18th mag2013

Radiohead – Pablo Honey

by Alessio Capraro

Immaginate quattro bravi ragazzi dell’Oxfordshire, nel pieno degli anni ’90 con la “Nirvanamania” che dilaga ovunque, che si incontrano per mettere su un gruppo, cominciando a suonare in un garage o in uno scantinato. Io me la sono immaginata così. Ho immaginato che Pablo Honey sia venuto alla luce così, o almeno le prime bozze. A venti anni di distanza, si fa fatica a riconoscere che dietro questo album ci siano i Radiohead, che hanno cambiato genere più volte durante la loro carriera, facendo poi abbondante uso di effetti elettronici. Per la critica e per i fan questo album, rapportandolo con i successivi, è considerato una “falsa partenza”, e di sicuro è così, ma semplicemente perché sono gli “altri Radiohead”, pieni di speranze e di prospettive,  che aprivano i concerti di Alanis Morissette e che erano appena usciti dal mondo underground con il magnifico singolo Creep. Certo è un album fuorviante se si pensa che questo gruppo passerà poi a lavori come Ok, Computer e Kid A, ma è fantastico pensare che questa band inglese sia stata anche questo. Possono fare qualsiasi cosa. È indubbio che il tutto è molto semplice e grezzo, che la voce di Yorke esprime di sicuro le sue potenzialità, ma non è ancora una delle voci più belle della storia del rock, che le influenze del “grunge” e del “brit pop” si sentano non poco e che non sia ancora la loro giusta strada, che poi centreranno in maniera sublime. Già dal successivo The Bends, il gruppo si allontanerà da queste sonorità. Ma mai rinnegare il passato: senza Pablo Honey non ci sarebbero stati i successivi album e, anche se completamente diverso, è stato un “collaudo” della macchina “sforna-magie” che poi diventeranno. È come rivedere una vecchia foto di un bel ventenne sbarbato, con qualche brufolo qui e là, la pelle liscia, che poi diverrà un uomo maturo, aitante e di successo. Le sonorità sono sporche ma melodiche, sognanti e sentimentali. I pezzi hanno la caratteristica di passare da atmosfere ora tranquille ora rumoristiche, con qualche spunto brillante. L’album esce nel 1993 per la Parlophone ed è l’esordio per la band inglese.

La già citata Creep non poteva che essere uno dei singoli: è un fulmine a ciel sereno che si abbatte sul mondo della musica come per dire “ci siamo anche noi” e la voce di Yorke è da brividi. Ma è nell’alternanza tra pulito e distorto, sorta di “stop and go” delle chitarre, il vero punto di forza del brano. L’album si apre però con You, uno dei pochissimi pezzi di questo CD che i Radiohead tutt’oggi  riproducono live. Il riff è assolutamente semplice quanto geniale, carico di passione, ti isola da tutto, lasciando solo “you, me and everything”. Gli altri due singoli sono Anyone Can Play Guitar e Stop Whispering, che sono senza dubbio di pregevole fattura. Il primo è caratterizzato da un ritornello di stampo beatlesiano ma circondato da chitarre graffianti firmate anni ‘90, il secondo è una pura e dolce ballata che esplode man mano in una moltitudine di effetti, è un prato su cui correre per poi rotolarsi nell’innocenza dell’erba. La vena compositiva di Yorke, almeno nelle linee vocali, si fa già notare in pezzi come Ripcord e Prove Yourself, che ricordano molto i R.E.M., ma per i testi impegnati a cui ci ha abituati ci sarà tempo.

Anche per chi conoscesse poco i Radiohead,  potrebbe tranquillamente intuire che questo album è il loro primo lavoro da pezzi come Lurgee e I Can’t. Sono due brani di una tenerezza e innocenza disarmante, semplici, gioiosi, illibati, quasi ingenui, ma cantabilissimi. Troviamo addirittura degli spunti tendenti al punk alla Sex Pistols in How Do You?, dove il modo di cantare di Yorke ricorda molto quello di Johnny Rotten. Per niente incisivi, invece, sono Vegetable e Think About You. Quasi banali, sembrano essere stati inseriti in questo CD per forza, con poca convinzione. L’album si conclude con Blow Out, che sembra quasi preannunciare il cambiamento che la band avrà nei successivi lavori, perché è l’unico brano dove si riconoscono appieno i Radiohead e le loro sonorità, in particolare il suono inconfondibile delle chitarre nell’intro.

Pablo Honey è un album da analizzare a parte perché è completamente diverso dai successivi, è come se fosse stato composto da un’altra band. Se paragonato ai lavori che verranno e che consacreranno nel paradiso della musica questa band inglese, allora questa uscita non è affatto all’altezza. Ma se preso a parte, singolarmente, allora è un buon lavoro, soprattutto considerando che è il primo; è un diamante grezzo in attesa di essere levigato, che si incastra, però, benissimo negli anni ’90.

Autore: Radiohead Titolo Album: Pablo Honey
Anno: 1993 Casa Discografica: Parlophone
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.radiohead.com
Membri band:

Thom Yorke – voce, chitarra, pianoforte

Jonny Greenwood – chitarra, tastiere

Ed O’Brien – chitarra, voce

Colin Greenwood – basso, tastiere

Phil Selway – batteria, percussioni, voce

Tracklist:

  1. You
  2. Creep
  3. How Do You?
  4. Stop Whispering
  5. Thinking About You
  6. Anyone Can Play Guitar
  7. Ripcord
  8. Vegetable
  9. Prove Yourself
  10. I Can’t
  11. Lurgee
  12. Blow Out
04th mag2013

Melvins – Stoner Witch

by Alessio Capraro

Aggressivo, diretto, sporco. Stoner Witch si può sintetizzare così. Questo album è senz’altro uno dei migliori lavori dei Melvins. Composti da Buzz Osborne (King B), Mark Deutrom (Mark D) e Dale Crover (Dale C), la band ha saputo realizzare melodie orecchiabili senza però rinunciare al groove che li contraddistingue. Il loro sludge metal, come gli esperti del settore lo definiscono, è profondo, tanto da farti sobbalzare dalla sedia. Pubblicato nel 1994 per la Atlantic Records il disco si può suddividere in due parti: una di facile ascolto, con pezzi di breve/media durata, l’altra intrisa di sperimentazioni dove la durata dei brani si allunga. L’album ti travolge da subito, con un intro, Skweetis, di puro stoner e feedback, per continuare poi a smuoverti le membra con Queen e Sweet Willy Rollbar, in quest’ultimo la batteria è superlativa e trascinante. Il gioiello di questo disco, nonchè singolo, è senza dubbio Revolve. La ritmica del riff è di quelle che ti arrivano al cervello senza passare dal cuore, è inquietante, ammaliante, e la voce è più che mai incisiva. Da Goose Freight Train in poi, il sound si ammorbidisce, diventa psichedelico. Questo brano sembra trasportarti in una camera di motel, dove una sinuosa donna è lì per te, pronta ad esibirsi in un avvolgente striptease. Cambiando sound nello stesso album, i Melvins corrono il rischio di stonare; dimostrano invece, se ce n’era bisogno, di essere artisti a 360°, di essere in grado di far buona musica pur uscendo dai loro canoni e dal loro genere.

Ad eccezione di June Bug, pezzo strumentale hardcore, il resto dei pezzi sono sperimentali, quasi delle ballate rock, come Roadbull e At The Stake, per poi immergersi nella pura psichedelia (Magic Pig Detective, Shevil). L’album si chiude con Lividity, un pezzo che non ti aspetti dai Melvins: introspettivo, lento, che adagio ti accompagna alla fine. L’azzardo di Osbourne e soci è di quello che fa riflettere, è un ulteriore spartiacque verso la maturità artistica, infischiandosene di deludere in parte alcuni fan. La musica è anche questo: libertà di espressione fuori da qualsiasi canone.

Autore: Melvins Titolo Album: Stoner Witch
Anno: 1994 Casa Discografica: Atlantic Records
Genere musicale: Sludge, Stoner Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.melvins.com
Membri band:

King B – voce, chitarra, basso

Dale C – batteria, chitarra, voce

Mark D – basso, chitarra, voce

Tracklist:

  1. Skweetis
  2. Queen
  3. Sweet Willy Rollbar
  4. Revolve
  5. Goose Freight Train
  6. Roadbull
  7. At The Stake
  8. Magic Pig Detective
  9. Shevil
  10. June Bug
  11. Lividity
21st apr2013

Sex Pistols – Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols

by Piero Di Battista

“I am an antichrist, I am an anarchist..”; quanti di voi hanno sentito questo incipit di un famoso brano dei Sex Pistols? Magari qualcuno ha sentito anche la versione dei Motley Crue o dei Megadeth, ma il brano originale della band inglese è inarrivabile per svariati motivi, ovviamente stiamo parlando di Anarchy In The U.K., la canzone di certo più nota dei Sex Pistols e singolo del loro primo ed unico disco Never Mind The Bollock, Here’s The Sex Pistols. Prima di addentrarci nella recensione di questo fondamentale album, è giusto dare dei piccoli cenni biografici riguardo la band; nati nel 1975 dalle ceneri dei The Strand, band fondata da Paul Cook e Steve Jones, i Sex Pistols nel giro di nemmeno un paio d’anni si formano, sotto la regia abile di Malcolm McLaren, con gli arrivi di Glen Matlock prima e di Johnny Rotten dopo, ma sin da subito riescono ad attirare l’attenzione dei media non solo per i testi sfacciati dei loro brani, ma anche per svariati episodi che causano loro alcuni guai giudiziari; menzione particolare merita la rottura del contratto da parte della EMI (che pubblicò Anarchy In The U.K., primo singolo del gruppo) a causa della cattiva pubblicità che i Sex Pistols provocarono sia con le liriche del testo che con i loro comportamenti pubblici, spesso irriverenti ed a volte disgustosi.

Ma la cattiva pubblicità è sempre pubblicità; logica che McLaren percorre senza indugi, e dopo la rottura con la EMI, etichetta che successivamente verrà denigrata totalmente nel brano appunto E.M.I., i Pistols si accasano presso la A&M Records, con la quale pubblicano un altro brano storico: God Save The Queen. Ovviamente non si trattava di una rivisitazione dell’inno britannico anzi, fu un vero attacco contro la Regina ed il singolo fu pubblicato proprio in occasione del Giubileo d’Argento della Regina (ovvero i 25 anni di Regno), inutile raccontare le conseguenze della pubblicazione di questo singolo, se non che furono censurati dalle principali emittenti radiotelevisive inglesi ed anche arrestati per aver tentato di suonarla mentre si trovavano a bordo di una barca sul Tamigi durante il passaggio davanti a Westminster. Nel frattempo, precisamente ad inizio 1977, Matlock venne allontanato dalla band a causa di divergenze con gli altri membri, e fu sostituito da John Simon Ritchie, più noto come Sid Vicious, che entrò nei Sex Pistols non per le sue doti tecniche al basso, non ne aveva affatto di doti visto che non sapeva suonar lo strumento (si dice che Lemmy dei Motörhead tentò di insegnargli qualcosa ma senza successo), ma per la sua irriverenza e la sua attitudine da tipico punk inglese. Finalmente nell’ottobre del 1977 Never Mind The Bollocks vide la luce, il disco contiene dodici brani tra i quali quelli già citati, brani che rimangono tutt’oggi parte integrante della storia del punk più dal punto di vista sociale che tecnico-musicale.

Nel disco presenziano altri pezzi imprescindibili come Holidays In The Sun nella quale i Pistols raccontano di preferire la Berlino divisa dal Muro alla Londra grigia e soprattutto moralista di quel periodo, No Feelings svela il lato narcisista di Rotten, mentre Liar è un altro attacco, questa volta proprio contro il loro manager Malcolm McLaren. E come non citare Pretty Vacant? Brano nel quale i Sex Pistols ironizzano sulla disoccupazione giovanile e brano anche che causò loro un’altra grana: mentre erano ospiti al programma Top Of The Pops eseguirono il suddetto brano, seguito da insulti verso il presentatore, inutile dire che fu la prima ed unica partecipazione in quel programma televisivo. Never Mind The Bollocks fu una vera e proprio pietra miliare in quel periodo, i Sex Pistols incarnarono perfettamente la filosofia punk del “live fast, die young” e l’uscita di questo disco fu come una potente bomba nella scena musicale del periodo; immaginiamo che nell’Inghilterra dei tempi era un periodo magro per l’hard rock, il prog stava spopolando quindi un’uscita sia musicalmente che mediaticamente di un disco come questo non fece che smuovere il movimento da lì a venire, grazie anche ad altri gruppi fondamentali, i The Clash su tutti. Le noie della censura non mancavano mai: dal titolo del disco (bollocks=coglioni) ai testi nei quali Rotten e compagnia sputavano il loro sdegno totale verso il potere. Il disco sfatò anche una nota leggenda metropolitana cioè quella riguardo all’incapacità strumentale dei Sex Pistols, apparte Sid (per le parti di basso del disco fu richiamato in studio Matlock), gli altri erano tecnicamente preparati: la parte ritmica Matlock-Cook formava un binomio più che discreto, Jones era un chitarrista che ben si amalgamava con il sound proposto dal gruppo, e la voce sguaiata e a tratti stridula di Rotten faceva perfettamente da megafono nell’esprimere parole di sdegno citate poc’anzi.

I Sex Pistols però ebbero vita breve, si sciolsero un anno dopo l’uscita del loro unico disco, Rotten formò i Public Image Ltd ed anche gli altri si dedicarono ad altri progetti musicali. Vita, e non solo come “musicista”, breve la ebbe Sid Vicious, morto a soli 21 anni nel febbraio 1979 a causa di un overdose di eroina, vita breve ma sufficiente per diventare e restare la classica icona punk. Never Mind The Bollocks è un disco che ancora oggi resta fondamentale; fu un disco unico nel suo genere, perché rappresentava per alcuni anche come il nemico si potesse combattere dall’interno visto che fu edito da una major discografica, contravvenendo al “d.i.y” (do it yourself), credo fondamentale nel punk ma più negli U.S.A.. I Pistols non solo ci lasciano degli inni che potrebbero risultare attuali anche più di trentacinque anni dopo, ma ci lasciano uno stile che fu unico del loro genere: la loro rabbia, irriverenza e sfacciataggine sempre più crescenti proporzionalmente alle critiche ed alle censure del periodo, nichilismo e il vivere senza riferimenti allo stato puro, d’altronde le poche e semplici parole conclusive della loro God Save The Queen sono forse le più eloquenti: “no future, no future, no future for you”.

Autore: Sex Pistols Titolo Album: Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex   Pistols
Anno: 1977 Casa Discografica: Virgin Records
Genere musicale: Punk Voto: 10
Tipo: CD Sito web: http://www.sexpistolsofficial.com
Membri band:

Johnny Rotten- voce

Steve Jones – chitarra

Glen Matlock – basso

Sid Vicious – basso

Paul Cook – batteria

Tracklist:

  1. Holidays In The Sun
  2. Bodies
  3. No Feelings
  4. Liar
  5. God Save The Queen
  6. Problems
  7. Seventeen
  8. Anarchy In The U.K.
  9. Submission
  10. Pretty Vacant
  11. New York
  12. E.M.I.
20th apr2013

Pink Floyd – Atom Heart Mother

by Amleto Gramegna

Il progressive rock, o l’art rock, aveva l’abitudine di illustrare nei suoi brani concetti spaziali, astratti, ben lontani dalla realtà terrena. Esempi possono essere il  kosmic rock dei Tangerine Dream, che portavano con i loro lavori l’ascoltatore aldilà dei bastioni di Orione, o le atmosfere alla Lewis Carrol dei Genesis. I Pink Floyd, dopo essersi imbevuti di lsd e allucinazioni perverse del folle pifferaio Barrett, decisero di allontanarsi da questa forma di “astrattismo musicale” per tornare con i piedi in terra e portare il nuovo rock a una dimensione più vera. Ecco spiegato il perchè della copertina con la sua  bella immagine di una mucca. Lulubelle III, questo il nome della frisona, rappresentò per il progressive inglese un nuova icona: al posto dell’urlo kingcrimsoniano una pensosa mucca su un prato verde smeraldo. Autori di importanti manifesti psichedelici nei favolosi anni ’60, i Pink Floyd affrontarono i violenti anni ’70 con un’unica certezza: Syd Barrett, il vero genio, perso nei meandri della follia. Il vecchio folle diamante è stato definitivamente spento, soffiandoci su come si fa con un fiammifero. Senza di lui, direttore di orchestra, conduttore, manipolatore di idee, le cose necessariamente dovevano cambiare; non più fiabe, visioni, allucinazioni (così come era la natura del buon vecchio Syd) ma paranoie, visioni magniloquenti e tetre così come dettava il carattere lunatico del nuovo deus ex machina Roger Waters. Il disco a ben vedere è un’opera ambiziosa ma spesso confusa, dove due grosse suite vengono contrappuntate da tre piccoli brani di contorno.

La title track nasce in sala di registrazione come uno scarto della colonna sonora di Zabriskie point di Michelangelo Antonioni. È noto che per quella pellicola il regista emiliano contattò il gruppo e lo convinse a venire in Italia per “buttar giù” qualche brano, ma le cose andarono differentemente. Nonostante il quartetto si sforzasse in ogni modo, Antonioni finiva con l’addormentarsi in sala prove. Tra le tante idee proposte vi era anche una “cosa” di Waters composta di “pochi accordi, più adatta ad un film western”. Chiusa la parentesi cinematografica, il gruppo si ritrova in sala di registrazione per creare un nuovo lavoro e Waters decide di recuperare quei quattro accordi, anche grazie alla sapiente collaborazione di Ron Geesin, amico di Mason e compositore sperimentale. Il brano fu sottoposto ad una nuova vita: ampliato, diluito in ben sei parti, arricchito di un coro. Quasi un “concerto grosso” ante-litteram con evidenti spunti neoclassici. Inizialmente nota come Untitled Epic, la suite fu rinominata da Mason che, dietro suggerimento di Geesin, trasse spunto da articoli di giornale. Uno che attirò la sua attenzione era riferito all’applicazione di un pace maker atomico su una donna incinta ed il titolo era proprio “Atom Earth Mother”. Piccola curiosità: Stanley Kubrick richiese il brano per il film Arancia Meccanica ma il gruppo, forse per l’esperienza negativa con Antonioni, non diede il permesso. Però, se fate attenzione, nella sequenza in cui Alex si reca al negozio di dischi potrete notare una mucca seminascosta tra gli altri vinili.

La poetica If è il secondo brano. Piccolo brano dove svetta un delicato arpeggio di chitarra acustica e un vigoroso assolo di elettrica. Il testo esprime i sensi di colpa provati da Waters per la maniera in cui si era comportato con il vecchio leader e amico Syd Barrett. Una prova d’orchestra per ciò che sarà Wish You Were Here. Nel 2003 il brano sarà riproposto in italiano da Morgan nel suo “canzoni dell’appartamento”. Summer ’68 e Fat Old Sun scorrono veloci, senza lasciare nulla nella memoria. L’ultimo brano è un’altra suite, Alan’s Psychedelic Breakfast, questa volta in tre parti. Il brano nelle intenzioni degli autori doveva rappresentare il risveglio e la relativa colazione di un uomo di nome Alan (in realtà un roadies di nome Alan Stiles) e, sebbene con titolazione diversa, il brano era presente nel loro repertorio già da parecchi anni. Lo stesso Syd, negli ultimi concerti con la band, inscenava un siparietto dove si cucinava un uovo sul palco facendo ben attenzione a microfonare il tutto. Scenette simili proseguirono dopo Syd, anche se in maniera più discreta, con il gruppo impegnato a mimare risvegli e colazioni. Il disco fotografa il gruppo inglese in un momento cruciale per la sua storia, ad un bivio tra perdere tutto o conquistare il mondo. La storia darà ragione alla conduzione di Roger Waters, autore dei capolavori The Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here o The Wall, che deciderà di mettere la parola fine alla sua creatura nel momento di maggiore successo.

Per il momento accomodiamoci in poltrona, mettiamo su il vinile (noialtri siamo audiofili!) e ascoltiamo questo lavoro che fotografa una band che prosegue il suo cammino con la paura del domani non sapendo quale strada sia giusto prendere. E lo fa “inseguendo una vacca in un prato un giorno che aveva rotto col passato” (scusa Lucio!).

Autore: Pink Floyd Titolo Album: Atom Heart Mother
Anno: 1971 Casa Discografica: Emi/Harvest
Genere musicale: Progressive, Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.pinkfloyd.com
Membri band:

Roger Water – basso, voce, synth, chitarra

David Gilmour – chitarre, voce

Rick Wright – tastiere, voce

Nick Mason – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Atom Heart Mother
  2. If
  3. Summer ’68
  4. Fat Old Sun
  5. Alan’s Psychedelic Breakfast

 

03rd apr2013

Rammstein – Sehnsucht

by Alberto Lerario

A distanza di due anni dall’ottimo disco d’esordio intitolato Herzeleid uscito nel 1995, i Rammstein pubblicano Sehnsucht (“desiderio”), duro e puro “tanz metal” in cui emerge in modo ancora più marcato l’influenza techno-eletttronica che li aveva posti all’attenzione del grande pubblico. Con questo lavoro si intuisce inoltre l’attenzione che la band pone all’aspetto scenografico/visivo nel proporre ed intendere la loro musica che caratterizzerà i loro pirotecnici ed infuocati live, nel vero senso della parola. Sehnsucht infatti è stato prodotto in sei diverse edizioni ed in ognuna è raffigurato in copertina un membro della band in cui un oggetto metallico copre parte del viso: quella più conosciuta raffigura il cantante Till Lindemann con degli oggetti metallici posti sugli occhi che gli impediscono la vista, così come il chitarrista Richard Kruspe, l’altro chitarrista Paul Landers ha un punteruolo sul mento, Christian Lorenz ha un arnese che non gli consente di aprire la bocca, mentre il batterista Christoph Schneider ha un oggetto che lo costringe a spalancarla; in fine il bassista Oliver Riedel ha un passamontagna aperto a metà faccia. L’immagine che ne traspare è quindi gelida, acida, meccanica e tagliente, e questo è il sound dei Rammstein. Riff duri ed abrasivi, dotati di ottima linea melodica ripetuti in modo ipnotico accompagnati ed aiutati da inserti e bridges elettrotechno, fanno da maglia metallica alle caustiche linee vocali cantate sempre in lingua tedesca da Till Linderman.

In questo lavoro la band riesce perfettamente ad amalgamare il retroterra musicale culturale tedesco, metal e musica elettronica, facendoci assaggiare tutta la potenza teutonica. I testi poi sono sempre molto crudi e diretti, trattando tematiche spinose come rapporti sadomaso in Bück Dich o incestuosi in Tier. Per quest’ultimo brano la band fu accusata di plagio dal cantante metal tedesco dei Die Krupps, Jürgen Engler, il quale riteneva Tier fin troppo simile ad una suo composizione, The Dawning Of Doom (“Ritengo sia meglio essere il creatore piuttosto che un imitatore”). Si decise per patteggiare amichevolmente inserendo tra i ringraziamenti dell’album anche il suo nome. Tutto l’album è caratterizzato da un mood cibernetico e marziale, riusltando forse un po’ piatto nel complesso. All’interno però spiccano veri capolavori che saranno poi le pietre miliari dei loro live. Sehnsucht si apre con il botto con lo splendido riff della title track, seguita dalla meravigliosa Engel composta anch’essa da un riff granitico ed ipnotico ma caratterizzata da un fischio dolce e triste che conferisce un aria cupa al pezzo. Si torna a danzare a passo di marcia con Tier, musica dura e testo altrettanto, in cui si descrive un incesto.

Bestrafe Mich scivola via agilmente, per arrivare ad un capolavoro assoluto del metal in generale, Du Hast. Il riff portante del pezzo, ripreso sia dal basso che dalle chitarre è di quelli che ti inchioda alla sedia per poi farti esplodere d’energia. Ottimo il refrain melodico supportato in modo puntuale alla tastiera da Christian Lorenz con il suo bridge, che già da solo penetra nella mente. La voce di Linderman, fredda e glaciale è la ciliegina sulla torta di questo fantastico pezzo. Il singer ci mostra anche le sue capacità melodiche con la malinconica Klavier. Prima di questa traccia Bück Dich e Spiel Mit Mir dimostrano come questo album non cali mai d’intensità per tutta la sua durata. Con Alter Mann i Rammstein si cimentano in toni più epici, ma senza mai distaccarsi dalle loro armi preferite, riff granitici, vere e proprie rasoiate. Eifersucht farà storcere il naso a qualcuno, ma il riff elettro-techno poi ripreso dalle chitarre è davvero gustoso e coinvolgente. Impossibile rimanere fermi ascoltandolo. Rappresenta forse la linea di confine tra metal e musica elettronica, sconfinando maggiormente in quest’ultima. L’album si chiude con la buona Küss Mich.

Sehnsucht è un album davvero bello, trasversale, non destinato solo agli amanti della musica metal. Come unico difetto si può forse addurre alla troppa somiglianza tra i vari brani all’interno dell’album, però quanti altri big della scena rock hanno avuto successo con la ricetta “pochi riff, semplici ed incisivi?” E’una scelta musicale che hanno abbracciato anche i Rammstein, modernizzandola con aspetti elettronici, suoni duri e acidi. Visti i risultati la band tedesca è riuscita a conquistare le folle a pieno merito.

Autore: Rammstein Titolo Album: Sehnsucht
Anno: 1997 Casa Discografica: Motor Music Records
Genere musicale: Industrial Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.rammstein.de
Membri band:

Richard Kruspe Bernstein – chitarra

Paul   Landers – chitarra

Till Linderman – voce

Oliver Riedel – basso

Christoph Schneider – batteria

Christian Lorenz – tastiera

Tracklist:

  1. Sehnsucht
  2. Engel
  3. Tier
  4. Bestrafe Mich
  5. Du Hast
  6. Bück Dich
  7. Spiel Mit Mir
  8. Klavier
  9. Alter Mann
  10. Eifersucht
  11. Küss Mich (Fellfrosch)

 

16th mar2013

Pink Floyd – The Dark Side Of The Moon

by Amleto Gramegna

Considerato umanamente come uno dei capolavori assoluti del gruppo inglese, The Dark Side Of The Moon compie questo mese 40 anni esatti. Quale migliore ricorrenza per riascoltare insieme questo lavoro, dove i temi principali sono l’alienazione, la follia, lo scorrere del tempo e la ricerca continua del denaro. Tutti temi, a ben vedere, ispirati dal deus ex machina per eccellenza: Syd Barrett. La leadership del gruppo ormai è saldamente nelle mani di Roger Waters che, grazie all’apporto fondamentale degli altri musicisti, ha spostato l’asse compositivo da canzonette (vedi il primo periodo psichedelico) a vere e proprie composizioni. Basti pensare a Atom Heart Mother, vera e propria “opera rock” o alle lunghe digressioni musicali di Meddle. Fondamentale per la riuscita dell’album è anche l’apporto del loro tecnico del suono Alan Parson che, innovativo in questo, concepì lo studio di registrazione come un ulteriore strumento musicale. Molti brani, già rodati in tournée, vennero arricchiti di nuova luce e di nuovi straordinari effetti. Il successo è reale e concreto tanto che in questi quaranta anni è risultato al terzo posto tra i dischi più venduti di sempre con le sue cinquanta milioni di copie vendute. Waters decise di creare una serie di brani che avessero un unico tema di riferimento, in questo caso il “far arrabbiare la gente” e gli altri tre musicisti si dissero d’accordo con l’idea di creare un concept album. Traendo spunto dalle loro esperienze personali e dalla vicenda del buon vecchio Syd, Waters creò una preziosa collana di perle che a tutt’oggi risuona in tante case.

L’apporto di Alan Parson fu fondamentale. Tra un brano e l’altro, sommersi da assoli o da strumenti, si odono delle voci, risultato di una serie di interviste rilasciate da chiunque si trovasse nei paraggi di Abbey Road, che “dicevano la loro” sul tema dell’album. Tra gli intervistati anche Paul e Linda McCartney, ma il loro intervento non fu inserito nel disco in quanto Waters lo trovò inutile. I brani, come detto, erano stati già suonati dal vivo con un diverso titolo o diverso arrangiamento, e in studio le cose cambiarono. Il gruppo passava ore intere solo per riprodurre un particolare effetto sonoro. In Money, ad esempio fu utilizzato un metro per misurare varie sezioni di nastro, ognuna delle quali riproduceva un effetto sonoro particolare, come una cassa o un sacchettino di monete fatto cadere per terra, o un foglio di carta strappato, e poi ogni pezzettino di nastro contenente uno di questi effetti sonori veniva collegato all’altro, in maniera da formare un loop della durata di 7/4. Un altro esempio è il lavoro introduttivo di Time. Per l’intro fu utilizzata una registrazione del suono di tante sveglie e di tanti cronometri sincronizzati con un registratore multitraccia. L’album si apre con Speak To Me, piccola introduzione ad opera di Nick Mason. Un battito cardiaco rappresenta un fase di pre-nascita ove tutto tace, per poi scoppiare nell’urlo primordiale che funge da raccordo per Breathe, primo vero brano dell’album. Il testo è un invito alla calma, a respirare dopo una grossa fatica. Strumentalmente abbiamo una bellissima chitarra slide, suonata da Gilmour, e un’atmosfera pacata e rilassata.

Atmosfera che cambia totalmente in On The Run. Possiamo definire questo lavoro come ambient, quasi alla Brian Eno di Music For Airports. Infatti lo strumento utilizzato è un sintetizzatore Vcs 3 che crea un ipnotico pattern ritmico sul quale si stagliano voci e rumori registrati in un aeroporto oltre la chitarra di Gilmour che mima un treno. Il brano simboleggia la paura di morire durante uno spostamento. Di Time abbiamo detto dell’intro. Tutto il resto è una selvaggia “cosa” rock, con l’aggressività vocale di David in primo piano mentre i ritornelli sono affidati alla voce più placida di Rick Wright accompagnato da cori femminili. Ovviamente il solo di chitarra è uno di quelli che restano impressi nella memoria. Il testo è diviso in due grandi parti: nella prima è un giovane che si fa scorrere il tempo addosso mentre nella seconda lo stesso protagonista, ormai invecchiato, si rende conto che “…il sole è sempre lo stesso, relativamente parlando, ma tu sei più vecchio, con il fiato più corto e con un giorno in meno da vivere”. Time è collegata a un reprise di Breathe. In questa versione è introdotto il tema della religione come panacea alla morte. Ed infatti una canzone di morte e religione è la successiva, The Great Gig in The Sky. Di questa traccia ne abbiam già parlato in un precedente articolo (lo trovate cliccando qui). Saltiam quindi a piè pari alla seguente canzone, Money. Difficile brano in 7/4 caratterizzato da gagliardo riff di basso. Il testo è una critica all’eccessivo attaccamento al denaro, uno dei “lati oscuri” della natura umana, cause di disagio e sofferenza. È opinione comune che il denaro sia “la radice di tutti i mali odierni”, osserva Waters, ma nessuno è mai davvero disposto a privarsene. Piccola curiosità: nel film The Wall il piccolo Pink è punito per aver perso tempo in classe a scrivere dei versi piuttosto che ascoltare la lezione. Il maestro lo deride innanzi a tutta la classe leggendo quei versi, ossia il testo di Money.

Us & Them, dalle atmosfere lounge e jazzy è un residuo delle vecchie session per il film Zabriskie Point. Il tema del brano è la paura e l’inutilità delle guerre, tema che ritornerà  nel loro successivo lavoro The Wall. Interessanti le voci registrate che trattano l’argomento:“quando sei stato violento l’ultima volta?”. Any Colour You Like è uno strumentale che riconduce alla copertina dell’album, raffigurante un fascio di luce che si scompone nei sette colori dell’arcobaleno attraversando un prisma. Brain Damage tratta della follia e il soggetto è proprio Syd: “…Il pazzoide è nella mia testa..”. Ultimo brano è Eclipse che è la prosecuzione, dal punto di vista melodico, della traccia precedente. Il testo è uno dei più pregni di significato di tutto il corpus pinkfloydiano. Lo si può riassumere come la presenza dell’uomo atta a rovinare la completa armonia della natura. “…Tutto ciò che fai, tutto ciò che ti circonda sotto il sole è in sintonia, ma il Sole è eclissato dalla Luna”. Dunque, Luna intesa come follia e non come elemento astronomico. Alla fine del brano ricompare il battito cardiaco di Speak To Me accompagnato dalla famosa frase del portiere degli Abbey Road Studios: “…In realtà non c’è nessun lato oscuro della Luna. Di fatto è tutta scura. L’unica cosa che la fa sembrare luminosa è il sole”.

Piccola curiosità: negli anni è montata la leggenda metropolitana che il disco fosse una sorta di colonna sonora del film Il Mago Di Oz. Effettivamente, sincronizzando al film il disco, vi sono delle curiose analogie. Il viaggio dal Kansas al mondo fatato è accompagnato dal “viaggio lisergico” di On The Run mentre la fuga di Dorothy è accompagnata dalla frase “…nessuno ti ha detto quando iniziare a correre”. Inutile dire che è solo una fortunata coincidenza, smentita da tutto il gruppo compreso Alan Parson. Roger Water, in ogni caso, l’ha sempre trovata molto divertente.

Autore: Pink Floyd Titolo Album: The Dark Side Of The Moon
Anno: 1973 Casa Discografica: EMI/Harvest
Genere musicale: Progressive, Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.pinkfloyd.com
Membri band:

Roger   Water – basso, voce, synth, chitarra

David Gilmour – chitarre, voce

Rick Wright – tastiere, voce

Nick Mason – batteria, percussioni

Clare Torry – cori

Dick Parry – sassofono

Tracklist:

  1. Speak To Me
  2. Breathe
  3. On The Run
  4. Time – Breathe (reprise)
  5. The Great Gig In The Sky
  6. Money
  7. Us And Them
  8. Any Colour You Like
  9. Brain Damage
  10. Eclipse

 

14th mar2013

Rammstein – Herzeleid

by Alberto Lerario

L’associazione in lingua tedesca delle parole “rammen” (urtare con violenza) e “stein” (pietra), ricorda fortemente una località della Germania, Ramstein, divenuta nota dopo un gravissimo incidente aereo avvenuto nel 1988, durante un’esibizione di volo acrobatico. I Rammstein, appunto, si ispirarono a questo racconto quando scelsero il nome della band, in modo che fossero chiare fin da subito le intenzioni della band: musica potente, dura, di forte impatto, cantata in lingua tedesca la quale sembra stata quasi creata apposta per il metal, conferendo a questo genere musicale ulteriore potenza e maestosità, incastrandosi alla perfezione nell’incessante meccanismo ritmico. Ma la band teutonica non è solo questo, Till Lindemann e compagni si sono spinti oltre ad un banale incedere ritmico ed hanno deciso di non sposare la via della sola potenza musicale. Il tessuto ritmico dei Rammstein, infatti, non è arrichito da assoli barocchi o similari, ma fortemente colorato da numerose inserzioni\influenze elettroniche, techno, ebm (in fin dei conti siamo nella terra dei Kraftwerk). Il risultato è una musica poderosa, fortemente ritmata volta ad una melodia ritmica (una sorta di sabba musicale), definita dal tasierista della band “Doktor” Christian “Flake” Lorenz come “tanz metall”, ovvero dance metal.

Herzeleid è l’album di debutto di questa band formatasi nel 1995. L’opener Wollt Ihr Das Bett In Flammen Sehen? è davvero micidiale, solida e trascinante basata su un riff ipnotico e coinvolgente. Questo ottimo brano è subito seguito dalle altrattanto valide Der Meister e Weisses Fleisch in cui il sound duro che caratterizzarà la band rende benissimo l’idea di questa innarrestabile macchina teutonica. La marcia in più viene inserita con Asche Zu Asche portando l’ascoltatore a muoversi e ballare, continuando con la seguente Du Riechst So Gut. Seemann è un ottimo momento per rilassarsi ed ascoltare le capacità melodiche del carismatico cantante Till Lindemann. Il “panzer” tedesco torna in moto con le granitiche Das Alte Leid e Heirate Mich, quest’ultima utilizzata come colonna sonora nel film Lost Highway. Herzeleid e Laichzeit scivolano via velocemente senza far calare la tensione generale dell’album che si conclude con il brano Rammstein, un ipnotico metal sabba, lento, potente ed evocativo con le liriche che rievocano la tragedia aerea del 1988. Dal vivo questa traccia assumerà dei contorni ancor più impressionanti, il cantante infatti indosserà una giacca infuocata durante l’esecuzione del brano.

Herzeleid è un lavoro che lascia sicuramente il segno, il primo solido passo di una band caratterizzata da un sound di impatto, dalla forte matrice heavy contaminata da influenze elettro-techno. In questo modo la band evita di cadere nel banale e nell’anonimato, senza però eccedere in questo accontentando anche gli appassionati più puri del genere metal (quelli più integralisti forse un pò meno). Le liriche di forte impatto cantate egregiamente in lingua tedesca sono un fattore aggiunto. Se si considera poi che le esibizioni dal vivo si contornano con poderoso gioco di fuochi e luci davvero di impatto, senza che questo vada a discapito dell’esecuzione dei brani, si capisce perchè attualmente i Rammstein siano considerati attualmente tra i migliori in circolazione.

Autore: Rammstein Titolo Album: Herzeleid
Anno: 1995 Casa Discografica: Motor Music Records
Genere musicale: Industrial Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.rammstein.de
Membri band:

Till Lindemann – voce

Richard Kruspe – chitarra, seconda voce

Paul Landers – chitarra

Oliver Riedel – basso

Cristoph “Doom” Schneider – batteria

“Doktor”   Christian “Flake” Lorenz – tastiera

Tracklist:

  1. Wollt Ihr Das Bett In Flammen Sehen?
  2. Der Meister
  3. Weißes Fleisch
  4. Asche Zu Asche
  5. Seemann
  6. Du Riechst So Gut
  7. Das Alte Leid
  8. Heirate Mich
  9. Herzeleid
  10. Laichzeit
  11. Rammstein

 

09th mar2013

Fates Warning – Perfect Simmetry

by Marcello Zinno

Grande band i Fates Warning, tanto influente quanto sottovalutata nell’intera scena prog/heavy/rock. Il gruppo gira intorno alla figura carismatica e molto preparata di Jim Matheos, chitarrista davvero estroso che successivamente parteciperà anche ad un side-project dei Dream Theater (gli Office Of Strategic Influenze, meglio noti come OSI, con l’eclettico Mike Portnoy alla batteria e l’incomparabile Kevin Moore alla tastiera, presente anche in un album successivo dei Fates Warning). Abbandonate le sonorità “classic heavy” delle origini, i Nostri sfornano nel lontano 1989 questo capolavoro che prende il nome di Perfect Simmetry e che permette al combo del Connecticut di assumere delle sembianze proprie e evidenziare la propria personalità veramente forte nella scena prog dell’epoca. Mentre molto gruppi ostentavano a percorrere la strada dell’evoluzione, i Fates Warning puntavano a delle sonorità dannatamente ottantiane che risultano essere uno dei tanti contributi grazie ai quali oggi si ragiona in modo inverso, ricercando di tornare indietro nel sound di quel periodo. L’interessantissimo full-lenght dei 5 si apre con Part Of The Machine che introduce un sound ispiratissimo per gli attuali Pain Of Salvation e per altri gruppi che contribuiscono (a volte riuscendo, altre volte no) a scrivere ottime pagine progressive. La voce di Ray Alder subito si presenta in modo caldo ma tagliente: spacca le ritmiche molto intricate ed arricchisce il brano in modo inquantificabile. La batteria è un passo avanti e le parti di basso riescono a dir la loro; i tempi divengono sofisticati, le idee sono tantissime, la carne a cuocere messa su da questa traccia darebbe pasto sicuro ad un plotone pronto all’assalto, la noia è lontana anni luce dal travolgerci. Anche le doppie linee vocali convincono molto ed affascianano per le atmosfere create insieme ad un rullante che elogia gli anni ’80 con tutto ciò che ci hanno offerto; a tratti si nota un tocco di batteria simile a quello di Scott Rochenfield (Queensryche) e non a caso stiamo parlando di grandissimi esponenti.

Through Different Eyes è una canzone che da sola vale l’acquisto dell’album: l’apertura di chitarra dimostra che Jim ha il mondo nelle sue mani, il giro di basso fa perdere la testa ed è a prova di solfeggio, il ritornello è ruffiano quanto basta ma lungi dall’essere scontato, la voce carica di disperazione dà significato a tutto ciò che non può essere previsto, l’assolo è puro hard rock (e anche qui Chris De Garmo ne sa qualcosa). Il brano termina in fader lasciando spazio a Static Acts che, con delle battute di tamburi, apre le danze ad una sfuriata di riff in tipico stile power e con carica lanciati verso la strofa inizialmente blanda. Solo quando si entra nel pieno della canzone le chitarre si fanno risentire ed anche il buon vecchio Ray interpreta il brano in modo ineguagliabile: con il cuore dell’ascoltatore nelle proprie mani lo conduce in un sogno travolgente, una ballad mistica che fa breccia ed in cui si raggiungono picchi di acuti inarrivabili. Jim Matheos non è da meno e senza fretta si accinge ad introdurre le sue dolcissime note all’interno del bridge, non c’è che dire anche questo è un pezzo di valore. A World Apart ha le idee molto chiare, si continua sulla stessa onda per aggiungere sempre di più e riuscire nell’intento di scrivere qualcosa di irripetibile.

Molto più oscura delle precedenti, è un’agonia che viene trascinata per parole e parole, il doppio assolo porta dolore con sè ma è suonato con una sicurezza cementata e domata dai due egregi chitarristi; solo il termine della canzone fa intravedere uno spiraglio di luce, rappresentato da At Fate’s Hands. Già solo considerando che tutte le parti lente dell’album sono composte senza alcun uso della tastiera (solo a volte di un violino) ci fa capire quanto valga questa composizione. A questo punto si potrebbe dare spazio alla semplicità, cercare di catturare interesse optando per una via più diretta visto che se ne posseggono tutte le qualità…ed invece no: le ritmiche divengono sempre più complesse, dando un senso di sicurezza difficile da trasmettere e dei tempi che non sono mai suonati con superficialità ma sempre attentamente studiati e profondamente sentiti oltre che eseguiti. At Fate’s Hands non è una semplice traccia, bensì un’opera. Caratterizzata, oltre tutto, da una parte strumentale di notevole spessore e che porta con sè dei significati prog molto spiccati (ben ripresi dagli stessi Dream Theater per lo più in Metropolis Pt.2). Anche qui 7 minuti bastano per farci sognare. La carica ci porta The Arena e The Arena ci porta alla carica, con un Ray che non perde ispirazione nemmeno per un attimo e una coppia di chitarre che sanno bene ciò che vogliono e lo pretendono. Davvero una nota di pregio al cantato, sempre preciso, d’impatto e intenso di emozioni e di significati.

Parte Chasing Time, altra ballad che riprende le classiche sonorità lanciate da Perfect Simmetry ricalcando le orme delle atmosfere cupe di A World Apart ma aprendosi ad un intermezzo intensissimo: il charlestone sembra parlare, dire qualcosa, ma ben preso lascia spazio ad un violino che, come una piuma su un foglio bianco, lascia traccie indelebili nel tempo, negli anni. Nothing Left To Say è un misto di quello che si può trovare nell’intero album, prima con tempi scanditi e note intense ed impattanti, poi con calma ed incisione ci conduce verso la fine di un sogno che mai avremo immaginato tale. La voce di Ray sembra non avere confini, il potere sprigionato da Jim sembra spaccare la cassa armonica pur restando nei limiti di un prog molto classico. Il tempo cambia ben presto e da lontano giunge una ventata di tecnicità che dà nuova aria: fino all’ultimo il sogno sembra realtà e non è in noi il desiderio di delucidarne i confini, di chiarirne il significato né il motivo. Perché questo? perchè non si può conoscere il prog senza essere passati per i Fates Warning. Vi sembra di esagerare? Vuol dire che non li avete mai ascoltati.

Autore: Fates Warning Titolo Album: Perfect Simmetry
Anno: 1989 Casa Discografica: Metal Blade
Genere musicale: Progressive Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.fateswarning.com
Membri band:

Ray Alder   – voce

Jim   Matheos – chitarra

Frank Aresti – chitarra, voce

Joe   Dibiase – basso

Mark   Zonder – batteria

Tracklist:

  1. Part Of The Machine
  2. Through Different Eyes
  3. Static Acts
  4. A World A Part
  5. At Fates Hands
  6. The Arena
  7. Chasing Time
  8. Nothing Left To Say
16th feb2013

David Bowie – “Heroes”

by Amleto Gramegna

Secondo tassello della trilogia cosiddetta “berlinese”. “Heroes” è in realtà l’unico lavoro interamente concepito e realizzato in terra teutonica. Già, perché Low fu soltanto registrato presso gli studi Hansa Tonstudio ma i brani erano già stati abbozzati e provinati a Londra, mentre il successivo Lodger fu addirittura registrato tra Montreux e New York. In ogni caso, rispetto al precedente lavoro, Heroes è venato da una spirale di ottimismo maggiore. Bowie era ormai un rispettato cittadino tedesco, vivendo nel suo appartamento di Hauptstrasse, nel distretto popolare di Schönenberg. Aveva abbandonato i panni della rockstar androgina e aliena e viveva la città al suo massimo, tanto che successivamente dirà di non aver mai provato prima “tanto senso di libertà”. Quindi la depressione (“low”) era ormai alle spalle. Si può guardare il futuro con serenità, senza abbandonare però il timore della guerra fredda. Lo studio di registrazione era a 500 metri dal muro di Berlino e il produttore Tony Visconti ricorderà come le guardie rosse li spiavano dalle finestre con grossi cannocchiali. Anche qui è pagato il tributo al krautrock dei Can, Neu! e Kraftwerk ma alla maniera di Bowie, tanto che la Rca utilizzerà, come slogan, la famosa frase “C’è la Old Wave. C’è la New Wave. E c’è David Bowie” per sottolineare l’unicità di tale proposta. In più, rispetto al precedente lavoro, vi è un ospite di tutto rispetto: il chitarrista Robert Fripp. Il padre-padrone dei King Crimson si trasferisce a Berlino nell’appartamento di Bowie, insieme al suo sodale Eno, e realizza un lavoro chitarristico particolarmente epico ed innovativo.

Accompagnato da una copertina che farà storia, ispirata alle opere dell’artista Eric Heckel (in particolare Roquairol), ecco pronti dieci nuovi brani. Dieci nuove perle che ispireranno generazioni future. Si parte con Beauty And The Beast, nervoso brano rock con un Bowie “quasi sul punto di trasformarsi nell’incredibile Hulk” (come diranno alcuni critici). La canzone presenta una bella chitarra solista di Fripp “trattata” dai synth di Eno e la possente voce di Antonia Maas ai cori. Segue l’impetuosa Joe The Lion, un piccolo tributo all’artista Chris Burden. Le liriche furono praticamente improvvisate durante la registrazione da Bowie, questo sempre per sottolineare la libertà creativa dell’artista inglese. Terza traccia è la storica, mitica “Heroes”. Il titolo è una citazione del brano Hero del gruppo tedesco Neu! e le virgolette furono messe di proposito per dare un concetto ironico al messaggio. L’ispirazione della canzone, a quanto Bowie ha sempre raccontato, venne al suo autore dopo aver visto una coppia baciarsi proprio di fronte al famoso muro. Nella sua testa si formò l’immagine di una coppia di ultimi romantici pronti a vivere “solo un giorno da eroe”, sfidando l’autorità maligna che sorvegliava e ostacolava i due amanti in una sorta di 1984 di orwelliana memoria. La realtà, alla fine, era molto più semplice: i due amanti erano il produttore Tony Visconti, all’epoca sposato con la cantante Mary Hopkins, e la corista Antonia Maas. Bowie li sorprese mentre si abbracciavano davanti una finestra, che si affacciava proprio sul muro, e fece finta di nulla immaginando una coppia oppressa dal potere. La musica, scritta in collaborazione tra Bowie e Eno, è un’aggiornamento del Wall-of-sound. Così come profetizzato dal produttore Phil Spector ogni “spazio” sonoro doveva essere riempito, senza lasciare alcun tipo di buco. Dunque vi è un massiccio impiego di chitarre, percussioni e synth che creano la base. In più Eno, utilizzando nuovamente il suo synth VCS 3, crea un bordone basso. La perla di inventiva però la si deve al suono di chitarra di Robert Fripp: una continua onda di chitarra, sostenuta e armonizzata, quasi in un feedback controllato, supporta tutto il brano quasi duellando con l’eroica voce di Bowie.

Numerose le cover di questo capolavoro. Ricordiamo tra le altre quella dei Wallflowers (colonna sonora del film Godzilla), di Peter Gabriel e degli Oasis. Sons Of The Silent Age sembra quasi un brano scartato dalle session di Low per la sua atmosfera malinconica, guidata da un sax spaziale. Blackout è puro krautrock, con i suoi magniloquenti synth che svettano sulle schizofreniche liriche del nostro David. Come già per Low anche “Heroes” ha un lato completamente strumentale. Infatti la facciata b del disco si apre con V-2 Schneider, strumentale tributo a Florian Schneider leader dei Kraftwerk. Il testo, se così lo possiamo definire, consiste in alcune frasi manipolate da effetti di Phaser e Flanger. Sense Of Doubt consiste in un tema di quattro note di pianoforte discendenti quasi da suono dell’apocalisse. Qui si sente molto la mano di Brian Eno, soprattutto per l’utilizzo dei synth e per l’atmosfera ambient. Piccola curiosità: nel 1977 David Bowie la eseguì nel programma televisivo L’Altra Domenica, condotto da Renzo Arbore. Moss Garden è world music grazie all’utilizzo del Koto, strumento tradizionale giapponese. Neuköln è un quartiere di Berlino Ovest abitato in maggioranza da immigrati turchi. Ecco perché i fiati sembrano quasi suggerire immagini “viaggianti”.

The Secret Life Of Arabia è scritta in collaborazione con il chitarrista ritmico Carlos Alomar. Ultimo brano del disco presenta un testo minimale su base funky, anticipazione del lavoro futuro del nostro Duca Bianco, ma d’altra parte è il 1977 e la febbre del sabato sera è alle porte. Molti dei brani contenuti in questo disco sono presenti anche nella pellicola Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino del 1981, contenente anche un cameo dello stesso Bowie. Ma dalla fermata dello zoo spostiamoci ad un’altra tappa fondamentale. next station: Lodger.

Autore: David Bowie Titolo Album: “Heroes”
Anno: 1977 Casa Discografica: Rca
Genere musicale: New Wave, Ambient, Rock, Krautrock Voto: 8
Tipo CD Sito web: http://www.davidbowie.com
Membri band:

David Bowie – voce, sassofono, tastiere, effetti,   chitarre, basso

Carlos   Alomar – chitarre

George   Murray – basso

Robert   Fripp – chitarre

Dennis   Davis – batteria

Brian Eno – sintetizzatori, mellotron, effetti

Antonia Maas – cori

Tracklist:

  1. Beauty And The Beast
  2. Joe The Lion
  3. “Heroes”
  4. Sons Of The Silent Age
  5. Blackout
  6. V-2 Schneider
  7. Sense Of Doubt
  8. Moss Garden
  9. Neuköln
  10. The Secret Life Of Arabia
20th gen2013

David Bowie – Low

by Amleto Gramegna

Il successo non lo puoi controllare, punto. Non è che puoi impersonare tutta la vita l’alieno androgino Ziggy e andare eternamente in tour con in tuoi ragni da Marte. Non puoi chiuderti in un ruolo, fondamentale per il rock, ma marginale per la tua vita. Non lo puoi fare, no. Soprattutto se ti chiami David Bowie. Bello il glam, bellissimi i costumi, il glitter, il trucco esagerato, le parrucche, ma siamo ormai alla fine degli anni ’70 e il punk sta venendo alla luce. Dal mascara si passa al NO!, al nichilismo più bieco e malvagio, urlato dal cuore da una generazione che non voleva né vedeva alcun tipo di futuro. Londra pare ne sia culla, mentre poco più lontano, precisamente a Berlino, sembra abbiano aperto un’autostrada che va dritto verso le porte del cosmo, dove l’astronauta Bowman si perdeva e incontrava un grosso monolito nero. Da Bowman a Bowie il passo è breve ed il nostro David, che di alieni ne sa parecchio dopo il suo ruolo nell’incredibile L’uomo Che Cadde Sulla Terra, sa di dover cercare una nuova strada. Affascinato dai suoni avanguardistici e palpabili dei Neu!, Tangerine Dream e Kraftwerk crea per la pellicola che lo vede protagonista, un abbozzo di soundtrack influenzata da questi nuovi suoni ma, a causa dei tempi stretti di lavorazione, questa viene rifiutata e accantonata in vista di un nuovo lavoro. L’artista Bowie è dunque ad un punto morto. Così come un altro grande protagonista della scena glam, l’iguana Iggy Pop, che sciolti i suoi Stooges non sa come proseguire la sua carriera. Bowie vuole aiutare l’amico scrivendo per lui dei brani e offrendosi come produttore e regista.

Entrambi si ritirano in uno studio di registrazione e creano un lavoro, The Idiot, che sarà in grado di rilanciare in grande l’appannata carriera dell’iguana. The Idiot in realtà costituisce la vera e propria prova d’orchestra per Low. Brani preparati per Iggy verrano utilizzati da Bowie nel suo lavoro. In più i due musicisti si recano, per concludere le session di The Idiot, negli studi di Giorgio Moroder a Monaco di Baviera (dove verrano registrati alcuni tra i dischi più intriganti di Donna Summer) e infine agli studi Hansa-by-the-Wall di Berlino Ovest. Qui Bowie rimane affascinato dalla città, da quella sua atmosfera decadente, e qui decide di creare non più un album, ma una vera e propria opera. Oltre che pop e Moroder un altro incontro sarà fondamentale per la riuscita di questo album: il non musicista per eccellenza, Brian Eno. Eno e Bowie si stimavano reciprocamente. Il primo riconosceva la grandezza di Station To Station mentre il secondo apprezzava sinceramente il lavoro ambient che Eno portava avanti da un po’ come l’innovativo Music For Airport o Discreet Music. Così l’invito a collaborare insieme scatta subito. Uno dei principali apporti di Eno al lavoro finora già registrato consistette nella “tecnica delle 124 carte delle strategie oblique”, teoria da lui elaborata nel 1975. La tecnica consisteva in 124 carte illustrate che venivano girate a caso dai musicisti in studio che ricavavano di volta in volta nuove ed enigmatiche indicazioni su come portare a termine gli arrangiamenti (fondamentalmente si trattava di suggerimenti particolari come “enfatizza gli errori” o “usa un colore inaccettabile”). Se musicisti più rigorosi si sentivano presi in giro (ad esempio il chitarrista Carlos Alomar), altri apprezzarono molto tale idea. Lo stesso Bowie scoprì un nuovo modo di comporre, che lo appassionò molto e influenzò anche la scrittura delle liriche. Infatti l’idea della canzone-silenzio si fece largamente avanti, tanto che su 11 brani ben 6 sono completamente strumentali.

Ma l’intervento di Eno non si limitò solo alle strategie oblique. Grazie al suo sintetizzatore Ems Vcs 3 (quello di On The Run dei Pink Floyd) i brani furono dilatati, liquefatti. Il disco prese una luce “notturna” (passateci il termine) riflettendo realmente le condizioni delle registrazioni, effettuate prevalentemente di notte con Bowie, Eno e il produttore Tony Visconti in sala di regia. Le rifiniture furono terminate a Berlino Ovest, dove Bowie prese in affitto un appartamento in un quartiere popolare. Lì abbandonò i panni della rockstar, limitò il consumo di droga e cercò di rimettersi in forma (anche se prese il vizio del bere). Low fu completato nel novembre 1976 e presenta un primo lato di canzoni (nel senso più commerciale del termine) ed un secondo di composizioni (prevalentemente strumentali). Principalmente tutto il lavoro è pervaso da un senso di “depressione” (“Low”, appunto) e di disperazione. Speed Of Life è il primo brano, un energico strumentale rock, con una febbrile chitarra impegnata a saettare melodici lampi elettrici. Non da meno sono i preziosi sintetizzatori centellinati sullo sfondo atti a creare un wallpaper musicale di tutto rispetto. Breaking Glass è un funk urbano con un basso nero, dialogante con una meravigliosa batteria distorta (il produttore Visconti sarà molto orgoglioso di tale risultato). Le liriche tratteggiano le tematiche presenti nel primo lato quali alienazione, paura, depressione, nevrosi, violenza. Il testo parla di un amante geloso che distrugge la camera della sua compagna, con ambigui riferimenti alla magia nera, ben rappresentata dal malvagio riff suonato dai synth.

What In The World tratta del tema dell’agorafobia e presenta Iggy Pop ai cori. Il brano si caratterizza per un andamento particolarmente pop. Segue la famosa Sound And Vision, probabilmente il brano più conosciuto del disco. Un loop continuo di batteria, basso e chitarra ritmica fanno da gioiosa cornice ad un testo che gioca sulla differenza tra blue (inteso come colore) e blue (inteso come tristezza). Un malinconico sassofono fa capolino tra la calda voce di Mary Hopkin (moglie di Visconti) e la cupa intonazione di Bowie che si riflette nel controcanto di Eno. Always Crashing In The Same Car riflette i travagli interni di David quando si apprestava a comporre materiale per questo lavoro. Il problema maggiore era la noia della ripetitività. Londra, le sue feste, i suoi party, i suoi personaggi, facevano sì che, nonostante la voglia di cambiare, si incappasse sempre negli stessi errori e si andasse sempre “a sbattere contro la stessa macchina”. Proprio per questo motivo la scena berlinese fu considerata dall’ex Ziggy Stardust un bicchiere di limonata in un caldo deserto. Lo spunto per titolo e testo fu casuale. Un alticcio Bowie si trovava alla guida della sua vettura in un parcheggio sotterraneo di Berlino intento a parcheggiare ma, a causa del suo stato di alterazione, continuava a sbattere contro un’altra macchina parcheggiata. Il tutto sotto gli occhi di una stupita ragazza di nome Jasmine.

Per il suono che aveva in mente, in puro stile krautrock, Bowie richiese la collaborazione di Klaus Dinger dei Neu! che però rifiutò lasciando la porta aperta a Ricky Gardiner, il quale fece un lavoro epocale. Per Be My Wife fu registrato anche un videoclip. Il testo è un accorato appello ad una donna di “essere sua moglie”, in quel momento però, ironia della sorte, le cose tra Bowie e sua moglie Angie andavano male. Il primo lato si conclude con A New Career In A New Town e non è un caso che questo pezzo con questo titolo si trovi qui. Dall’altro lato le cose cambieranno e parecchio. Il vecchio Bowie rockstar muore definitivamente lasciando il posto all’esile Duca Bianco. Il brano è uno strumentale caratterizzato da un suono alla Kraftwerk con una batteria quasi sintetica e da una “ficcante” armonica che regge il tema. Ma vediamo qual è la nuova città. Girando il lato siamo accolti da sintetizzatori glaciali, cupi come un romanzo di Kafka, capaci di produrre l’ambient music più impenetrabile e all’avanguardia. Frutto della collaborazione Bowie/Eno è la fredda Warszawa. Il brano nacque principalmente ad opera di Eno che la scrisse al pianoforte in assenza del titolare Bowie ma seguendo le linee guida lasciate da quest’ultimo, ossia la ricerca di un brano lento con un andamento quasi religioso. La composizione venne successivamente rielaborata per sintetizzatori con una traccia vocale formata da suoni onomatopeici salmodianti atti a rendere maggiormente lo straniamento di un visitatore per le fredde strade della capitale polacca. Venendo dal centro della cultura pop per eccellenza, Londra, risiedere in città ferite dalle oppressioni dei regimi lasciava un senso di inadeguatezza. Lo stesso senso si riflette in Art Decade, derivante da una “gita” a Berlino Ovest e Weeping Wall, ispirata al muro che divideva le due città. Entrambi strumentali, i due brani riflettono il senso di frustazione ed angoscia dell’artista nel vedere una città in decadimento divisa da un enorme muro. Anche Weeping Wall ha una parte vocale costituita da suoni onomatopeici.

Chiude il lavoro Subterraneans residuo dell’abortita colonna sonora de L’uomo Che Cadde Sulla Terra. Strumentale sonoro ideato come incompiuto, caratterizzato da un assolo di sassofono. Ormai installato a Berlino, Bowie eleggerà come propria “casa” lo Studio Hansa e lì registrerà il successivo tassello della trilogia. Il mitico, poliedrico Heroes.

Autore: David Bowie Titolo Album: Low
Anno: 1977 Casa Discografica: Rca
Genere musicale: New Wave, Ambient, Rock, Krautrock Voto: 9
Tipo CD Sito web: http://www.davidbowie.com
Membri band:

David Bowie – voce, sassofono, tastiere, effetti,   chitarre, basso

Carlos   Alomar – chitarre

George   Murray – basso

Ricky   Gardiner – chitarre

Dennis   Davis – batteria

Mary   Hopkin – coro in Sound & Vision

Brian Eno – sintetizzatori, mellotron, effetti

Roy Young – pianoforte

Tracklist:

  1. Speed Of Life
  2. Breaking Glass
  3. What In The World
  4. Sound And Vision
  5. Always Crashing In The Same Car
  6. Be My Wife
  7. A New Career In A New Town
  8. Warszawa
  9. Art Decade
  10. Weeping Wall
  11. Subterraneans
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