01st apr2013

Totengeflüster – Vom Seelensterben

by Marcello Zinno

La genialità spesso è nell’innovazione o più semplicemente nella novità. Chi ha unito la radicata e glaciale tradizione black metal alle influenze orchestrali (Carpathian Forest/Emperor con un approccio più intransigente e Cradle Of Filth/Dimmu Borgir con uno più sinfonico) può a nostro parere essere considerato musicalmente un genio. Non solo per il fatto di aver fuso visioni musicali così distanti tra loro ma anche per aver appagato quel bisogno di goticità e di ambientazione luciferina che i fan del true black hanno sempre avuto. In fondo e a ben vedere se il nostro udito mal accosta chitarre granitiche con violini e archi, il prodotto generato da una loro sapiente incorporazione risulta qualcosa di intricato, difficile da comporre e oscuro. La scena symphonic black metal è nata da questi presupporti e ha rappresentato una caratterizzazione importante per la seconda metà gli anni ’90, tanto da seminare adepti prevalentemente nell’Europa continentale e settentrionale puntando poi alla conquista degli altri Paesi. Perchè questa premessa? Per comprendere in quale scenario i tedeschi Totengeflüster si collocano, alle soglie del 2013 con il loro debut album dal titolo Vom Seelensterben. Dieci tracce che riproducono fedelmente quanto i padri hanno ideato ai tempi mescolando il black ai piaceri sinfonici; forse il percorso è eccessivamente fedele e riminiscenze dei primi Cradle Of Filth (senza la voce stridula e a tratti fastidiosa di Dani Filth) si avvisano con faciltà lungo l’ascolto.

Da segnalare la title track dalle immersioni estreme e la successiva Der Pakt che ci conduce alle porte del freddo inverno con un carrarmato blindato (il richiamo al carrarmato che ci ricorda i Marduk di Panzer Division Marduk non è casuale). Deciso il brano Ein Neuer Pfad che presenta una certa varietà di idee offrendo anche una certa pomposità mai eccessiva e sempre al servizio del metal; in generale va annoverata una produzione in linea con molte uscite acerbe, un’opportunità persa per un sound che andrebbe valorizzato meglio di quanto viene fatto su questo Vom Seelensterben. Per il resto al di là delle brevi Die Prophezeiung e Gefrorene Tränen (la prima totalmente orchestrale, la seconda più fedele al sound Totengeflüster) non compaiono particolari cime in un lavoro che noi consigliamo esclusivamente ai fan del genere.

Autore: Totengeflüster Titolo Album: Vom Seelensterben
Anno: 2013 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Symphonic Black Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.totengefluster.de
Membri band:

Totleben – chitarra, basso, orchestrazioni

Narbengrund – voce

Schattendorn – batteria

Tracklist:

  1. Die Prophezeiung
  2. Ein Traumgespinst
  3. Ein Monolog Im Mondschein
  4. Gefrorene Tränen
  5. Vom Seelensterben
  6. Der Pakt
  7. Blutsegen – Die Strömende Erkenntnis
  8. Ein Neuer Pfad
  9. Im Tau Der Toten Morgensonne
  10. Ein Monolog Im Mondschein (versione        orchestrale – bonus track)
02nd mar2013

Secretpath – Wanderer

by Marcello Zinno

Un lustro è trascorso ad oggi dalla nascita dei Secretpath anche se questo loro secondo EP dal titolo Wanderer è stato pubblicato sul finire del 2011. Cronologia a parte, questo quartetto è l’ennesima conferma che il metal estremo non è caratterizzazione solo dei paesi nordici dell’Europa: addirittura qui ci spostiamo nel sud Italia per scoprire un combo ben compatto e con delle idee per nulla secondarie rispetto a quanto ad oggi la scena black è in grado di offrire. Nonostante si tratti di un’autoproduzione, i suoni sono ben studiati e la band non risulta assolutamente alle prime armi. Dove si colloca il loro sound? Un calcolato equilibrio tra il tipico approccio black delle produzioni scandinave e la vena più death targata Immortal: grazie ad un sufficiente mix delle due componenti il prodotto risulta emozionante, per quanto possa generare emozioni una proposta appartenenre a queste fredde radici. 29 minuti ma per nulla semplici. The Darl Forest Of My Insanity ad esempio si apre con una voce che richiama sprazzi alla Shagrath per poi cambiare stile lungo i sei minuti. Da un simile titolo ci saremo attesi qualcosa di molto dark o di particolarmente epico, invece il ruolo principale viene giocato dall’impatto glaciale e dalle voci clean del ritornello. Le chitarre mutando, soprattutto nella seconda metà del brano e riescono a prendere il sopravvento mentre il sound si irrobustisce con il passare dei minuti.

Non ci ha colpiti la ballad acustica In Praecipiti Esse che suona un pò come fuori dal seminato (e che avremo visto meglio in chiusura dell’EP), mentre già con la successiva …And So I Return To The River le cose si fanno davvero interessanti: cambi di ambientazione, growling alternato a voci di più “ampio respiro”, una ricerca sonora e compositiva di alto livello, un impatto emotivo che non molte band dello stesso genere riescono a offrire. I brani principali dell’EP sfondano il muro dei sei minuti, caratteristica non banale per le tradizioni black metal (a meno di non farvi rientrare le influenze sinfoniche) aspetto che chiarisce l’attenzione dei Nostri verso una forma canzone più che completa. Nell’ultima traccia si avverte qualche ripetizione eccessivamente marcata delle clean vocals che potrebbero far suonare come più stanco un possibile full lenght, ma al di là di questa impressione questi ragazzi ci hanno convinto e attendiamo un seguito a questo già gustoto Wanderer.

Autore: Secretpath Titolo Album: Wanderer
Anno: 2011 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Black Metal, Death Metal Voto: 7
Tipo: EP Sito web: http://www.myspace.com/secretpath
Membri band:

Paolo Ferrante – voce

Pierluigi “Aries” Ammirata – chitarra

Giovanni De Luca – basso

Francesco “Storm” Borrelli – batteria

Tracklist:

  1. Essence Of Chaos
  2. The Dark Forest Of My Insanity
  3. In Praecipiti Esse
  4. …And So I Return To The River
  5. I’m Your Guide
10th feb2013

God Dethroned – Into The Lungs Of Hell

by Marcello Zinno

God Dethroned. Un nome che di certo non apre a false interpretazioni. Si tratta infatti di una delle varie band dirette da un personaggio tanto carismatico quanto ambiguo, capace di imporre la propria musica senza compromessi ma apprezzabilmente incentrata su ideali forti che, condivisibili o meno, restano per lui e per i musicisti che lo accompagnano scolpiti nella pietra. A confermare questo non c’è solo la storia della band, iniziata nel 1991 già con un sound intransigente e cupo dalle irriducibili radici black e proseguita con il progetto thrash parallelo Ministry Of Terror, ma anche questo lavoro dal titolo Into The Lungs Of Hell, album infernale, ad essere ermetici. Qual è il sound a cui sono pervenuti Henri e soci alle porte del nuovo millennio?! Immaginate un tir guidato dagli Immortal scontrarsi d’impeto con un bus targato Pantera il tutto su una strada desertica ed afosa che porta al villaggio Carcass: ecco, le fiamme che divampano da un disastro simile possono solo prendere il nome di God Dethroned e nulla possono le forze umane contro tale impeto di fuoco. Il fumo delle fiamme stuzzica il nostro odorato all’ascolto della impattante titletrack che, posizionata come opener, lascia subito intendere il cammino verso cui siamo diretti, anche metaforicamente visto che cerca di fare ombre e luci sul regno di Plutone, ma il percorso solcato dai quattro pur essendo notevolmente black, riesce a scuotersi e dimenarsi violentemente all’interno della più ampia scena estrema di cui la band fa onore.

E così una natura morta (proprio nel senso “death” del termine) si sbatte nella celeberrima, claustrofobia e molto cannibalcorpsiana Enemy Of The State, forse il picco più alto delle otto pietre che compongono questa arma nucleare. È da questo punto che le anime dei personaggi defunti nella track precedente, Warcult, dedicata appunto alla stupidità delle guerre in generale, si riesumano e puntano il dito contro una società che intende osservare tutto e tutti trasformando l’ombra (amata dai God Dethroned) in luce e trasparenza. Non potevano mancare, dato il background dei componenti, forti spunti thrash, esplosi in The Tombstone che puzza di Malevolent Creation fin nell’anima, ma la curiosità sui veri limiti di questi quattro carnefici è totalmente appagata quando in Soul Sweeper si toccano terre grind pur trattando temi cari ai più accaniti sostenitori del black (“Is the current religious situation in the world not just an act of evil? Religion just causes more trouble than good”).

Un tallone di Achille per i nostri guerrieri olandesi? Forse l’eccessiva lunghezza dei brani che di tanto in tanto ne annacqua il sapore. Ma chi ha detto che il loro obiettivo non sia proprio quello di lasciare un incancellabile amaro in bocca agli sfortunati ascoltatori?

Autore: God Dethroned Titolo Album: Into The Lungs Of Hell
Anno: 2003 Casa Discografica: Metal Blade Records
Genere musicale: Black Metal, Death Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.goddethroned.com
Membri band:

Henri –   voce, chitarra

Beef – basso,   chitarra

Jens –   chitarra

Ariën –   batteria

Tracklist:

  1. Into The Lungs Of Hell
  2. The Warcult
  3. Enemy Of The State
  4. Soul Sweeper
  5. Slaughtering The Faithful
  6. Subliminal
  7. The Tombstone
  8. Gods Of Terror
29th gen2013

Necrodeath – Idiosyncrasy

by Alberto Lerario

Idiosyncrasy non è un disco comune. Infatti i Necrodeath hanno cercato di portare al limite l’idea di concept album, fino a superarla, decidendo di andare controcorrente nell’epoca di youtube e iTunes, i quali hanno portato all’apice l’idea della musica usa e getta. L’album è infatti composto da sette parti divise solo per venire incontro all’ascoltatore e rendere più fruibile ed attuale il tutto, ma in realtà il lavoro è formato da un’unica lunghissima traccia. Per tale motivo l’ascolto singolo di una singola traccia risulta monco e poco soddisfacente. La scelta di proporre un lavoro del genere rappresenta un’arma a doppio taglio per qualsiasi band, ma i Necrodeath sono sufficientemente attrezzati sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista dell’esperienza per poter osare dove altri non possono permettersi. Nel produrre l’album la band genovese si è ispirata, ancora una volta, ai mentori Venom, che nell’album At War With Satan propongono una traccia di puro thrash\black metal, in particolare la titletrack, della durata di 19:56 minuti. I Necrodeath, però, vanno ancora oltre, proponendo una canzone di oltre 40 minuti, suonata con estrema perizia ed ottimamente prodotta, con un suono corposo e tagliente al punto giusto.

La lunga durata della traccia non è sostenuta da un’intensità costante. Durante l’ascolto si alterano sezioni thrash e segmenti in cui a fare da padrone è l’applicazione della tecnica musicale (ottima la prestazione del chitarrista Pier Gonnella in particolare nella Part III , capace di creare fraseggi da ricordare, mai banali o scontati), intervallati da atmosfere fosche e cupe. Non sempre tali parti si incastrano in maniera armoniosa, risultando talvolta artificiose e ripetitive, come ad esempio il ritornello sostenuto dall’incessante riff che si ripete in Part II, Part IV e Part VII. Ad ogni modo nell’album non mancano momenti in cui tutto questo si sposa alla perfezione, esaltando le liriche in latino cantate in maniera convincente dal malefico Flegias (l’effettistica sulla voce è molto ben riuscita), o quando il basso di GL crea un tessuto musicale quasi ipnotico a sostegno della potenza della band capace anche questa volta di regalarci dosi massicce di ritmiche serrate e riff incalzanti. Si tratta quindi di un album particolare, che necessita un ascolto non superficiale o frammentato. I puristi del black metal a tratti storceranno il naso ascoltando questo lavoro, ma se si riesce ad andare oltre i pregiudizi ed approcciarvisi con curiosità è un album di sicuro interesse e parimenti valido. Da notare l’artwork della copertina in cui la band viene presentata in stile “le Iene” di Quentin Tarantino.

Autore: Necrodeath Titolo Album: Idiosyncrasy
Anno: 2011 Casa Discografica: Scarlet Records
Genere musicale: Black Metal, Thrash Metal Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.necrodeath.net
Membri band:

Flegias – voce

Pier Gonella – chitarra

Marco Pesenti “Peso” – batteria

Gianluca Fontana “GL” – basso

Tracklist:

  1. Part I
  2. Part II
  3. Part III
  4. Part IV
  5. Part V
  6. Part VI
  7. Part VII
25th gen2013

Soulphureus – Rest In Hell

by Marcello Zinno

Come molti sanno la scena black metal non solo ha valorizzato alcuni suoni estremi non facilmente immaginabili per la scena heavy a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 ma ha fatto leva su una nuova visione prevalentemente incentrata sulla religione che ha incrementato la diffusione del genere. Così come molti fenomeni musicali prendono forma da idee, filosofie, movimenti sociali o diverse interpretazioni della realtà, così il black metal ha visto nel suo cavallo di battaglia il satanismo (solo erroneamente allargato alla più generica e onnicomprensiva scena metal). I Soulphureus rientrano nella schiera di band italiane che portano avanti questo discorso, legandosi a doppia mandata con la visione prettamente anti-religiosa messa in musica (l’artwork è abbastanza netto a riguardo). In realtà il termine “anti-religioso” è improprio in quanto le formazioni che aderiscono a questo movimento non sono contro la religione in quanto tale ma anzi aderiscono ad una diversa religione, contraria a quella cristiana, dove l’entità suprema è il principale nemico di Dio, ovvero Satana. Al di là di qualsiasi disquisizione concettuale e di contenuto sulle idee che danno vita a progetti come quello dei Soulphureus, la musica che ne deriva richiede non solo una coerenza massima ma anche una perizia tecnica di alto livello. Tutta questa premessa in realtà rappresenta solo un lato della medaglia a nome Soulphureus perchè questa formazione proveniente da Bergamo sposta l’ago della bilancia musicale dal black metal puro (“true black”) ad un approccio più trasversale, contaminato da death, thrash e più in generale dalla scena di extreme metal internazionale, da loro stessi definito “blackened death metal”.

Brani che superano i sette minuti non sono tipici trademark black, laddove le tracce sono sicuramente a respiro più corto, complice il forte impatto e la ruvidezza dei suoni. Nonostante ciò bisogna riconoscere l’abilita dei Nostri di non annoiare grazie all’impiego di cambi di tempo e di rotta lungo le composizioni. Holy Trinity Desecration è maestra in questa visione musicale, con irruenti stacchi death, pizzichi di grind, un’alone black di sottofondo che si incarna in vari passaggi chitarristici, una pseudo-ballad nella parte finale sottratta direttamente agli inferi e uno spirito horror che permea il tutto. Contrariamente a questo approccio esistono anche momenti meno intransigenti, come Burned By The Exorcism con tempi comunque tirati che trascinano l’atmosfera generale e la più lenta e sofisticata Gates Of Doom che gioca sulle melodie richiamando una certo sapore nefasto e quasi teutonico che rappresenta una diga posta al centro dell’album. Un altro brano che fa presagire qualcosa di diverso dal black è Nemesis Of The Light, contaminato da una visione death e da un riffing thrash che gli permettono di superare agilmente gli otto minuti, ricetta replicata anche nella convincente Tombstones In Heaven.

In tutto ciò non poteva mancare una cover dei Possessed, a segno delle multiformi radici della band e indice di una visione del quartetto che riprende gli stilemi del passato per guardare però avanti.

Autore: Soulphureus Titolo Album: Rest In Hell
Anno: 2012 Casa Discografica: Buil2kill Records / Nadir Records
Genere musicale: Black Metal, Death Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/soulphureus
Membri band:

Aren – basso e voce

Ades – batteria

Nacht – chitarra

Mornak – chitarra

Tracklist:

  1. The Forge Of Souls
  2. Csejthe’s Bloodbathes
  3. Holy Trinity Desecration
  4. Burned By The Exorcism
  5. Gates Of Doom
  6. Nemesis Of The Light
  7. The Exorcist (Possessed cover)
  8. Tombstones In Heaven
  9. Soulphureus
  10. Rest In Hell
14th gen2013

Ragnarok – Malediction

by Marcello Zinno

Immaginate questa scena, siete davanti ad un’immensa bacheca di CD, uno in fila all’altro. L’elenco sembra infinito e la spalla della confezione di ogni singola custodia segue quella precedente in un mescolarsi di colori e di font che nemmeno l’uomo più fantasioso potrebbe immaginare. Iniziate a piegare il collo per leggere ciascun nome scritto in verticale ma poi vi arrendete e leggete le grosse etichette che raggruppano i CD a centinaia per volta. Le etichette sono i generi musicali. Adocchiate il black metal, lì le copertine sono tutte nere. Notate che all’interno di questa sezione c’è una ripartizione per paese. Vi concentrate sul black metal norvegese. Estraete un CD a caso. È Malediction dei Ragnarok. Ecco, adesso avete tutti gli elementi per immaginare come suona l’album. Il black metal è viscerale, intransigente, nero come la pece e il growling non potrebbe essere più cruento. In tre parole: black metal scandinavo. Anche questo potevamo capirlo già prima di ascoltarli visto che il termine Ragnarok indica, nella mitologia norrena, la battaglia finale tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos, in seguito alla quale l’intero mondo verrà distrutto e quindi rigenerato. Una band operativa fin dal 1994 quindi con tanta esperienza maturata.

Le chitarre sono glaciali al punto giusto, ma mai grezze, anzi l’aspetto produttivo è innalzato a vero e proprio elemento portante del sound (attuale) della band. Si percepiscono richiami sonori ai Dimmu Borgir degli ultimi periodi (come in In Sorte Diaboli) spogliati però dalla loro anima sinfonica, e mentre il riffing colpisce per freddezza, la sezione ritmica riesce (contrariamente a tantissime altre uscite black) a costruirsi una sua reputazione solidissima. Divide Et Impera suona un pò diverso rispetto agli altri passaggi presentando un differente lavoro di chitarre e piace anche nella sua parte centrale quanto la scena rallenta per poi lasciare spazio ad un blast beat mortale. In alcuni momenti ci si allontana dal black metal canonico, la parte inziale di (Dolce Et Decorum Est) Pro Patria Mori è lontana dal true black a cui siamo abituati, così come qualche influenza groove/death in Iron Cross – Posthumous, seppur potentissima. Momenti come The Elevenfold Seal e Fade Into Obscurity sono l’emblema del sound targato Ragnarok, nordico fino all’ultima nota.

Al contrario le sfuriate quasi onnipresenti faranno felici tutti i black metaller viventi (e non) a conferma che il black metal non è tramontato pur restando nell’oscurità più profonda e che ci sono band che non si sono piegate all’incursione in altri generi (chi ha pensato al black’n’roll dei Darkthrone?!) ma restano “true” fino in fondo.

Autore: Ragnarok Titolo Album: Malediction
Anno: 2012 Casa Discografica: Agonia Records
Genere musicale: Black Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.ragnarockhorde.com
Membri band:

HansFyrste – voce

Brigge – chitarra

Decepticon – basso, voce

Jontho – batteria

Tracklist:

  1. Blood Of Saints
  2. Demon In My View
  3. Necromantic Summoning Ritual
  4. Divide Et Impera
  5. (Dolce Et Decorum Est) Pro Patria Mori
  6. Dystocratic
  7. Iron Cross – Posthumous
  8. The Elevenfold Seal
  9. Fade Into Obscurity
  10. Sword Of Damocles
29th nov2012

Dark Tranquillity – Character

by Martino Pederzolli

Dopo 3 anni passati tra numerosi concerti e tour con date in tutto il pianeta, i Dark Tranquillity rientrano in studio, uscendone solo dopo aver partorito l’aggressivo Character. La linea adottata dal combo svedese è confermata da questo lavoro ed esaltata nelle sue feroci componenti death; infatti difficilmente si tira il fiato nei cinquanta minuti che separano la prima dall’ultima traccia. L’elettronica di Martin Brändström diventa più funzionale al brano ed osa meno (peccato), mantenendo comunque una forte originalità che risalta in quasi tutti i brani. Stanne si dedica completamente ai testi – lasciando ai suoi compagni il compito di comporre – mischiando il carattere introspettivo di The Gallery a testi rabbiosi di ambiente death metal, fino a toccare tematiche industrial che vanno a braccetto con il sound che il gruppo riesce a restituire. Il blast beating dell’opener The New Build regola il metronomo dell’intero album e strizza decisamente l’occhio ai cugini At The Gates. Pesanti come macigni, le chitarre macinano una valanga di note e ci propongono riff scavati e stoppati alternati ad intrecci tipici del gruppo. Through Smudged Lenses non è da meno e picchia instancabile lasciando intendere degli accompagnamenti essenziali di elettronica. L’outro, invece, spezza il ritmo e si presenta lenta e desolante.

Un basso possente apre Out Of Nothing, dove troviamo un uso maggiore delle tastiere che ci fanno ascoltare degli stacchi di grande effetto. Particolare la struttura, architettata secondo lo stile che solo i Dark Tranquillity riescono a creare, che rende la traccia meno immediata ma molto efficace. Stanne affronta il sempreverde tema dell’omologazione attuata dal sistema in The Endless Feed, ma lo fa attribuendo la colpa all’individuo. Tra tastiere e controtempi, il frontman parla di come l’avversione per ciò che assimiliamo ogni giorno (tv, radio, notizie, ecc.) sia essa stessa la causa del continuo bisogno di avere altro da assimilare. Arrivando a metà del disco si possono ascoltare i due brani più rappresentativi di Character. Il primo è Lost To Apathy che snocciola una serie di momenti uno più bello dell’altro, a partire dal gigantesco ritornello, passando per le chitarre schizofreniche fino al growl solitario del finale. Una traccia spettacolare che si può ascoltare all’infinito. L’altro gioiello è la successiva Mind Matters, dove le chitarre passano agevolmente da riff più lineari a fughe veloci e mai scontate. Incontriamo ampi stacchi accompagnati dalle bellissime tastiere ma anche cavalcate serrate e veloci.

Continuando a scorrere la tracklist sembra che la sperimentazione si faccia sentire di più, soprattutto per quanto riguarda l’uso dell’elettronica negli arrangiamenti (One Thought, Am I 1? e Dry Run ne fanno un largo ed originale uso), anche se non siamo certo ai livelli di Projector. Da notare, a questo proposito, le due canzoni che troviamo in chiusura: Senses Tied dove le tastiere sono protagoniste, e l’eclettica My Negation. Quest’ultimo brano ha i bpm di una ballad, ma porta con sé ben altri umori, rivelandosi amaro ed estremamente evocativo. Gli arrangiamenti sono aperti e malinconici (nota di merito alla batteria) e la durata, ben oltre la media del disco, conferma il carattere sperimentale dell’intera traccia. Con questo album i Dark Tranquillity hanno trovato il modo giusto di combinare tutti gli elementi che li caratterizzano, fondendoli assieme per creare una musica solida ed originale. Si spera che, una volta trovata la propria vena espressiva, questa non diventi un cliché da imitare, bensì una base su cui costruire un nuovo percorso. La fiducia non manca di certo, visti i trascorsi, ed i Nostri svedesi sapranno certo sfornare altri ottimi album.

Autore: Dark Tranquillity Titolo Album: Character
Anno: 2005 Casa Discografica: Century Media
Genere musicale: Melodic Death Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.darktranquillity.com
Membri band:

Mikael Stanne – voce

Niklas Sundin – chitarra

Martin Henriksson – chitarra

Michael Nicklasson – basso

Martin Brändström – tastiere

Anders Jivarp – batteria

Tracklist:

  1. The New Build
  2. Through Smudged Lenses
  3. Out Of Nothing
  4. The Endless Feed
  5. Lost To Apathy
  6. Mind Matters
  7. One Thought
  8. Dry Run
  9. Am I 1?
  10. Senses Tied
  11. My Negation
28th nov2012

Emperor – Emperial Live Ceremony

by Alberto Vitale

Nel 2000 gli Emperor vennero inseriti, con tre pezzi vecchi, in un oscuro split album intitolato True Kings Of Norway, con Dimmu Borgir, Ancient, Arcturus e Immortal; tuttavia la prima release creata dalla band nel nuovo millennio è Emperial Live Ceremony, il quale precede l’album in studio Prometheus – The Discipline Of Fire & Demise, pubblicato l’anno seguente e lapide degli Emperor. Il live venne registrato presso il LA2 di Londra il 14 maggio del 1999. Il sound ha una certa pulizia e ordine e infatti ha subìto delle sovraincisioni presso l’Akkerhaugen Lydstudio. Emperial Live Ceremony rivela che qualcosa non poteva funzionare negli Emperor. Guardando le immagini ci si rende conto dopo un paio di canzoni che Ihashn domina nelle inquadrature, è il soggetto preferito da chi ha montato il filmato (o da chi lo ha commissionato). Proprio Ihashn sarà poi l’autore della maggior parte del materiale nell’album successivo. L’apertura è affidata a Curse You All Men!, personalmente è la scelta più azzeccata possibile, con quell’incipit che vale quanto una qualsiasi intro. Il brano permette da subito di assaporare il buon lavoro fatto in produzione e con la batteria di Trym Torson triggerata un pochino in più del dovuto, ma nitida e chiara e ben distante dal comparto chitarre di Ihsahn e Samoth. Il primo affronta vocalmente l’esibizione con toni abbastanza decisi. Il suo scream asciutto troppe volte negli album è sembrato su toni più morbidi rispetto all’imponenza del sound e tuttavia proprio in quel primo pezzo Ihsahn sembra ancora non essersi riscaldato a dovere.

La scaletta affronta pezzi estrapolati da In The Nightside Eclipse, Anthems To The Welkin At Dusk e dal recente IX Equilibrium. Per essere un album dal vivo Emperial Live Ceremony suona compatto e limato e permette, anche con il supporto delle immagini, di comprendere l’armonia del riffing che contraddistingue le chitarre dei due attori principali della band. Sul palco sono presenti anche Charmand Grimloch alle tastiere e il bassista Tyr (dei Borknagar). An Elegy Of Icaros rende magnificamente dal vivo, soprattutto la parte finale dove tutti gli strumenti, guidati dalla batteria di Trym, creano quel proverbiale maelstrom e che anticipa la poetica ed epica chiusura del solo finale di Ihsahn. Nel complesso gli Emperor non perdono mai d’impatto e risultano efficaci sia in pezzi più fluenti come Thus Spake The Nightspirit che in situazioni poderose come in With Strength I Burn o adrenaliniche e veloci come Night Of The Graveless Souls. La sensazione più insinuante la si avverte, durante l’ascolto, in Inno A Satana e Ye Entrancemperium, i due brani finali, i quali mostrano dei musicisti con l’adrenalina a mille e quindi con un’esecuzione dal vero piglio live.

Emperial Live Ceremony è un lavoro dal vivo dove la sempre crescente, negli anni, precisione e capacità esecutiva degli Emperor viene rivelata in modo totale. Non è solo la cura del sound che ha reso l’album quasi al pari di uno da studio, ma anche la fedele riproposizione dei pezzi. Un’abitudine rispettata ormai da chiunque e che tuttavia forse permette ai fan più fedeli dell’Imperatore, di considerare la release come un “finto” album da studio e quindi da avere.

Autore: Emperor Titolo Album: Emperial Live Ceremony
Anno: 2000 Casa Discografica: Candlelight Records
Genere musicale: Symphonic Black Metal Voto: 7
Tipo: CD live Sito web: http://www.emperorhorde.com
Membri band:

Ihsahn – voce, chitarra

Samoth – chitarra

Trym Torson – batteria

Tyr – basso

Charmand Grimloch – tastiera

Tracklist:

  1. Curse You All Men!
  2. Thus Spake The Nightspirit
  3. I Am the Black Wizards
  4. An Elegy Of Icaros
  5. With Strength I Burn
  6. Sworn
  7. Night Of The Graveless Souls
  8. Inno A Satana
  9. Ye Entrancemperium
21st nov2012

Emperor – Prometheus – The Discipline Of Fire And Demise

by Alberto Vitale

Un mio amico che si precipitò a comprare alla sua uscita Prometheus – The Discipline of Fire & Demise lo definì fermamente “l’ultimo album che fanno“. “Perché?“, chiesi a lui, il quale mi rispose con arguta intuizione e semplicemente “Perchè c’è scritto: prodotto da Ihsahn, arrangiato da Ihsahn, canzoni scritte da Ihsahn!“. Voleva intendere che il concept padre di questa opera, maestosa e complessa, rappresentava la fine per la band, la quale non poteva più essere tale proprio per i motivi che il mio amico aveva evidenziato. Realizzare Prometheus – The Discipline of Fire & Demise aveva un costo da pagare, perché appare come un album solista di Isahn oppure come la sua massima espressione avuta con gli Emperor. La realizzazione di questo album fu l’ultimo, in studio, per la band e lasciando conseguentemente liberi Ihashn e Samoth di concepire e allevare i propri progetti solisti. Tuttavia vi fu un ritorno di fiamma nel 2006, con testimonianze live ricavate dai tour di quel periodo. Prometeo era il figlio di Titano ed Era e rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini. Zeus lo punì incatenandolo ad una roccia su di un’alta vetta. Ogni giorno un’aquila si recava da lui a divorargli il fegato, il quale gli ricresceva durante la notte. La storia di Prometeo è usata dagli Emperor per costruire un concept sugli obiettivi da perseguire e i relativi e a volte inevitabili rischi nella nostra vita, anche a costo di fallire. Un concetto anticipatore di ciò che accadrà di lì a poco alla band. Prometheus – The Discipline of Fire & Demise non è un album di solo black metal o almeno non lo si può considerare come tale in senso classico. I nove pezzi sono un architettato equilibrio tra symphonic e progressive e gli elementi più caratteristici del black metal, e non solo, sono davvero minimi o comunque depotenziati perché adattati alle esigenze compositive.

The Eruption è il brano di apertura che nel suo primo minuto e mezzo funge da overture con un motivo elaborato da clavicembalo e viola. L’ingresso degli altri strumenti canonici piantano un’aggressione veloce e un riffing spietato. Un primo momento di black metal moderato, lascia il posto ad un progressive andante e dai ritmi strutturati. Depraved è uno dei migliori esempi di come la maestosità della band raggiunga livelli impressionanti, cosa riuscita anche in passato, ma è evidente come se da una parte il sound sia più fluido e meno acerbo, dall’altra gli elementi complessi e sinfonici non risultino banali e di “plastica”. Empty porta dentro di sé un intermezzo in cui le orchestrazioni, a tratti di taglio operistico, si fondono con alcuni synth i quali poi si estendono per una buona parte del pezzo. L’arrangiamento di questo brano è probabilmente il più evoluto e difficile nell’album. The Prophet ripropone gli Emperor dai ritmi abbassati e con gli innesti epici improvvisi, in stile An Elegy Of Icaros. Dopo The Prophet seguono The Tongue Of Fire e la veloce e decisamente black metal In The Wordless Chamber (situazione che si ripeterà con He Who Sought The Fire, altro esempio di arrangiamenti ben studiati) a riportare gli Emperor dalle atmosfere più cattive e comunque epiche, ovviamente grazie ad un supporto orchestrale dal peso maggiore e non con i soli synth che in passato si accollavano di simulare un’orchestrazione vera. Grey ripropone un sound meno black metal, un riffing più di taglio moderno e progressive al quale Trym con la batteria dà il giusto apporto. La chiusura di Thorns On My Grave a questo album è stata la scelta migliore. L’incipit del pezzo è un duello tra chitarre e orchestrazione, il quale produce un melodia complessa e in fermento, a velocità sostenuta. Nel seguire il percorso esso diventa tortuoso, i ritmi si abbassano, il fraseggio delle sei corde è di per sé una struttura a più livelli, spazzata poi via da una ripresa brutale delle velocità iniziali.

Prometheus – The Discipline of Fire & Demise è l’album più discusso degli Emperor, ma oggettivamente è quello più elaborato e, agiungo, l’ovvio risultato di un percorso iniziato anni prima. Con gli Emperor si deve sempre tenere a mente che i quattro album in studio si sono susseguiti attraverso passi stilistici enormi. Un qualcosa che alcune band, dello stesso genere, hanno impiegato più album consecutivi per ottenerlo. Manca un cantato di grande livello, nonostante vada riconosciuto ad Ihsahn di aver espresso forse la migliore prova di sempre. L’opera non venne conclusa in tempi brevi: le registrazioni iniziarono nel 2000 e il tutto finì nella primavera del 2001, poi l’album uscì nell’ottobre di quell’anno. Gira da tempo voce che Prometheus potrebbe avere un successore un giorno. In molti hanno questa speranza, se è vero che ora gli Emperor sono un side-project band e non più quella principale di Ihashn e Samoth.

Autore: Emperor Titolo Album: Prometheus – The Discipline Of Fire & Demise
Anno: 2001 Casa Discografica: Candlelight Records
Genere musicale: Symphonic Black Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.emperorhorde.com
Membri band:

Ihsahn – voce, chitarra, synth, basso, programming

Samoth – chitarra

Trym – batteria

Tracklist:

  1. The Eruption
  2. Depraved
  3. Empty
  4. The Prophet
  5. The Tongue Of Fire
  6. In The Wordless Chamber
  7. Grey
  8. He Who Sought The Fire
  9. Thorns On My Grave
14th nov2012

Emperor – IX Equilibrium

by Alberto Vitale

Gli Emperor con IX Equilibrium realizzano forse la prova dal punto di vista compositivo più convincente di sempre eppure non tutti i fan rimasero affascinati da tanta maestria. Il black metal è un genere che smuove e solletica il lato emozionale dell’ascoltatore e un album ben concepito ma assolutamente privo di chissà quali canzoni dall’alchimia tenebrosa come questo, rischia di subire giudizi tiepidi, soprattutto perché questi tengono in considerazione le opere precedenti. Personalmente ritengo che in ogni forma d’arte dell’uomo ogni opera contenga tutto ciò che l’ha preceduta e tutto quello che la seguirà. Sarà banale, ma resta il fatto che IX Equilibrium è un album che solo gli Emperor avrebbero potuto scrivere e registrare. IX Equilibrium è forse la deriva definitiva dal black metal più classico, dimostrando un sogwriting evoluto, strutturato e caratterizzato da una qualità compositiva che va oltre il discorso e la filosofia del true norvegian black netal. Gli Emperor hanno maturato nel corso degli anni un progresso compositivo unico e il conseguente approdo verso un sound più raffinato e comunque elaborato è stata un’ovvia conseguenza. IX Equilibrium è stato lodato ma anche attaccato da una parte di fan e critica per motivazioni diverse eppure nessuna di queste può avere una base oggettiva e diventano il prodotto di considerazioni strettamente personali. Se In The Nighitside Eclipse ha folgorato con il suo gelo spietato e Anthems To The Wlkin at Dusk ha diffuso un’epica malvagia, IX Equilibrium ha declamato una freddezza esecutiva e sinfonica allucinante la quale ha prodotto un buon drappello di pezzi furiosi ed estremi oppure raffinati e dall’architettura esemplare. La forza e la bellezza.

Curse You All Men! ha un incipit maestoso e un refrain che si ripercuote nel contesto della canzone che vive attraverso un riffing impetuoso e travolgente e in più punti è fuso con gli imponenti synth che emergono di tanto in tanto. Decrystallizing Reason possiede un riffing più tipicamente black metal con i synth che tendono a fungere da contrappunto oppure da gemelli delle chitarre. L’affidarsi ad un riffing più ruvido e tipicamente Emperor della prima maniera è qualcosa che accade anche in Sworn. The Source Of Icon E nella sua parte centrale lascia posto ad un atteggiamento quasi thrash metal (ascoltando passaggi del genere al giorno d’oggi e con un bel po’ di materiale solista scritto da Ihsahn e Samoth viene da credere che sia il secondo ad averli determinati), quindi un guitarworking di impatto ma modulato e appunto più thrash dove anche l’acuto vocale di Ihashn sembra volersi esprimere in quel senso. Oltre all’opener Curse You All Men! e a Sworn, IX Equilibrium presenta anche un’altra canzone che diverrà un classico, ovvero An Elegy Of Icaros. Altro esempio di riff pensati e resi dinamici, ma soprattutto tesi a creare un flusso melodico unico grazie all’uso di black, death e thrash metal e altro esempio ancora di armonizzazioni sinfoniche improvvise che arricchiscono la trama del brano.

Nonus Equilibrium possiede una sua prima parte di black metal freddo e lanciato, successivamente il brano viene fratturato da una pausa e dalla quale gli Emperor emergono con una serie di progressioni maestose ed elaborate. Tecnicamente è forse il meglio che si possa sentire in questo album. The Warriors Of Modern Death presenta una band dai toni più dimessi, il brano è lanciato in mid-tempo e sommariamente presenta i suoi picchi virtuosi tra il primo e l’ultimo minuto dei quasi cinque totali. La seguente Of Blindness And Subsequent Seers è un’altra canzone dal ritmo ribassato, rispetto alla media generale, tuttavia ha delle accelerazioni e soprattutto possiede una cospicua dose di narrativa oscura e inquietante.

La mancanza di spigoli e lati oscuri e, bisogna scriverlo, registrati in modo inadeguato probabilmente non ha affascinato i “puristi”. Per questo album gli Emperor hanno portato se stessi altrove per superare modelli, e stereotipi, assimilando anche aspetti non tipicamente black metal e attraverso una personale visione delle cose. Questo è anche un modo per essere musicisti veri oltre che tarlati di un’ambizione, compositiva, che purtroppo porterà più avanti gli Emperor a sparire.

Autore: Emperor Titolo Album: IX Equilibrium
Anno: 1999 Casa Discografica: Candlelight Records
Genere musicale: Black Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.emperorhorde.com
Membri band:

Ihsahn – voce, chitarra, basso, tastiere

Samoth – chitarra

Trym – batteria

Tracklist:

  1. Curse You All Men!
  2. Decrystallizing Reason
  3. An Elegy Of Icaros
  4. The Source Of Icon E
  5. Sworn
  6. Nonus Aequilibrium
  7. The Warriors Of Modern Death
  8. Of Blindness And Subsequent Seers
  9. Outro (Hidden Track)
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