ricordare per il modo particolarissimo con cui la band ripropone i vecchi cavalli di battaglia, aggiornandoli all’oggi. Ecco allora, tutti insieme appassionatamente, classici senza tempo come Blackout, The Zoo, Wind Of Change, Still Loving You (addirittura in due versioni), sfilare con la freschezza di sempre e la perizia tecnico-compositiva ormai raggiunta nella loro ascesa all’Olimpo. Seguiti poi da altrettante cover riarrangiate alla loro maniera: ed ecco convivere allegramente versioni aggiornate di Kinks, Beatles, Yardbirds e T.Rex, che da un lato depongono ancora una volta della sterminata capacità di immedesimarsi e spaziare nei vari generi musicali, e dall’altro testimonia la nostalgia che proveremo senza nuovi lavori targati Scorpions dallo stile inconfondibile.

Il quintetto, al suo ultimo “mark”, resta compatto e dallo stile inconfondibile anche nell’esecuzione di brani all’apparenza ad esso non confacenti (ad esempio Tin Soldier degli Small Faces). La produzione patinata fa il resto: suoni pulitissimi e chiarezza negli arrangiamenti. Non occorre altro per lasciare nella memoria di tutti il valore assoluto ed indefettibile di questa band che ha scritto pagine storiche nel panorama musicale. Ci si consenta, allora, di congedarci in modo abbastanza breve e conciso: prima che le lacrime e la tristezza ci assalgano nel pensare che nulla sarà come prima, è meglio far calare il sipario sul quintetto di Hannover, sperando che nel riascoltare i loro vecchi lavori si venga ancora assaliti da un Pure Instinct, oppure da un selvaggio Animal Magnetism!

Autore: Scorpions Titolo Album: Comeblack
Anno: 2011 Casa Discografica: Sony Music
Genere musicale: Hard Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.the-scorpions.com
Membri band:

Klaus Meine – voce

Rudolf Schenker – chitarra

Matthias Jabs – chitarra

Pawel Maciwoda – basso

James Kottak – batteria

Tracklist:

  1. Rhythm Of Love
  2. No One Like You
  3. The Zoo
  4. Rock You Like A Hurricane
  5. Blackout
  6. Wind Of Change
  7. Still Loving You
  8. Tainted Love
  9. Children Of The Revolution
  10. Across The Universe
  11. Tin Soldier
  12. All Day And All Of The Night
  13. Ruby Tuesday
  14. Big City Nights
  15. Still Loving You
  16. Shapes Of Things
17th mag2013

Absolute Priority – Hunter

by Antonluigi Pecchia

Hunter è il titolo dell’opera d’esordio dei toscani Absolute Priority, concept album basato sulla storia fantasiosa di Alan, serial killer affetto da doppia personalità prossimo all’esecuzione in un carcere di alta protezione che, dopo aver avuto l’occasione di confessarsi con il parroco per l’ultima volta, ripercorre la vita del “predatore” attraverso alcuni flashback per poi trasportarlo alla morte, alla pace dell’anima. Seppur la storia non si possa definire originale, viene sviluppata molto bene nel corso degli episodi e coinvolge a pieno l’ascoltatore senza mai annoiarlo. Lo sfondo della narrazione è un progressive metal dei più classici ma fatto bene, i cui principali riferimenti si riscontrano senza dubbio alcuno nel periodo d’oro firmato dagli statunitensi Queensrÿche. I brani che compongono l’opera si presentano ben realizzati in tutto, mostrando un tocco di personalità nel sound, le atmosfere e le emozioni vengono fatte trasparire ottimamente dalla corde vocali di Valerio Voliani e degno di nota è anche il lavoro svolto da Massimo Grasso alle tastiere che, senza mai eccedere in particolari virtuosismi riesce sempre a donare ad ogni attimo l’atmosfera giusta e a dare spessore alla sezione ritmica e alle riffiche a cura della coppia Morella/Caprina, dimostrandosi tutti comunque di essere in possesso di grandi doti tecniche ma soprattutto di saperle sfruttare bene che è la cosa più importante.

Seppur si tratti di un debut album Hunter delinea una band in possesso già di una certa maturità stilistica capace di comporre già dei gran bei prodotti, molto compatti. Una realtà da tenere d’occhio per gli amanti del progressive metal.

Autore: Absolute Priority Titolo Album: Hunter
Anno: 2012 Casa Discografica: Revalve Records
Genere musicale: Prog metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/absolutepriority
Membri band:

Valerio Voliani – voce

Federico Morella – chitarra

Francesco Caprina – chitarra

Andrea Bardi – basso

Massimo Grasso – tastiere

Simone Colombo – batteria

Tracklist:

  1. The Confessor
  2. My Ordinary State
  3. Things I’ve Never Done
  4. 4:00 A.M.
  5. Tragic Reconcilation
  6. L.O.S.T.
  7. Bloody Tapes
  8. Fear Of The Night
  9. My Reflection
  10. Again
  11. Dead Man Walkin’
Pagine:«1234567...125»