18th giu2012

Alice In Chains – Black Gives Way To Blue

by Giuseppe Celano

Si potrebbe iniziare a dire che a volte ritornano, ma sarebbe scontato e incompleto. A ben quattordici anni dal loro ultimo album in studio, arriva Black Gives Way To Blue. In tutti questi anni molti di voi si saranno chiesti se ci sarebbe potuto essere un futuro senza Staley. Altri invece saranno saltati dalle proprie sedie, urlando al tradimento magari, dopo la notizia ufficiale del ritorno di Cantrell e soci. Alcuni infine si saranno chiesti: “ha senso oggi vedere una band, senza la sua insostituibile voce, manifesto di un movimento musicale che non esiste più?”. Andreste a vedere, e comprare, i dischi dell’Experience senza Jimi, o gli Zeps senza Plant o i Doors senza Morrison? A tutte queste domande di certo non risponderò io, ma il tempo e il loro nuovo disco. Gli Alice In Chains hanno rappresentato il lato più malato e sofferente di quel movimento che nei primi anni novanta ha sconvolto la fisionomia del rock. Oggi, orfani di quell’ugola che più di tutti ha incarnato il dolore, la band prova a risalire dallo sporco in cui era finita assoldando fra le sue fila il nuovo cantante, William DuVall. Se l’operazione riesce o no è arduo affermarlo con assoluta certezza. Quello che possiamo dire è che i quattro dimostrano di poter rimanere a galla proprio senza chi li aveva zavorrati tanto da portarli a uno scioglimento, in verità mai del tutto avvenuto. Tutto il peso di questo nuovo capitolo è sopportato dal secondo (a nessuno) fuoriclasse Cantrell, altra penna di fine grana capace di scrivere brani che stanno in piedi da soli, senza l’utilizzo di facili scappatoie ma con qualche mezzuccio che vi sveleremo alla fine di quest’articolo*.

Si parte sulle note di All Secret Known, opener che ci riporta indietro di quasi due decadi, la produzione è nel loro solito stile ma non graffia perchè ripulita a dovere in studio. DuVall vive in bilico, indeciso se scimmiottare Layne o prendere una via del tutto personale. Queste sensazioni si manterranno per l’intera durata del lavoro. La situazione peggiora, in maniera sensibile, con la successiva Check My Brain in cui la band cerca ruffianamente il favore del (suo) pubblico attraverso un appiccicoso ritornello e chitarre palesemente sulla falsa riga del tempo che fu. Insomma un autogol abbastanza goffo. Il primo vero brano in cui DuVall prova a tirare fuori un po’ di personalità, che non dispiace affatto, è Last Of My Kind, lontana dagli stilemi grunge e vicina al metal dei loro primi dischi. A quota quattro arriva Your Decision, ballatona in acustico vicina a Jar Of Flies e l’Unplugged, ma senza la stessa forza dirompente. Meglio fa la metallara A Looking In View in cui le voci continuano a incrociarsi come un tempo, le chitarre mordono e, anche se il senso di deja vu è fortissimo, il pezzo regge. In soldoni quest’album vive di luci e ombre, cozza con un passato troppo ingombrante per non essere preso in considerazione, ma possiede qualche colpo di reni degno di nota che non ci permette di liquidarlo come una mera operazione di marketing (Acid Bubble).

Gli Alice In Chains di oggi sfruttano tutta la loro esperienza (Lesson Learned) e i mezzi che hanno a disposizione senza nessuna vergogna, consci di una durata non sempre all’altezza della qualità, contro la quale l’unica cosa che l’ascoltatore può fare è saltare il brano passando alla traccia successiva. Non vi aspettate iperboli o cambi di rotta, purtroppo non c’è neanche la tanto agognata evoluzione del songwriting (Take Her Out). Nel disco si parla di fine e nuovo inizio, il compagno di tanti concerti Layne è sempre presente nei testi della band, forse non nel loro cuore, ma di sicuro occupa un grande spazio nelle loro memorie. Per i più curiosi l’album è stato completato il giorno del 43° compleanno di Jerry, vanta la presenza di Elton John nell’ultimo brano e contiene alcune controversie di stampo tecnico.

*Popdose.com ad esempio lo accusa di essere finito nella maglie della loudness war, la nuova tendenza digitale dove tutto è registrato a un volume al di sopra della norma per dare un senso di potenza maggiore anche nei dischi più scarsi.

Autore: Alice In Chains Titolo Album: Black Gives Way To Blue
Anno: 2009 Casa Discografica: Virgin
Genere musicale: Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.aliceinchains.com
Membri band:

William DuVall – voce

Jerry Cantrell – chitarra

Mike Inez – basso

Sean Kinney – batteria, percussioni

Elton John – pianoforte in Black Gives Way To Blue

Tracklist:

  1. All Secrets Known
  2. Check My Brain
  3. Last Of My Kind
  4. Your Decision
  5. A Looking In View
  6. When The Sun Rose Again
  7. Acid Bubble
  8. Lessons Learned
  9. Take Her Out
  10. Private Hell
  11. Black Gives Way To Blue
11th giu2012

Alice In Chains – Unplugged

by Giuseppe Celano

È il 1996 quando gli Alice In Chains, dopo tre anni d’assenza dai palchi, decidono di ripresentarsi al loro pubblico in febbricitante attesa. Unplugged esce il 30 giugno in versione CD/DVD e rappresenta la loro anima acustica, già parzialmente mostrata in Jar OF Flies. Registrato il 10 aprile 1996 al Majestic Theatre della Brooklyn Academy Of Music, la performance rappresenta uno degli highlight assoluti, per intensità emozionale, mai toccati dalla band. Per l’occasione il quartetto viene rafforzato da Scott Olson (Heart) alla seconda chitarra. L’atmosfera confidenziale di MTV Unplugged potrebbe ridicolizzare o esaltare le qualità tecniche e canore di qualunque band, nel caso degli AIC mai come ora questa location appare cosi calzante. Dal vivo i vecchi cavalli di battaglia, spogliati della struttura elettrica, risultano profondamente modificati. Ammirabile il certosino lavoro di arrangiamento che non modifica di un’unghia la loro potenza espressiva ma mostra anche il loro lato più delicato (Frogs). Killer Is Me, che chiude il lavoro, è l’unico inedito del disco mentre per il resto la band pesca a piene mani dal presente e dal passato.

Layne sale sul palco per ultimo, accompagnato dalle toccanti note di Nutshell, il fisico è chiaramente minato dall’uso di eroina, dimagrito, con palpebre truccate e dall’effetto tumefatto si sistema dietro il microfono fornendo una potentissima prova di forza. È come se volesse fuggire da quel mastino infernale che gli corrode le vene. Ma è insicuro, chiede conforto ai sui compagni di viaggio, confonde le parole di Sludge Factory e per sdrammatizzare ci gioca su. Non mancano le stupende Down In A Hole, anch’essa con qualche piccola imperfezione e una micidiale Rooster in cui Layne rasenta un’esecuzione perfetta. La performance non risente minimamente di questi dettagli entrando direttamente nell’olimpo delle serate acustiche di MTV. Per gli amanti delle chicche è bene ricordare che fra il pubblico della sera si “nascondevano” i Metallica, non a caso Inez intona il riff iniziale di Enter Sandman e sul suo bassa regna sovrana la scritta “Friends don’t let friends get friends haircuts“, in riferimento al nuovo look dei Four Horsemen.

Unplugged s’impone una delle prove più vere e potenti degli ultimi Alice In Chains, quelli che non si vedranno più in giro per un lungo periodo e che molti considereranno finiti con la morte di Layne avvenuta nel 2002. Ma la storia ci insegna che niente finisce mai veramente, il rinnovato sodalizio con il nuovo cantante, fortemente voluto da Cantrell, riaprirà il sigillo di una pratica che sembrava ormai definitivamente conclusa.

Autore: Alice In Chains Titolo Album: Unplugged
Anno: 1996 Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: Rock Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.aliceinchains.com
Membri band:

Layne Stanley – voce

Jerry Cantrell – chitarra

Scott Olson – chitarra

Mike Inez – basso

Sean Kinney – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Nutshell
  2. Brother
  3. No Excuses
  4. Sludge Factory
  5. Down In A Hole
  6. Angry Chair
  7. Rooster
  8. Got Me Wrong
  9. Heaven Beside You
  10. Would?
  11. Frogs
  12. Over Now
  13. Killer Is Me
04th giu2012

Alice In Chains – Alice In Chains

by Giuseppe Celano

1996, semplicemente Alice In Chains. Dopo l’inaspettato Jar Of Flies, e le improvvise virate acustiche, la band di Seattle torna al suono infernale, smussato in studio ma sempre sporco, drogatissimo e al limite del collasso. Più o meno come il sistema neurologico di Layne, ormai visibilmente minato da tutto ciò che, attraverso un ago e le vene del braccio, viene convogliato nel suo corpo. Il disco, per fortuna, non ne risente molto dal punto di vista dell’ispirazione e dell’efficacia. Tutto si apre sulle note minacciose di Grind in cui Layne avverte i suoi detrattori attraverso testi al veleno: “not to plan my funeral before the body dies, yeah”, insomma non è ancora arrivata la sua ora e Layne lo sputa come il veleno succhiato via da una ferita. Anche il secondo colpo, Brush Away, arriva dritta al centro del bersaglio con un sound plumbeo che confluisce nelle chitarre torride di Cantrell, qui particolarmente ispirato. Poi arriva Sludge Factory a ribadire definitivamente un messaggio già forte e chiaro: “you have always told me you’d not live past 25, I stay long enough to repay all who cause strife”. Musicalmente siamo di fronte a un incubo terribile che si trasforma in una coda asfittica in cui il senso di oppressione e disfacimento prendono il sopravvento.

Heaven Beside You, è un ibrido fra ballata e cavalcata psichedelica che ha dalla sua il ritornello e la melodia appiccicosa, ma che sulla lunga distanza mostra segni di cedimento abbastanza evidenti. La punta di diamante è Head Creeps, un demonio imbattibile di distorsione combinate, voci acidamente filtrate e ritornello forte di una soluzione melodica che solo gli AIC sanno costruire. La sezione ritmica pesante e circolare, che sul finire vira in qualcosa molto cara ai Soundgarden, sembra accompagnare la corsa di questo treno lanciato a folle velocità su un binario morto, dentro una caverna buia e senza via d’uscita. A un passo dalla chiusura arriva la straordinaria Frogs, una nenia funesta che (si) trascina lentamente verso l’oblio Layne, impegnato a tirare le somme attraverso le considerazioni finali del testo. Chiude (manco a dirlo) Over Now, apparentemente scritta dopo una storia d’amore chiusa male, ma per i maligni è la dichiarazione dell’ormai insanabile frattura fra Layne e il resto della band.

Tripod, rinominato così dai fan per il cane con tre gambe in copertina e sul retro la foto di un italiano con lo stesso problema, è l’album più triste della band. Il contributo fondamentale di Layne alle liriche tradisce una sofferenza, la stessa che potrete ritrovare in Mad Season, facilmente rintracciabile nei testi: “I’ve been hurtin, yeah, when I’m layin, I’m still tryin, concentrating on dyin’, yeah”. Meno scuro dei precedenti l’album sprigiona un’energia lenta e costante, non impatta violentemente, ma colpisce a fondo senza fermarsi neanche per un attimo. È il testamento definitivo di una band affacciata sull’orlo di un burrone nel quale solo il singer ormai è destinato a cadere. Ci sarà un ultimo e straziante incontro nell’intenso Unplugged, ma questa come sapete è un’altra storia e, se è vero che da noi la storia si ripete ogni lunedì, ci rivedremo presto per raccontarvela.

Autore: Alice In Chains Titolo Album: Alice In Chains
Anno: 1996 Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.aliceinchains.com
Membri band:

Layne Stanley – voce

Jerry Cantrell – chitarra

Mike Inez – basso

Sean Kinney – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Grind
  2. Brush Away
  3. Sludge Factory
  4. Heaven Beside You
  5. Head Creeps
  6. Again
  7. Shame in You
  8. God Am
  9. So Close
  10. Nothin’ Song
  11. Frogs
  12. Over Now
28th mag2012

Alice In Chains – Jar Of Flies

by Giuseppe Celano

Dopo il nerissimo e disperato Dirt ci si aspettava che la band di Seattle andasse ancora più giù o si risollevasse dallo sporco in cui era finita. Invece? E invece Staley e soci, che dichiarano di aver registrato il disco in una settimana di solitudine e alcol, usano i reni per spostare l’asse della loro musica verso qualcosa, se non del tutto nuovo, di sicuramente inaspettato. Jar Of Flies è un EP di alta classe composto da sette brani da brivido e introdotto dalle note di Rotten Apple, una stupenda take caratterizzata dall’equilibrio fra gli intrecci vocali, dall’uso delle chitarre acustiche e dal basso imponente di Mike Inez (proveniente direttamente dal mondo di Ozzy) a cui fa eco l’elettricità di Cantrell. Il sound è ancora scuro ma non più plumbeo, impossibile aspettarsi un disco gioioso da loro, Layne è uno che soffre, canta dalle viscere, passa attraverso il diaframma e risale lento su per i polmoni per poi rilasciare il tutto dalla gola, attraverso le sue corde vocali, un vero dono divino. Il suo canto è il frutto infernale che nutre dentro sé e lo mostra in Nutshell, brano acustico di una bellezza accecante e dalla tristezza incommensurabile. Il nome dell’album è ricavato da un esperimento di Cantrell su due barattoli di mosche e sul loro nutrimento.

Nonostante siano solo sette pezzi la qualità è così alta che il disco esordisce direttamente al primo posto di Billboard e viene accolto dal pubblico e dalla critica come un capolavoro. Dall’album vengono estratti due singoli e altrettanti video, l’apporto d’Inez è fondamentale nella scrittura della musica, mentre 2/3 dei testi sono di Staley. Escludendo la piccola parentesi strumentale Whale And Wasp, Jar Of Flies mostra una band in forma smagliante, capace di osare, di mostrare nervi e cuore. Tutti i loro organi sono avvolti dalla straordinaria melodia di Don’t Follow, forte di una performance micidiale di David Atkinson all’armonica che poi confluisce nello Swing (On This), ultima canzone jazzata che sigilla un gioiello da custodire gelosamente, da far sentire agli amici più cari, quelli che consideriamo meritevoli di accedere al sacro graal degli Alice In Chains.

Autore: Alice In Chains Titolo Album: Jar Of Flies
Anno: 1994 Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: Rock Voto: 9
Tipo: EP Sito web: http://www.aliceinchains.com
Membri band:

Layne Staley – voce

Jerry Cantrell – chitarra

Mike Inez – basso

Sean Kinney – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Rotten Apple
  2. Nutshell
  3. No Excuses
  4. I Stay Away
  5. Whale And Wasp
  6. Don’t Follow
  7. Swing On This
21st mag2012

Alice In Chains – Dirt

by Giuseppe Celano

1992, il grunge è in piena deflagrazione. La sua cultura esplode in mille piccoli pezzi sdoganando un messaggio pesante come un grosso macigno che colpisce la musica così violentemente da modificarne la direzione. Tutto il mondo non può ignorarlo, ormai Cobain porta il suo dolore sul palco, Layne è cosi profondamente drug addicted che i testi (“You can’t understand a user’s mind. Junkhead”) ne risentono significativamente. Anche il sound cambia, diventa più nero e claustrofobico e senza nessuna speranza, l’opener Them Bones illumina, si fa per dire, il nuovo sentiero di Cantrell e soci. L’eroina sembra aumentare la loro capacità di messa a fuoco come un cristallino ancora nel pieno delle sue funzioni di accomodamento, mentre le chitarre ribassate vengono sottoposte a un massiccio trattamento di distorsione. La pesantezza dei suoni si fa ancora più intensa in Damn That River fino a diventare asfissiante in Rain When I Die altro monoblocco di ghisa che colpisce in pieno volto chiunque sia si ponga all’ascolto di Dirt. Sickman è costruita su linee melodiche colme di una tristezza smisurata che sembra stemperarsi nella sezione centrale, forte di un bel arpeggio melodico, ma che come un tossico ricade nel drogatissimo verso iniziale.

Impossibile resistere a Rooster (nomignolo affibbiato al padre di Jerry durante la guerra in Vietnam) scritta da Cantrell ma cantata da Layne come fosse un suo frutto. Il suo andamento lento, e apparentemente rassicurante, esplode nel refrain in cui il singer fornisce una delle prove più intense dell’intero disco. Ma è nella title track che tutta la frustazione per la dipendenza dall’eroina emerge prepotentemente: Layne urla il suo messaggio “I have never felt such frustration, or lack of self control, I want you to kill me, and dig me under, I wanna live no more”. Si ritagliano un angolo di tutto rispetto Angry Chair, composta dal solo Layne, e Down In A Hole, (il brano più melodico e straziante di questo lavoro) ispirata dall’uso dell’oxycodone ma che secondo Cantrell fu scritta per una storia d’amore finita male. Chiude Would?, omaggio al cantante dei Mother Love Bone (morto anch’esso di overdose) per cui gli ex membri della sua band, insieme a Cornell e Cameron dei Soundgarden a cui si aggiunsero alcuni Pearl Jam, registrarono Temple Of The Dog, primo e unico disco dell’omonima band.

Dirt è un album difficile che ha spedito la band nell’olimpo del rock, la sua struttura è imperniata su un sound più vicino al metal che al grunge. Le liriche parlano di rabbia, comportamenti antisociali, droghe, guerre e dolore. Gli Alice In Chains si dimostrano una delle band più reattive e reazionarie di quel carrozzone chiamato grunge, la loro capacità di penetrazione sociale e le qualità dei singoli musicisti rendono quest’album un must assoluto che si posiziona al primo posto del loro percorso personale. P.s. Nel disco appare anche un cameo di Tom Araya (Slayer) nella untitled track, che in seguito assumerà il titolo Iron Gland, ispirata da Iron Man dei Black Sabbath.

Autore: Alice In Chains Titolo Album: Dirt
Anno: 1992 Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: Heavy Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.aliceinchains.com
Membri band:

Layne Staley – voce

Jerry Cantrell – chitarra

Mike Starr – basso

Sean Kinney – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Them Bones
  2. Dam That River
  3. Rain When I Die
  4. Sickman
  5. Rooster
  6. Junkhead
  7. Dirt
  8. Godsmack
  9. Iron Gland
  10. Hate To Feel
  11. Angry Chair
  12. Down In A Hole
  13. Would?
14th mag2012

Alice In Chains – Sap

by Giuseppe Celano

Non si scherza con il destino né gli si può sfuggire (e a questo punto per sdrammatizzare sarebbe doveroso citare il buon dottor Frankenstein Jr.) se ne guardano bene dal farlo gli Alice In Chains che, dopo aver ascoltato il racconto del sogno fatto dal loro batterista Kinney, decidono di intitolare questo lavoro Sap, proprio come aveva suggerito Morfeo. L’album è ricco di ospiti riconoscibili sin dall’opener Brother e I Am Aside su cui appare la voce di Ann Wilson degli Heart che affianca la straordinaria ugola di Layne. A differenza di Facelift, l’atmosfera sembra più rilassata e meno cupa, la melodia ha un ruolo importante che tradisce il lato più delicato della band mentre la violenza delle chitarre fa un passo indietro. Quello che non cambia sono gli intrecci vocali fra Staley e Cantrell che si scontrano con Chris Cornell e Mark Arm in Right Turn, tutti impegnati in una lotta all’ultima corda vocale. Chiude Love Story, non accreditata sulla tracklist e scritta da Kinney, un divertissement in studio fatto di dissonanze, rumorismi, voci distorte e senza un formato canzone che le conferisca un senso compiuto.

Sap non lascia intravedere nulla di ciò che sarà il futuro della band (Dirt), ma anticipa ciò che succederà in Jar Of Flies e Unplugged, ma questa è un’altra storia che come sempre vi racconteremo nella prossima puntata, stay tuned!

Autore: Alice In Chains Titolo Album: Sap
Anno: 1992 Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: EP Sito web: http://www.aliceinchains.com
Membri band:

Layne Staley – voce

Jerry Cantrell – chitarra

Mike Starr – basso

Sean Kinney – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Brother
  2. Got Me Wrong
  3. Right Turn
  4. I Am Aside
07th mag2012

Alice In Chains – Facelift

by Giuseppe Celano

Gli Alice In Chains non hanno bisogno di presentazioni, si potrebbe affermare che da soli abbiano fatto da traino per tutta la successiva esplosione del grunge. Sebbene i temi introspettivi, il flirt con le droghe pesanti nonché la provenienza territoriale li ricolleghino al filone grunge, la band di Seattle è un’adepta dell’heavy rock con venature psichedeliche. È il 1990, un anno prima dell’uscita di Nevermind, quando il nome dei quattro cavalieri sonici rimbalza fra gli addetti ai lavori con l’uscita di Facelift. È un suono nuovo, anche se le connotazioni sono molto vicine al metal, con accordature ribassate, distorsione in evidenza e assoli a cascata, ma c’è qualcosa di malato e insano nella musica dei Nostri che le altre band proprio non hanno. Il tutto, o quasi, è da ricondurre alle liriche intimiste e delicate di Layne, indimenticato singer dalle straordinarie doti canore. I suoi testi parlano spesso di dolore e morte e pian piano rivelano la dipendenza da eroina che a lungo andare lo porterà al disfacimento psicofisico, fino alla morte avvenuta nel 2002. Ma questa è un’altra storia di cui non vogliamo occuparci.

L’opener We Die Young contiene tutti i punti di riferimento di questa grande band che da sempre ha stupito il suo pubblico con imponenti cambi di direzione ma senza mai perdere il proprio carattere oscuro. Sono le chitarre a essere protagoniste insieme alla triste voce di Layne che, a differenza degli screamer come Cornell, sfrutta una grande tecnica che si piega alla fantasia e a quel lutto rinchiuso nelle sue viscere (Sea Of Sorrow). Basterebbe la sola Man In The Box a meritare l’acquisto dell’intero album, Layne canta le sofferenze di un uomo (lui) martoriato dalla dipendenza. L’andamento lento ma potente, il ruggito vocale e il rifferama granitico di Cantrell si uniscono al suono muscolare di Mike Starr (altra vittima dell’eroina) dando vita al suono che da lì in poi marchierà a fuoco la loro carriera. Alice non si dà pace costretta in quelle catene, si contorce e sprigiona energia ammaliando attraverso gli intrecci vocali di Layne e Jerry che, nella melodica sezione centrale del pezzo, danno il massimo dimostrandosi una coppia dall’incastro perfetto. Perfetto l’incipit lento e melodico di Bleed The Freak che sembra allentare la tensione per poi colpire alle spalle quando le difese sono basse. La violenza del loro sound, il potenziale impatto sul mercato musicale e sulla psiche dell’ascoltatore verranno capite solo più in là nel tempo, quella degli Alice In Chains è una rivoluzione cosi violenta da essergli costata l’implosione.

Nonostante alcuni passaggi meno innovativi come I Can’t Remember o Put You Down, che nonostante tutto rimangono grandi classici dell’hard rock, i passaggi migliori sono da ricercare in brani come I Know Somethin’ (‘bout You) e nella morbosa Love Hate Love, spesso presentata dal vivo come la canzone del dolore. È roba da pelle d’oca e brividi su per il corpo, sei minuti abissali in cui Layne è un mostro assoluto, il suo potere vocale ha qualcosa di sovrumano. In copertina un volto deformato e dietro l’immagine della band soffocata da un cellophane sono il biglietto da visita con cui i Nostri (si) presentano al pubblico di tutto il mondo il loro messaggio soffocante e claustrofobico. Il resto è storia, una storia che vi racconteremo ogni lunedì.

Autore: Alice In Chains Titolo Album: Facelift
Anno: 1990 Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: Heavy Rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.aliceinchains.com
Membri band:

Layne Staley – voce

Jerry Cantrell – chitarra

Mike Starr – basso

Sean Kinney – batteri, percussioni

Tracklist:

  1. We Die Young
  2. Man In The Box
  3. Sea Of Sorrow
  4. Bleed The Freak
  5. I Can’t Remember
  6. Love, Hate, Love
  7. It Ain’t Like That
  8. Sunshine
  9. Put You Down
  10. Confusion
  11. I Know Somethin’ (‘bout You)
  12. Real Thing