by Marcello Zinno
Eccoci giunti all’evento dell’anno del mondo metal, uno scossone rispetto agli altri show presenti in calendario ed un qualcosa che da tempo aspettavamo. La prima giornata è stata un delirio di emozioni, potenza ed adrelanina che elogiano gli dei esibitisi lungo tutte le 13 ore di meraviglioso spettacolo ed apertosi con la presenza di un calmo frate francescano. Al suo ingresso l’intero popolo del metallo ha ovviamente storto il naso, ma appena il frate ha inneggiato un coro adulando il Gods Of Metal molti sono partiti a cantarla insieme a lui…un modo per scaldare il pubblico numerosissimo già dalle 10 di mattina. Ma ecco come si è svolta la manifestazione.
EVERGREY (10:30-11:00)
Gli opener del concerto si sono fatti valere, anche grazie alla freschezza del pubblico e nonostante non fossero conosciuti da tutti. Tra i tanti cori levati fin dalle 9 di mattina, quando è iniziata al coda all’ingresso, c’era anche quello degli Evergrey, band inglese famosa per il suo epic metal potente ed impattante. Molte le influenze nu-metal, a dire il vero poco di nuovo che non sia già stato detto nel genere. Leggermente penalizzati dalla resa vocale, ma non per mancanza del singer bensì per piccoli problemucci all’impianto audio
MUDVAYNE (11:23-11:46)
All’ingresso dei Mudvayne subito si è intuito che non c’era feeling con il pubblico: molti avevano il dito medio alto contro di loro, altri lanciavano carte sul palco, altri invocavano “MAIDEN MAIDEN” per far capire che non erano lì per loro…insomma una situazione strana da vivere e a tratti imbarazzante. Il cantante dall’approccio strafottente portava avanti, insieme alla propria band, un heavy metal non proprio da scartare, capace di assimilare la furia al dolore, sempre con un senso di indifferenza verso tutto ciò che corre. A metà esibizione il singer si è procurato volontariamente una ferita al centro della fronte con il microfono ma ciò non è servito a coinvolgere maggiormente il pubblico. A parte l’astio da parte dei presenti, la proposta Mudvayne era assolutamente in linea con il bill la quale ha abbandonato il palco eseguendo un pezzo in meno del previsto.
MASTODON (12:20-12:57)
Grande esibizione quella dei Mastodon con un singer veramente all’altezza della situazione e un chitarrista/seconda voce che in quanto a growl era veramente da premio! Il cantante-bassista infatti sprigionava una forza cruda e crudele che ha conquistato l’intero pubblico presente; il look punkettaro induceva all’errore, il loro era un death metal davvero fresco ma soprattutto distruttivo, come sono state le spallate partite dai vari poghi. Anche qui problemini audio (alla seconda chitarra questa volta) che non hanno scalfito un’esibizione davvero esemplare! Il pubblico già conosceva il nome Mastodon, ma gli amanti sono lievitati di numero dopo i soli primi 3 pezzi. Demolizione allo stato puro, fino all’ultimo fottutissimo secondo.
DRAGONFORCE (13:31-14:22)
Grande show quello dei Dragonforce (con me nella foto principale), davvero scenici al punto giusto. Dopo la distruzione provocata dai Mastodon, i Dragonforce si sono lanciati energici sulla pista e correndo come dei matti (sia con le proprie gambe che sui propri strumenti) hanno emozionato il pubblico e fatto impazzire molti scettici del genere. La loro caratteristica principale, oltre alla statura dei componenti (erano talmente bassi da aver richiesto delle cannuccie nelle bottiglie d’acqua e nelle birre attaccate a metà asta del microfono) è stata quella di proporre un power metal non freschissimo ma comunque degno di spunti e molto tecnico. Il primo chitarrista dalle origini nipponiche è risultato davvero talentuoso (notevole il suo contributo, anche se confrontato con quello del secondo chitarrista); molte le influenze hellowiane, tanti gli assoli, singoli ed in coppia, e tante note cariche di emozione. Ottima la direzione presa dal sestetto e ottima riuscita dell’intero loro show.
STRAPPING YOUNG LAD (14:43-15:34)
A questo punto, signori e signore, si è scatenato il putiferio! L’inferno sembrava essere salito fino all’Arena Parco Nord, tutto sembrava fuori controllo. Il geniale Towsend ha fatto una comparsa durante il sound-check e qualcuno l’ha riconosciuto; lui ha avvicinato l’indice al naso suggerendo di far finta di nulla, ma non si poteva. Dopo l’ingresso e dopo aver eseguito il primo pezzo non si poteva davvero restare fermi, e nessuno lo ha fatto! Una bolgia si è riprodotta al centro dell’Arena, coinvolgendo anche chi non voleva e facendo rischiare ciò che non si sarebbe voluto. Gente che passava sopra altra gente, spintoni scaraventati senza tener d’occhio la direzione, death metal assordante che istigava al suicidio di massa. Semplicemente claustrofobico. Eccezionale lo show, penalizzato solo da chi ha cercato di divertirsi in un modo poco consono per tutti, ed è questa l’unica vena dolorosa del Gods Of Metal. Risultato: impossibile scattare foto. Effetto: gli Strapping Young Lad hanno dimostrato di essere una band molto influente nella scena death estrema.
OBITUARY (16:01-16:51)
Da parte del pubblico si è ripetuta la stessa situazione di prima. Ormai le persone accorse per la manifestazione erano aumentate e le spalle erano divenute più massicce. Gli Obituary erano comunque in tono, anche musicalmente, con il programma della giornata. C’era però nella loro proposta qualcosa di già sentito, un’evoluzione ferma su se stessa che non ha fatto presagire nulla di nuovo. Gli altri gruppi hanno sfruttato il live per enfatizzare le emozioni prodotte dai propri pezzi e dalle proprie idee, gli Obituary non sono riusciti in ciò. Una nota negativa per il cantante, non dotato di una voce eccezionale.
LACUNA COIL (17:34:18:35)
Qui inizia la parte serale dello show, con il sole che ancora doveva tramontare. Entrano, dopo circa 40 minuti dalla band precedente, i Lacuna Coil, band fautrice di un nu metal sull’onda Evanescence) che riesce ancora a trovar fautori. A dir il vero il gruppo si era distinto all’epoca degli esordi per un heavy abbastanza ricco di influenze, molto gothic, dark e nuovo se vogliamo per i gruppi del tempo. Con il passare degli anni (e delle mode) si è appiattito su un nu metal di voga, con tanto di coreografia live in stile headbanging (che fa molto figo). In versione live non aggiungono nulla, a parte i ringraziamenti per essere l’unica band italiana presente e per suonare prima di pilastri mastodon-tici come gli Slayer e gli Iron Maiden. L’unica nota positiva a nostro parer è stato il batterista, davvero bravo, preparato e molto tecnico seppur limitato dai brani proposti.
SLAYER (19:18-20:45)
E qui parte il secondo tempo del film “Hell Is Here”. L’Arena Parco Nord si tramuta all’istante in una sala da pogo in cui non c’è persona che non venga scaraventata contro l’altra (a parte chi era seduto sulle cunette). Nessuno pensa di fermarsi, la furia è in circolo e non può arrestarsi, la velocità di esecuzione la fa da padrone, la ragione non ha tempo né modo di fare il suo corso. Gli assoli affilati spezzano il fiato ad un riffing potente e fitto che conquista il pubblico per l’egregia esecuzione e per la convinzione con cui i 4 hanno scalzato tutto ciò che c’era prima. Abbiamo cercato di infiltrarci tra la folla, ma dopo un po’ siamo stati scaraventati fuori, come se quello spazio non ci appartenesse. Gli Slayer hanno continuato, imperterriti ed inarrestabili, sotto l’impetuoso incitamento dei tantissimi accorsi per loro. Tantissimi fan erano accorsi per loro.
IRON MAIDEN (21:43-23:16)
Grande serata quella dell’11 giugno. Dalle prime ore della mattinata si levavano cori per gli Iron e si vedevano maglie a bizzeffe con le varie copertine dei loro capolavori (ad occhio 8 persone su 10 avevano su una loro T-Shirt) e ttendevano tutti con ansia questo momento. Il palco cambia forma, assume quella di una strada, di 22 Acacia Avenue, grande loro capolavoro. La novità è che la data, così come la tournée sarebbe stata dedicata interamente ai successi dei primi quattro album. Prima The Ideas Of March li ha presentati, subito dopo c’è stato il loro ingresso ed il pubblico si è infuocato, tutte le mani erano rivolte verso l’alto, non si riusciva ad intravedere la band. Dopo un po’ Dickinson ha professato solo due parole, “The Trooper”, e un urlo del pubblico ha dato avvio ad una pazzia instabile quanto i piatti che si muovevano al solo comando di Nico McBrain. Steve Harris picchiava duro, le tre chitarre sferravano attacchi feroci, i capolavori si susseguivano come non mai. Remember Tomorrow, Wratchild, Killers, Revelations solo alcuni dei pezzi proposti, senza nulla togliere agli altri e con delle urla della folla senza pausa. Si cantava in coro, Bruce correva come un forsennato su e giù per il palco, come ci ha sempre abituati, Janick Gers con i giochi acrobatici insieme alla sua Fender, tutto era da pelle d’oca. La folla si muoveva come un’onda instabile, senza riva su cui abbattersi, la voce del singer era ossigeno per la furia di migliaia di persone schiacciate l’una contro l’altra….è così che gli Iron Maiden hanno tramutato un cumulo di anime disperse nell’inferno in un limbo paradisiaco ed un’atmosfera piacevolissima. Molto ben fatta anche la presenza di Eddy sottoforma di personaggio gigante vagante per Acacia Avenue.
Dopo un’ora e mezza circa di emozioni gli Iron Maiden hanno abbandonato il palco, ma dopo soli 5 minuti sono di nuovo lì con Running Free in chiusura grazie alla quale Bruce Dickinson è riuscito a presentare anche l’intera band ad eccezione di Nico. È bastato un attimo che l’inter Arena ha esclamato a voce alta “NICO, NICO!!!” smarriti per la (im)possibile dimenticanza del cantante….e Dickinson, con un sorriso “…And the drummer Nicoooooo McBrainnnnn!!!”. L’urlo finale è stato decine di volte più forte dell’impianto audio, tutto per gli Iron Mainden, per quel gruppo che ci ha fatto sognare, per chi ha scritto pagine della storia del heavy metal grazie alle quali non smetterà mai di avere un posto nei propri cuori. Risultato finale: l’indomani mattina vagavano ancora ragazzi per Bologna con la maglia degli Iron Mainden, ma la band era già partita e quello era il segno del loro passaggio.