09th mag2013

Motorpsycho@Bloom (MB)

by Marcello Zinno

Al di là dei tempi, al di là dei generi, al di là di tutto quello che ci circonda, dei problemi, dei contrattempi, della vita privata…ci sono delle occasioni che non vanno perse. Per nostra fortuna, nell’inflazionato panorama musicale esistono delle formazioni artisticamente valide, con un curriculum che parla da sé (non di premi, quelli lasciamoli ai nomi più blasonati) e soprattutto con un modo di intendere la musica personale e distante dai soliti cliché. I Motorpsycho entrano degnamente in questo discorso e ogni discesa dalle nostre parti è un vero e proprio tripudio di musica. Personalmente, l’ultima volta che avevo assistito ad un loro show era il 25 maggio del 2008 all’Alcatraz che per quella occasione era lungi dall’essere pieno. Ai tempi scrissi: “Esistono località che ti fanno entrare in uno stato di grazia e che producono delle emozioni uniche; ogni singolo posto in particolare ha delle caratteristiche, delle sensazioni che vanno al di là della relativa astrattezza e si cementano nella nostra mente cosicché ogni ritorno in patria ti spinge inconsapevolmente a creare un contenitore di ricordi, personale, a cui solo tu puoi accedere e che solo tu senti di poter capire a fondo perchè hai vissuto quell’esperienza. Ebbene per i Motorpsycho non è così. Anzi forse è talmente tanto così da esserlo fin troppo”.

Oggi, a cinque anni distanza non posso che confermare quelle mie impressioni, quella strana via che avevo adottato per cercare di descrivere cosa vuol dire assistere ad uno show dei Motorpsycho. Una band che è passata dalla formazione a cinque componenti all’attuale trio (seppur coadiuvati in molti brani dall’ottimo Reine Fiske), che in poco più di venti anni ha datto ala luce 15 CD e 17 EP ed in totale estratto solo 7 singoli. Già questo dato spiegherebbe buona parte del loro approccio alla musica moderna. Perchè moderna? Perchè i Motorpsycho rappresentano la migliore incarnazione dell’hard rock psichedelico dei giorni nostri, nel quale riescono ad intravedersi anche Pink Floyd e King Crimson, il tutto rivestito da un sano ardore rock’n’roll. Molto spazio è stato dedicato all’ultimo lavoro in studio Still Life With Eggplant, presentato dai brani Hell, August e Barleycorn, tutti lanciati nella primissima parte dello show, ma Bent Sæther e Hans Magnus Ryan non hanno di certo lasciato a casa le sorprese. Innanzitutto il punto più alto della prima parte del live è stato offerto dalla lunghissima Un Chien D’Espace, un pezzo che inizia in acustico per poi offrire il miglior lato targato Motorpsycho: un crescendo di esplosioni e di implosioni musicali, distorte e ragionate a tratti che accarezzano il post-metal con una cadenza però incisiva e magnetica. In questo brano e nei precedenti il validissimo (e magrissimo) Kenneth Kapstad si è fatto notare per la sua tecnica e per l’irruenza profusa alla batteria: incredibile la sua costanza e le progressioni in grado di creare in simbiosi con la band. L’immancabile Walking On The Water ha fatto letteralmente saltare il pubblico trasmettendo quella componente groove di cui i Nostri sono portatori sani.

Il locale in questione, il Bloom di Mezzago (MB) ha fatto registrare tutto esaurito per la data dei norvegesi e la preoccupazione è cresciuta quando, dopo un’ora e mezza dall’inizio, la band ha salutato il pubblico e promesso in un ritorno sul palco di lì a poco per il classico encore. Un paio di tracce aspettavano tutti, tra una birra e due chiacchiere sui pezzi proposti ed invece ecco la sopresa: i Nostri tornano sul palco ed aprono con la cupa Nathan Daniel’s Tune From Hawaii che ci riporta ai tempi dell’album Blissard del 1996, ultima traccia ma sarà l’inizio della riproposizione per intero di quel capitolo discografico della band. Una ad una vengono riproposte tutte le tracce di Blissard toccando le varie ambientazioni che i Motorpsycho di allora proponevano. Un viaggio nel vuoto più che nel passato, un turbinio di emozioni, un collage di note per uno show che è durato quasi tre ore e che ci ha lasciati stupefatti, come ogni loro live. Sono una garanzia e noi “ci fidiamo” di loro.

Setlist Motorpsycho:

  1. Hell
  2. August
  3. Go to Cornucopia
  4. Un Chien D’Espace
  5. Barleycorn (Let It Come/Let It Be)
  6. Überwagner
  7. Walking On The Water
  8. Into The Sun (Grand Funk Railroad cover)
  9. Taifun
  10. Nathan Daniel’s Tune From Hawaii
  11. Sinful, Wind-borne
  12. “Drug Thing”
  13. Greener
  14. ‘s Numbness
  15. The Nerve Tattoo
  16. True Middle
  17. S.T.G.
  18. Manmower
  19. Fool’s Gold

 

Live del 7 giugno 2013

01st mag2013

Possessed + Malignant Tumour + guests@Rock’N'Roll Arena (NO)

by Antonluigi Pecchia

Ci sono determinate icone che fanno coincidere la parola “metal” a “passione”. L’esempio lampante è rappresentato dagli americani Possessed, band di culto della scena estrema mondiale, inventori del death metal trainati da sempre dal frontman Jeff Becerra, ormai paralizzato da anni agli arti inferiori e costretto a vivere su una sedia a rotelle a causa di una sparatoria, ma la sua passione per la musica va oltre le sue problematiche fisiche e ancora oggi porta la sua musica in giro. L’ultimo tour europeo della band, in compagnia dei cechi Malignant Tumour, ha previsto ben due date italiane, evento che tutti gli amanti del metal estremo aspettavano da anni. Le location del loro passaggio sono state Bologna e Romagnano Sesia (NO). Per quest’ultima occasione, noi di RockGarage non potevamo farci sfuggire l’opportunità di assistere al massacro messo in piedi dalla band

Sono da poco passate le 20:00 quando, giunti al locale da poco, vediamo esordire i Grind Zero on stage. La band, seppur non abbia molta esperienza alla spalle, dimostra già di possedere una certa professionalità, al tal punto di metterci tutta l’energia disponibile in uno show breve ma intenso di death metal, fatto in un club in cui le presenze si possono ancora contare sulla punta delle dita di una mano. Un buon inizio di serata! Dopo un breve cambio palco, giunge il turno dei Vehement e il club nel frattempo si è popolato. Gli episodi thrash metal tratti dal loro debut album ormai datato All That’s Behind, trascinano buona parte del pubblico presente, grazie anche al carisma del nuovo frontman della band Alessio “Lexx” Giudice che riesce bene a gestire il palco. La mezz’ora a loro disposizione scorre in fretta e presto è già tempo di dover abbandonare la scena alla band successiva.

L’atmosfera è ben calda per l’accoglienza dei cechi Malignant Tumour che senza perdere tempo mettono a ferro e fuoco il locale con il loro heavy metal dalle tinte punk con We Paint The Town Rest e il pubblico si scatena immediatamente. Lo show prosegue senza sosta con Overdose & Overdrive, The Biggest Band e Infernor, seppur il pubblico della serata non sia direzionato verso queste sonorità, la platea viene travolta al loro divertente sound. Bilos è un grande frontman e lo dimostra il fatto che non ha avuto molta difficoltà a fare sua una platea intera formata dalla maggior parte da curiosi che mai avevano ascoltato le produzioni della sua band. E lo show prosegue con Earthshaker, The Secret Source, Metal Artillery e At Full Throttle, mentre la band decide di affidare la conclusione del divertente spettacolo con We Are The Metal, Saddam Hussein Is Rock’N’Roll e Decibel Maniac con cui è riuscita anche a far cantare la platea. Insomma una sorpresa inaspettata per tutti i presenti, una grande band sottovalutata, che tutti gli amanti del genere dovrebbero scoprire!

Nonostante il pubblico sia già piuttosto sudato, la fatidica ora attesa da tutti deve ancora giungere, quindi che si aprano i cancelli dell’inferno, il palco si tinge di rosso e una sinistra intro ci preannuncia l’inizio della fine…i Possessed sono pronti! La bolgia non si fa attendere, dalle prime note di The Heretic il moshpit è seriamente insostenibile, la violenza è a livelli insostenibili e con le successive The Eyes Of Horror, Beyond The Gates e Tribulation lo diventa ancor più. La band, ma soprattutto il frontman Jeff Becerra si mostra piuttosto compiaciuto dal massacro riscontrato dai brani proposti e così prepara altri quattro colpi in canna: Pentagram, Burning In Hell, Satan’s Curse e Evil Warriors che lasciano senza fiato la platea. La band è formata da musicisti eclettici che riescono a riproporre con precisione i brani targati Possessed, tra cui spiccano il giovane Daniel Gonzalez alla chitarra solista che non sbaglia una nota e il già Asesino, Emilio Marquez che dietro le pelli dà vita ad una sezione ritmica serrata e brutale. L’aria nel locale è veramente bollente e la band indirizza i suoi demoni a creare un vortice di brutalità con Seance, The Crimson Spike, My Belief e Storm In Mind.

Introdotto dalla colonna sonora dell’omonimo film, il classico The Exorcist fa scatenare tutti i presenti nel locale che non si arrestano neanche con le successive Seven Churches e Swing Of The Axe. Ormai nel moshpit le botte vengono tirate quasi per inerzia ma con Confessions, Twisted Minds e l’immancabile Death Metal che completa la setlist in programma per la serata la platea trova la forza per darsi il colpo di grazia. Ma a quanto pare il pubblico e Jeff Becerra non sono ancora soddisfatti del tutto e così il frontman della band decide di regalare a tutti i presenti due fuori programma, Holy Hell e Fallen Angel con cui vengono richiuse le porte dell’inferno e noi, pieni di lividi ed acciacchi, ritorniamo alla realtà visto che un po’ di strada ci attende prima di fare ritorno a casa e a farci accudire da un caldo letto. Una serata indimenticabile, sperando di poterla rivivere presto!

 

Live del 30 aprile 2013

29th apr2013

Propagandhi@Officine Creative Ansaldo (MI)

by Piero Di Battista

Erano circa dieci anni che i Propagandhi non facevano tappa in Italia, e finalmente li ritroviamo nel suolo nostrano in occasione del tour che supporta Failed States, sesto ed ultimo disco del gruppo canadese, pubblicato nel settembre 2012, e da molti considerato come uno dei migliori dischi usciti lo scorso anno. Logico dunque che, considerata la lunga assenza nel nostro paese, e con un ottimo disco alle spalle, le aspettative sul loro live erano tante. Location della serata sono le Officine Creative Ansaldo, locale milanese in zona Navigli nato da neanche un anno, che però risulta già molto attivo nell’ospitare concerti d’ogni genere ed indubbiamente in fase di crescita e considerazione. Sin dall’orario di apertura del locale, il pubblico va man mano a riempir lo spazio a disposizione, presenti che mostrano t-shirt dei protagonisti della serata, e molte sono anche le t-shirt inerenti l’impegno animalista, argomento che ai Propagandhi sta da sempre molto a cuore, visto il loro impegno ambientalista riversato anche nei testi dei loro brani.

La serata si apre alle 21:30 circa con i War On Women, combo originario di Baltimora composto per tre quinti da presenze femminili; la loro esibizione dura mezz’ora circa proponendo un punk-hardcore con cantato femminile, ma, seppur volenterosi, la band americana riesce a stento a coinvolgere il pubblico presente, impegnato per la maggior parte a curiosare nel banchetto del merchandising e a gustarsi una discreta birra artigianale.

Il pubblico inizia ad avvicinarsi al palco grazie alla presenza dei Shai Hulud, secondo special-guest della serata, e gruppo certamente più noto rispetto ai precedenti essendo uno degli attuali pilastri nella scena hardcore made in New York; con il loro sound accattivante, coinvolgente e rabbioso riescono con successo a coinvolgere il non poco pubblico presente al momento nelle Officine. Un’esibizione, la loro, quindi di indubbia fattura che ancora una volta fa capire che la scena hardcore newyorkese non è solo Agnostic Front o Sick Of It All.

Arriviamo quindi alle 23:15 e i Propagandhi fanno il loro ingresso nel piccolo palco del locale milanese, e dopo i brevi ma consueti saluti aprono con Dear Coach’s Corner, brano tratto dal disco Supporting Caste (2009), ovviamente con tanto di intro parlato come da originale. Sin dalle prime note i quattro canadesi, forti ovviamente dalla loro vasta esperienza essendo attivi dai primi anni ‘90, riescono immediatamente a far loro il pubblico milanese che segue ogni brano dimenandosi e cantando i ritornelli, riuscendo a volte a “sopprimere” la voce di Chris Hannah, vuoi anche per un acustica non certo delle migliori (questo volendo trovare un neo nella pur più che apprezzabile location).

L’esibizione dei Propagandhi prosegue, la loro setlist pesca brani da ognuno dei sei dischi pubblicati nella loro carriera, logicamente dando più spazio a Failed States, dal quale vengono proposte la bellissima Note To Self, l’accattivante Cognitive Suicide ed ovviamente la title-track. Nota di merito per Unscripted Moment, forse per emozione il punto più alto dell’intero concerto. Come già accennato, i canadesi regalano ai presenti anche brani storici, brani che li hanno portati tra i capisaldi del genere, come Less Talk, More Rock datato 1996, ma anche Fuck The Border, A Speculative Fiction o Mate Ka Moris Ukun Rasik An. Il concerto prosegue senza relativi intoppi: veloce, brevissime le pausa tra un brano e l’altro e tutto all’insegna di un potente punk-hardcore. Chiudono, prima degli encore, con Duplicate Keys Icaro (An Interim Report), anch’essa tratta dal loro ultimo disco.

Dopo pochi minuti di sosta, i Propagandhi rientrano sul palco e regalano al pubblico altre tre canzoni, tutte e tre pescate da dischi più datati, e sotto il potente sound di The Banger’s Embrace, Back To The Motor League e della conclusiva Stick The Fucking Flag Up Your Goddam Ass,You Sonofabithc, i Propagandhi salutano Milano, l’Italia ed il suo pubblico, pubblico che risulterà certamente soddisfatto dell’esibizione dei quattro canadesi; un concerto di un’ora e mezza circa nel quale la potenza del loro punk-hardcore ed il sound del quale ogni presente si è lasciato coinvolgere hanno reso questa serata indubbiamente al limite dell’eccellente, serata quasi perfetta per dare il bentornato ad un gruppo come i Propagandhi che da tanto, e troppo tempo non venivano dalle nostre parti. Ci fosse stata un’acustica migliore il tutto avrebbe di certo sfiorato la perfezione ma, come già detto, stiamo parlando di un luogo nato da poco e quindi con margini di ulteriore miglioramento, consoliamoci con il fatto che c’è tanto parcheggio nella zona limitrofe, cosa non da poco in una città come Milano.

Serata quindi da ricordare, con la speranza che non debbano passare altri dieci anni prima di rivedere i Propagandhi in Italia.

 

Live del 26 aprile 2013

27th apr2013

Forgotten Tomb+Isole+guests@Blue Rose Saloon (MI)

by Antonluigi Pecchia

Durante alcuni festival si possono riscontrare determinati problemi non imputabili all’organizzazione del locale, ciò è capitato la scorsa sera presso il Blue Rose Saloon di Bresso. La location avrebbe dovuto ospitare, in coincidenza con la festività del Giorno della Liberazione, una tappa del tour europeo dei Forgotten Tomb per promuovere la loro ultima fatica studio …And Don’t Deliver Us From Evil (a questo link troverete la nostra opinione a riguardo) accompagnati dagli svedesi Isole e una tappa del tour della all female band storica Girlschool, per dar vita ad un festival metal eterogeneo che a quanto pare non sia stato gradito dalle hard rock scolarette (che furono un tempo). Ma, come preannunciato, non tutto può andare sempre per il verso giusto. L’inizio del festival è dato dall’esibizione degli Eyelessight, band abruzzese che propone una mezz’ora di post-depressive black metal, musicalmente di ottima fattura ma con problemi nella espressività vocale a cura di Ky. La caratteristica delle liriche in lingua italiana non aiuta la band che, in alcuni istanti strappa qualche sorriso sul volto dell’ancora esiguo pubblico all’interno del club che comunque apprezza l’impegno di questi ragazzi.

Dopo un fulmineo cambio palco si passa ad un genere completamente diverso con lo show dei bolognesi Simple Lies, carichi di rabbia ed energia. La band sfoga completamente i suoi istinti nel loro hard rock d’impatto e dal tocco moderno accostabile al metalcore. Una buona fetta di pubblico variegato (formato da extreme metallers e hard rockers) resta folgorato dalle capacità della band che senza sosta propone una manciata di brani tratti dal loro debut album No Time To Waste e la cover del classico targato Ronnie James Dio, Holy Diver . Ottima prova per il frontman Rubb-O che, oltre a dimostrare di avere delle valide capacità canore, dimostra di avere la stoffa e il carisma per colpire e intrattenere al meglio la platea. Una gradita sorpresa, gli amanti del genere tenessero d’occhio questi ragazzi perché sicuramente in futuro riusciranno a dar vita ad ottime cose.

Si ritorna alle atmosfere oscure con l’esibizione dei lombardi Stormcrow, il richiamo del loro black metal di matrice svedese chiama a rapporto i black metallers giunti al locale e l’atmosfera che si percepisce è una nube nera come la pece. La malignità dei brani della band viene marcata ancora meglio dal vivo e, visti i consensi della platea, il quintetto milanese non risparmia sudore e brano dopo brano l’inferno avanza nel locale, impeccabili sia musicalmente che in fatto di presenza scenica. Mezz’ora abbondante di show che ha confermato il valore dal vivo di una delle migliori band della scena black metal di casa nostra.

Si giunge al tempo dello show più atteso da molti curiosi ma anche amanti del genere, è la volta degli svedesi Isole sul palco del Blue Rose Saloon. Seppur il loro sound a metà tra doom ed epic metal avrebbe potuto far storcere il naso agli amanti dell’hard rock o del black metal, la band esordisce con From The Dark di fronte ad una platea folta e accogliente che, a sorpresa, intona cori con la band. Il successivo è The Lake, brano d’apertura del loro ultimo disco non prettamente brillante Born From Shadows che comunque riesce a ricevere buoni responsi da parte del pubblico. Nonostante i brani della band siano di lunga durata e dall’ascolto impegnato, dal vivono si
presentano molto godibili e, anche coloro che non hanno mai ascoltato nulla delle loro produzioni, riescono ad apprezzare il loro lavoro. Successivamente la band decide di fare un passo indietro nella loro carriera proponendo By Blood e concludendo il loro show con Moonstone, esattamente come si conclude il loro debut album Forevermore. È molto difficile dover riproporre determinati tipi di generi musicali dal vivo e renderli “digeribili” da una fetta di pubblico piuttosto variegata.

È passata la mezzanotte quando il palco è pronto ad ospitare gli emiliani Forgotten Tomb e dalla tristezza del doom epico si passa al black metal sperimentale dei padroni della serata più estrema. Ad aprire le danze tocca alla doppietta dalle tinte black’n’roll Deprived/… And Don’t Deliver Us From Evil tratte dall’ultima fatica studio della band che riescono a smuovere i corpi della platea che, seppur molto attiva durante il corso della serata ha preferito la staticità fisica fino ad ora. Si fa un salto nel passato in Under Saturn Retrograde, disco che la band stessa ha definito “tanto odiato” a causa forse della sua sperimentalità, ma inaspettatamente Reject Existence e la successiva Shutter ricevono buoni riscontri da parte del pubblico che però, probabilmente a causa non della band ma piuttosto dell’orario, va via via scemando. Naturalmente è l’annuncio di Scars tratta dal capolavoro Springtime Depression, che la band sta omaggiando in questo periodo, in tappe del tour stabilite in occasione del decimo anniversario dall’uscita del disco, a riceve un boato da parte dei presenti. Purtroppo l’ora è quella che è e la band è quasi giunta alla conclusione del loro show, padroni indiscussi della serata nonostante abbiano avuto grandi concorrenti. Per abbandonare lo stage e augurare buoni incubi a tutti i presenti, la band dona un medley formato dai classici Disheartenment, Alone e Steal My Corpse per non deludere i fan old school presenti.

Ed è con la loro esibizione che si conclude, a malincuore per una buona parte di popolo metal giunta in loco per assistere allo show delle Girlschool che non ha avuto luogo. Si è fatto tardi e la notte è calata anche al di fuori del locale, è tempo di tornare a casa e far riposare un po’ le nostre orecchie.

 

Live del 25 aprile 2013

18th apr2013

Avantasia@Alcatraz (MI)

by Marcello Zinno

Difficilmente siamo rimasti così colpiti all’ingresso in una venue. Alle ore 20:00 in punto l’Alcatraz di Milano, per l’occasione organizzato nel suo più ampio formato, sembrava già pieno di fan pronti ad accogliere gli Avantasia. Nemmeno la recente data dell’Hellish Tour che (ri)vedeva suonare sullo stesso palco della medesima location Helloween e Gamma Ray aveva fatto contare un pubblico così gremito. E per chi pensa che il power metal sia ormai morto e sepolto quello dell’altro ieri è stato uno show da incorniciare. Merito di Tobias Sammet che già aveva fatto proseliti con i suoi Edguy, o forse merito dei numerosissimi special guest presenti per l’occasione che hanno giocato un ruolo attivo e decisivo per le sorti del live: dall’amatissimo Eric Martin degli ormai riformati Mr. Big, all’osannato Michael Kiske che vanta nel suo curriculum grandi capolavori con gli Helloween, senza dimenticare l’inimitabile espressività vocale di Bob Catley già attivo con i suoi Magnum. Nessuna differenza evidente tra i “grandi nomi” e gli altri musicisti che da sempre accompagnano Tobias: un plauso va sicuramente alla bellissima e bravissima Amanda Somerville (che nel 2010 aveva anche pubblicato un album insieme a Kiske), a Thomas Rettke con le sue tonalità alte di grande impressione e alla versatilità di Oliver Hartmann, ottimo chitarrista e anche cantante.

C’è stato spazio per tutti per una scaletta che ha visto susseguirsi i vari talenti in modo da non privilegiare nessuno e, cosa che più conta, che ha previsto 3 ore e 20 minuti di musica targata Avantasia. Uno show quindi lunghissimo incentrato su 25 brani che hanno fatto ripercorrere i sei studio album pubblicati dalla band, con prevalenza dell’ultimo The Mystery Of Time di fresca uscita. Urla del pubblico fin dall’ingresso dei Nostri i quali hanno risposto con un’intro dando subito il benvenuto a Ronnie Atkins (Pretty Maids) per dar voce a Invoke The Machine e Black Orchid, entrambe dopo Spectres, tutti brani estratti dall’ultimo album. Cambio di scena: entra Micheal Kiske sommerso dagli applausi del pubblico a supportare Tobias nell’interpretare due classice power song, Reach Out For The Light e Breaking Away, entrambe contenute in The Metal Opera Part I; la voce di Kiske come sempre si è fatta sentire e anche il suo carisma sul palco, legato all’entusiasmo espresso da Ronnie, hanno fatto crescere l’adrenalina del pubblico. Seguendo la tradizione delle due canzoni per ciascun singer, è stato il momento della meno recente The Story Ain’t Over e di The Great Mystery, quest’ultima contenuta in The Mystery Of Time ma conosciuta già molto bene dal pubblico tanto da cantarla all’unisono (quanto i fan italiani amano gli Avantasia?). Così è stato il momento delle due perle con Eric Martin di supporto: What’s Left Of Me e Promised Land hanno dato tutto quello che mancava in termini vocali e di riff non ancora espressi. Martin inoltre è stato accolto molto bene dai presenti, con notevole emozione anche da parte dello stesso Tobias.

A questo punto, pur senza interruzione alcuna, si è chiusa la prima parte dello show. I brani proposti successivamente hanno visto un’alternarsi di partecipazioni sul palco senza criterio ma solo con l’intento di omaggiare la storia degli Avantasia. Bellissime l’esecuzioni di The Scarecrow (brano che dà il nome al terzo album della band) con i due assoli centrali mozzafiato, e Stargazers in cui Sammet ha lasciato il palco nelle mani di Kiske, Atkins, e soprattutto di Oliver Hartmann con una grande interpretazione. Sono piaciuti anche Sleepwalking, singolo dell’album Angel Of Babylon un pò vicino a sonorità leggere, e l’epica Farewell in cui le voci del pubblico a momenti sovrastavano quelle di Amanda. Altri attimi degni di nota hanno riguardato l’esecuzione della potente, in classico stile teutonico, Shelter From The Rain e del grande successo che prende il nome di Lost In Space, ma vanno citati senza ombra di dubbio il duetto tra Atkins e Martin in Twisted Mind oltre che la partecipazione per la prima volta in Italia di Kiske sul brano Avantasia. Nel complesso uno show di grandissima classe, con importanti nomi della scena internazionale che ha sicuramente saziato ogni metal fan presente all’evento. Complimenti agli Avantasia!

Setlist:

  1. Intro (Also Sprach Zarathustra / Theme from 2001 A   Space Odyssey)
  2. Spectres
  3. Invoke the Machine (with Ronnie Atkins)
  4. Black Orchid (with Ronnie Atkins)
  5. Reach Out for the Light (with Michael Kiske)
  6. Breaking Away (with Michael Kiske)
  7. The Story Ain’t Over (with Bob Catley)
  8. The Great Mystery (with Bob Catley)
  9. Scales Of Justice
  10. What’s Left of Me (with Eric Martin)
  11. Promised Land (with Eric Martin)
  12. Sleepwalking (with Amanda Somerville)
  13. The Scarecrow (with Ronnie Atkins)
  14. Stargazers (with Michael Kiske, Ronnie Atkins,   Oliver Hartmann)
  15. Farewell (With Amanda Somerville, Michael Kiske)
  16. Shelter from the Rain (With Michael Kiske, Bob   Catley)
  17. In Quest For (with Bob Catley)
  18. The Wicked Symphony (With Bob Catley, Oliver   Hartmann)
  19. Lost in Space
  20. Savior In The Clockwork (with Ronnie Atkins)
  21. Twisted Mind (with Ronnie Atkins, Eric Martin)
  22. Dying for an Angel (with Eric Martin)
  23. The Seven Angels (With Michael Kiske, Oliver   Hartmann)
  24. Avantasia (With Michael Kiske)
  25. Sign of the Cross (with everyone)

 

Line Up Avantasia, “The Mistery Of Time Tour 2013”:

 

Tobias Sammet – voce (Avantasia, Edguy)

Michael Kiske – voce (ex Helloween, Unisonic)

Eric Martin – voce (Mr Big)

Bob Catley – voce (Magnum)

Ronnie Atkins – voce (Pretty Maids)

Thomas Rettke – voce, cori (ex Heavens Gate)

Amanda Somerville – voce, cori

Sascha Paeth – chitarra

Oliver Hartmann – chitarra, cori

Michael Rodenberg – tastiere, cori

André Neygenfind – basso, cori

Felix Bohnke – batteria

 

 

Live del 16 aprile 2012

25th mar2013

Epica in livestream@Klokgebouw

by Alberto Lerario

Negli ultimi dieci anni la symphonic metal band olandese Epica è evoluta da gruppo metal di nicchia locale, fino a diventare una band riconosciuta in tutto il globo facendo tournée in Europa, Nord America e America Latina. Questa settimana, la band si imbarcherà per il tour mondiale per promuovere il loro ultimo album, Requiem For The Indifferent, che si chiuderà alla fine del 2013 in Francia e nel Regno Unito. In occasione del loro decimo anniversario gli Epica festeggiano con uno spettacolo unico nel suo genere al Klokgebouw di Eindhoven, accompagnati da un’orchestra sinfonica composta da 70 elementi, l’ungherese Extended Remenyi Ede Chamber Orchestra, e dal coro del Miskolc National Theatre, la stessa orchestra e coro con il quale la band hanno registrato l’acclamato live album The Classical Conspiracy. La novità è che il concerto è stato trasmesso in livestream, cioè in diretta poteva essere visto da qualsiasi parte del mondo collegandosi alla piattaforma livemusicstage.com e pagando un biglietto ovviamente molto ridotto rispetto a quello del concerto dal vivo. Noi di RockGarage abbiamo potuto godere in streaming questo spettacolo.

Gli Epica dicevamo sono ormai una garanzia per i fan del power metal sinfonico, rappresentano ormai la punta di diamante di questo genere e ne è dimostrazione il fatto che dispongono di un ampio ventaglio di ammiratori, da ragazzi adolescenti fino a persone di 40 e 50 anni. Questo era il pubblico presente al Klokgebouw di Eindhoven, pubblico non caldissimo ma che comunque si è fatto sentire quando doveva. Lo spettacolo è stato davvero magnifico grazie alla regia che ha colto perfettamente l’atmosfera magica creata dalla band grazie anche ad un continuo gioco di luci stroboscopiche e fuochi. Al centro del palco, delle luci e di tutta la band ha spiccato naturalmente la sublime Simone Simmons, sempre sensuale ma mai volgare, non ha sbagliato una nota con una prova vocale degna di menzione, supportata degnamene da Mark Jansen nelle parti in growl. Il resto della band ha suonato davvero egregiamente amalgamandosi alla perfezione all’orchestra dimostrando che anche i musicisti metal se ne intendono di musica aulica ed elevata (così come verrebbe definita). Ogni membro ha avuto il suo spazio: preciso come una macchina Isaac Delahaye alla chitarra, ottimi gli assoli di Coen Janssen alle tastiere e Ariën van Weesenbeek alla batteria. Si consideri anche che la band non si è certo risparmiata ripercorrendo tutti i grandi classici della loro decennale carriera.

Certo il live streaming non è esattamente la stessa cosa di un vero e proprio concerto dal vivo, ma è pur sempre un’ottima occasione per gustarsi eventi particolari o unici che si svolgono a miglia di distanza da casa. Si può dire che è come gustarsi un DVD  con la curiosità e la tensione della diretta, e per come sono andate le cose speriamo proprio che producano un DVD di questa serata perché varrebbe sicuramente la pena darci un’occhiata.

 

Setlist:

  1. Basic Instinct (Intro)
  2. Monopoly on Truth
  3. Sensorium
  4. Unleashed  (Additional Instrumental Intro)
  5. Martyr of the Free Word
  6. Chasing the Dragon
  7. Presto (Antonio Vivaldi cover)
  8. Never Enough
  9. Stabat Mater Dolorosa (Giovanni Battista Pergolesi cover) (with Floor Jansen)
  10. Twin Flames
  11. Serenade of Self-Destruction
  12. Feint/Fools of Damnation /Mother of Light /Kingdom of Heaven/Run For a Fall /Deep Water (Orchestral Medley)
  13. The Divine Conspiracy
  14. Delirium
  15. Blank Infinity
  16. The Obsessive Devotion
  17. Retrospect
  18. Battle of the Heroes (Star Wars medley)
  19. The Imperial March (Star Wars medley)
  20. Quietus (With Yves Huts, Jeroen Simons and Ad Sluijter)
  21. The Phantom Agony
  22. Cry for the Moon
  23. Sancta Terra (with Floor Jansen)
  24. Design Your Universe
  25. Storm the Sorrow
  26. Consign to Oblivion

 

Live del 23/03/2013

17th mar2013

Stevie Cochran+ Bigrough@BluesHouse (MI)

by Matteo Iosio

Giovedì 14 marzo noi di RockGarage siamo stati testimoni di un eccellente serata a tutto rock svoltasi tra le mura del mitico BluesHouse di Milano. L’occasione era di quelle che un appassionato di buona musica non può e non deve farsi sfuggire per nessun motivo ovvero la tappa italiana del tour mondiale del talentuoso bluesman californiano Stevie Cochran, una delle sei corde più infuocate della musica rock blues attualmente in circolazione. A scaldare gli animi in avvio di serata, è toccato all’interessante e giovane band dei Bigrough, ma procediamo con ordine. Non possiamo certo dire che all’interno del locale fosse presente il pubblico delle grandi occasioni, anzi, i paganti all’interno della sale non superavano la trentina, davvero una grossa delusione per un evento di così grande valore; come recita il proverbio “meglio pochi ma buoni”. Il warm up degli infreddoliti avventori è stato affidato, come già accennato, ai giovani ed estremamente interessanti Bigrought, un’ottima band nata nel 2010 grazie alla felice intuizione del dinamico frontman Alex Cole. I ragazzi suonano davvero bene ed in poco tempo i presenti si lasciano trasportare dal ricco ed opulento rock intriso di blues che questo power trio è stato in grado di produrre con entusiasmo e tecnica di esecuzione davvero notevoli; riff di spessore e seducenti assoli convincono proprio tutti, preparando il terreno per il vero e proprio piatto forte della serata.

Dopo una ventina di minuti di stand-by dovuti al cambio di palco, ecco palesarsi in perfetta linea con la tabella di marcia il nostro mastodontico virtuoso della sei corde. Stevie è davvero imponente ed il suo enorme ventre funge da tavolino ad una chitarra che nelle sue mani pare una riproduzione giocattolo per bambini. Qualche minuto per inforcare gli immancabili occhiali scuri da vero bluesman e immediatamente ci si trova inondati da un torrente di potenza e tecnica davvero sbalorditivo, assoli precisi e potenti e tortuose scale ritmiche trasportano l’intero pubblico in una dimensione fatta di rock puro senza fronzoli. Stevie non è un uomo di molte parole ed il fischio d’inizio ci è dato dalla bella e potente Sometimes You’ll Never Know che pare uscire direttamente dalla mitica chitarra di Stevie Ray Vaughan, poche note ed i presenti sono già in delirio, non c’è spazio per le chiacchiere qui, a parlare ci pensa la regina sei corde da tutti noi venerata, ed infatti ci si rituffa senza respiro tra le scure acque del Mississipi con la bellissima Maybe It’s You che porta la temperatura dello stabile a latitudini da crociera caraibica, lasciando tutti in estasi. È la volta quindi del pezzo strumentale Underground Theme raro esempio di tecnica di grande impatto. Tutti i presenti sono oramai conquistati, in ansiosa attesa della storia successiva come Heading For Trouble, un blues “old school” che strappa applausi a scena aperta.

La musica si snoda potente e sinuosa attraverso i restanti brani in scaletta, che convincono i presenti dello spettacolo che gli assenti e pigri concittadini si sono lasciati sfuggire. Serata da ricordare e senza dubbio da raccontare, per far sì che nelle prossime occasioni artisti come Stevie ricevano il giusto e meritato tributo.

 

Live del 14 marzo 2013

13th mar2013

Darkness+Wildhearts@Alcatraz (MI)

by Alberto Lerario

I Darkness sono tornati per ripristinare la fede del pubblico nel potere della musica rock, con rinnovata vitalità grazie al ritorno del leader “profeta” Justin Hawkins, tornato dopo aver risolto i noti problemi di abuso di cocaina. Ormai realtà acclamata nel panorama musicale mondiale tornano live in Italia dopo anni di attesa, presentando il loro ultimo acclamato album Hot Cakes all’Alcatraz di Milano, soldout già da un mese. I Wildhearts aprono la serata, capitanati dal loro singer frontman Ginger, con uno show di buon livello, inficiato un po’ da un sound soprassaturo, riscuotendo una tiepida risposta da parte del pubblico milanese, di cui la maggior parte probabilmente non lo aveva mai sentito nominare. La setlist si basa  principalmente sul nuovo progetto Hey! Hello!, di cui alcuni brani come How I Survived The Punk Wars risultano meglio di altri, come Do The Channel Bop (esageratamente dilatata). La band comunque fa il suo dovere scaldando a sufficienza il pubblico che freme in attesa dell’arrivo dei Darkness (soprattutto il pubblico femminile, accorso molto numeroso).

Dopo l’intro The Boys Are Back In Town dei Thin Lizzy, lasciata andare per intero, la band britannica entra in scena tenendosi per mano. Dai primi accordi di Every Inch Of You è subito bolgia. La folla è davvero calda, e lo sarà per tutta la durata del concerto, caricando Justin e compagni. Il sound è buono, potente e corposo senza essere fastidioso, considerando il piccolo spazio chiuso a disposizione. La band pesca a piene mani dal nuovo album eseguendo Every Inch Of You, She Just A Girl, Eddie, Nothin’s Gonna Stop Us, Concrete, Street Spirit (cover dei Radiohead) che rendono molto bene in sede live. Non sono mancati certo i grandi classici, apprezzatissimi dal pubblico, soprattutto relativi al primo album Permission To Land suonato quasi per intero con Black Shuck, Growing on Me, Get Your Hands Off My Woman, Love Is Only A Feeling, Friday Night, How Dare You Call This Love?, Givin’ Up, Stuck In A Rut, I Believe In A Thing Called Love, The Best Of Me, Love On The Rocks With No Ice. Unica traccia rappresentante il secondo lavoro la title track One Way Ticket To Hell. Dopo quasi dieci anni i Darkness si ripropongono in Italia con un live coinvolgente, divertente ed un po’ cialtrone (nel senso buono del termine). Vero mattatore della serata naturalmente è stato Justin Hawkins, tornato in ottima forma con il suo body scollatissimo a strisce bianche e nere, a mostrare i numerosi nuovi tatuaggi, in tinta con la Les Paul bianca suonata ad un buon livello. Infatti il cantante inglese ha intrattenuto la platea con buoni assoli blues. Piacevole quello che ha introdotto l’esplosiva I Believe In A Thing Called Love (è bastato il primo accordo per far esplodere di gioia la folla).

Justin non si è risparmiato di certo durante il concerto, correndo a destra e a sinistra, spesso mentre suonava, saltando e scandendo il tempo con i piedi, a testa in giù, mentre eseguiva la verticale durante Get Your Hands Off My Woman. Da ottimo intrattenitore ha poi giocato, provocando il pubblico con il suo tipico cantare in falsetto o cantando a cappella la parte iniziale di Friday Night (ripetuta a memoria anche dal pubblico). Hawkins si è ben comportato anche alla voce, arrivando un po’ tirato solo verso la fine con il lungo finale di Love On The Rocks With No Ice. Buona prova anche del fratello Daniel alla chitarra e del resto della band, con qualche sbavatura qua e là avvenuta forse per voglia di strafare. Ottimo show, degno di questo nome. I Darkness sono una band divertente che sa come coinvolgere ed intrattenere il pubblico, pienamente a proprio agio sul palco dal vivo assumono sonorità più ruvide e potenti. Oggi come dieci anni fa vale sempre la pena di goderseli dal vivo.

 

Setlist:

1. Every Inch of You
2. Black Shuck
3. Growing on Me
4. She Just a Girl, Eddie
5. One Way Ticket
6. Nothin’s Gonna Stop Us
7. Get Your Hands Off My Woman
8. Love Is Only a Feeling
9. Friday Night
10. Concrete
11. How Dare You Call This Love?
12. Givin’ Up
13. Stuck in a Rut
14. I Believe in a Thing Called Love
15. The Best of Me
16. Street Spirit (Radiohead cover)
17. Love on the Rocks with No Ice

 

Live del 11 marzo 2013

07th mar2013

Helloween+Gamma Ray@Alcatraz (MI)

by Marcello Zinno

Nuova puntata dell’Hellish Tour lo scorso 5 marzo all’Alcatraz di Milano (e ieri a Bologna), un appuntamento assolutamente imperdibile per gli appassionati di power metal. Infatti Helloween e Gamma Ray hanno intrapreso di nuovo una turnée europea insieme, sullo stesso palco. Dopo i litigi del passato legati anche all’abbandono di Kai Hansen dalla “zucca di Amburgo”, le due band sono ormai oggi affiatate tanto da creare degli show che vanno oltre il concetto di semplice concerto e elargiscono divertimento senza confini. Già la precedente occasione che li aveva visti suonare in Italia aveva dimostrato non solo grande tecnica ma anche un coinvolgimento totale dei musicisti sul palco, elemento che trascinava il pubblico stesso e lo portava a spasmi di follia; in questa data milanese abbiamo trovato più o meno la stessa atmosfera. Certo i leader delle due band all’apparenza non davano dimostrazione di grande forma fisica (entrambi sovrappeso e non pronti ad agili scatti) ma loro e le due formazioni nel complesso si sono dimostrate all’altezza dei loro moniker regalando uno spettacolo molto piacevole.

Il concerto ha avuto inizio veramente molto presto, fattore che ci ha fatto perdere l’esibizione degli Shadowside in apertura, ma non l’apertura dei Gamma Ray che erano attesi già da una folla gremita che popolava per più di metà l’Alcatraz. Kai e soci erano pronti a non peccare nemmeno una nota, il problema è stato nella scelta della scaletta e nel tempo dedicato. L’Hellish Tour ha sempre fatto intendere ad una sorta di co-headliner tra le due band, ma l’ora secca che i Gamma Ray hanno dedicato al proprio pubblico è risultata effettivamente un pò pochina. Il tempo non è stato compensato dalla scelta dei brani che il pubblico si attendeva: infatti dal loro capolavoro Land Of The Free non è stato proposto nemmeno un brano, a vantaggio di tracce meno note come The Spirit (Sign No More) o i tre estratti dall’album To The Metal e cioè Emphaty, Rise e la tracklist To The Metal. Certo che Anywhere In The Galaxy e Send Me A Sign hanno mandato in estasi il pubblico ma perchè non proporre anche Heavy Metal Universe dello stesso album Power Plant? Interessanti i nuovi brani estratti dall’EP Master Of Confusion, la decisa titletrack che richiama direttamente i suoni della NWOBHM e la tostissima Empire Of The Undead che non ha lasciato feriti sul campo di battaglia. Curiosa la riproposizione di Future World estratta dal legendario Keeper Of The Seven Keys Part I degli Helloween: il brano è a firma Kai Hansen ed è stato proposto ovviamente per chiarire le radici del musicista. Uno show sicuramente molto bello ma con una scaletta assolutamente da rivedere.

Diverso il discorso per gli Helloween. Palco con una scenografia di alto livello, forma smagliante dei musicisti (soprattuto del tecnicissimo ed instancabile drummer Daniel Löble) e raffiche di pezzi uno dietro l’altro per uno spettacolo che ha sfiorato le due ore. Saggia la setlist: la band ha infatti scelto di alternare grandi successi del passato con i brani del nuovo album Straight Out Of Hell in modo che il pubblico non affievolisse la propria carica e si fidelizzasse anche ai nuovi pezzi. Così Wanna Be God, Nabataea e Straight Out Of Hell (del nuovo lavoro discografico) sono state inframmezzate dalla secolare Eagle Fly Free, e Waiting For The Thunder (altro nuovo brano) è stata riproposta dopo Where The Sinners Go (opener del precedente 7 Sinners) e prima della potentissima Steel Tormentor da The Time Of The Oath. Poi si è dato spazio ai grandi capolavori eseguiti con tantissima attenzione e molta bravura di Andi Deris nel tenere in pugno il pubblico: I’m Alive, Falling Higher hanno stuzzicato l’appetito anche se il meglio è venuto nel bis con l’immancabile Dr. Stein e I Want Out in chiusura (assoluto must dei concerti degli Helloween) stavolta con i Gamma Ray al completo nonché il medley della band che non ha inserito Keeper Of The Seven Keys Parte II bensì Halloween, How Many Tears e Heavy Metal (Is The Law). La seconda parte dello show ha visto una presenza costante di Kai Hansen sul palco in veste di terzo chitarrista, mentre Michael Weikath continuava ad assumere le pose di “prima donna” pur essendo ormai un primo chitarrista alla pari di Sascha Gerstner. Una grande festa caratterizzata da ottima musica e suonata con vero piacere. Un’iniziativa questa che accoglie il nostro consenso. Li aspettiamo al loro ritorno in Italia.

 

Setlist Helloween:

  1. Wanna Be God
  2. Nabataea
  3. Eagle Fly Free
  4. Straight Out Of Hell
  5. Where The Sinners Go
  6. Waiting For The Thunder
  7. Steel Tormentor
  8. Drum Solo
  9. I’m Alive
  10. Live Now!
  11. Hold Me In Your Arms
  12. Falling Higher
  13. Hell Was Made In Heaven
  14. Power
  15. Are You Metal?
  16. Dr. Stein
  17. Halloween / How Many Tears / Heavy Metal (Is The   Law) (Con Kai Hansen)
  18. I Want Out (Con Gamma Ray)
Setlist Gamma Ray:

  1. Welcome (intro)
  2. Anywhere In The Galaxy
  3. Men, Martians And Machines
  4. The Spirit
  5. Gamma Ray
  6. Master Of Confusion
  7. Empire Of The Undead
  8. Empathy
  9. Rise
  10. Future World
  11. To The Metal
  12. Send Me A Sign

 

Live del 5 marzo 2013

15th feb2013

Grand Magus+Special Guests@Legend Club (MI)

by Antonluigi Pecchia

Dopo la buona esibizione fatta in occasione della tappa italiana della scorsa edizione del festival itinerante Metalfest, ritornano in Europa gli svedesi Grand Magus, accompagnati per l’occasione dalle colonne portanti della NWOBHM Angel Witch e dai giovani connazionali Enforcer, per un tour ricco di metal old school che non si piega alle esigenze del mercato. Noi di RockGarage, amanti delle dure sonorità delle acciaierie non potevamo assolutamente perderci la ghiotta occasione per goderci queste tre star del genere riunite in un unico tour e così abbiamo presenziato con orgoglio all’unica tappa italiana in programma presso il Legend Club di Milano. Il compito di aprire le danze in un club ancora piuttosto vuoto spetta ai nostrani Caronte, band dalla proposta doom un po’ estrema, lontana dalle sonorità in programma questa sera. Proponendo una manciata di brani dal loro album d’esordio, mettendocela tutta, la band, ha dato vita ad una prova più che convincente che è riuscita a farsi apprezzare e a far trascorrere piacevolmente la mezz’ora a loro disposizione a quella piccola parte di pubblico che è rimasto ad assistere allo show.

Giunge in un istante l’inizio dello show degli Enforcer e di colpo il locale si riempie e, solo dai primi riff di chitarra l’atmosfera si fa ben calda. Penalizzata dai suoni non cristallini, ma energica e carica come non mai la giovane band svedese mette in piedi uno show di fuoco. Inarrestabili giungono Katana e Mesmerized By Fire, Silent Hour e Take Me Out Of This Nightmare dal loro ultimo album Death By Fire, brani che vengono accolti con grande entusiasmo da parte di un pubblico che conosce bene la loro musica, per poi concludere questo show trascinante con l’immancabile Into The Night. Nel tempo a sua disposizione la band ha dato prova che la fama da loro ottenuta sia totalmente meritata anche se ovviamente si tratta pur sempre di un revival dello speed/heavy metal anni ’80, ma di un revival fatto realmente bene, in cui devozione e sudore si mescolano insieme per dar vita a degli ottimi risultati. Grandi!

Il perfetto proseguimento della serata old school sarebbe dato da una band della N.W.O.B.H.M e in particolare agli Angel Witch. Sono le note di Atlantis seguita a ruota da Confused ad introdurre l’esibizione della band con un Kevin Heybourne che mette immediatamente in mostra un’ugola che risente ormai il peso del tempo. La band si ritrova piacevolmente sul palco del Legend Club, avvolta da un pubblico dall’età eterogenea che apprezza i loro vecchi brani; così visivamente compiaciuti dall’affetto mostrato della platea, lo show prosegue con Dead Sea Scrolls, open track del loro ultimo album As Above, So Below che, pur guadagnandoci in potenza dal vivo grazie al tocco di Bill Steer alla chitarra ritmica, non riesce a riscuotere così tanto interesse. Così la band ritorna indietro nel tempo, con White Witch, Sorceress, e Gorgon: la risposta della platea è ovviamente travolgente. Purtroppo la band non è più così giovane e le pause tra un brano e l’altro a volte sono anche lunghe ma il pubblico e ben consapevole della cosa, soprattutto quando poi la band premia l’attesa con dolci sorprese tratte dai loro classici. Si prosegue poi da una fiacca Guillotine tratta dal loro ultimo disco. Purtroppo il momento dei saluti giunge presto per la band inglese e le note strumentali di Dr. Phibes introducono la tripletta che tutti i presenti nel locale attendevano da inizio show della band, ovvero Angel Of Death, Baphomet e Angel Witch, durante le quali, Kevin, ha fatto riposare un po’ la sua voce per far cantare la platea. Un piacere ricordo della gioventù per coloro un po’ in là con l’età, mentre una grande prova della totale devozione ad un genere musicale per quanto riguarda il pubblico più giovane.

È giunta l’ora dello show degli headliner della serata, gli svedesi Grand Magus, che si ritrovano ad esordire on stage con Kingslayer, ma il club è semivuoto, la maggior parte del pubblico della serata era giunto per assistere allo show degli Angel Witch ma in ogni modo, the show must go on! Il granitico trio svedese prosegue senza sosta con Sword Of The Ocean e Like The Oar Strikes The Water, i pochi presenti rimasti ad assistere allo show donano soddisfazioni alla band con la loro partecipazione attiva e sembra andare bene così. Il nuovo acquisto della band Ludwig Witt, già dietro le pelli con gli Spiritual Beggars se la cava alla grande, il suo tocco proveniente da un ambiente hard rock è proprio ciò di cui necessitano le sonorità della band, soprattutto in ambito live. La band prosegue il suo show con la carica necessaria affinché i brani acquisiscano lo spessore necessario, e seppur la band si dimostri, come sempre, piuttosto fredda e distaccata durante l’esibizione, l’esiguo pubblico apprezza anche le successive Ravens Guide Our Way, Silver Into Steel e Starlight Slaughter. A malincuore, per problemi logistici dopo aver ascoltato Wolf’s Return ci tocca dover abbandonare il locale nel bel mezzo dello show della band svedese per ritornare al freddo della Milano di questi giorni per poter raggiungere casa, fieri di aver sfidato il gelo ed essere riusciti ad assistere ad una grande serata di ottimo metal!

Live del 13 febbraio 2013

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