16th mag2013

Intervista ai Black Star Riders

by Antonluigi Pecchia

Il nome Black Star Riders potrebbe non farvi venire nulla alla mente, ma una volta conosciuta la line-up di questo nuovo progetto la curiosità di saperne vi catturerà subito. Chi si cela dietro questo progetto altro non sono che l’ultima formazione dei Thin Lizzy, privati del batterista Brian Downey e del tastierista Darren Wharton, e non credo che una band del genere abbia bisogno di ulteriori presentazioni. Ricky Warwick, voce del progetto, giunto in Italia per una serie di interviste per presentare il loro debut album All Hell Breaks Loose che vedrà luce in questo maggio, ci racconta alcuni retroscena dell’opera e qualche anticipazione di ciò che il futuro riserverà agli ex-Thin Lizzy.

R.G.: Ogni volta che dei membri di una band, seppur tanto fortunata, decidono di intraprendere una nuova strada, essa rappresenta sempre un’ardua sfida. Ecco, dopo aver fatto questa premessa, come e perché nasce l’idea di abbandonare il moniker Thin Lizzy per dar vita ai Black Star Riders?
R. W.: Be’ ovviamente si tratta sempre di una dura sfida. L’idea è nata nel periodo in cui stavamo scrivendo le canzoni per il nuovo disco dei Thin Lizzy, gli ultimi tour erano andati molto bene così decidemmo che presto avremmo registrato. Stavamo lavorando sodo ed eravamo molto orgogliosi di ciò che si stava componendo. Abbiamo pensato però che trenta anni trascorsi dall’ultima fatica discografica targata Thin Lizzy rappresentasse un margine temporale immenso per potergli dare un seguito. D’altronde nel corso di questi anni ci sono stati vari cambiamenti in line-up, magari il risultato non avrebbe rappresentato al meglio ciò che i nostri fan aspettavano di ascoltare, così è nata l’idea di dar luce ad un nuovo progetto. Dopo aver preso questa decisione Brian e Darren, batterista e tastierista, erano visivamente troppo stanchi e la loro risposta alle nostre intenzioni è stata che mettere in piedi un nuovo progetto avrebbe significato tanto impegno tra tour sempre più frequenti, molto tempo da trascorrere on the road e altrettante ore da passare a comporre e registrare materiale nuovo…troppo stress da reggere e di certo non avremmo avuto lo stesso ritmo degli ultimi tempi trascorsi con i Thin Lizzy con la quale ogni tanto andavamo in tour. Quindi, augurandoci tutto il meglio per il nostro futuro, hanno deciso di non prendere parte a questa nuova band. La nostra risposta è stata: “rispettiamo la vostra scelta di non voler prendere parte a questo progetto ma noi andiamo avanti!”. Abbiamo scelto Jimmy DeGrasso come batterista della band ed è semplicemente così che sono nati i Black Star Riders.

R.G.: Cosa vorrebbe significare il vostro nuovo moniker “Black Star Riders”? Nasconde qualche significato? Si riferisce a qualcosa in particolare?
R. W.: Necessitavamo di un moniker che fosse d’impatto e alla fine abbiamo concordato che “Black Star Riders” fosse un nome dinamico che ricordasse in qualche modo “l’old wild west”. Allora abbiamo pensato alla gang Black Star, nome della gang presente nel famoso film western Tombstone del 1993. Abbiamo tutti concordato che fosse il nome che meglio avrebbe potuto rappresentare la nostra musica.

R.G.: Pensavo ci fossero diversi rimandi legati al vostro moniker. Ma giungiamo alla vostra musica, qualche giorno fa avete pubblicato “Bound For Glory”, primo singolo estratto che precede l’uscita del vostro disco “All Hell Breaks Loose”. Il brano è una delle canzoni più orecchiabili del disco ma non credo racchiuda la carica che infonde il resto del disco, come mai la scelta è caduta proprio su di essa?
R. W.: La scelta è caduta su Bound For Glory per svariati motivi. La nostra etichetta, la Nuclear Blast, ci aveva chiesto quale fosse il singolo che anticipasse l’uscita del disco e, senza dubbio alcuno, per i contenuti del testo, il sound e l’orecchiabilità della sua melodia e il ritornello che colpisce e che difficilmente si dimentica, esso rappresentava il brano che meglio potesse rappresentare sommariamente ciò che è All Hell Breaks Loose.

R.G.: A fine maggio “All Hell Breaks Loose” vedrà luce sul mercato, riusciresti ad introdurre il vostro album ai nostri lettori?
R. W.: All Hell Breaks Loose è un album che mescola il tipico sound dei Thin Lizzy a qualcosa di nuovo, sicuramente dall’approccio più moderno come per esempio mettere le chitarre in primo piano e una sezione ritmica più esplosiva. Il risultato ottenuto dal mescolare questi elementi è un lavoro di puro hard rock sporco e sanguigno.

R.G.: Ciò che immediatamente salta all’orecchio sin dal primo ascolto è la forte presenza di elementi del folklore irlandese, soprattutto nella doppietta formata da Kingdom Of The Lost e la successiva Bloodshot, credo che sia un po’ particolare per il vostro tipico sound.
R. W.: Io personalmente mi ritengo un grande amante delle sonorità folk e credo di averlo dimostrato attraverso il mio progetto solista, come si può notare dal mio ultimo disco che contiene una buona presenza di sonorità folkloristiche.  Ma c’è da dire che anche i Thin Lizzy durante il corso della loro storia sono stati influenzati dal folklore celtico, esempi lampanti sono contenuti nell’album Black Rose: A Rock Legend, quindi con questa caratteristica abbiamo voluto dare un filo di continuità al sound attraverso le tematiche celtiche. Sicuramente una forte influenza è stata data dalle mani di Damon Johnson che ha dato un grande contributo nella composizione dei brani di questo disco, molti riff sono stati partoriti dalla sua mente.

R.G.: Avete già programmato un tour che vi vedrà promotori del vostro ultimo disco “All Hell Breaks Loose”? Ma soprattutto, domanda che sicuramente in molti già vi avranno fatto prima di noi e probabilmente la sentirete ancora tante volte, riproporrete i classici brani dei Thin Lizzy durante le vostre esibizioni?
R. W.: Il nostro esordio dal vivo sarà in occasione della partecipazione ad alcuni festival estivi di quest’anno e abbiamo già programmato un tour europeo da headliner che cadrà nel mese di ottobre. Non ne ho la certezza al momento, ma molto probabilmente saranno in programma anche alcune date italiane. Il nostro intento principale sarà di suonare dal vivo il più possibile e naturalmente durante le nostre esibizioni non mancheranno i brani che tutti i fan dei Thin Lizzy si aspettano di sentire da noi, che saranno alternati ai brani tratti dal nostro All Hell Breaks Loose.

R.G.: Ok, grazie mille Ricky, in bocca al lupo per i Black Star Riders.
R. W.: Grazie.

12th mag2013

Intervista agli Extrema

by Matteo Iosio

Era da parecchio tempo che non si sentiva più parlare di loro, per l’esattezza quattro lunghi anni, tempo in cui gli Extrema, una delle band simbolo del thrash metal in Italia stava progettando nell’ombra il nuovo album di imminente uscita intitolato The Seed Of Foolishness. Quasi ognuno di noi si domandava periodicamente che fine avessero fatto o che cosa stessero covando sotto le ceneri, così quando in redazione si è palesata la possibilità di intervistare GL Perotti e Tommy Massara rispettivamente voce e chitarra del potentissimo quartetto, l’eccitazione e la curiosità sono schizzate alle stelle. In men che non si dica ci siamo ritrovati assieme ai due metallers tra le mura amiche del Rock’n’Roll di Milano a dissertare a tutto tondo sul pianeta musica. Un’intervista che ben presto si è tramutata in goliardica “chiacchiera da Bar” inframmezzata dagli esilaranti siparietti dei nostri eroi che, come fratelli di lunga data, si sono trovati a questionare su ogni argomento svelandoci quanto il livello di affiatamento possa considerarsi ancora alto all’interno del gruppo. Vediamo insieme che cosa ci hanno raccontato.

 

R.G.: Benvenuti ragazzi, iniziamo subito parlando del nuovo album di prossima uscita The Seed Of Foolishness.
T.M.: Grazie, Allora temporalmente parlando abbiamo iniziato a scrivere l’album tre anni fa, e come dissi tempo fa agli altri ragazzi avremmo dovuto essere assolutamente rigorosi e iper critici verso ciò che saremmo andati a produrre non vi sarebbero stati margini di errore. I riff sono stati ideati da me e da GL (Perotti ndr.) poi ognuno ci ha lavorato autonomamente e quindi si è finiti a provare quanto prodotto tutti assieme, il materiale così plasmato è stato inviato a sua volta al co-produttore del disco Gabriele Ravaglia, nel suo studio di registrazione per avere un ulteriore parere critico. Globalmente parlando io mi sono occupato di tutto ciò che ha riguardato la parte produttivo/artistica, mentre Gabry (Ravaglia ndr.) ha fatto in modo di rendere moderno il suono della band. Abbiamo deciso di procedere alla “vecchia maniera”: quando una parte non era eseguita alla perfezione la si rifaceva anche mille volte, proprio come una volta, ed il risultato che ne è fuoriuscito ci rende veramente molto orgogliosi.

R.G.: In che modo è nato il titolo dell’album e che cosa si cela dietro ad esso?
GL.: Il titolo dell’album è stato trovato quasi subito. Mentre per gli altri progetti magari lo si decideva in seguito con quest’ultimo lavoro sapevo già dall’inizio di che cosa avrebbero trattato i testi. Ultimamente mi sono trovato ad approfondire tutto ciò che tratta le teorie riguardanti il cosiddetto “complotto globale” ordito da presunte società segrete di stampo massonico come ad esempio i famigerati “Illuminati” e da qui sono nate le prime radici per questo progetto. All’inizio il titolo non convinceva gli altri ragazzi, quindi ho dovuto lottare strenuamente per ribaltare il loro giudizio iniziale ma alla fine è stato accettato e quindi mi reputo molto soddisfatto. I testi narrano principalmente del complotto globale che i potenti hanno ordito per destabilizzare la popolazione mondiale e mantenere il controllo del potere anche attraverso il compimento di gesti eclatanti e distruttivi. Il disco non è da considerare come un vero e proprio concept in senso stretto, esiste un’idea di fondo ricorrente, ma i testi comunque  spaziano anche su svariati altri temi.

R.G.: Sono presenti all’interno dell’album, contributi particolari da parte di altri artisti?
GL/T.M.: Originariamente avevamo pensato di creare una traccia particolare dedicata esclusivamente al mercato italiano in collaborazione con altri artisti della scena nostrana ma l’idea è stata accantonata e riposta in un cassetto in attesa di futuri ed ulteriori sviluppi. Siamo così orgogliosi di ciò che abbiamo creato che si è deciso di accantonare le varie “logiche di mercato” per mostrare a tutti quanto impegno è stato profuso per la creazione di questo disco.

R.G.: Progetti per l’immediato futuro?
T.M.: Innanzitutto promuovere il più possibile il nuovo video appena uscito della traccia Pyre Of Fire, poi partiremo subito con il tour; faremo la prima data a Varazze poi apriremo per i mitici Motörhead il 25 giugno e a seguire moltissimi altri appuntamenti. Il nostro obiettivo è suonare dal vivo il più possibile e la macchina organizzativa  sta viaggiando già a pieno regime.

R.G.: Sono passati quattro anni dall’ultimo album, come mai un lasso di tempo così ampio? Quali sono le motivazioni?
T.M./GL: Le motivazioni sono svariate, in primis potremmo chiamare in causa le difficoltà logistiche dei vari componenti sparsi per tutto il nord Italia che rendevano le prove estremamente difficoltose, ma il motivo principale e che noi progettiamo dischi quando siamo sicuri di avere qualcosa di concreto e solido da raccontare, non ci pieghiamo certo alle leggi del mercato che pretendono qualcosa di nuovo ad intervalli prestabiliti. Quando disponiamo di materiale sufficiente e qualitativamente eccellente ci prepariamo per una nuovo progetto discografico, gli album in serie preferiamo lasciarli a coloro che fanno musica con il portafogli anziché con il cuore.

R.G.: Voi siete l’unica thrash band italiana che è riuscita ad emergere nel panorama discografico nostrano, qual è secondo voi la formula che vi ha fatto emergere su tutti? Cosa avete in più rispetto agli altri gruppi heavy metal attualmente in circolazione?
GL/T.M.: Senza dubbio la parola chiave è “determinazione”, la nostra musica non è mai stata vissuta come un dopolavoro o come un hobby ma come la nostra vera e propria ragione di vita. Fin dal primo giorno ci siamo promessi che non avremmo mai pagato per suonare ma ci saremmo sempre fatti pagare, questa filosofia ci ha sempre spinto a dare il centodieci per cento e alla lunga ha ripagato appieno i nostri sforzi. Bisogna sempre credere e saper osare nel proprio lavoro perché alla fine questa convinzione paga sempre, in Italia purtroppo molti gruppi non hanno questa forza di volontà capace di spingerti vero l’alto.

R.G.: Nuovi gruppi che a vostro parere faranno sicuramente strada?
T.M.: Senza dubbio dico i Destrage, sono tecnicamente preparatissimi e molto bravi, quando li ho sentiti per la prima volta sono rimasto folgorato ed ho spinto tutti per andarli a vedere il più possibile dal vivo, trovo che possiedano un’attitudine incredibile, la stessa fame e voglia di fare che avevamo noi Extrema ad inizio carriera, davvero fenomenali!

R.G. Secondo voi, qual è il genere musicale che potrebbe descrivere la situazione italiana in questo momento e perché?
T.M./GL :Ve lo diciamo subito, il gangnam style! (ridono tutti di gusto ndr.) non si tratta di una canzone, ma di un genere, quando vedi migliaia di persone radunate in piazza Plebiscito a Napoli per eseguire questa canzone capisci la drammaticità della nostra situazione attuale, questo è quello che ci meritiamo adesso.

R.G.: Il concerto che vi ha dato le emozioni più forti in assoluto.
GL: Per quanto mi riguarda dico il concerto del 1993 durante il quale abbiamo aperto per i Metallica davanti a 35.000 persone. I fan erano davvero esaltati e a fine concerto il manager dei Four Horsemen è venuto a congratularsi personalmente con noi, per calmarmi a fine performance ho dovuto attendere più di mezz’ora, il livello di adrenalina raggiunto fu scioccante.
T.M.: Invece io voto per un’altra occasione, un concerto tenutosi a Rho vicino a Milano dove suonavamo insieme a molti gruppi della scena italiana come Karma, Ritmo Tribale e altri; l’ingresso era gratuito e al pomeriggio era venuto pochissimo pubblico, alla sera ci siamo trovati di fronte a 15.000 persone assatanate che hanno iniziato un pogo serratissimo, qualcosa di veramente eccezionale. Il vero problema fu che il servizio d’ordine venne assegnato agli Hell’s Angels che vedendosi di fronte ad una tale baraonda reagirono violentemente, solo grazie al tempismo ed al sangue freddo di qualcuno la situazione non virò in tragedia. Le emozioni provate in quella serata però per me rimangono sul gradino più alto del podio.

R.G.: Grazie mille ragazzi per la vostra disponibilità, non vediamo l’ora di ascoltare il vostro nuovo lavoro e di gettarci nel moshpit sotto al vostro palco!

T.M./GL: Grazie mille a voi, vi aspettiamo belli carichi!

05th apr2013

Intervista ai Tubax

by Marcello Zinno

Ormai chiusa la parentesi statunitense che ha visto i Tubax fissare oltre 60 date oltreoceano, abbiamo l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con loro. Di certo le domande che ci balzano alla mente sono tante per una band tutta italiana (i Tubax nascono a Bologna) ma che propone un genere molto particolare, un funk contaminato dal progressive e dal crossover abbastanza ostico per le orecchie del bel paese. Abbiamo avuto l’onore di recensirli in occasione della precedente uscita, Il Mondo Stava Finendo (la nostra recensione disponibile a questo link), e ci avevano stupiti tanto da convincerci a lanciare un’esclusiva internazionale, in collaborazione con Megasound, di free download del loro nuovo EP con i migliori brani frutto della loro lunga turnée negli States (per maggiori informazioni e per scaricare l’EP clicca qui). Di seguito vi riportiamo l’intervista con Giaocomo Schirru che Davide Stampini e le loro osservazioni alle nostre domande.

 

R.G.: Ciao ragazzi, complimenti innanzi tutto per i due tour intrapresi. Tantissime band possono solo sognare di aver girato gli States per 60 date dal vivo. Come vi sentite ora che siete rientrati in Italia e che l’estenuante turnée è finita?
TUBAX: Ci sentiamo sicuramente più soddisfatti, per aver fatto un’esperienza unica che tutti e tre sognavamo. Tuttavia, ogni volta, tornando da un tour di 30 date dove si suona, si viaggia e si conosce gente di tutti i tipi ogni giorno, si è allo stesso tempo un po’ tristi, perché hai toccato con mano il tipo di vita che un musicista potrebbe fare. È comunque davvero esaltante andare in posti sempre nuovi per diffondere la nostra musica, sopratutto quando i riscontri sono positivi. Quindi ci sentiamo decisamente pronti a ripartire, anche domani senza preavviso.

R.G.: Quale ricordo porterete con voi per i prossimi anni?
TUBAX: Il ricordo è sicuramente importante ma deve anche essere costruttivo, deve farci sorridere pensando a tutto quello che è successo, deve migliorarci, ma sopratutto deve darci constantemente voglia di ripartire. In un certo senso il ricordo è guardare al passato, ma oggi preferiamo guardare al futuro: abbiamo tanta voglia di lavorare, suonare, progettare e viaggiare, per incrementare i ricordi. Vogliamo ancora toglierci un bel po’ di soddisfazioni.

R.G.: Qual è il responso che di solito avete ricevuto dal pubblico americano ai vostri live? La stessa reazione che ottenete dal pubblico italiano quando vi esibite dalle nostre parti?
TUBAX: La verità è che in America abbiamo suonato in almeno 40 città diverse, quindi il metro di paragone non è cosi equilibrato, perché in Italia abbiamo suonato in meno città.  In generale si può dire che la prima impressione che abbiamo avuto in Usa è che le persone sono tendenzialmente più predisposte all’ascolto e al supporto di gruppi emergenti di ogni genere. Addirittura a New York, con tutto quello che è passato e nato in quella città e con tutta lo sviluppato senso critico che c’è, il pubblico ascoltava attento un gruppo di Bologna e che nessuno conosceva. C’è da dire che anche in Italia generalmente la gente apprezza, però è proprio diverso l’approccio alla musica, il supporto alla musica e l’attenzione che si dà ai gruppi emergenti, tutte queste cose partono in primis dai locali italiani. Per fare un esempio, in America abbiamo venduto in due mesi quasi la metà del merchandising e dei cd prodotti in questi 2 anni.

R.G.: Noi di RockGarage vi abbiamo conosciuto con l’album Il Mondo Stava Finendo e abbiamo notato subito che la vostra proposta musicale non è per nulla convenzionale. Quanto coraggio pensate ci voglia nel portare avanti una concezione musicale così intricata in un Paese come il nostro? E, allo stesso tempo, quante difficoltà incontrano le band nostrane che vorrebbero farsi conoscere grazie ad una musica particolare come quella dei Tubax?
TUBAX: Si è vero, facciamo un genere che al momento in Italia non va molto di moda, ma anche in passato molti gruppi italiani che facevano musica un po’ strana sono passati inosservati qui, per essere (tutt’ora) amati all’estero. Comunque, il problema è sempre lo stesso: l’attenzione che si dà a determinati gruppi e la disattenzione che si riserva per altri. In Italia ormai ci sembra che il meccanismo sia ben collaudato, la maggior parte dei locali va a pescare i gruppi dalle agenzie di booking di loro fiducia e di solito mettono in secondo piano le restanti band. Ci è capitato tante volte che neanche ci rispondessero, stessa cosa per la visibilità sui media, nella maggior parte dei casi bisogna pagare per averla anche se la tua musica o il tuo progetto piace al critico o al giornalista. A tutto questo bisogna aggiungere che ormai ognuno deve essere il manager di se stesso e ovviamente non tutti sono in grado di farlo. Direi che la situazione in Italia non è delle più semplici per le band che propongono musica particolare, siamo destinati ad avere un pubblico di nicchia, ma non è neccessariamente un male, se componessimo e suonassimo per diventare “star” faremmo un’altro genere: è arrivata l’ora di mettere da parte l’idea della rockstar e mettere al primo posto la passione, è quella che “porta avanti baracca e burattini” come si dice da noi. Inoltre bisogna essere fiduciosi, il pubblico aumenta ad ogni concerto così come il suo coinvolgimento, dandoci la carica per continuare a lavorare.

R.G.: Come è nato il vostro legame con Megasound e quali sono le iniziative che state sviluppando con i ragazzi della label?
TUBAX: Il nostro legame con Megasound nasce circa nel 2008, forse inizio 2009, e si basa sulla passione per la musica e la determinazione nel voler fare un certo tipo di lavoro; credo sia stato amore a prima vista, ci siamo conosciuti al MEI dove noi suonavamo in cartellone tra le band emergenti e loro erano tra il pubblico con i loro taccuini. Progetti futuri in fase di elaborazione sono: un tour europeo (Match&Fuse) tra Polonia, Inghilterra e Italia con la band inglese WorldService Project e il trio polacco Owls Are Not What They Seem; la presentazione del secondo cd dei Tubax che stiamo iniziando a registrare ora, e conseguente terzo tour negli USA previsto per l’estate 2014 (Music&Miles V).

R.G.: Suonare in trio è stata una scelta con cognizione di causa per cui avete lottato fin dall’inizio o vi siete trovati in tre e avete creato via via il vostro equilibrio compositivo?
TUBAX: In principio eravamo in quattro: basso, synth, batteria e chitarra. Dopo un anno siamo divenuti un trio, perdendo il supporto della chitarra. Inizialmente non è stato facile perché alcuni pezzi erano composti per quattro strumenti, quindi c’erano delle parti mancanti, che essendo melodiche si facevano sentir ancora di più. Poi ci siamo assestati, abbiamo leggermente cambiato stile, perché  mancando uno strumento come la chitarra il suono è diventato molto più aggressivo, più crudo, ma in alcuni casi più efficace. La nostra fortuna e sfortuna al tempo stesso è la coesione: musicalmente abbiamo un’alchimia incredibile, è veramente animalesca per quanto è naturale, ed è il frutto di più di 10 anni di rapporti musicali e personali, quindi unica e impossibile da ricreare. In un certo senso questo è anche il nostro male, perché è molto difficile inserire un elemento in questa macchina; anche il nostro linguaggio musicale e il modo di comporre non sono convenzionali e si basano su un implicita comprensione e intimità musicale creata nel tempo, in questo senso il trio è nato naturalmente e vive di un equilibrio perfetto, poi con il tempo si vedrà, non ci mettiamo limiti, anche perché il mondo è pieno di musicisti da cui apprendere qualcosa e suonarci insieme è il primo passo.

R.G.: Com’è suonare senza un chitarrista? Per alcuni potrebbe sembrare qualcosa di incredibile, senza un chitarrista molti credono che non può esistere melodia. Voi cosa pensate a riguardo?
TUBAX: La musica è musica, la chitarra è uno strumento spettacolare, come tutti, ma per noi e per la musica che facciamo al momento non è fondamentale. Anche se in futuro non escludiamo che al nostro trio si possa aggiungere un’altro strumento.

R.G.: Dopo il tour e l’EP (free download in esclusiva internazionale tramite RockGarage) quali sono i vostri programmi?
TUBAX: Il nostro progetto più importante per il futuro è sicuramente il nuovo cd, abbiamo iniziato a registrare le tracce guida a click due settimane fa e già siamo emozionati, cominciare la registrazione di un album è veramente emozionante, non so neanche che parole usare per descriverlo ma è davvero una cosa unica nella vita. Al contrario del primo cd Il Mondo Stava Finendo che era registrato a presa diretta, ovvero suonato da tutti e tre contemporaneamente questo nuovo progetto sarà registrato a tracce separate, quindi emozione doppia perché vedi nascere il tuo cd passo per passo, strumento per strumento. Poi stiamo lavorando su futuri video, ma non posso svelare niente e, per finire i vari tour di cui sopra.

R.G.: Grazie mille ragazzi per il tempo che ci avete concesso e per l’onore che RockGarage ha avuto ospitando l’esclusiva del vostro EP. Speriamo che in futuro i Tubax ricevano un consenso sempre maggiore perchè a nostro parere lo meritano tutto! A presto.
TUBAX: Grazie a voi di averci dato spazio sul vostro sito per il nostro ultimo EP. Dal canto nostro siamo al lavoro per potervi proporre nuovi progetti futuri e raggiungere con la nostra musica sempre più persone, e vi auguriamo altrettanto. Vi facciamo inoltre molti complimenti per la qualità e professionalità con cui gestite la vostra webzine e ci auguriamo di rimanere in contatto per i nostri prossimi lavori! A presto.

23rd mar2013

Africa Unite: conferenza stampa con i giornalisti

by Marcello Zinno

Il 19 marzo siamo stati invitati alla conferenza stampa degli Africa Unite, un’ottima occasione per incontrare la band e fare quattro chiacchiere con loro per capire cosa bolle in pentola. L’appuntamento, lo show room della Bastard a Milano, è stato fissato per ufficializzare il ritorno della band e delle nuove date live fissate per i prossimi mesi. Non si tratta però di un ritorno canonico perchè quest’anno, precisamente a distanza di 20 anni dalla pubblicazione del loro successo Babilonia E Poesia (1993), la band ha deciso di tornare con la formazione originale di quell’anno per omaggiare un sound, oltre che alcuni brani, senza fine. Quindi Bunna, Madaski, Max Casacci (già chitarrista dei Subsonica, unico non presente alla conferenza stampa), Papa Nico, Cato, Parpaglione e Sir Gio si sono animayi per rivivere e far rivivere le gioie musicali di quel tempo. Madaski ha aperto la conferenza stampa mettendo subito in chiaro le intenzioni dell’iniziativa: “Non si tratta di una reunion, la band in realtà non si è mai sciolta. Noi siamo stati sempre in contatto tra noi e l’idea di riformare gli Africa con la line-up del nostro Babilonia E Poesia circolava già da 3 anni. Varie sono state le difficoltà, soprattutto gli impegni musicali di ciascuno di noi con le proprie band e con i propri progetti (noi di RockGarage avevamo intervistato Madaski un anno fa con la sua nuova band The Dub Sync, l’intervista è disponibile a questa pagina, band che Madaski ci ha confermato essere ancora attiva ed avere in programma delle date all’estero, ndr), quindi in realtà aspettavamo solo il momento giusto per tutti. Ed è arrivato quest’anno proprio in occasione del ventennale dell’album”.

I ragazzi sono sembrati molto sciolti nella presentazione di questo nuovo cammino degli Africa Unite e ciò che ci ha colpito è stato il continuo riferimento al divertimento nel suonare e nel presenziare i concerti. Ha continuato Madaski: “abbiamo qualche prova in programma ma le date live sono imminenti quindi partiremo presto con il nostro furgone tutti insieme come una volta”. Tutti hanno sottolineato che l’idea è partita non solo per un motivo pregnante, ovvero quello di far conoscere chi sono stati gli Africa Unite e come era la concezione reggae dell’epoca e di oggi, ma anche per il puro divertimento: “Se non ci divertissimo a far questo non suoneremmo” continuano i ragazzi. Per chi pensa che si tratti solo di una band che più vecchia di venti anni vuole rivivere i fasti del passato loro rispondono: “Noi non vogliamo solo riportare quei brani live ma vogliamo ricostruire il sound di quel periodo usando gli stessi strumenti, le stesse sonorità che hanno creato l’album. Inoltre nei nostri show porteremo anche qualche brano degli album ‘vicini’ a Babilonia E Poesia come estratti di People Pie e di Un Sole Che Brucia per rivivere davvero quell’intenso periodo”.

Si è discusso inoltre sul tour visto che sono state fissate varie date e altre saranno svelate nelle prossime settimane. È stato chiesto dai giornalisti presenti se gli Africa intendono anche suonare al Sud Italia. “A noi piacerebbe molto suonare al Sud, in Sicilia sarebbe bellissimo, purtroppo oggi l’organizzazioni dei concerti divengono un affare molto complesso, soprattutto al Sud Italia, e diventa difficile poter fissare qualche data lì, ma a noi piacerebbe molto” hanno continuato con entusiasmo. Be’ noi ci auguriamo che gli Africa Unite e il reggae, nel suo concetto socio-musicale di commistione di generi e di persone, possano rivivere una seconda gioventù e occasioni come queste di certo vanno in questa direzione. Un augurio da parte di RockGarage agli Africa Unite.

Conferenza stama del 19 marzo 2013

06th mar2013

Intervista agli Enforcer

by Antonluigi Pecchia

Gli svedesi Enforcer rappresentano una delle maggiori promesse della nuova ondata di metal ispirato dalla classicità, nati come un progetto solista del giovane Olof Wikstrand, già chitarrista dei Corrupt nel 2004. Oggi, 2013, è passato un decennio scarso da quel giorno e ritroviamo una band ben salda che, all’alba dell’uscita del suo ultimo, gran bel lavoro studio Death By Fire, è in tour per l’Europa in compagnia di Angel Witch e Grand Magus. Durante la tappa milanese del tour, abbiamo avuto modo di incontrare Olof Wikstrand e un Tobias Lindqvist piuttosto stanco data la pesantezza del tour, rispettivamente voce e chitarra e bassista della band, sul loro tourbus per un’intervista in cui scopriamo dei ragazzi pieni di sé, orgogliosi del loro lavoro, dotati di una passione così forte che difficilmente si riesce a riscontrare oggi giorno nell’ambiente.

R.G.: “Death By Fire” rappresenta il primo album uscito per la Nuclear Blast Records, come siete giunti ad avere un contratto discografico con l’etichetta?
Olof Wikstrand: È molto difficile dover dire perché la Nuclear Blast Records ha scelto noi, noi possiamo semplicemente dirti perché noi abbiamo deciso di firmare per loro. Da questo punto di vista si è trattato semplicemente di una naturale progressione degli eventi, la nostra band aveva raggiunto una grandezza tale da poter avere il solo il meglio e così abbiamo deciso di scegliere la Nuclear Blast come etichetta per fare uscire il nostro ultimo disco.

R.G.: Riuscireste a descrivere al meglio il vostro ultimo “Death By Fire”?
O. W.: Death By Fire rappresenta il migliore prodotto targato Enforcer, abbiamo cercato di raccogliere tutto il meglio che le band abbiano potuto scrivere nel corso del tempo. In pratica rappresenta il meglio che possa esistere!

R.G.: Secondo quali parametri può essere definito come il meglio che voi poteste mai realizzare?
O. W.: Perché abbiamo voluto seguire la nostra idea di musica in maniera molto concentrata affinché l’album risultasse un pugno dritto in faccia.

R.G.: Abbiamo notato che anche in quest’ultimo disco, come nei due album precedenti, il brano numero sei dell’opera è strumentale, il numero sei nasconde qualcosa di particolare per voi oppure è pura coincidenza?
O. W.: Diciamo che non è importante quale brano sia, l’importante è che ci sia un brano strumentale, che faccia da introduzione al lato b del vinile. Per la maggior parte dei nostri lavori abbiamo avuto la concezione che il disco venga realizzato per un supporto in vinile ed è per questo probabilmente che ci sia la coincidenza che la traccia numero sei sia quella strumentale.

R.G.: Ok, se dici che rappresenta tutto il meglio, sapresti darmi ancora altri tre motivi per cui qualcuno dovrebbe acquistare il vostro “Death By Fire”?
O.W.: 1. Perché si tratta di musica genuina. 2. Perché è l’album che aut-definisce ciò che viene detto comunemente “album heavy/speed metal”. 3. Perché è un buon “fuckin’” disco.

R.G.: Olof, ci spiegheresti come è nata l’idea di creare una band parallela ai Corrupt nel 2004?
O. W.: Il progetto è nato dalla mia idea di avere un progetto musicale tutto mio, non avevo ben in mente che tipo di musica avrei suonato, sicuramente avrebbe avuto un sound lontano da quello dei Corrupt anche se il genere mi piaceva molto e non era mia intenzione cambiare stile alla nostra band. Solo dopo aver composto qualche canzone mi sono reso conto di quale strada musicale avrebbe intrapreso questo progetto, anche se non avevo in mente di realizzare una vera e propria band, ma dopo averle messe online e ottenuto un grande interesse da parte del popolo di internet, in giro la gente mi chiedeva di continuare a scrivere questo tipo di musica. Ed è così che nascono gli Enforcer come band vera e propria, il sound rappresentava la musica con la quale noi tutti eravamo cresciuti e avevamo la consapevolezza di voler suonare quel tipo di musica, che la nostra energia come band veniva racchiuso in quel genere anche se non si sa dove giungeremo musicalmente con il passar del tempo. Nel corso degli anni la nostra line-up sarà pure cambiata ma non è affatto mutata l’idea di base della nostra band.

R.G.: Quale sarebbe questa idea di base?
O. W.: L’idea di base sarebbe: prendere ciò che noi crediamo sia importante ed energetico che viene concentrato nel mondo dell’heavy metal e cercare di portarla al limite, esattamente come noi vorremmo che suonasse un disco del genere o cosa vorremmo vedere in uno show di una heavy metal band. Racchiudere tutte queste caratteristiche e portarle al limite.

R.G.: Bene, ma secondo te perché mai una giovane band, in questa nuova era, è portata a riproporre le tipiche sonorità della New Wave Of British Heavy Metal?
O. W.: Noi non crediamo di avere un sound anni ’80, pensiamo invece che il nostro sound sia come quello delle band più moderne di sempre. Noi non ci guardiamo indietro ma bensì abbiamo uno sguardo aperto verso il futuro. Non è che ispirandoci a qualche grande band del passato dobbiamo essere definiti come band che vede al passato, no!

Tobias Lindqvist (svegliandosi da un breve pisolino, ndr): O qualsivoglia una band retrò…
O. W.: Sì, infatti, questo è solo “merda”, noi vorremmo raggiungere a fare il più grande show, la più grande cerchia di fan, il migliore disco. Per spiegarmi al meglio, solitamente utilizzo il paragone con i Guns N’Roses: quando uscì il loro disco nel 1987 si poteva delineare una forte influenza proveniente dal sound delle band dei primi anni ‘70 ma avevano una forte visione accomunabile alla scena contemporanea degli anni ’80, sapevano bene cosa desideravano. È fondamentalmente ciò che noi facciamo, abbiamo la reale consapevolezza di cosa ci piace ma soprattutto cosa non ci piace e il passato rappresenta proprio la colonna portante di tutta la scena metal moderna perché riguarda semplicemente il modo in cui vengono realizzate le cose, non importa se le fonti di ispirazioni provengano dal passato o dalla scena contemporanea. E per quanto mi riguarda, credo che non ci sia nulla che possa definire come “old school” quello che noi facciamo.

R.G.: E quindi cosa credi che sia il futuro del metal?
T. L.: Per quanto ci riguarda il futuro sarà allargare i confini della nostra band. Suonare in quante più nazioni possibili, fare grandi concerti e produrre dischi sempre migliori. Non siamo una grande band che conta milioni di estimatori ma abbiamo grandi fan in varie parti del mondo e ci piacerebbe poter suonare per tutti loro raggiungendoli in tutte le parti del mondo.

O. W.: Ovviamente i nostri dischi dovranno essere sempre qualitativamente migliori, altrimenti sarebbe inutile dover comporre un nuovo disco se non risultasse migliore rispetto a quello precedente, soprattutto quando l’obiettivo da raggiungere è quello di comporre il miglior album mai ascoltato.

R.G.: Ok ragazzi, grazie per la chiacchierata
O. W.: Grazie a voi!

20th feb2013

Intervista ai Totale Apatia

by Piero Di Battista

I Totale Apatia sono da tempo una solida realtà all’interno del panorama punk rock italiano, e lo sono ormai da 15 anni grazie ad alcuni dischi e ad un’intensa attività live. In occasione dell’uscita e quindi della promozione dell’EP Sempre Al Top pubblicato a dicembre (recensito da noi a questa pagina), abbiamo incontrato a Brescia, loro città d’origine, Russu, voce della band, il quale ci ha fatto un punto della situazione dopo tanti anni di storia del gruppo.

R.G.: Ciao Russu, benvenuto su RockGarage! Presentaci i Totale Apatia.
R.: Ciao a tutti! Dunque i Totale Apatia sono un gruppo punk rock nato nel 1997 nella provincia di Brescia. Abbiamo all’attivo cinque album, svariate compilation e oltre 350 concerti alle spalle. L’ultimo nostro lavoro è un EP intitolato Sempre Al Top ed è uscito nel dicembre 2012 e chiude un po’ il cerchio di un progetto nato quindici anni fa e che ha visto il ritorno di Daniel, nostro membro storico, insieme a me, Cresta a Ringhio ed a Pablo (in formazione dal 2008).

R.G.: Il vostro sound è tutto tranne che apatico e privo di passione, com’è nata l’idea di questo nome?
R.: Diciamo che siamo nati proprio per combattere il nostro nome…la vita di paese ti propone un cliché tipo lavoro, casa, bar…grazie alla musica, al punk rock, stiamo ancora combattendo dopo 15 anni!

R.G.: Come è avvenuto il ritorno di Daniel alla chitarra?
R.: Daniel, essendo spagnolo, nel lontano 2001 aveva deciso di ritornare nella sua terra natale, e sempre in quel periodo aveva scoperto la passione per un altro genere di sound più legato alle radici spagnole, ed ha quindi iniziato a suonare con un altro gruppo ovvero i Compas De Amigos, abbandonando per un po’ il punk. Ma per festeggiare i nostri quindici anni di carriera abbiamo deciso di richiamarlo in formazione. Infatti nel nostro ultimo EP ha collaborato attivamente nella composizione di un paio di pezzi, ha partecipato a queste prime date del nostro tour, ma ha poi proseguito la strada che aveva comunque intrapreso. Diciamo che anche la sua partecipazione ha fatto parte del nostro cerchio che con Sempre Al Top è stato chiuso.

R.G.: Nell’ultimo disco il brano “I Wanna Live In London” sembra un omaggio al punk inglese, mentre il vostro sound è per lo più influenzato dal punk-hardcore degli anni ’90. Quali band hanno maggiormente influito su di voi?
R.: Innanzitutto è il nostro primo pezzo con un ritornello in inglese, poi non è tanto un omaggio alla scena inglese ma bensì a esperienze personali, ovvero quella di un mio amico a Londra, ma anche al fatto che molti giovani hanno come meta Londra sperando di trovare li quello che manca loro. Io non so come si vive lì, però indubbiamente è un posto dove assolutamente bisogna andarci a fare un giro e magari suonarci…come influenza musicale, siamo per lo più influenzati dalla scena punk rock italiana in voga dagli anni ‘90, quindi posso farti i nomi di Derozer, Punkreas, Pornoriviste o Persiana Jones, gruppi ai quali siamo molto legati sia per genere, sia per il fatto che come loro anche noi cantiamo sempre in italiano. Poi ovviamente vista la nostra età, la scena punk rock californiana esplosa nel 1994 è stata una importante fonte d’ispirazione per noi.

R.G.: Il video di “Mille All’ora” oltre ad essere molto bello, è anche originale e molto “tecnologico”, com’è nata l’idea?
R.: L’idea del video è nata all’ultimo momento, perché comunque il pezzo era già stato registrato. Anzi all’inizio era un altro il brano dal quale volevamo fare un videoclip. Noi come band non avevamo idea su come realizzare il video, quindi abbiamo dato carta bianca ad Andrea Bignami, che è un giovane regista bresciano, oltre che componente di una band chiamata For Sore Eyes, infatti è stata anche la prima volta alla quale non abbiamo partecipato attivamente all’idea del videoclip rispetto al passato, il risultato infatti ci sembra buono, è un video fresco e molto moderno.

R.G.: Com’è stata la risposta del pubblico ai vostri ultimi live riguardo soprattutto i nuovi pezzi?
R.: Ovviamente i brani nuovi non erano ancora ben conosciuti, e il fatto di avere un pubblico che mostra più attenzione alle nuove canzoni piuttosto che pogare non dispiace, poi magari non è vero e se ne stanno lì in disparte a bere la loro birra. Ultimamente abbiamo preferito far da supporto a gruppi, come i Punkreas, che ti danno possibilità di suonare davanti ad un pubblico più numeroso ed anche avere un riscontro maggiore su vendite e visibilità. Poi va comunque precisato che il nostro circuito è più underground, ovvio che sfruttiamo queste occasioni, come ad esempio al Live Club di Trezzo sull’Adda quando abbiamo eseguito, insieme a Water Tower e Punkreas, un brano appunto dei Punkreas che è Ma Che Bel Mondo È tutti insieme…bella esperienza!

R.G.: In 15 anni è cambiato il vostro pubblico? Se sì in cosa?
R.: Guarda, noi possiamo dire di avere il classico zoccolo duro di fan, ovvero quelli che ci seguono sin dagli inizi e che a fine anni ‘90 erano adolescenti, i ragazzi che sono cresciuti assieme a noi, e con i quali abbiamo anche un rapporto direi fraterno. Quelli più giovani ci seguono comunque, probabilmente sono i fratelli minori e il rapporto con loro c’è soprattutto tramite Facebook.

R.G.: Dopo 15 anni di onorata carriera vi sentite più maturi o vi reputate sempre quelli di 15 anni fa?
R.: Sì direi che in quindici anni anche musicalmente siamo cambiati, diamo un po’ più spazio alla tecnica, e con Sempre Al Top volevamo proporre un sound, sempre punk-hardcore, ma ancora più arrabbiato un po’ come eravamo agli inizi. Poi tecnicamente con gli anni è normale che le qualità di registrazione sono sempre migliori, oggi un demo-tape del 2000 è una cosa sulla quale anche i ragazzini di adesso ci sputerebbero sopra…eheh (ride, ndr).

R.G.: Il vostro brano “X” è presente sulla raccolta “Sounds Of Streets Of Gaza”, i cui proventi saranno a scopi benefici (costruzione di un asilo a Gaza), com’è nata questa collaborazione?
R.: Il pezzo è scritto da Daniel ed era una traccia nascosta già presente nel nostro EP Cavie del 2002; abbiamo deciso di ri-registrarlo e ri-arrangiarlo. E sia come struttura del pezzo che come testo si differenzia dagli altri non avendo un ritornello, è un brano che come obiettivo si pone quello di sognare e realizzare nuove realtà..beh, speriamo che con il download della compilation (acquistabile a questo link) si riesca a contribuire attivamente a realizzare nuove realtà per quei bambini.

R.G.: Cosa ha dato la tecnologia informatica (download e social network) ad una band underground come la vostra?
R.: Beh…ha cambiato soprattutto il fatto che oggi un band come la nostra, grazie ai social network, ha la possibilità di farsi ascoltare da più persone ed in maniera molto più rapida, d’altro canto invece dà più dispersione all’interno di tutto il panorama perché c’è talmente tanta roba…Il fatto che sui programmi di file sharing non ci sono i nostri pezzi da scaricare ci fa solo piacere, anche se su youtube non mancano certo le nostre canzoni.

R.G.: Avete diviso negli anni il palco con tantissime band, con chi siete più legati? Com’è stato suonare con Marky Ramone & The Speedkings?
R.: Come detto prima siamo molto legati a Derozer, Punkreas e Pornoriviste, ma essendo noi cresciuti in un giro un po’ più “street”, quindi spesso nei centri sociali, siamo anche legati a gruppi come Los Fastidios o Klasse Kriminale con i quali abbiamo ottimi rapporti, anzi ho assistito ad un concerto di questi ultimi a Barcellona dove suonavano di supporto ai Rancid che li scelti, cosa in Italia non fattibile per questione di agenzie…Su Marky Ramone ti racconto un aneddoto: era da poco morto Joey Ramone e Marky tornò per la prima volta in Italia non come Ramones ma con appunto i The Speedkings; io oltre a suonare sono un promoter ed avevo un locale nella bassa bresciana dove organizzavo eventi, ed avevo appunto organizzato il concerto di Marky & The Speedkings con noi come gruppo spalla. Nel pomeriggio ci siamo incontrati per organizzare il tutto, e ovviamente per me è stato molto emozionante, se non che c’ho litigato: io gli dissi che noi nella nostra esibizione facevamo anche due brani dei Ramones ovvero You’re Gonna Kill That Girl e Blitzkrieg Bop e riguardo quest’ultima io avevo capito che mi aveva invitato a farla assieme a loro, quindi ero entusiasta di questa cosa oltre che era la realizzazione di un sogno. A fine concerto sono andato nel suo camerino, lui mi ha chiesto se avevamo suonato Blitzkrieg Bop, ed alla mia risposta positiva lui si è incazzato insultandomi oltre a chiudermi la porta in faccia, ma questo perché avevo capito male io! Lui mi disse in realtà che quel pezzo lo facevano solo loro, infatti tramite il suo manager mi fece sapere di essere molto incazzato per essere stato preso in giro. Lui sicuramente l’ha preso come un affronto perché, involontariamente senza il suo consenso, abbiamo eseguito il brano storico dei Ramones per eccellenza. Un altro ricordo particolare lo abbiamo della data dei NoFx qui a Brescia al Festival di Radio Onda d’Urto di due anni fa, ovviamente il nostro genere si discosta un po’ dal loro, ma li considero come uno dei gruppo storici ed ancora oggi quando capita li vado a veder volentieri. Con loro abbiamo interagito poco, ma non posso dimenticare la scena di Fat Mike che guida il tourbus salutando tutti mentre esce dal parcheggio della festa.

R.G.: Come vedi l’attuale scena punk italiana? A parte i nomi noti c’è qualche giovane band che vorresti consigliarci di seguire?
R.: Riguardo la scena, essendo stati noi fermi per dedicarci ad altri progetti dal 2005 al 2009, diciamo che c’è come un vuoto in quegli anni per noi. Con gruppi nati dopo di noi non abbiamo un gran rapporto ma semplicemente perché c’è di mezzo un importante salto generazionale e quindi come dicevo prima siamo legati alle band che ti citavo poco fa. Se devo farti qualche nome, qua nella nostra zona potrei citarti band storiche hardcore come Nettezza Umana, Spleen Flipper, gli Sniper Dogs e poi di altri generi…fammi pensare…Brescia ha partorito cose interessanti nel recente passato…i Matmata ad esempio, Plan De Fuga, Marydolls, D-Vines, gli Italian Farmer…

R.G.: Quando ripartirà il vostro tour?
R.: Ai primi di marzo, ci siamo presi quell’attimo di tempo per ri-arrangiare i pezzi dato che Daniel non potrà esserci costantemente in formazione e di conseguenza parteciperà quando potrà, ad esempio nella data prevista il 2 marzo al C.S. Paci Paciana di Bergamo, Daniel ci sarà, e tra l’altro suoneremo assieme ad un gruppo basco prodotto da Ross Robinson (produttore tra gli altri anche di Soulfly e Machine Head) che propone un genere accostabile un pò al nostro, ovvero un mix tra punk rock, hardcore, street, ska… Per le date saremo occupati fino a quest’estate ed a breve metteremo tutte le date on line.

R.G.: Grazie dell’intervista, aggiungi tu qualcosa!
R.: Grazie a voi, seguiteci su Facebook e segnalo che potete ascoltare il nostro EP Sempre Al Top gratuitamente su Spotify.

24th gen2013

Intervista ai Cradle Of Filth

by Moderatore

I Cradle Of Filth sono una band particolarmente strana: partiti proponendo un tipico death metal, la loro evoluzione li ha portati a divenire la band di punta del symphonic black metal fino a giungere ad avere un contratto con una major per poi passare al extreme gothic metal per raggiungere un’altra schiera di metalheads. Il risultato di questi passaggi ha dato vita ad una delle più grandi band del metal, un’icona presa a volte anche in considerazione dai mass media spesso lontani dal genere, un act che si rinnova cambiando pelle come i rettili e, oggi lo ritroviamo in forma smagliante sulle scene con Manticore & Other Horrors (album recensito da noi qui), prodotto old school di cui siamo andati a discutere con il chitarrista della band, Paul Allender. Ecco a voi la nostra chiacchierata.

R.G.: Ciao Paul, è un piacere essere qui a chiacchierare con te quest’oggi. Parliamo un po’ del vostro ultimo “Manticore & Other Horrors”, un buon colpo diretto come non componevate da anni ormai, come mai questo ritorno alle radici da parte vostra?
P. A.: È un mio piacere essere qui! Ok, ci provo. Manticore & Other Horrors è nato ascoltando le nostre ultime produzioni e io, in particolare, mi sono accorto che alla nostra musica composta di recente mancava qualcosa, non saprei ben dire cosa esattamente. Probabilmente si trattava semplicemente dell’estremismo che mancava alle nostre ultime produzioni, abbiamo accantonato il metal estremo per proporre qualcosa di meno aggressivo nel groove, molto più vicino al concetto di rock’n’roll come lo eravamo alle nostre radici. Riascoltando The Principle Of Evil Made Flesh, nostro album d’esordio, ho sentito questa differenza sostanziale con i nostri ultimi lavori: è stato probabilmente quell’orientamento punk e diretto delle nostre prime produzione a donarci l’ispirazione per quest’ultimo disco. Quindi abbiamo deciso di ritornare a quelle sonorità e quell’approccio che purtroppo avevamo messo da parte dopo l’uscita di Midian. In fase di composizione siamo rimasti praticamente folgorati da quanta ispirazione avevamo per questo nuovo disco e così non è stato difficile creare questa nostra ultima creatura una volta ripreso il tiro di una volta, che spero faccia riavvicinare chi ha amato album come Midian The Principle Of Evil Made Flesh e che ha perso interesse nella nostra musica con il passare del tempo.

R.G.: Insomma, possiamo affermare che i Cradle Of Filth siano ritornati a mietere vittime!
P.A.: Puoi dirlo forte! Questo è stato il mio pensiero ricorrente durante il corso delle registrazione ed è la prima cosa che mi viene in mente ascoltando i brani di quest’ultimo disco! Siamo tornati!

R.G.: Insomma, cosa ne pensi dei due precedenti album?
P.A: Be’, io li amo, restano pur sempre lavori fatti da me. Ma in ogni caso, ascoltandoli credo semplicemente che gli manchi “quel qualcosa” che purtroppo mi sfugge, probabilmente erano fin troppo gothic.

R.G.: Come può una band perdere la propria direzione?
P.A.: Si può perdere l’idea di partenza a causa dell’evoluzione spontanea del sound della band e così è successo a noi. Purtroppo non è stata una cosa pensata e quando diverse menti sono al lavoro sullo stesso progetto, soprattutto quando queste menti cambiano, portando freschezza nell’idea primordiale della band, nessuno può immaginare il risultato che ne verrà fuori. Però magari, successivamente, ragionandoci su, ci si può accorgere di determinate cose.

R.G.: Per quale tipo di metallaro credi sia indirizzato questo nuovo prodotto?
P. A.: Per il metallaro medio in generale. È  un disco diretto, ruvido, un metal album di old school che si accosta all’idea grezza di ciò che era The Principle Of Evil Made Flesh, in pratica semplicemente un disco metal senza compromessi, classico e sanguigno, che deriva dal concetto di rock’n’roll, basato principalmente sulle chitarre e arricchito dalle orchestrazioni. Di certo coloro che si sono avvicinati al nostro sound nel periodo successivo all’uscita di Midian potrebbero aver problemi nell’apprezzare questo nostro prodotto, data la scarsa presenza di orchestrazioni e melodie di Mathus che si è occupato delle tastiere oltre che della batteria del disco.

R.G.: Le differenze potrebbero riscontrarsi anche per quanto riguardano le liriche, o sbaglio? Siete tornati a scrivere vere novelle dell’orrore, come facevate un tempo.
P.A.: Sì, anche se non si tratta di un concept album, il presente Manticore & Other Horrors, come da titolo, rappresenta una raccolta di novelle dell’orrore.

R.G.: Riusciresti a darmi cinque motivi per i quali un metalhead dovrebbe acquistare il vostro ultimo disco?
P.A.: E’ difficile, se me ne avessi chieste tre sarebbe stato meglio, dirtene cinque credo che sia dura. (Ride, ndR) Comunque, ci provo! Perché è l’album che segna il nostro ritorno alle origini e questa è la prima motivazione. Perché il lavoro svolto alla chitarra è diretto e colpisce, caratteristica che credo sia amata da qualsiasi metalhead, questa era la seconda motivazione. Perché è musica piuttosto semplice e diretta, non ci siamo cimentati in composizioni particolari, difficili da comprendere ma bensì ad un’opera che colpisce e riesce a farsi apprezzare sin dal primo ascolto e questa era la terza motivazione. Perché quando suoniamo dal vivo, questi sono brani perfetti da riproporre, per il tiro della batteria e per l’aggressività dei riff. Durante tutto il corso delle registrazioni ho avuto un solo “chiodo fisso” in mente mentre suonavo e risuonavo quei riff: “live, live, live, live, live, live, live …”. Questa credo che possa essere la quarta buona motivazione. E la numero cinque…(ride, ndr) be’ acquistatelo per supportare il nostro lavoro, penso che sia un buon album di metal senza compromessi e credo che anche questo sia un valido motivo per poterlo acquistare.

R.G.: Bene, l’intervista finisce qui e se vuoi, ti lascio il tempo per concluderla dicendo ciò che preferisci.
P.A. : Ringrazio innanzitutto te per il tempo concessomi per quest’intervista e poi vorrei ringraziare i nostri fan per tutto ciò che fanno per noi e che ci seguono, leggendo le pagine di RockGarage tra interviste, recensioni di album e live fatte o che eventualmente saranno fatte in futuro.

22nd gen2013

Intervista ai Kreator

by Antonluigi Pecchia

I Kreator rappresentano la punta di diamante del thrash metal teutonico, tornati in forma con “Phantom Antichrist”, la band ha intrapreso un fortunato tour europeo affiancata dagli americani Morbid Angel che ha previsto in programma anche alcune date italiane. Per l’occasione siamo stati sul tourbus della band a porre qualche domandina al chitarrista Sami Yli-Sirniö, artista finnico che presta servizio nella formazione teutonica dal 2001, anno della loro “rinascita” con l’uscita di “Violent Revolution”.

R.G.: Ciao Sami, andiamo subito al sodo. “Phantom Antichrist” è in commercio ormai da diversi mesi, cosa ne pensi a riguardo? Sei soddisfatto del risultato ottenuto?
S.Y.: Esattamente è uscito per l’inizio di giugno scorso e sì, credo che tutti noi della band siamo soddisfatti del successo riscosso dal disco. Nel corso del 2011 abbiamo preso la decisione di non programmare tour per avere tempo a nostra disposizione per poter lavorare al meglio a questo nuovo album, decidendo di prendere parte solo ad alcuni festival europei. Ora Phantom Antichrist è un disco ormai rodato avendolo proposto per bene dal vivo e la risposta del pubblico è più che positiva. Abbiamo lavorato molto sui brani del disco, ho avuto modo di trascorrere molti dei miei weekend in Germania, dato che io abito in Finlandia mentre tutti gli altri ragazzi vivono in Germania, ho viaggiato molto per prendere parte alle sessioni per la fase di composizione del disco. Dopodiché ci siamo tutti spostati in studio in Svezia dove anche lì ci siamo impegnati al massimo per dare del nostro meglio e sembra che i nostri sforzi offerti all’opera siano stati ben ripagati, quindi non potremmo non essere soddisfatti della sua produzione. Il risultato rappresenta proprio l’idea che avevamo per questo album.

R.G.: Riteniamo sia stata piuttosto strana la scelta del brano Civilization Collapse come secondo singolo estratto dall’opera, essendo un brano piuttosto old school, lontano dalle vostre classiche e melodiche hits. Alcuni esempi lampanti sono Violent Revolution o Dying Race Apocalypse, brani concettualmente più vicini a From Flood Into Fire, sempre presente nell’ultimo “Phantom Antichrist”…non ce lo saremmo mai aspettati che venisse pubblicato come singolo. Come mai avete preso questa decisione?
S.Y.: Sì, effettivamente è proprio così. Durante i nostri ultimi live ci siamo accorti che la maggior parte delle nostre nuove canzoni presenta questo tipo di brutalità messa un po’ da parte nel corso degli ultimi album. La scelta è caduta su Civilization Collapse in quanto rappresenta una delle canzoni del nuovo disco che meglio viene accolta durante i nostri ultimi live, è diretta e brutale e Mille ha fatto un gran bel lavoro con il testo del brano che riesce a rappresentare al meglio ciò che sta accadendo alla nostra società. Inoltre il singolo è stato stampato in vinile e il lato-b è rappresentato dal brano Wolfchild, che doveva essere parte del nostro ultimo album e poi scartato per motivi di durata complessiva dell’opera.

R.G.: Nel complesso “Phantom Antichrist” rappresenta una sorta di ritorno al passato, forse si tratta dell’album più violento dal tuo ingresso nella band, sembra quasi che sia stato tu a portare la tipica melodia “made by Kreator” dell’ultimo decennio di attività, di cui la ballad From Flood Into Fire può rappresentare un tipico esempio.
S.Y.: Sì, probabilmente in parte sono io la causa di questa melodia. Anche se il principale compositore dei Kreator resta sempre Mille. Il mio compito è di aggiungere, posso cambiare leggermente qualcosa, posso comporre armonie, cambiare leggermente qualche passaggio ma la struttura del brano viene sempre ideata da Mille, poi dipende dai brani, qualcuno vede maggiormente il mio contributo, mentre altri un po’ meno.

R.G.: Ultimamente circola la notizia di un possibile tour in compagnia di Sodom, Destruction e Tankard. Secondo te, avremo mai modo di assistere realmente a questo vostro tour Europeo?
S.Y.: Siamo già stati in tour in compagnia dei Sodom e Destruction nel 2002 e devo ammettere che è stato molto divertente e l’idea ha riscosso molto successo. Per quanto riguarda questo tour di cui si sta parlando, Schmier (frontman dei Destruction, ndr) vorrebbe tanto che si organizzasse, la sua risposta affermativa è giunta senza condizioni. Chi forse non è convinto a pieno dell’idea è Tom con i suoi Sodom, non chiedermi il perché dato che non ho avuto modo di parlarci, probabilmente, penso che per prendere parte un evento del genere desidererebbe avere troppo (ride, ndr). Sarebbe un modo per far capire che dopo dieci anni da quel tour queste band sono ancora attive, inoltre in questi giorni ho ascoltato l’ultimo disco dei Destruction e l’ho apprezzato molto. A me personalmente piacerebbe l’idea di fare questo tour, quindi se venisse messa in piedi, che ben venga!

R.G.: Ormai la tua vita da musicista viene impegnata in modo principale dalle attività dei Kreator, ma vorrei ricordare che sei parte anche di due band decisamente più sperimentali: Waltari e Barren Earth. Avremo mai modo di vederti in tour per l’Europa con queste altre?
S.Y.: (Ride di gusto, ndr) Con i Barren Earth abbiamo avuto modo di organizzare un tour americano oltre a qualche apparizione durante i festival estivi e qualche data in Finlandia. Sì, è vero che l’attività con i Kreator mi occuperà la maggior parte del prossimo anno tra vari tour, ma ti posso dire con certezza che realizzeremo un terzo album con i Barren Earth,  siamo tutti rimasti colpiti dai risultati riscontrati dai nostri due album, soprattutto la nostra etichetta Peaceville Records. Purtroppo non posso sapere quando avremo modo di lavorarci per bene ma al momento abbiamo già in cantiere sei brani su cui lavorare. Mentre per i Waltari lo scorso anno (2011, ndr) abbiamo avuto modo di festeggiare il 25esimo anniversario della band con una data evento che ha visto la partecipazione di molti ospiti a condividere il palco con noi come per esempio gli Apocalyptica.

R.G.: Grazie mille Sami per la chiacchierata, in bocca al lupo e a presto.
S.Y.: Grazie a voi.

20th dic2012

Intervista ai Papa Roach

by Matteo Iosio

Serata esplosiva quella che si è tenuta lunedì 26 Novembre presso l’Alcatraz di Milano, l’occasione era di quelle ghiotte ovvero il concerto di due band che da sempre sono in grado di mobilitare ed incendiare il pubblico nostrano. Stiamo parlando dei californiani Papa Roach che hanno suonato di spalla agli headliner Stone Sour capitanati dal talentuoso Corey Taylor, già frontman dei cattivissimi Slipknot. Lo show è stato assolutamente degno delle aspettative con due esibizioni davvero incalzanti e molto potenti, locale stracolmo ed animi su di giri per uno spettacolo da ricordare. Qualche ora prima delle “ostilità” ci siamo furtivamente introdotti all’interno del backstage per chiacchierare con Jerry Horton, chitarrista dei Papa Roach che ha fatto il punto della situazione a riguardo della band e del tour in corso. Vediamo insieme cosa ci ha detto.

 

R.G.: Ciao Jerry! Cosa ci puoi raccontare sul nuovo album “Connection” ?
J.H.: Abbiamo iniziato a lavorare su questo progetto a novembre dell’anno scorso, è stato registrato con la supervisione di James Michael, eravamo alla ricerca di qualcuno che ci aiutasse con la realizzazione dei brani in studio e che ci desse una mano anche con la strumentazione presente. L’album è stato registrato nella nostra città natale Sacramento dove non avevamo mai lavorato prima d’ora, ci sono voluti sei mesi per completare l’opera, visti i problemi che hanno afflitto Jacoby (Shaddix, il frontman ndr.) è stato abbastanza difficile essere lì a supportarlo cercando di incoraggiarlo nella scrittura dei testi ma tutto alla fine ha funzionato a dovere. Appena concluse le registrazioni abbiamo avuto solo tre giorni di pausa prima di partire immediatamente con l’attuale tour proprio per permettere alle corde vocali di Jacoby di ritornare in piena forma dopo l’intervento chirurgico subito (asportazione di alcuni noduli ndr.) ora la sua voce è tornata potente e graffiante come e forse più di prima.

R.G.: Qual è il messaggio che si cela dietro questo nuovo progetto?
J.H.: Negli album passati avevamo sempre un tema o un messaggio ben preciso da comunicare agli ascoltatori, questa volta tutto è nato in maniera molto spontanea ed immediata; le canzoni trattano quasi tutte della lotta che Jacoby stava portando avanti dentro se stesso, il processo di creazione è stato una sorta di terapia per lui, l’unico modo di combattere i demoni che si portava dentro era esternare come un fiume in piena questa moltitudine di sensazioni attraverso le canzoni. All’inizio non voleva assolutamente scrivere un disco di questo tipo ma noi lo abbiamo incoraggiato molto vedendo quanto grave fosse il suo conflitto interiore.

R.G.: Cosa c’è di nuovo per quanto riguarda il sound all’interno dell’album?
J.H.: Qualcosa di nuovo è stato inserito, ma in generale non volevamo discostarci troppo dalle nostre radici, abbiamo fatto in modo di rimanere ancorati ai nostri suoni cercando ovviamente di perfezionarli il più possibile Nella canzone intitolata Burn abbiamo inserito qualcosa di elettronico che rappresenta un autentica novità rispetto ai nostri canoni, si tratta di una traccia che ci intriga molto e di cui andiamo fieri.

R.G.: Quali sono le maggiori differenze che avete riscontrato nel lavorare con il nuovo produttore James Michael rispetto al precedente Jay Baumgardner?
J.H.: James sicuramente è un musicista molto esperto ed anche un grandissimo comunicatore, è in grado di entrare in modo più approfondito nelle questione tecniche che si presentano ogni giorno in studio; Jay invece era il classico produttore che ti diceva cosa non funzionasse in un determinato pezzo ma non ti dava nessun aiuto o suggerimento per correggere questi problemi, lasciandoti nel panico più assoluto. Con James questo non è mai accaduto, è sempre stato in grado di trovare una soluzione a qualsiasi problema in tempi rapidi aumentando enormemente il nostro livello di autostima.

R.G.: C’è un grande legame tra i Papa Roach e altre forme di intrattenimento come ad esempio i videogames, il wrestling e la televisione, parlaci di queste particolari relazioni.
J.H.: Tutto è nato quasi per caso, per quanto riguarda la federazione Wrestling non siamo mai stati dei fan accaniti di questo spettacolo, ne eravamo attratti da giovanissimi ma poi l’interesse è scemato; quando però ci hanno contattato per utilizzare un nostro pezzo all’interno del programma abbiamo aderito subito con entusiasmo giusto per fare qualcosa che uscisse dai classici schemi. Il discorso è nettamente differente per quanto riguarda il mondo dei videogiochi, siamo tutti degli “hardcore gamer” ed appena la Konami ci ha chiesto di scrivere un pezzo per il famosissimo gioco di guida Gran Turismo ci siamo sentiti onorati ed estremamente esaltati nell’accettare la sfida.

R.G.: Dove pensi si stia dirigendo il mondo dell’hard rock ?
J.H.: In questo particolare momento la scena hard rock vive un periodo di crisi, mentre altri generi musicali come la dubstep o la musica elettronica stanno andando per la maggiore. Penso comunque che questa situazione sia destinata a mutare radicalmente nel prossimo futuro. L’hard rock tornerà alla ribalta più forte che mai soppiantando i falsi eroi creati a tavolino dall’industria discografica, mi riferisco a quei mediocri musicisti pop creati per durare l’arco di una stagione e per far guadagnare il più possibile nel minor tempo possibile.

R.G.: Che musica ascolti quando non sei impegnato a suonare?
J.H.: Dipende molto dal mio stato d’animo in quel preciso momento, genericamente mi piace ascoltare band come Meshuggah, Lamb of God, Refuse, Eagles Of Death Metal ma anche Norah Jones e musica jazz in generale, non ho confini delineati, le mie sensazioni mi portano ad ascoltare qualsiasi cosa senza particolari pregiudizi.

R.G.: La vostra band ha iniziato a suonare all’epoca della highschool, pensi che questa profonda amicizia e fratellanza vi abbia portato a sviluppare un sound più accattivante e complesso con una maggiore semplicità nel trasmettere i sentimenti provati?
J.H.: Penso che tutto ciò rappresenti la verità, il fatto di essere amici veri prima dell’essere una band ci ha permesso di esprimerci in modo più sincero e schietto tra di noi, alcune sensazioni sono percepite all’istante da ogni membro del gruppo rendendo la comunicazione a volte superflua, se qualcosa non funziona spesso non dobbiamo neanche esternarlo, riusciamo a capire immediatamente i sentimenti di ciascuno di noi e questo senza dubbio rappresenta un grosso vantaggio dal punto di visto espressivo.

R.G.: Raccontaci un episodio divertente che vi è capitato in questi anni, qualcosa che ogni volta che lo raccontate vi fa ridere di gusto.
J.H.: Certo! Mi ricordo una volta in cui dovevamo suonare ad Atlanta, Tobin (Esperance, bassista ndr.) la sera prima si era dato alla pazza gioia facendo festa tutta la notte come se non vi fosse un domani, noi dovevamo suonare a questo festival nel pomeriggio prima dei Black Eyed Peas. Un ora prima del concerto tutti eravamo già presenti tranne lui, nessuno sapeva dove fosse e il suo cellulare risultava spento, tutti erano nel panico più assoluto, dieci minuti prima dello show Tobin si presenta in uno stato pietoso ancora visibilmente alterato, durante lo show sembrava totalmente assente fino a quando non ha avuto la brillante idea di far roteare il basso per creare una sorta di mossa scenica ad effetto, purtroppo lo strumento gli si è sfilato durante la rotazione volando nel backstage tra le risate generali nostre e di tutto il pubblico presente, una scena veramente comica! (ride di gusto ndr.).

R.G.: Grazie ancora per il tempo che ci hai concesso Jerry, in bocca al lupo per il proseguimento del tour, ti aspettiamo sotto al palco!
J.H.: Grazie a voi ragazzi, mi raccomando vi voglio carichi!

12th dic2012

Intervista a Stef Burns

by Matteo Iosio

La maggior parte delle persone pensano al musicista Stef Burns come al chitarrista spalla del Vasco nazionale, ma si dai! Quello che ha sposato l’ex velina Maddalena Corvaglia. Queste persone si fermano in superficie e non comprendono appieno che il personaggio in questione è un artista dalle doti tecniche enormi e dal talento più che cristallino. Questo “ragazzo” di 53 anni percorre una carriera da sogno avendo collaborato assieme alla fida sei corde con i più grandi artisti rock della scena mondiale, personaggi come Alice Cooper, Berlin, Judas Priest, Motörhead, Ozzy Osbourne, Megadeth, Faith No More e moltissimi altri. Nell’ultimo periodo oltre a suonare con il ‘Blasco’, il nostro eroe ha intrapreso il sentiero solista accompagnato dai fidi scudieri Roberto Tiranti al basso e Juan Van Emmerloot alla batteria. In occasione del dinamico concerto svolto al Legend Club di Milano lo abbiamo raggiunto per farci raccontare le ultime novità che riguardano l’uscita del nuovo album e i progetti in cantiere per il  prossimo futuro. Vediamo insieme cosa ci ha raccontato.

R.G.: Ciao Stef, partiamo subito con una domanda semplice, cosa puoi dirci sul nuovo album di imminente uscita?
S.B.: Domanda semplice solo all’apparenza! Il nuovo album è sicuramente molto rock, ci siamo divertiti un mondo nel registrarlo, vi troverete una grande energia al suo interno. Abbiamo impiegato moltissimo tempo nel comporre le canzoni e nell’arrangiarle. Si tratta certamente di una grande evoluzione del suono, capace di trasportarmi verso le antiche radici pop a cui non attingevo da parecchio tempo. La produzione è stata curata da me in persona e dal grande Masaki Liu che ne ha curato alcuni aspetti; il disco è stato registrato in molti luoghi: Trieste, Rotterdam, Milano e San Francisco.

R.G.: Quali sono le maggiori differenze tra questo album e World Universe Infinity?
S.B.: Ci sono un paio di canzoni in World Universe Infinity che anticipano in qualche modo questo nuovo progetto, la base rock\pop è simile, ma nel nuovo album il tutto è portato ad un livello differente e molto più articolato, come se qualcuno avesse preso una manciata di  tracce dei Rolling Stones, Foo Fighters e Led Zeppelin e le avesse centrifugate creando un meraviglioso frappè rock.

R.G.: Da dove hai tratto ispirazione per la creazione di questo disco?
S.B.: L’ispirazione generalmente proviene da qualsiasi cosa, a volte descrivi come ti senti e quali sono le tue emozioni. Per questo album la luce mi è giunta da mia moglie Maddalena e dalla bambina appena nata, il lieto evento ha prodotto una gamma di emozioni così intense che tradurle in musica è stato qualcosa di estremamente semplice e lineare.

R.G.: Parlaci della nuova formazione, com’è la chimica all’interno del gruppo?
S.B.: Ho conosciuto Roberto Tiranti relativamente da poco tempo, ci siamo sentiti via internet ed abbiamo fatto qualche show assieme, penso che sia un ottimo cantante ed un grande bassista, ho capito sin da subito che ci saremmo divertiti molto a suonare assieme. Juan è il mio batterista da molto tempo, ha collaborato alla realizzazione dell’album in modo egregio come sempre. Posso dire che siamo tutti entrati in perfetta sintonia quasi istantaneamente, come se avessimo suonato assieme da sempre e questo ci ha dato modo di creare un sound preciso ed estremamente solido.

R.G.: Parlaci del particolare concerto che si terrà a Roma con l’orchestra di chitarre PMCE.
S.B.: Si tratta di un progetto estremamente interessante, qualcosa di cui non ho mai sentito parlare prima: un’orchestra composta da 80 chitarre elettriche e 20 bassi elettrici dove io sarò il solista, un live molto particolare, sono sicuro che ne scaturirà un suono davvero eccellente, non vedo l’ora di fare le prime prove per capire come il tutto prenderà forma. Mi sto esercitando molto sul materiale che mi ha inviato il compositore Michele Tadini e la mia curiosità sale di giorno in giorno.

R.G.: Quali sono le sensazioni che provi quando lavori con il grande Vasco?
S.B.: Lavorare con Vasco è un autentico sogno, la prima volta che abbiamo collaborato assieme mi sono detto: accidenti, questo artista è veramente di un altro livello! Suonare assieme è sempre una gioia immensa, non esistono parole per descrivere queste sensazioni; grazie a lui ho scoperto il vostro incredibile paese ed ho conosciuto mia moglie, ho avuto anche la possibilità di suonare sul palco del mitico stadio di San Siro di fronte ad ottanta mila fan in delirio. Vasco mi ha dato modo di esprimermi liberamente senza costrizioni e per questo gli sono eternamente grato. In questo momento è in fase di recupero e sono sicuro che sta preparando qualche magnifico progetto per il prossimo futuro.

R.G.: Con chi avresti il piacere di lavorare in futuro? E nei tuoi sogni?
S.B.: Mi piacerebbe continuare a collaborare con Vasco questo è sicuro, nel prossimo futuro vorrei lavorare ancora con Pino D’Agostino su qualcosa di nuovo mentre nei miei sogni vorrei che Paul McCartney mi chiamasse per suonare con lui, questa sì che sarebbe qualcosa da raccontare ai miei figli! (ride ndr.).

R.G.: La cosa migliore dell’essere un musicista professionista?
S.B.: Sicuramente il poter fare quello che si ama per la stragrande maggioranza del tempo. Fare musica e suonare in molti paesi è qualcosa di assolutamente incredibile, le emozioni che si provano sono difficilmente descrivibili, esistono anche diversi aspetti negativi come in tutte le cose, ad esempio il non poter stare con i propri cari quanto si vorrebbe per via delle lunghe trasferte in giro per il mondo. Mi considero comunque una persona estremamente privilegiata, vivere di musica è sicuramente una delle cose più belle che ci siano.

R.G.: Raccontaci un episodio divertente avvenuto durante i tuoi innumerevoli viaggi, qualcosa che ti fa sorridere ogni volta che lo riporti alla mente.
S.B.: Certo! Mi ricordo di quella volta a Santiago del Cile in cui dovevo suonare assieme ad Alice Cooper, la folla allo stadio era molto vicina alla cultura ed allo stile di vita punk e per tutta la durata della nostra performance il pubblico ha continuato a sputarci addosso, è stata la cosa più disgustosa ed allo stesso tempo esilarante che mi sia mai capitata! Ogni volta che ripenso a quegli istanti sono percorso da brividi di disgusto, un’esperienza che definirei assolutamente terrificante. 

R.G.: Grazie mille per la tua disponibilità Stef ed in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.
S.B.: Grazie a voi ragazzi è stato un vero piacere!

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