21st mag2013

Underfloor – Quattro

by Marcello Zinno

Il titolo del nuovo lavoro parla già da sé: Quattro a significare la quarta pubblicazione a nome Underfloor ma non solo, il nome richiama anche l’abbandono della formazione a tre elementi per inglobare definitivamente il quarto componente che altri non è che Giulia Nuti con il suo violino (in alcuni brani trasformato in viola). Scelta sulla carta fatta per dare definizione ad un sound che si stava evolvendo, ricomprendendo arrangiamenti diversi e che data la sua complessità aveva bisogno di una mente aggiuntiva in moto per i nuovi brani. Questa però è pura teoria perchè nella pratica, pur constatando un amore artistico per la musica, si percepisce una certa confusione compositiva. La commistione di influenze non è sempre al servizio del valore musicale ma sembra varcare strade diverse, spaesando l’ascoltatore. Se con i precedenti lavori si era parlato di alternative rock mescolato al progressive, qui possiamo dire che emerge un certo pop rock con influenze psichedeliche che talvolta oseremo accostare più a certi scenari dream pop (Lei Non Sa) che non a sperimentalismi legati al passato. La ricerca della melodia, soprattutto vocale, è forte e solo talvolta si lascia ampio spazio agli strumenti, in alcuni di questi casi si tratta di uno spazio eccessivamente protratto come in Indian Song o nella strumentale Solaris, non approfittando del potenziale che il quartetto potrebbe esprimere principalmente nel suo connubio classico/moderno di suoni.

Si varca quindi senza un piano ben definito ma sforzandosi di creare qualcosa di originale. Ma il programma qual è? Cosa si vuole raggiungere? Più piacevole il mood di Stomp, ma si tratta di un passaggio estemporaneo che subito cala adrenalina nella successiva L’uomo Dei Palloni, ennesimo sforzo allungato di ricercatezza sonora senza un vero punto di riferimento. È un peccato perchè c’è un potenziale che si cela sotto questi quattro ragazzi, in termini di produzione e di desiderio di arricchimento del singolo brano, che potrebbe lanciarli in alto ma come sappiamo l’energia va incanalata altrimenti rischia di “non uscire” e di implodere. Speriamo in una loro, giusta, evoluzione.

Autore: Underfloor Titolo Album: Quattro
Anno: 2013 Casa Discografica: Suburban Sky Records
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.underfloor.it
Membri band:

Guido Melis – voce, basso

Marco Superti – chitarra

Giulia Nuti – viola, violino

Lorenzo Desiati – batteria

Tracklist:

  1. Come Un Gioco
  2. Don’t Mind
  3. Indian Song
  4. Lei Non Sa
  5. Linee Di Confine
  6. Solaris
  7. Intorno A Me
  8. Stomp
  9. L’uomo Dei Palloni
  10. Sul Fondo
18th mag2013

Radiohead – Pablo Honey

by Alessio Capraro

Immaginate quattro bravi ragazzi dell’Oxfordshire, nel pieno degli anni ’90 con la “Nirvanamania” che dilaga ovunque, che si incontrano per mettere su un gruppo, cominciando a suonare in un garage o in uno scantinato. Io me la sono immaginata così. Ho immaginato che Pablo Honey sia venuto alla luce così, o almeno le prime bozze. A venti anni di distanza, si fa fatica a riconoscere che dietro questo album ci siano i Radiohead, che hanno cambiato genere più volte durante la loro carriera, facendo poi abbondante uso di effetti elettronici. Per la critica e per i fan questo album, rapportandolo con i successivi, è considerato una “falsa partenza”, e di sicuro è così, ma semplicemente perché sono gli “altri Radiohead”, pieni di speranze e di prospettive,  che aprivano i concerti di Alanis Morissette e che erano appena usciti dal mondo underground con il magnifico singolo Creep. Certo è un album fuorviante se si pensa che questo gruppo passerà poi a lavori come Ok, Computer e Kid A, ma è fantastico pensare che questa band inglese sia stata anche questo. Possono fare qualsiasi cosa. È indubbio che il tutto è molto semplice e grezzo, che la voce di Yorke esprime di sicuro le sue potenzialità, ma non è ancora una delle voci più belle della storia del rock, che le influenze del “grunge” e del “brit pop” si sentano non poco e che non sia ancora la loro giusta strada, che poi centreranno in maniera sublime. Già dal successivo The Bends, il gruppo si allontanerà da queste sonorità. Ma mai rinnegare il passato: senza Pablo Honey non ci sarebbero stati i successivi album e, anche se completamente diverso, è stato un “collaudo” della macchina “sforna-magie” che poi diventeranno. È come rivedere una vecchia foto di un bel ventenne sbarbato, con qualche brufolo qui e là, la pelle liscia, che poi diverrà un uomo maturo, aitante e di successo. Le sonorità sono sporche ma melodiche, sognanti e sentimentali. I pezzi hanno la caratteristica di passare da atmosfere ora tranquille ora rumoristiche, con qualche spunto brillante. L’album esce nel 1993 per la Parlophone ed è l’esordio per la band inglese.

La già citata Creep non poteva che essere uno dei singoli: è un fulmine a ciel sereno che si abbatte sul mondo della musica come per dire “ci siamo anche noi” e la voce di Yorke è da brividi. Ma è nell’alternanza tra pulito e distorto, sorta di “stop and go” delle chitarre, il vero punto di forza del brano. L’album si apre però con You, uno dei pochissimi pezzi di questo CD che i Radiohead tutt’oggi  riproducono live. Il riff è assolutamente semplice quanto geniale, carico di passione, ti isola da tutto, lasciando solo “you, me and everything”. Gli altri due singoli sono Anyone Can Play Guitar e Stop Whispering, che sono senza dubbio di pregevole fattura. Il primo è caratterizzato da un ritornello di stampo beatlesiano ma circondato da chitarre graffianti firmate anni ‘90, il secondo è una pura e dolce ballata che esplode man mano in una moltitudine di effetti, è un prato su cui correre per poi rotolarsi nell’innocenza dell’erba. La vena compositiva di Yorke, almeno nelle linee vocali, si fa già notare in pezzi come Ripcord e Prove Yourself, che ricordano molto i R.E.M., ma per i testi impegnati a cui ci ha abituati ci sarà tempo.

Anche per chi conoscesse poco i Radiohead,  potrebbe tranquillamente intuire che questo album è il loro primo lavoro da pezzi come Lurgee e I Can’t. Sono due brani di una tenerezza e innocenza disarmante, semplici, gioiosi, illibati, quasi ingenui, ma cantabilissimi. Troviamo addirittura degli spunti tendenti al punk alla Sex Pistols in How Do You?, dove il modo di cantare di Yorke ricorda molto quello di Johnny Rotten. Per niente incisivi, invece, sono Vegetable e Think About You. Quasi banali, sembrano essere stati inseriti in questo CD per forza, con poca convinzione. L’album si conclude con Blow Out, che sembra quasi preannunciare il cambiamento che la band avrà nei successivi lavori, perché è l’unico brano dove si riconoscono appieno i Radiohead e le loro sonorità, in particolare il suono inconfondibile delle chitarre nell’intro.

Pablo Honey è un album da analizzare a parte perché è completamente diverso dai successivi, è come se fosse stato composto da un’altra band. Se paragonato ai lavori che verranno e che consacreranno nel paradiso della musica questa band inglese, allora questa uscita non è affatto all’altezza. Ma se preso a parte, singolarmente, allora è un buon lavoro, soprattutto considerando che è il primo; è un diamante grezzo in attesa di essere levigato, che si incastra, però, benissimo negli anni ’90.

Autore: Radiohead Titolo Album: Pablo Honey
Anno: 1993 Casa Discografica: Parlophone
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.radiohead.com
Membri band:

Thom Yorke – voce, chitarra, pianoforte

Jonny Greenwood – chitarra, tastiere

Ed O’Brien – chitarra, voce

Colin Greenwood – basso, tastiere

Phil Selway – batteria, percussioni, voce

Tracklist:

  1. You
  2. Creep
  3. How Do You?
  4. Stop Whispering
  5. Thinking About You
  6. Anyone Can Play Guitar
  7. Ripcord
  8. Vegetable
  9. Prove Yourself
  10. I Can’t
  11. Lurgee
  12. Blow Out
11th mag2013

Radiohead – In Rainbows

by Alessio Capraro

Ci sono gruppi che sfornano un album all’anno, forse per rimanere sulla cresta dell’onda sempre e ad ogni costo o forse perchè cercano di essere sempre presenti per non finire nel dimenticatoio. Poi ci sono gruppi che si prendono delle lunghe pause tra un album e un altro, alle volte anche di svariati anni, cercando di non essere scontati, di rinnovarsi e nello stesso tempo di essere fedeli alle loro radici. È il caso dei Radiohead, gruppo “spaziale”, che ha avuto nel tempo un successo e un’evoluzione musicale fuori dal comune, rimanendo però sempre al di fuori dal mainstream, dal “commerciale”, senza fare scandalo, come un uomo che rimane in silenzio per parecchio tempo e poi dice poche cose ma geniali. Questa band dell’Oxfordshire, formatasi nel 1985, è composta attualmente da tutti i membri originari: Thom Yorke (voce, chitarra, pianoforte), Jonny Greenwood (chitarra, tastiere), Ed O’Brien (chitarra, seconda voce), Colin Greenwood (basso, sintetizzatori) e Phil Selway (batteria). In Rainbows è il settimo album della band inglese e, fino alla pubblicazione nei negozi, è stato possibile scaricare i brani dal sito del gruppo con la formula del “pay what you want”. Tale sistema era già stato attuato in precedenza da altri gruppi, ma mai da una band di calibro mondiale come i Radiohead. Altra curiosità di questo disco, pubblicato nel 2007 a 4 anni di distanza dal precedente Hail To The Thief, è che le sessioni di registrazione erano iniziate quando il gruppo non aveva ancora un’etichetta, dato che il contratto con la EMI era scaduto nel 2004. La band decise di andare avanti per conto proprio, facendosi supportare solo dal produttore Nigel Godrich, considerato il “sesto Radiohead” dal gruppo.

Di sicuro l’album, anche per questi motivi, attirò su di sé da subito le attenzioni, ricevette molte critiche positive e presenta delle sonorità molto più accessibili rispetto al passato. Il disco si apre con 15 Step caratterizzata dall’uso di effetti, principalmente sulla batteria, da un suono di chitarra limpido e piacevole, e da giri di basso azzeccati. La canzone scorre dolce, flebile. La successiva Bodysnatchers abbandona un pò l’uso del sintetizzatore per dare spazio alle chitarre, distorte al punto giusto, che si intrecciano egregiamente alla fine del pezzo in un’esplosione: noterete che la vostra testa si muoverà da sola. È una delle canzoni più coinvolgenti dell’album. Nude è un pezzo completamente diverso ed è uno dei singoli dell’album. È un brano claustrofobico, la voce di Yorke materializza davanti a sé un angelo in caduta, triste, angosciante, consapevole del proprio destino. Si passa poi a Weird Fishes che forse è il pezzo che lascia meno il segno. Con un arpeggio di base che accompagna tutto il brano, è orecchiabile, ma i Radiohead ci hanno abituati a ben altro. Il testo di All I Need è di quelli che fanno rabbrividire ed emozionare. È una richiesta di aiuto, una richiesta d’amore, “una farfalla notturna che vuole soltanto condividere la tua luce“, accompagnata da un ottimo arrangiamento dove le tastiere la fanno da padrone. Per questo brano fu creato anche un videoclip. Faust Arp è una ballata semplice e dolce, spoglia di suoni rispetto ai precedenti brani, che ha come protagonista una chitarra acustica ed un ritornello stuzzicante.

Si procede con Reckoner dove è presente un suono di chitarra sublime con un riff adorabile, il tutto farcito da una voce flebile, giusta, anche se a tratti depressiva. La raffinatezza della voce raggiunge il suo apice in House Of Cards: impreziosita da molti effetti, delay in primis, sembra provenire da un’altra dimensione, e la band la sostiene benissimo, lasciandola libera di esprimersi. Semplice e diretto è probabilmente il miglior brano di questo album. Impreziosita da un video particolare, Jigsaw Falling Into Place, altro singolo di questo disco, è un pezzo ritmato. Anche se sempre presenti, tastiere e sintetizzatori sono meno in evidenza e più da “sfondo” ed è il basso la spina dorsale di questo pezzo. L’album si conclude con Videotape che miscela un suono semplice e pulito di un piano, ripetendo a “loop” lo stesso giro, con effetti campionati di batteria molto “ambient”. Un brano perfetto da mettere come sottofondo a dei titoli di coda, come giusto che sia per la fine di un disco.

In Rainbows è un’altalena: o porta alla totale depressione e introspezione o ti scioglie totalmente da ogni preoccupazione. Alcuni brani non sono all’altezza dei Radiohead, ma la voce di Yorke rimane splendida ed ha l’effetto di 30 valeriane. Anche se osannato, probabilmente perchè è l’album più orecchiabile del gruppo inglese, non è il loro miglior lavoro. I troppi alti e bassi non lo rendono una pietra miliare della musica, come di sicuro lo è OK Computer, ma resta comunque un buon disco. Il problema è che dai Radiohead ci si aspetta sempre il massimo, ci hanno viziati. Sono una di quelle band che lascia, vuoi o non vuoi, sempre un solco nella tua mente e che ti fanno sussurrare, una volta ascoltati, la parola “geni”.

Autore: Radiohead Titolo Album: In Rainbows
Anno: 2007 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.radiohead.com
Membri band:

Thom Yorke – voce, chitarra, pianoforte

Jonny Greenwood – chitarra, tastiere

Ed O’Brien – chitarra, voce

Colin Greenwood – basso, tastiere

Phil Selway – batteria, percussioni, voce

Tracklist:

  1. 15 Step
  2. Bodysnatchers
  3. Nude
  4. Weird Fishes/Arpeggi
  5. All I Need
  6. Faust Arp
  7. Reckoner
  8. House of Cards
  9. Jigsaw Falling into Place
  10. Videotape
11th mag2013

Guignol – Addio Cane!

by Marcello Zinno

Il nostro Paese in più di una circostanza è stato ben attento a prendere una posizione chiara e netta, forse per paura di trovarsi contro chi faceva parte dello schieramento opposto o forse perchè non aveva delle idee chiare che gli permettessero di parlare con convinzione. Così è anche nella musica dove molte band mantengono, un pò per coerenza (“forzata”), un pò per le motivazioni già dette, questo atteggiamento nel tentativo di creare una proposta musicale propria, muovendosi tra influenze diverse o addirittura generi mutevoli lungo il loro cammino. E non c’è maturità stilistica né sviluppo musicale che tenga, perchè non si tratta di un sound che si evolve, venendo al caso Guignol, un sound incentrato su influenze blues-folk e sfuriate punk-blues dei loro esordi e un rock timidamente alternativo, con il loro ultimo Addio Cane!. Alternativo come può sonare Blues Del Buco (tutt’altro che blues), figlio mai riconosciuto di un sound “afterhoursiano”, o la pseudo-western di In Nessun Luogo. Ma al di là dei tentoni che proseguono nel buio dei 42 minuti dell’album, ciò che colpisce è uno stato trascinante di pacatezza, inquadrata in un’offerta musicale dalla vaga personalità che non riesce a offrire del mordente per essere approfondita. Inoltre le parti vocali sono molto poco convincenti: parole strisciate che poco rendono allo sforzo profuso per rendere i brani accattivanti e che anzi potevano giocare un ruolo vincente caratterizzando la musicalità della band che caratterizzante non è.

E se Il Torto cerca di far risalire la china con un ritmo maggiormente coinvolgente e gli assoli stonati sul finale di Padri E Madri cercano di dare un alone sperimentale (percorso che sarebbe stato interessante se fosse stato imboccato con maggiore convinzione), poco davvero affiora se non un’alternativismo forzato vestito vanamente in maniera che non risulti qualcosa di più semplicistico. Quello che resta dopo questo ascolto è una minor chiarezza intorno allo scenario rock attuale e su come suonano effettivamente i Guignol targati 2013. Molto spesso bastano poche idee per capire da quale parte stare. Qui invece non è chiaro.

Autore: Guignol Titolo Album: Addio Cane!
Anno: 2013 Casa Discografica: Volume Records
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 4,5
Tipo: CD Sito web: http://www.guignol.it
Membri band:

Pierfrancesco Adduce – voce, chitarra

Stefano Caldonazzo – batteria

Giulio Sagone – basso

Alberto de Marinis – chitarra, basso, organo

Paolo Perego – chitarra, synth, percussioni

Tracklist:

  1. Quello Che Vi Dirò
  2. Blues Del Buco
  3. In Omaggio Il Tuo Dio
  4. In Nessun Luogo
  5. Un Giorno Fra I Tanti
  6. Il Torto
  7. Padri E Madri
  8. Girotondo
  9. Cani E Figli Tuoi
  10. La Scimmia
  11. Addio Cane!
28th apr2013

Jaspers – Mondocomio

by Carlo A. Giardina

Il nome che i milanesi Jasper hanno dato al loro album d’esordio è esattamente quello che si meritava: Mondocomio. In questo disco è racchiuso un mondo. In questo disco è racchiuso un manicomio. I Jasper raccontano la pazzia e i paradossi di questo mondo attraverso una musica eccentrica. Musica che cavalca, quasi fosse ad un rodeo, i testi molto interessanti e per niente banali. Effettivamente è complicato racchiudere ed etichettare questa band scatenata in precisi ranghi musicali: fondono “tranquillamente” il post-grunge all’heavy metal (Jaspersound, Tit Tap e Bastoncino) , passando dal pop e il rock, dalle loro versioni più cariche (Il Maligno, Indiani, Palla di Neve) alle ballate lente e sdolcinate (Divisioni e Ballerina), senza tralasciare alcune venature electro di sottofondo. Il brano che chiude l’opera è Base Chiama Jaspers che riassume esattamente il mood dell’intero album: eccentricità e pazzia pura. Quando la fusione di tanti stili viene fatta bene, ciò è sintomo di qualità: i suoni puliti e ben regolati creano coerenza e piacevolezza nell’ascolto. Gli assoli di quasi tutti i brani sono molto interessanti e danno la giusta scossa ad alcuni ritmi monotoni.

Come al solito c’è un però. La/le voce/i. I punti sono due: o l’armonia vocale non è stata curata nei minimi dettagli oppure tale “armonia disarmonica” è stata studiata a tavolino per poterci far immedesimare nell’atmosfera di un manicomio. Non stiamo giudicando la qualità vocale del cantante che appare oggettivamente ottima, ma l’accostamento a quel tipo di musica e suono. A tratti la voce disturba l’ascoltatore, a tratti lo diverte. In altri ancora è impeccabile. E tutto ciò non convince più di tanto. Disorienta e non dà continuità. Tutti questi elementi non possono che far dire al pubblico una sola frase: questi Jaspers sono pazzi, i testi sono pazzi (e descrivono, criticandole, le pazzie del mondo attuale), i suoni sono pazzi! Pazzia che si ritrova anche nel case: nella copertina vi è lo stralcio di una città, disegnata a mo’ di videogame stile Habbo, nella quale appaiono uomini nudi alle finestre, party nei terrazzi, corse di gente in carrozzella, un tizo che fa una doccia sfruttando l’acqua dell’inquilino soprastante nell’atto di innaffiare le piante…Benvenuti in un manicomio chiamato mondo, diretto dai Jaspers.

Autore: Jaspers Titolo Album: Mondocomio
Anno: 2012 Casa Discografica: Talking Cat
Genere musicale: Rock, Alternative rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.jaspersofficial.com
Membri band:

Fabrizio Bertoli – voce

Giuseppe Zito – voce

Francesco Sgarbi – tastiere

Eros Pistoia – chitarra

Erik Donatini – basso

Joere Olivo – batteria

Tracklist:

  1. Jaspersound
  2. Tip Tap
  3. Divisioni
  4. Il Maligno
  5. Ballerina
  6. Indiani
  7. Bastoncino
  8. Palla di Neve
  9. Base chiama Jaspers
29th mar2013

Polar For The Masses – Italico

by Marcello Zinno

Un bel salto in avanti compiono i Polar For The Masses nel corso della propria carriera. Decidono di optare per la lingua italiana, assoluta novità nella discografia della band che con questo lavoro giunge al quarto album (quindi non più alle prime armi) e questa scelta viene affermata ancora di più dal suo titolo, Italico nonché dall’artwork (tricolore in bella mostra). Ma non è tutto. Il precedente lavoro Silence aveva fatto emergere la commistione tra rock ed elettronica; anche se la band sottolinea più volte di non adottare strumenti diversi da chitarra/basso/batteria, il sound a cui erano andati incontro due anni or sono era su quell’impostazione. Con Italico le cose cambiano, i singoli strumenti riescono a rappresentare delle vere e proprie figure dalla personalità definita in un’opera completa e comunque ben amalgamata. Il basso di Davide Dalla Pria si sente eccome, le diverse scelte ritmiche di Jordan Brea vengono a galla e ovviamente la chitarra di Simone Pass fa tutto il resto, che non è poco. In tutto questo scenario prende forma un’oscura immagine alternative anche perchè il rock dei Polar For The Masses non potrebbe essere considerato rock classico. Le linee vocali di Laogai ed il loro incedere, il giro di basso di Mia Patria, gli effetti da antifurto spacca orecchi di Miseria E Nobiltà, sono tutti aspetti che rendono multiforme l’approccio del trio e lo caratterizzano dandogli più spiegazioni d’essere. In generale l’elemento che più ci ha colpiti è il quattro corde in Un Uomo, Un Voto che spacca il suono imponendo tempi, melodie, armonie e stati d’animo (persino la chitarra sembra essere costretta ad un ruolo del tutto secondario).

Molto bella Terrorismo E Deejay: la sua batteria diagonale spinge un groove profondo incalzato da un basso deciso e da testi che rendono il giusto premio ad un brano di rivolta; altro momento che contiene la stessa compattezza sonora è Ruvido che riassume in soli tre minuti il lato positivo della musica dei P4TM (come a loro piace essere sintetizzati). Meno affascinante Wall Street che si perde in uno sperimentalismo forzato percepito anche come amelodico in più frangenti. Lo stile c’è e il nuovo percorso imboccato dal trio risulta interessante. Il fatto che non tutti i brani si facciano coinvolgere a pieno fa perdere qualche punto all’uscita che resta comunque qualcosa di differente rispetto a quanto il nostro Paese solitamente ci propone, pur omaggiandolo nel suo titolo.

Autore: Polar For The Masses Titolo Album: Italico
Anno: 2013 Casa Discografica: La Grande V Records
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/polarforthemasses
Membri band:

Simone Pass – voce, chitarra

Davide Dalla Pria – voce, basso

Jordan Brea – batteria

Tracklist:

  1. Italico
  2. Miseria E Nobiltà
  3. Terrorismo E Deejay
  4. Un Uomo, Un Voto
  5. Laogai
  6. Wall Street
  7. Risveglio
  8. Ruvido
  9. Drone
  10. Mia Patria
27th mar2013

Vetronova – Durante

by Rod

Gli anni ’90 hanno rappresentato per il panorama musicale del tempo l’era del decollo e tracollo precoce del fenomeno grunge. L’Italia, da sempre Paese recettore dei fermenti rock di oltreconfine, seppe rielaborare e fagocitare in maniera personale suoni e sfumature di quel movimento, aprendo così le porte ad uno scenario alternative molto interessante, figlio rinnegato della new wave del decennio precedente; un’onda anomala, questa, giunta fino ai giorni nostri con pochi alti (Marlene Kuntz, Verdena, Zen Circus su tutti) e molti bassi. È a questo contesto che si identifica, soprattutto nella scena underground, che appartengono i Vetronova, band che si presenta al pubblico con la loro autoproduzione Durante, un album acerbo, decadente, malinconico, tendenzialmente elettrico e con discrete intuizioni cantautorali in lingua italiana che fanno di questo lavoro un potenziale embrione sonoro su cui lavorare nel tratto a venire. Gli ampi spazi strumentali (vedasi Vetronova e Luce Dal Basso) si alternano a brani tendenzialmente indie rock molto scarni dal punto di vista dell’arrangiamento, sorretti soprattutto da testi forzatamente incentrati su soluzioni nonsense raramente efficaci, disomogenee e liricamente ancora imprecise nonostante l’apprezzabile impegno profuso (in specie in Non Ancora, I Passi del Ragno, Corsa). Non è sicuramente d’aiuto alla contestualizzazione del prodotto, la produzione eccessivamente “low” del disco. Ergo, la parte strumentale messa troppo in primo piano, sovrasta troppo spesso la voce, soffocandola.

Il Fantasioso è un brano ben congeniato, probabilmente la traccia più interessante del full lenght, un pezzo che mostra una band più pratica e concentrata, meno attenta alle distrazioni pseudo noise. Una buona direzione da seguire per il futuro questa, se non la più efficace tra quelle proposte, da sostenere magari anche con tentativi di scrittura in inglese, un passaggio doveroso con cui cimentarsi per elevare le capacità interpretative e compositive dei brani. L’indie (ed in generale l’alternative) è purtroppo un enorme calderone in cui soltanto l’altissima attenzione al progetto artistico riesce a non scadere lavori in cui l’essenzialità deve essere, ahimè, la necessaria chiave di lettura del tutto. Lasciamo i Vetronova sospesi a metà nel limbo delle sorprese non sbocciate, rimandando l’appuntamento dei giudizi definitivi al prossimo episodio artistico della band lombarda.

Autore: Vetronova Titolo Album: Durante
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Alternative, Indie Rock Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.vetronova.bandcamp.com
Membri band:

Matteo Bailo – chitarra, voce

Raffaele Durante – basso, chitarra baritona

Tommaso Lorioli – batteria

Tracklist:

  1. Vetronova
  2. Coda Dell’Occhio
  3. Il Muro Macchiato
  4. Non Ancora
  5. Luce Dal Basso
  6. Il Fantasioso
  7. I Passi Del Ragno
  8. Corsa
  9. Untitled
07th mar2013

Perlè – Quanto Tempo Resta

by Amleto Gramegna

Secondo lavoro per il cantautore Gianluigi Scamperle, in arte Perlè, tre anni dopo il precedente Il Blu e Il Nero. Uscito pochi giorni prima del 21.12.2012 (allusione alla presunta profezia maya), il disco è un concept album sul tema dell’attesa. Attesa come attesa di un viaggio in ampi spazi desertici, attesa come protagonista assoluta di suoni e visioni, attesa come la fine di un mondo conosciuto. I dieci brani sono caratterizzati da sonorità western/murder ballad, tra il Nick Cave più cupo e il Dylan di Oh Mercy (con una benedizione del “man in black” Johnny Cash), con un buon gioco di squadra dei comprimari scelti, nonché caratterizzati dall’attento lavoro in sala di regia. Collaborano, infatti, John Agnello (noto per i lavori di Sonic Youth e Mark Lanegan) e Giovanni Ferrario (PJ Harvey, John Parish) ed il loro apporto si sente, eccome. Però le dieci tracce non permettono all’artista veronese il grande salto. Forse è quell’atmosfera da saloon che stanca presto. Ave Maria è molto coinvolgente. Bambina è una ninna nanna apocalittica, una murder ballad, mentre Vertigine è un valzerino country.

Insomma è poco, nessun brano rimane realmente in testa concluso il disco e ci si stanca presto proprio perché sono le canzoni che mancano, sommergendo di noia l’ascoltatore. I dieci brani sono sinceri e onesti ma non raggiungono lo scopo che l’artista si era sicuramente prefissato. Speriamo in un prossimo lavoro a questo punto, non ce ne voglia l’autore.

Autore: Perlè Titolo Album: Quanto Tempo Resta
Anno: 2012 Casa Discografica: La Rosa Records
Genere musicale: Western, Country, Alternative Rock Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/gperle
Membri band:Gianluigi Scamperle – voci, chitarraGiovanni Ferrario – basso, chitarra, piano, tastiere

Antonio Gramentieri – chitarra, basso, sitar elettrico

Diego Sapignoli – batteria, percussioni

JD Foster – basso in Vertigine

Israel Nash Gripka – chitarre, effetti in Luna Piena

Tracklist:

  1. Solamente Amore Non Ci Salverà
  2. Le Scimmie Non Tremano
  3. Ave Maria
  4. Chloe
  5. La Bambina
  6. La Primavera Non Tornerà
  7. Vertigine
  8. Buon Compleanno
  9. Qual’è il Tuo Nome?
  10. Luna Piena

 

27th feb2013

Cabeki – Una Macchina Inutile

by Amleto Gramegna

Cabeki è un progetto “one man band” del polistrumentista Andrea Faccioli, il quale si diverte a comporre, arrangiare ed eseguire interamente da solo le 10 tracce proposte. Faccioli in carriera ha potuto condividere note con geni minimalisti come Tony Conrad e Rhys Chatham, frequentando di pari passo i teatri Off, il folk pop nostrano e il più intransigente post-rock facendone tesoro nella sua produzione artistica. Un saggio di storia liofilizzato in pura narrativa musicale. Agli strumenti musicali tradizionali Faccioli aggiunge anche strumenti autocostruiti o “oggettistica” più ricercata come l’arpa circolare, ukelin (sorta di zither tirolese) e l’al ghaita (una sorte di oboe africano) dando luogo a un melting pot di avanguardia, musica cameristica e canzone d’autore, con un occhio alle colonne sonore e, perché no, al country. I titoli dei brani sono ispirati al maestro dadaista Alfred Jarry, icona di un certo rock patafico, ispiratore tra gli altri dei Soft Machine e dei Pere Ubu. Vediamo a questo punto com’è questo disco. La prima traccia ruota attorno ad un giro di chitarra acustica in fingerpicking, alla John Fahey, ma ben presto gli altri strumenti spuntano prepotentemente fin quasi a sommergere la placida atmosfera sin qui creata.

Tipicamente cinematografica è Il Necessario Ritorno, tra Nino Rota, il primo Morricone e Stelvio Cipriani mentre Musica Per Immagini è ispirata a Fellini (e noi ci vediamo anche qualcosa di Mario Bava). L’elettrica Verso Il Ronzio Remoto è la parabola più prossima al rock che Cabeki prova ad introdurre in scena. Ammirevole e amorevole quella distorsione così retrò, così hendrixiana. Ancora da ricordare Di Un Ingranaggio Che Si Perde è un brano per banjo con accompagnamento di synth ambient. La Diapositiva Si Ricorda sale maestosa come un temporale tropicale tra scoscese e verdissime montagne. Ah, “le discese ardite e le risalite”…Chiude L’Ultimo Degli Uomini che pare provenire dritta dritta da Per Qualche Dollaro In Più del maestro Sergio Leone, soprattutto per il toy piano. E ci piace tanto.

Autore: Cabeki Titolo Album: Una Macchina Inutile
Anno: 2012 Casa Discografica: Tannen Records
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.cabeki.com
Membri band:

Andrea Faccioli – voci, chitarra, sintetizzatori, drum   machine, armonica, percussioni, batteria, pianoforte, siel cruise 6, arpa circolare,   banjo

Tracklist:

  1. Se Quest’Uomo Diventasse Un Meccanismo
  2. Il Necessario Ritorno
  3. Verso Il Ronzio Remoto
  4. Di Un Ingranaggio Che Si Perde
  5. Fra Elettrodi Di Seta Blu
  6. Alla Banalità Di Un Valore
  7. Negazioni Che Si Negano
  8. La Bellezza Pura E Sterile Della Semplice Ruota
  9. La Diapositiva Si Ricorda
  10. L’Ultimo Degli Uomini
14th feb2013

Paolo Saporiti – L’ultimo Ricatto

by Amleto Gramegna

Sebbene abbia un titolo degno di una fiction di canale 5 il nuovo album del cantautore genovese è decisamente diverso da come ve lo potreste aspettare. Buckley (padre e figlio, soprattutto figlio) e Nick Drake e Damien Rice sembrano un po’ i punti di riferimento del Nostro, con un occhio rivolto alla West Coast ma, e qui il bello, tutti i brani vengono sporcati da nuovi suoni, rumori, cacofonie atte quasi a confondere l’ascoltatore, opera di Xabier Irondo già in forza agli Afterhours. La bella War (Need To Be Scared) ad esempio, parte con una chitarra fingerpicking per essere immediatamente raggiunta da un violoncello distorto (o una chitarra fuzzosa, non l’abbiamo capito) per poi proseguire in un delirio ubriaco di feedback. La successiva I’ll Fall Asleep ha in background una elettrica noise sul punto di morire, più simile ad una motosega che a uno strumento musicale. Insomma la produzione di Irondo si sente eccome. Novello Eno si diverte a punteggiare, da artista dadaista, ogni brano per renderlo meno monotono e più fantasioso trasformando un brano intimista in un lavoro free noise. Il valzerino di We’re The Fuel presenta un intervento di sassofoni maligni al centro, quasi spettri atti a spaventare l’ascoltatore. Da menzionare la voce distorta della quasi western ballad Stolen Fire con un banjo selvaggio che ritornerà anche Sad Love/Bad Love.

Chiude l’album la ballata per chitarra e voce F.R.I.P.P.(omaggio al padre padrone dei King Crimson?). Un lavoro sentito, maturo e coinvolgente.

Autore: Paolo Saporiti Titolo Album:   L’ultimo Ricatto
Anno: 2012 Casa Discografica: Orange Home Record
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.paolosaporiti.com
Membri band:

Paolo Saporiti – voce, chitarra, banjo, piano

Xabier Irondo – mahai metak, chitarre, melobar, lame sonore

Stefano Ferrian – sassofoni

Zeno Gabaglio – violoncello

Cristiano Calcagnile – batteria

Tracklist:

  1. Deep Down The Water
  2. War (Need To Be Scared)
  3. I’ll Fall Asleep
  4. Sweet Liberty
  5. We’re The Fuel
  6. Toys
  7. Stolen Fire
  8. Never Look Back
  9. The Time Is Gone
  10. In The Mud
  11. Sad Love/Bad Love
  12. F.R.I.P.P.
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