31st ago2012

Heaven And Hell – The Devil You Know

by Giancarlo Amitrano

Una dolorosa appendice conclusiva dell’universo Sabba Nero. Lo scioglimento definitivo della band dopo la pubblicazione di Forbidden si interseca con i successivi rumours, che si concretizzano unicamente nella reunion del 1998 nel mark classico con Ozzy, dando alle stampe un live che nulla aggiunge e nulla toglie alla loro carriera. Tuttavia, a volte i miracoli si verificano, l’ennesima riconciliazione porta Iommi e Dio a rincontrarsi professionalmente. Con il moniker dell’omonimo album del 1980, reclutati ancora Butler ed Appice, la band si esibisce in una serie di live che culminano nella pubblicazione di Live From Radio City Music Hall nel 2007, con il consolidato set di brani. Conseguenziale quindi la pubblicazione di un nuovo full-lenght, che vede la luce nel 2009. Potenza allo stato puro, melodie e sonorità che appaiono qui davvero senza tempo, il risultato della fatica del quartetto è sotto gli occhi, anzi le orecchie, di tutti. Sembra che il tempo non sia passato per il gruppo, sin da Atom And Evil il disco scorre sul binomio ugola-sei corde che mai come stavolta appare saldissimo. La voce del fenomenale elfo (67 anni nel 2009) non risente degli anni, perfetta nella timbrica e seguita a menadito dal fido chitarrista che si mette al servizio delle note emergenti da paradisi incontaminati, oscuri e solenni. Fear è il brano di Dio: nel vero senso del termine, dato il messaggio che solo egli può trasmetterci con la sua voce stentorea, coadiuvato da una sei corde distorta al massimo e dalla sezione ritmica che rasenta la perfezione nei suoi mid-tempo che fungono da battistrada al ritornello, davvero apocalittico nella sua declamazione. Uno dei must del disco, per la sua malefica influenza sonora che pare uscita da fucine roventi dove si riversa metallo fuso nelle piombature d’acciaio.

Con Bible Black la dannazione eterna è servita: il marchio di fabbrica Dio/Iommi si presenta da sé attraverso un arpeggio acustico che apre l’autostrada sonora al cantato roco e graffiante del singer, meravigliosamente ispirato anche dal solido lavoro dei troppo sottovalutati Butler/Appice. Riff pesanti e funerei permeano il brano di un’acuta dose di pessimismo in sintonia con la complessità dei testi dell’intera Dio-era. Double The Pain potrebbe essere il manifesto hard degli anni 70: svisate semplici che vanno dritte allo scopo, inframmezzate dal refrain di forte impatto che ammicca senza volerlo ad alcune tematiche quasi “easy-listening” per la presunta allegria del singer nel declamarle, sia pur sempre da par suo. Rock And Roll Angel rappresenta un punto interlocutorio, il brano sarebbe più adatto ad un lavoro solista del singer, stante le sue tematiche oniriche. Il solido lavoro di Iommi rende giustizia alla sonorità quasi medievale in alcuni passaggi, visto il desiderio del chitarrista, come detto, di mettersi maggiormente a disposizione del gruppo piuttosto che far risaltare il suo ego virtuoso a tutti i costi.

Spesso nella scaletta di un lavoro vi è un brano che purtroppo fa scendere la media valutativa: è questo il caso di The Turn Of The Screw, dove il quartetto subisce un pesante rallentamento sonoro, in cui le liriche e le linee musicali appaiono non completamente in simbiosi, ma bensì tra esse slegate, pur comunque attestandosi su di un livello di sufficienza. Un passaggio a vuoto che viene prontamente colmato, tuttavia, dal seguente Eating The Cannibals, un brano superbo, dove tutta la strumentazione è a disposizione del Folletto. Potentissime rullate di Appice fanno da contraltare al disturbato basso di Butler, che tiene come pochi la linea sonora del brano, prodigiosa come una cavalcata di ussari. Il ritornello è massacrante nella sua durezza, la potenza vocale è maestosa ed appare ancora una volta senza limiti tecnici, fattori che rendono il brano una delle gemme dell’album. Follow The Tears pare fuoriuscita dal primigenio vulcano sabbatico: atmosfere nere guidate sapientemente da arpeggi della sei corde per permettere al singer di interpretare il brano alla sua maniera, ovvero potente ed aggressiva sin dalle prime strofe. Anche questo brano viene gratificato da un lavoro in fase di arrangiamento davvero ottimo che si unisce alla produzione davvero impeccabile e senza sbavature di sorta.

Con Neverwhere  ci imbattiamo nel momento “doom” del disco, quasi un tributo dei 3/4 della band al passato che ritorna ed esige onore e rispetto. La linea sonora proposta ci proietta nella dimensione probabilmente più consona al fondatore, in cui il singer si trova forse non a proprio agio, ma comunque ancora in grado di sparare cartucce al curaro, forte dell’esperienza ormai quarantennale alle spalle. Giungiamo con tristezza al brano finale: Breaking Into Heaven è l’epitaffio finale, il congedo terreno di una delle voci più fenomenali che mai abbiano preso posto dietro al microfono. Non a caso il brano più lungo del disco, articolato tra doom arcaico ed hard classico, consente a Sua Maestà Ronnie James Dio di accomiatarsi da noi nella maniera migliore. Con la sua inconfondibile voce senza tempo, sostenuta da un perfetto mix della sei corde e della sezione ritmica, sfoggia tutto il suo repertorio senza limiti e rende il pezzo un dono finale per noi.

Con la sua morte di qui ad un anno, nulla è stato come prima. Ciò che verrà in seguito accadrà sempre nel solco del suo testamento-lascito musicale, come Lui avrebbe voluto, anche in questa sua ultima esibizione vocale di classe immensa.

Autore: Heaven And Hell Titolo Album: The Devil You Know
Anno: 2009 Casa Discografica: Roadrunner Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: www.black-sabbath.com
Membri band:

Ronnie James Dio – voce

Tony Iommi – chitarra

Terrence “Geezer” Butler – basso

Vinnie Appice– batteria

Tracklist:

  1. Atom And Evil
  2. Fear
  3. Bible Black
  4. Double The Pain
  5. Rock And Roll Angel
  6. The Turn Of The Screw
  7. Eating The Cannibals
  8. Follow The Tears
  9. Neverwhere
  10. Breaking Into Heaven
17th ago2012

Black Sabbath – Forbidden

by Giancarlo Amitrano

Abbiamo attraversato quasi 3 decadi, per narrare le gesta degli epigoni del metal. Sin dal primo omonimo album il Sabba Nero ha conservato immutate le caratteristiche uniche del genere da esso codificato in varie forme. Passando per svariati cambi di formazione ed avvicendamenti “umani”, il gruppo si presenta a noi con il suo 18esimo lavoro, al momento l’ultimo in studio. Riformata la line-up di Tyr, con Murray e Powell ancora assieme, la pubblicazione di Forbidden fornisce ancora spunti di riflessione e commento. Le sonorità sono completamente diverse, pur conservando l’originaria veste compositiva: The Illusion Of Power con il suo intro acustico appare come una mina vagante, pronta ad esplodere con la voce graffiante di Martin che declama le strofe con enfasi persino inattesa, assecondato dalla sezione ritmica che sa bene quando percuotere le pelli e quando macellare le note di basso, per poi concludersi con una delicata tempesta sonora della sei corde impreziosita anche dai cori del rapper Ice-T, coautore del brano. Get A Grip si presenta con una potente rullata di Powell, su cui Martin è decisamente hard nell’interpretazione del brano, brano che in alcuni passaggi si caratterizza anche per dei tempi quasi “mid”, che tuttavia lasciano ampio spazio ad un mortifero solo di Iommi qui in stato di grazia. Conclusione in puro stile speed metal, con l’ossessivo refrain urlato a squarciagola. Can’t Get Close Enough si approssima all’ascoltatore come la classica ballad da piazzare all’interno del disco: ci pensa Iommi a sfatare l’illusione, con il lavoro combinato alla sezione ritmica. Martin è deciso nell’esposizione del brano che nella fase centrale risente delle influenze malefiche del gruppo che ancora fanno capolino nell’arcobaleno sonoro di fine brano, potente e ben congegnato.

Ascoltiamo Shaking Off The Chains e notiamo il cantato quasi “rap” delle strofe iniziali: la mente ci riporta alle migliori interpretazioni prog di mister Geoff Tate. L’evoluzione molto concettuale del brano consente alla sezione ritmica di tenersi sempre sulla stessa tonalità potente, ma in continua evoluzione grazie alla linea chitarristica sempre ben presente in sottofondo con la sua unica ed ossessiva nota lancinante, che consente al brano il “rientro” finale nella cadenza ossessiva del ritornello. I Won’t Cry For You fa la fortuna del disco: una voce quasi ossianica che nell’esposizione dei testi rende bene l’atmosfera che di lì a poco ci attende: le melodie costruite da Nicholls consentono alla sezione ritmica di contenere l’esplosione sonora che infatti induce Martin a seguire la linea quasi acustica di Iommi, che detta i tempi e le melodie centrali. Martin è padrone assoluto in Guilty As Hell: il timbro oscillante tra narrastorie e screamer è saggiamente dosato, grazie anche alla potente grancassa di Powell (di qui a qualche anno tragicamente scomparso), che gratifica il cantato di continue rullate. Con un Iommi che stavolta si tiene sommessamente in disparte sino all’accennato riff finale.

Sick And Tired è probabilmente il top dell’album: maiuscoli Powell e Nicholls per quanto di loro competenza. Anche Iommi stavolta decide di gettarsi a capofitto nella mischia con un riffone centrale da paura, che ricorda i meravigliosi anni ‘70 quando la sei corde suscitava emozioni nei veri rocker. In questo caso, la sei corde del “mustacchio malefico” vuole essere presente dalla prima all’ultima nota, rassicurandoci anzi che la vena compositiva non è stanca e non si è inaridita. Rusty Angels va dritta per la sua strada, sin dall’inizio: sezione ritmica potente e ben misurata, vocalist particolarmente ispirato su tematiche pseudo-religiose (a smentire ancora una volta presunte influenze demoniache), sei corde granitica che funge da solista e ritmica allo stesso tempo. Il ritornello è gradevole, ben modulato, senza cedimenti: ed il baffuto? Tranquilli, dopo un intermezzo slide per blandirci, ecco una cascata di note a sommergerci che avvia il brano a degna conclusione. È il momento della title-track: un incedere solenne del cantato consente ancora a Powell e Murray di mettersi in mostra con i rispettivi brevi assoli che tengono ampiamente testa al padrone di casa, protagonista che stavolta decide di donarci un suo assolo diviso in due dalla mortifera voce di Martin, che chiude il brano in uno stemperato sonoro di gradevole impatto.

Il congedo è giunto: Kiss Of Death ci commuove per il lirismo quasi trasognato ed il pathos che il cantato ci trasmette. Le visioni tombali che sono il marchio di fabbrica del gruppo stavolta fanno i conti con il predominio di tastiere e chitarra slide in sottofondo. Lasciamo allora che il singer si cimenti in questa interpretazione di stampo quasi medievale in alcuni passaggi, su cui tuttavia si staglia ancora una volta, forte, la sei corde ritmata di Iommi. Conclusione davvero degna che si concretizza nella lunga cavalcata finale del gruppo, salvo poi lasciare la parola conclusiva (ad oggi) a Iommi che un rintocco di orologio si congeda da noi. La fine di questa lunga escursione è cosa fatta: le reunion, le voci, i ritorni che in questi anni si sono susseguiti acuiscono la nostalgia. I progetti che forse un giorno si concretizzeranno in un nuovo lavoro del Sabba Nero sono al momento tenuti vivi dalla carriera quarantennale della band che probabilmente da qualche parte nel mondo sta pensando a come stupirci ancora con le sue sonorità eterne.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: Forbidden
Anno: 1995 Casa Discografica: I.R.S Records/Emi
Genere musicale: Hard Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

Tony Martin– voce

Tony Iommi – chitarra

Neil Murray – basso

Cozy Powell – batteria

Geoff Nicholls – tastiere

Tracklist:

  1. The Illusion Of Power
  2. Get A Grip
  3. Can’t Get Close Enough
  4. Shaking Off The Chains
  5. I Won’t Cry For You
  6. Guilty As Hell
  7. Sick And Tired
  8. Rusty Angels
  9. Forbidden
  10. Kiss Of Death
10th ago2012

Black Sabbath – Cross Purposes

by Giancarlo Amitrano

Un Sabba Nero deve necessariamente essere provvisto di tutti gli ingredienti necessari alla sua buona riuscita: deve essere continuamente irrorato da tutte le alchimie, ivi compresi i cambiamenti nel dosaggio delle “spezie”. Qui intese come nuovi membri, che poi tanto nuovi non lo sono. Fuoriuscito definitivamente Dio per i rinnovati disaccordi con il chitarrista, la band richiama il fido Martin ai microfoni, ingaggiando inoltre l’esperto Rondinelli alle pelli. Il risultato, nella travagliata carriera del gruppo, è il solido Cross Purposes: rilasciato agli inizi del 1994, l’album si caratterizza ancora una volta per la potenza sonora e le tematiche di devastante attualità. Sin dalla opener-track, il gruppo al completo si mette all’opera da par suo: una rullata incredibile di Rondinelli dà la stura alla cavalcata monumentale di Martin che, egregiamente assistito dalla sei corde, sciorina ritornello e strofa centrale in una ideale unione e comunione di intenti. Coadiuvato da un solido riff centrale, il brano si dipana con energia ed ottima sincronia negli arrangiamenti finali che lo rendono già un cult del disco. Cross Of Thorns si staglia nel complesso del disco per la voce modulata di Martin, qui davvero al top dei suoi mezzi tecnici, assecondato in pieno dal resto della band che si mantiene saggiamente di una tonalità sotto, per consentire all’estensione vocale del singer di raggiungere progressivamente il livello di eccellenza che nella fase centrale si assesta al massimo nell’esecuzione del refrain.

Psychophobia riflette in pieno le tematiche in esso proposte: sonorità ossessive che il gruppo tiene con classe a freno, pronte a scattare in una ideale simbiosi di tempi tecnicamente ineccepibili, messi a disposizione dell’economia del brano. Il cantato resta sempre su livelli di eccellenza, anche se in alcune quartine centrali pare volersi tenere le cartucce migliori in serbo per il prosieguo del disco. Virtual Death è un buon apripista al virtuosismo: il gruppo resta compatto nell’esecuzione del brano, mentre Martin si dedica anima e corpo ad una interpretazione molto sentita e partecipe, che rende giustizia al suo bagaglio tecnico inserito in un contesto davvero al fulmicotone. Immaculate Deception si basa su di un inatteso e solido mid-tempo dell’intera strumentazione: le tastiere di Nicholls si esaltano nel dipingere il tappeto sonoro che fa da sottofondo alla voce davvero mefistofelica. Mentre l’ossessiva base ritmica Rondinelli/Butler si scatena in improvvise, brevi ma potenti jam, la sei corde saggiamente si mette al servizio del brano, per poi scatenarsi in un delicato riff che accompagna dolcemente il pezzo alla sua degna conclusione.

Dying For Love è il must dell’intero album: superbamente interpretata dall’intero quintetto, si staglia monumentale sin dalle prime note. Con una drammatica ed opprimente linea chitarristica, Martin si produce in un cantato sapientemente tenuto sotto di una ottava, mentre ancora il mai troppo apprezzato Nicholls consente con i suoi giri di tastiere lo snodarsi compatto del brano, che si caratterizza per i ripetuti “rientri” vocali che vanno ad innestarsi sulla sei corde meravigliosamente slide. Back To Eden rappresenta l’ennesima gemma: un intricato giro di basso consente a Iommi di sbizzarirsi in una serie di improvvisazioni di breve ma sicuro impatto. Martin si mantiene sulla linea sonora della continuità vocale, mentre il valido lavoro di Rondinelli consente di valorizzare ancora meglio l’intrico ritmico-solista del brano. The Hand That Rocks The Cradle ci consegna la band al suo top: superbo Nicholls nel tratteggiare ideali linee artistiche cui il gruppo si adegua con una vena quasi prog nello snodarsi del refrain e del riff centrale. Il singer resta saldo nella sua estensione vocale, potente e decisa nel proporre le note centrali che fanno da apripista alla sessione finale del brano, che qui ci appare davvero valido nella sua “medievalità” finale, che cattura e rapisce l’ascolto. L’interpretazione di Cardinal Sin sembra voler rendere omaggio agli albori del gruppo: il ritmo sincopato del brano ci riporta a fasti di tre decadi orsono, quando dietro i microfoni si esibiva il Madman per eccellenza. L’esposizione del testo resta memorabile nel canto, nella traccia sonora del tutto composita e compatta, che senza fronzoli perviene alla parte finale, di esclusiva proprietà di Iommi che da par suo completa l’intero pentagramma delle note per rendere il brano ancor più potente.

Evil Eye conclude degnamente il disco: con la partecipazione straordinaria di Eddie Van Halen alla sua stesura, il brano acquista quel quid in più di imprevedibilità. La sezione ritmica è qui al suo top: l’uso sapiente della doppia cassa, unito al robusto giro di basso, accolgono alla grande lo screaming espositivo, sovvenuto alla grande dall’ennesimo solo di bravura mostruosa di Iommi, che ad epitaffio finale rende memorabile anche l’ultimo brano. Un disco che non rappresenta il canto del cigno per il gruppo, ma anzi fungerà da carburante per le prossime emozionanti proposte della band.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: Cross Purposes
Anno: 1994 Casa Discografica: I.R.S Records
Genere musicale: Hard Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

Tony Martin – voce

Tony Iommi – chitarra

Terrence “Geezer” Butler – basso

Bobby Rondinelli – batteria, percussioni

Geoff Nicholls – tastiere

Tracklist:

  1. I Witness
  2. Cross Of Thorns
  3. Psychophobia
  4. Virtual Death
  5. Immaculate Deception
  6. Dying For Love
  7. Back To Eden
  8. The Hand That Rocks The Cradle
  9. Cardinal Sin
  10. Evil Eye
03rd ago2012

Black Sabbath – Dehumanizer

by Giancarlo Amitrano

A volte ritornano: con scopi e mire diverse, ma può accadere. L’importante è non farsi mai trovare impreparati, nella vita come in ogni altro aspetto di essa. Così avviene anche in campo musicale, per il sedicesimo episodio della sua saga, il Sabba Nero ci riserva una degnissima e gradevolissima sorpresa. Il ritorno del figliol prodigo, il menestrello per eccellenza, Ronnie James Dio, unito a quello del fido Appice dietro le pelli, consente a Iommi di riassemblare il fortunato combo di Mob Rules. Il risultato è uno degli album più duri e violenti dell’intera discografia della band. Le tematiche trattate spaziano su argomenti più vasti, grazie al rinnovato contributo del singer nella stesura dei testi dei brani. Computer God ne è esempio classico: un mid-tempo di batteria ed un riff accennato ma sostenutissimo incalzano lo scorrere del brano, su cui si erge subito statuaria la voce di Dio, qui ancora e sempre al massimo delle sue capacità tecniche: memorabile il solo di metà brano, con una “slide” che già tocca livelli di eccellenza. After All ci precipita all’Inferno: la voce funerea quanto basta fa da battistrada alla sezione rtimica che qui davvero si unisce in una disfida a base di percussioni forsennate e bassi poderosi. Se Iommi pensava di essere sempre l’accentratore del gruppo, si sbagliava di grosso: i nuovi/vecchi arrivati sanno bene il fatto loro. Il brano scorre via veloce in una progressione notevole, su cui resta degna di memoria la titanica interpretazione del refrain, nel contesto di un altro grande momento artistico.

Concediamoci anche una parentesi quasi speed: con TV Crimes non si fanno prigionieri. Percussioni sparate al massimo, basso rutilante e di spessore, cantato roco e pulito al tempo stesso: solo la sei corde…non si fa attendere per sprigionare a piene note un arcobaleno sonoro senza precedenti, grazie anche ai testi di impatto che qui prendono in giro gli allora imperanti telepredicatori, a base di riff potentissimi e distorsioni di devastazione unica. La struttura di Letters From Earth è complessa, davvero complessa: Dio a squarciagola ci preannuncia messaggi dalla Terra a mezzo della sua voce potente e modulata, al cui servizio ben si dispongono gli strumenti, in primis la sei corde di Iommi che qui pare davvero aver messo da parte i rancori passati con il singer per assecondarlo nel progressivo salire di tono del brano. Il riff centrale ricorda le migliori improvvisazioni blackmoriane, ma è quasi scontata la similitudine, stante la comune “schiatta” di provenienza: grande brano, multigenere davvero. Un grandioso Butler ci introduce alla conoscenza della follia pura: Master Of Insanity si incammina così, con un giro ossessivo di basso che stavolta è propedeutico alla stessa chitarra, anche se interviene come sempre il folletto magico a mettere tutti d’ accordo con il suo inimitato ed indimenticabile screaming. L’interpretazione stentorea del brano ci induce al rimpianto per cosa avrebbe e sarebbe potuto essere ancora per noi amanti del genere. Ancora, sino alla fine, non manchiamo ricordare chi siano davvero i Signori della Pazzia, che, stavolta, sono pienamente presenti a sé stessi per offrirci ancora un intermezzo centrale di pura melodia medievale, sempre tanto cara al singer.

Potenza, ancora potenza: con Time Machine il quintetto si lancia a rotta di collo nell’esecuzione del brano, senza soluzione di continuità. Il livello di eccellenza e la coesione del quintetto rendono il brano un’altra gemma all’interno del disco, grazie ai testi ancora di attualità ed alle musiche ancora d’impatto, su cui i cinque fanno a gara nell’esibire la loro migliore prestazione strumentale o vocale. La jam centrale di Butler/Iommi è davvero da urlo: quattro e sei corde all’unisono ci conducono dritti al cuore del brano, che si avvia alla conclusione in un inferno sonoro di potenza squassante. Sins Of The Father è il brano “mistico” del disco: atmosphere suffuse di interiorità causate dal suono cupo e volutamente rallentato degli strumenti, che tuttavia si aprono all’improvviso alla pienezza dell’assolo centrale. Il lavoro del canto prosegue senza intoppi, la sezione ritmica dura quanto basta e la sei corde “svisata” al massimo consente al pezzo di superare il breve momento di impasse della fase finale, che si chiude comunque in un crescendo grazie al recupero del tappeto sonoro generale.

Too Late è un epitaffio per una qualunque brano di Edgar Allan Poe, una pietra tombale sulla desolazione umana, la parola fine alla parodia del genere umano. In questo brano ritroviamo il Dio di venti anni prima, con le sue atmosfere medievali e le sue visioni oniriche della vita, che in questo brano si riscontrano nei tocchi magici di Nicholls, nelle percussioni sincopate, nel basso ritmico a guisa di chitarra, oltre che naturalmente nella sei corde che qui disegna ancora un ideale arcobaleno rubato a qualche collega di cui tacciamo il nome per carità di patria, ma senza che per questo egli debba adombrarsene. Risultando, infatti, il brano è un sapiente e superbo mix di stili, mai più nemmeno lontanamente raggiunti e naturalmente eguagliati. Davvero troppo tardi per gli altri gruppi che volessero avventurarsi in un pallido tentativo di imitare l’inosabile. I come N.I.B? Possibile, ascoltando i primi minuti di intro del brano. L’elfo incantato ci proietta nella sua dimensione più intimista, coinvolgendo alla grande il resto del del gruppo, che di buon grado si presta a seguire il suo eclettico condottiero. Esattamente al centro del brano, arriviamo al momento catartico di tutto il disco: un’esplosione sonora, un’eruzione strumentale, una prestazione vocale da sballo, in un contesto di cilindrata hard/metal senza fine, senza tempo e soprattutto senza confini. Condotti dritti verso l’infinito musicale, dobbiamo inchinarci con il cuore e l’animo all’ascolto delle sonorità provenienti da una fantomatica astronave proveniente da galassie lontane ed inesplorate.

Giunge il momento, con animo triste, di congedarci da questo lavoro: per fare in modo che esso ci resti ben stampato in mente, il gruppo ci propone come ultimo brano una visione claustrofobica delle cose. Buried Alive è il testamento spirituale di Ronnie James Dio, la sua visione personale della musica, il mondo che avrebbe voluto e per cui si batterà sino alla fine dei suoi giorni. La performance vocale è letteralmente da brividi, la sensazione di oppressione è sempre più latente, Iommi resta ipnotizzato dalle note emesse dal suo compagno di ventura, tanto che la sua trance artistica pare voglia esprimersi anche dopo la conclusione del brano. Il rallentamento della strumentazione negli ultimi 50 secondi del pezzo ci fa davvero credere di essere ormai sepolti vivi e rassegnati ad essere sommersi dal male incombente su di noi. Salvo poi prevalere la parte razionale, che ci ricorda con forza che il capitolo finale del Sabba Nero è lungi dall’essere scritto: per, anzi, continuare a sorprenderci ed atterrirci ancora a lungo e sempre con argomenti concreti e diversi, a cominciare proprio da chi sarà dietro al microfono.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: Dehumanizer
Anno: 1992 Casa Discografica: I.R.S. Records
Genere musicale: Hard Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: www.black-sabbath.com
Membri band:

Ronnie James Dio – voce

Tony Iommi – chitarra

Terrence “Geezer” Butler– basso

Vinnie Appice – batteria

Geoff Nicholls – tastiere

Tracklist:

  1. Computer God
  2. After All (The Dead)
  3. TV Crimes
  4. Letters From Earth
  5. Master Of Insanity
  6. Time Machine
  7. Sins Of The Father
  8. Too Late
  9. I
  10. Buried Alive
27th lug2012

Black Sabbath – Tyr

by Giancarlo Amitrano

Sono trascorsi “appena “ 20 anni: un tempo relativamente breve, se riferito alla carriera musicale. Ma già enorme, per un gruppo che ha attraversato due decadi fra cadute, resurrezioni e momenti interlocutori. Il Sabba Nero, lungi dal suo canto del cigno, affronta a muso duro l’ultimo decennio del ventesimo secolo: reclutato il validissimo Neil Murray alla 4 corde, confermatissimi Powell, Martin ed il fido Nicholls, ecco rilasciato il potente Tyr. Un concept album ideato da una band ai suoi antipodi? Possibilissimo per il baffuto leader. Sebbene solo il trittico centrale se ne occupi a pieno, l’intero album è permeato di atmosfere nordiche, con sonorità accentuate e tematiche quasi empiree. L’opener Anno Mundi è intrisa di melodia coristica su cui si staglia la stentorea voce di Martin: basato su di un solido accordo di chitarra, il brano si snoda con melodia e potenza saggiamente dosate anche nell’intermezzo centrale, in cui oltre alla sei corde a far da padrona, si distingue la sezione ritmica superbamente ispirata. The Law Maker è uno dei piloni del disco: metal, hard, trash tutti insieme appassionatamente. Martin ci conduce per mano con voce titanica, Powell è davvero il martello degli dei, Iommi rilascia una cascata di note per un arcobaleno sonoro da sogno e da urlo. Il mid-tempo centrale consente ad Iommi di scatenarsi in tre distinti e separati mini-riff, di potenza indicibile sparata al massimo attraverso ideali Marshall, che lasciano alfine senza respiro. Ed ancora, verso il finale, il quintetto rilascia negli ultimi trenta secondi una jam di spaventosa potenza.

La ballad pressoché immancabile ci viene servita su di un piatto d’argento: Jerusalem potrebbe essere definito un brano quasi “biblico”, in aperta contrapposizione ai temi vichinghi trattati. Da par suo, tuttavia, il brano risponde ai canoni del brano di “intermezzo”, mantenendo tuttavia il giusto tempo di energia specie nelle linee sonore centrali, in cui la sei e la quattro corde riescono a tratteggiare un’alternanza sonora davvero d’effetto. Memorabile il solo centrale che, cronometrato in esatti 18 secondi, sprigiona potenza, classe, energia e sentimento al tempo stesso, il tutto, per un altro grande brano. Il momento debole del disco lo rinveniamo, purtroppo, nella fase centrale del disco: The Sabbath Stones, per quanto ben modulato ed anche orecchiabile fa calare di colpo la tensione anche a causa degli arrangiamenti non di alto valore. La voce di Martin è stranamente sotto le righe ed anche il resto del gruppo si limita ad eseguire lo scialbo compitino, come si fosse trovato lì per caso. Degna di menzione solo la fase centrale del brano, in cui le linee melodiche prevalgono.

Ed eccoci al trittico di cui avevamo accennato: piena mitologia vichinga in The Battle Of Tyr, dove un superbo Nicholls disegna appieno il futuro scontro tra titani. Preannunziato dalla slide di Iommi e dai tasti d’avorio, Odin’s Court rievoca la mitologia del dio supremo nella tradizione nordica. Martin è di nuovo grande nel renderci l’atmosfera di tensione che prelude alla battaglia finale in cui il quintetto è pronto a scendere in campo e a restarci con le sonorità ottimamente tenute sotto controllo per consentire al cantante di ergersi novellamente al ruolo di “screamer”. La resa dei conti, Walhalla, ci spinge a forza nell’arena con la potenza musicale del quintetto. Il ritornello scandito a pieni polmoni costruisce il tappeto sonoro su cui il gruppo si scatena; monumentale ed indimenticabile Powell nelle sue rullate che preludono l’assolo davvero mortifero di Iommi. Breve, ma tagliente, l’assolo si snoda velocissimo per consentire il “rientro” vocale di Martin sulle note appena lasciate in sospeso. E ancora, il finale è tutto della sei corde assecondata dalla perfetta sezione ritmica. Dopo la battaglia, il riposo del guerriero: Feels Good To Me induce ad essere misericordiosi con il nemico sconfitto…ma non troppo. Il quintetto si erge protagonista al completo nell’offrirci il loro spaccato più intimo: la iniziale melodia sognante cede presto il passo alla fase centrale di improvvisazione più completa, perché possa poi su di essa innestarsi il potente solo di Iommi, pur dosato nella sua delicatezza. Il tutto “nonostante” Martin che, quasi estraniandosi dal contesto, continua ad emettere vocalizzi di rara potenza anche in un ambito più rilassato come quello del brano in questione, che si conclude con la voce infinita di Martin, quasi a superare il termine del pezzo, con la sua potenza vocale, apprezzata ancor più nel video che all’epoca lo accompagnava.

Il disco si conclude con una cavalcata “classica” del gruppo, Heaven In Black, si dipana come una lunga jam che permette ad ogni singolo componente di esibirsi con il suo tocco magico: il refrain resta ben stampato in mente, con Powell davvero indemoniato che conduce il gruppo attraverso due distinti stacchi di batteria, che portano alla distorsione massima della chitarra nel primo e ad un terremoto sonoro finale con il secondo, per chiudere degnamente l’ennesimo ottimo lavoro del gruppo. Lavoro che di qui a breve ci sorprenderà ancora inaspettatamente.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: Tyr
Anno: 1990 Casa Discografica: I.R.S. Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

Tony Martin – voce

Tony Iommi – chitarra

Neil Murray – basso

Cozy Powell – batteria

Geoff Nicholls – tastiere

Tracklist:

  1. Anno Mundi
  2. The Law Maker
  3. Jerusalem
  4. The Sabbath Stones
  5. The Battle Of Tyr
  6. Odin’s Court
  7. Valhalla
  8. Feels Good To  Me
  9. Heaven In Black
13th lug2012

Black Sabbath – The Eternal Idol

by Giancarlo Amitrano

Tony Iommi è stato e resta la mente del Sabba Nero: più dello stesso Ozzy, di Ronnie James Dio e degli altri valentissimi collaboratori che si sono succeduti nella discografia della band. Come l’araba fenice, il baffuto chitarista ha saputo sempre rialzarsi dai (pochi) passaggi a vuoto della sua carriera, sia che si trattasse di attingere a nuove sonorità, sia nell’assemblare una nuova formazione all’occorrenza. Ed è esattamente ciò che si verifica anche per The Eternal Idol: salutata la miriade di turnisti occorsa per realizzare Seventh Star, Iommi riassembla stavolta una line-up decisamente più stabile. Reclutata la leggenda Bob Daisley al basso, con il fido Nicholls alle tastiere e soprattutto con il nuovo vocalist, l’ex Orion Tony Martin…la nuova avventura può partire. Sonorità di nuovo “malefiche” impregnno i solchi dell’album, sin dalla iniziale The Shining notiamo il ritorno a tematiche quasi ancestrali, su cui il cantato di Martin si innesta alla perfezione. Strutturato su un possente giro di basso, il brano si snoda attraverso il roco e sognante Martin, che dà la stura al riff centrale potente ed anche molto distorto. Accompagnato da una clip di potente impatto darkeggiante, il brano consente una partenza sparata sin dai primi ascolti del disco. Una sapiente atmosfera funerea creata da Nicholls introduce Ancient Warrior, la voce di Martin ricalca le sonorità dell’era Dio, in aggiunta ad una chitarra superbamente modulata su strofe molto mid-tempo. Il riff centrale è monumentale: tutto il Paradiso delle sei corde sta ad ascoltare l’incedere maestoso della chitarra, accompagnato magistralmente dalla sezione ritmica, per un brano da urlo.

Metal puro in Hard Life To Love: la doppia cassa di Singer rulla impetuosa, Martin si sgola a dovere per porgere su un piatto d’argento il refrain del brano articolato su due quartine di basso e batteria, che fanno da apripista a un riff di chitarra semplice, ma ossessivo e martellante, quasi dai tempi speed. Glory Ride consente a Martin il massimo dell’estensione vocale: stante il lento ma sicuro incedere del brano, questo permette al cantante di spaziare dal falsetto allo screaming con la massima nonchalance, supportato in questo dalle sapienti linee melodiche di Nicholls. Un sapiente mix che caratterizza il brano come uno tra i migliori del disco. Born To Lose è impostata su una solida linea di chitarra, attraverso la quale si evince che il gruppo vuole condurci per mano e con gentilezza al riff centrale, scaricato d’improvviso nel bel mezzo di tempi e sonorità quasi prog ma solo per un attimo. L’assolo inconfondibile del mancino è qualcosa di graffiante, coadiuvato alla grande dalla sezione ritmica, che casualmente di lì a poco incrocerà i destini della band di Gary Moore. Ancora un grande intro di Nicholls ci conduce all’incubo degno del titolo: Nightmare è un azzeccata simil-ballad, sempre dai tempi rigorosamente hard. La voce di Martin ci sorprende ancora per la sua graffiante profondità, basso e batteria sono concentrati al massimo per produrre azzeccate melodie. Il ghigno satanico di metà brano ci rimanda alle atmosfere in puro stile-Ozzy, salvo poi ricondurci alla realtà, fatta di sbandamenti vocali e chitarristici sapientemente costruiti.

Una maestosa acustica tratteggia Scarlet Pimpernel, un esercizio di stile che in un paio di minuti ci coglie impreparati, non imbracciando Iommi tale strumento ormai da tempo. Purtuttavia, grande atmosfera sognante e di impatto sicuro, in solo due minuti… Ancor più heavy, verso la fine del disco Lost Forever che scivola come un proiettile sparato in pieno volto, a distanza ravvicinata. Tira dritto per tutta la durata, senza cedimenti: Martin e Singer protagonisti assoluti del brano al cui servizio stavolta è “il grande mustacchio” che piazza la zampata da par suo proprio nel momento apicale del cantato, che qui deve necessariamente cedere il passo, salvo poi ritornare nel finale con le ultime linee sonore che schizzano superbamente oltre il muro del suono. Arriviamo alla fine con la title track, Eternal Idol, che non avrebbe sfigurato 17 anni prima al loro esordio: le atmosfere di dannazione si respirano a pieni polmoni, Iommi si mantiene quasi in una dimensione di trascendenza musicale, con semiacustica ed elettrica appena accennata; Martin che declama con fare luciferino ogni umana miseria, appoggiato in toto anche dalla sezione ritmica, che con un sapiente uso della grancassa e del basso pesante, sforna ancora un masterpiece. Tagliente come un’accetta, si snoda attraverso le onnipresenti tastiere che disegnano ancora l’Inferno in terra, in cui il singer evidentemente si trova a suo agio come pochi.

Migliore conclusione non poteva esservi, per un disco originariamente concepito per le linee vocali del compiantissimo Ray Gillen, poi ingiustamente defenestrato. Resa sonora tuttavia ottima anche con Martin, che da questo disco inizia una proficua e fortunata collaborazione con il Sabba Nero…il sipario è lungi dal calare.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: The Eternal Idol
Anno: 1987 Casa Discografica: Vertigo/Warner Bros
Genere musicale: Hard Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

Tony Martin – voce

Tony Iommi – chitarra

Bob Daisley – basso

Eric Singer – batteria

Geoff Nicholls – tastiere

Bev Bevan – percussioni su traccia 7

Tracklist:

  1. The Shining
  2. Ancient Warrior
  3. Hard Life To Love
  4. Glory Ride
  5. Born To Lose
  6. Nightmare
  7. Scarlet Pimpernel
  8. Lost Forever
  9. Eternal Idol
06th lug2012

Black Sabbath (featuring Tony Iommi) – Seventh Star

by Giancarlo Amitrano

Sembra passato un secolo dalla realizzazione di capolavori quali Heaven And Hell e Mob Rules. È passata tanta acqua sotto i ponti del Sabba Nero, e non tutt’acqua pulita. Dopo l’abbandono di Dio dovuto a contrasti con Iommi circa il missaggio di Live Evil, e la successiva parentesi con Gillan per la realizzazione del controverso Born Again, il gruppo è definitivamente allo sbando. Abbandonano Ward, Butler e il misconosciuto Dave Donato, che aveva sostituito Gillan dopo la conclusione del tour del 1984: resta solo il capostipite, che tuttavia non si perde d’animo ed in breve tempo riassembla una nuova line-up, sia pure di turnisti d.o.c. . Con la clamorosa partecipazione di “The Voice” Glenn Hughes, Eric Singer alle pelli, Dave Spitz al basso ed il fedele Nicholls alle tastiere, viene rilasciato Seventh Star agli inizi del 1986. Per motivi contrattuali, il gruppo è denominato Black Sabbath Featurnig Tony Iommi. E, tuttavia, annotiamo ancora una pagina memorabile del gruppo: risorto dalle proprie ceneri come la Sfinge, il quintetto sfodera una prestazione da brividi lungo tutto lo snodarsi del disco. Le sonorità sono in pieno stile anni ’80, la produzione impeccabile e corposa rende giustizia alla fatica dei cinque, che danno davvero il meglio di sé. L’intro di In For The Kill squassa i timpani: il drummer pesta a più non posso per preparare l’ingresso di Hughes, con un urlato degno di Burn di una decade precedente. Iommi sembra non risentire di essere restato unico membro originale e per non dispiacerci ci dona un riff micidiale, mozzafiato di rara intensità che scandisce il superbo tempo della sezione ritmica:  un inizio già su livelli di eccellenza.

No Stranger To Love: il menestrello in persona, rappresentato da Iommi ed il cantastorie impersonato da Hughes, vi presentano la perfezione lirica e sonora. Sostenuto da un videoclip letteralmente da Oscar, il brano diviene presto uno dei capisaldi del gruppo, maestoso come non mai e strappalacrime al momento giusto. Monumentale l’assolo centrale della sei corde, che rende divino l’incedere del pezzo reso leggendario dalle tonalità soavemente modulate di Hughes, che lo rendono un evergreen. Con Turn To Stone ci catapultiamo in un buon angolo di metal classico: una grancassa “impazzita”, un giro di basso rutilante, un cantato quasi distorto nella fase centrale e naturalmente una sei corde massacrante, contribuiscono a formare un muro sonoro di rara intensità. Superbo il legato di “mid-tempo”, che prepara al refrain finale quasi senza accorgersene, di modo che la sovrapposizione strumentale renda ancora più infuocato il brano, che si distingue ancora per il roco cantato finale. Dopo la parentesi strumentale di Sphinx, giungiamo alla title track: ma sembra anche di tornare indietro di un ventennio per la sua sonorità. Linee quasi “ossianiche” preludono alla narrazione tormentata di Hughes, che deve sforzarsi da par suo per giungere alla parte centrale del brano in modo lineare, legando la originaria quartina alla successiva tonalità di “rientro” della chitarra, che deve accompagnare quasi per mano l’ascoltatore dalla dimensione “lisergica” della prima strofa alla conclusione in stile quasi prog.

L’interpretazione di Danger Zone ci lascia senza parole: Hughes è memorabile in veste “thrasher”, accompagnato da una linea sonora di rara potenza, in primis con la sei corde. Dominante la maggior parte del brano, Iommi sciorina a piacimento un ossessivo e martellante refrain, su cui opera trionfalmente la sezione ritmica da sballo, che vedrà di lì a poco il reclutamento nella band di Gary Moore. Danger Zone è tra i migliori brani dell’album, purtroppo verrà raramente ripreso in sede live con una formazione che a breve non avrebbe più visto Hughes dietro il microfono, vittima di un’impunita aggressione da parte del loro ex manager, Don Arden, nonché padre della signora Osbourne. Causato da un pugno alla gola, il malessere del cantante obbligò il gruppo a sostituirlo per la fine del tour con il compiantissimo Ray Gillen. Il trittico finale del disco, Heart Like A Wheel, Angry Heart e In Memory, ci consegna la parte più melanconica ed intimista del gruppo: strano a dirsi, per una band tacciata a torto anche di satanismo. Le melodie contraddistinguono i tre brani, sostenuti dal lavoro ora valorizzato di Nicholls, che costruisce a suo piacimento il tappeto sonoro su cui si snodano i ritornelli apparentemente tra loro simili, accomunati anche dalla calda voce di Hughes, il quale evidentemente ci tiene a lasciare un buon ricordo di sé.

Cosa che di certo si è verificata, pur se rapidamente posta in secondo piano da nuovi ed ulteriori accadimenti che stanno per verificarsi in seno alla band. In tempo, tuttavia, per regalarci ancora una pietra miliare degli anni ‘80 e non solo…

Autore: Black Sabbath (featuring Tony Iommi) Titolo Album: Seventh Star
Anno: 1986 Casa Discografica: Vertigo
Genere musicale: Hard Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

Glenn Hughes – voce

Tony Iommi – chitarra

Dave Spitz – basso

Eric Singer – batteria

Geoff Nicholls – tastiere

Tracklist:

  1. In For The Kill
  2. No Stranger To Love
  3. Turn To Stone
  4. Sphinx
  5. Seventh Star
  6. Danger Zone
  7. Heart Like A Wheel
  8. Angry Heart
  9. In Memory
29th giu2012

Black Sabbath – Mob Rules

by Giancarlo Amitrano

Iniziano i favolosi anni ’80: la “dance” impera come non mai e le masse riempiono le discoteche. Il nostro caro heavy metal, invece, riga dritto per la sua strada, fronteggiando da par suo le difficoltà che la NWOBHM tenta frapporre con alcune nuove proposte, che pur diverranno leggenda (Maiden in primis). Ozzy è alle spalle, Dio è il nume tutelare del Sabba Nero: l’unico, si fa per dire, tributo da pagare al successo è l’abbandono di Ward, alle prese con problemi personali al momento irrisolvibili. Chiamato prontamente dietro le pelli Vinny Appice, germano di Carmine, il quartetto non può permettersi di non sfruttare la rinnovata vena creativa: ed ecco sfornato un altro memorabile lavoro. Se Heaven And Hell resta irragiungibile per la pulizia del suono e le tematiche profondissime, il suo successore si consegna alla storia per l’adrenalina pura da esso rilasciata a pieni solchi. Sin da Turn Up The Night, il quintetto (con Nicholls) sfodera prestazioni da urlo, con Appice che scardina la doppia cassa per permettere a Dio di rantolare forte il refrain: un ispiratissimo Iommi regge botta con brevi riff inframmezzati tra loro e tuttavia non scollegati nell’economia del brano. Voodoo ci riporta alle tematiche del disco d’esordio: la voce del singer è malefica quanto basta, basandosi su di un solido giro di basso di Butler. La sei corde è deviata e deviante al massimo, per permettere ad Appice di intessere una melodia di piatti e tamburi davvvero ben azzeccata e sulla quale ritorna prepotente nel finale l’ugola dell’Elfo Magico che rende il brano uno dei must dell’album.

La melodia di The Sign Of The Southern Cross è a dir poco superba: un sapiente intro di Nicholls ci tuffa a piedi uniti in un viaggio incantato dove Dio “in persona” ci conduce. Urlato a pieni polmoni, il brano giunge allo stacco centrale con un’ atmosfera che pare provenire dritta dagli inferi, unita ad un maestoso lavoro di Appice che conduce al riff che non lascia prigionieri, salvo poi congedarsi delicatamente ancora grazie al tastierista. E5150 ha solo l’ideale compito di terrorizzare l’ascoltatore per un paio di minuti, grazie ad un azzeccato mix di sintetizzatori e tastiere di Nicholls. Ci aspetta, infatti, la title-track: come un frustata a scuoterci, la voce dell’indimenticabile dipinge una performance memorabile, per un brano quasi speed, specie nella fase centrale. Tutti gli strumenti sono a pieno regime, in un ideale connubio di potenza collettiva al servizio del brano: sino in fondo Dio si sgola letteralmente per ricordarci che il potere spetta alle masse e di loro essi sono il miglior megafono in termini di wattaggio. L’atmosfera quasi gothic di Country Girl non stona affatto nel contesto: la voce si tiene prudentemente una tonalità più bassa, salvo poi esplodere nel finale grazie al sapiente Nicholls che con i suoi tasti d’avorio ricama le melodie su cui cavalca il singer. Degna di menzione ancora la nuova sezione ritmica, all’unisono impeccabile. Il mid-tempo di Slipping Away è davvero rilevante, oltre alla batteria “rallentata” va evidenziato un basso pienissimo e quasi più che elettrico, se possibile. Così anche la sei corde che viene suonata da vero mancino, nel senso che la distorsione apportatavi negli assoli non dipende più solo dalla menomazione alle dita di Iommi, bensì anche dall’economia del brano, in cui trova tempo anche un leggero ma potente stacco di Appice.

Giungiamo così al capolavoro dell’intero album: la traccia che da sola giustifica ancora oggi l’acquisto del disco. Falling Off The Edge Of The World è una cavalcata epica, un incedere impetuoso, una esplosione maestosa di note: un grande Nicholls prepara l’atmosfera desolante iniziale, una percussione di tamburi di Appice introduce una chitarra maledetta, che si accartoccia su se stessa solo per prepararci alla follia successiva. Indirizzato il brano su una solida melodia, la voce è benedetta dalle alte sfere per la sua pulizia e la nitidezza delle note. Senza dimenticare ancora il lavoro di Appice, perfetto nella ritmica e potente nella rullata. Ma per ultimo, come si conviene ai più grandi, si staglia forte il solo di Iommi che pare uscito dalle fucine più roventi a causa della sua distorsione e della solidissima melodia. Ancora oggi un loro must in sede live, sia pur con tutti i distinguo del caso,ovviamente…Con malcelato disappunto, arriviamo all’ultima traccia: Over And Over è un altro brano decisamente gothic, in cui le paure ancestrali vengono gettate fuori attraverso il suono volutamente rallentato, su cui debbono innestarsi due riff distinti e separati di Iommi, uno più acuto dell’altro. E su di essi che la voce del Menestrello si erge potente, soave e melodica al tempo stesso per un’interpretazione superlativa e che fa sfiorare l’eccellenza a tutto il lavoro. Tuttavia, dietro la perfezione sonora si cela già il vento maligno delle incomprensioni: le quali ci porteranno a ritrovarci, la prossima volta, di fronte a quel che non ci si aspetta.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: Mob Rules
Anno: 1981 Casa Discografica: Vertigo/Warner Bros
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

Ronnie James Dio – voce

Tony Iommi – chitarra

Terrence “Geezer” Butler – basso

Vinny Appice – batteria, percussioni

Geoff Nicholls – tastiere

Tracklist:

  1. Turn Up The Night
  2. Voodoo
  3. The Sign Of The Southern Cross
  4. E5150
  5. The Mob Rules
  6. Country Girl
  7. Slipping Away
  8. Falling Off The Edge Of The World
  9. Over And Over
22nd giu2012

Black Sabbath – Heaven And Hell

by Giancarlo Amitrano

Il dado è tratto: non ci si volta indietro…definitivamente. Dopo il temporaneo abbandono di Ozzy ed il suo affrettato rientro alla base, con la pubblicazione di Never Say Die! esplodono tutte le tensioni latenti all’interno del gruppo. Complice il fiasco delle vendite, nonché vari problemi personali, il frontman decide di averne abbastanza e molla tutto, avendo forse altri progetti in mente. Dal “nulla” riemerge la luce: reduce dai trionfi con i Rainbow di Sua Maestà Ritchie Blackmore, ecco che all’orizzonte si staglia netta la figura minuta dell’elfo Ronnie James Dio. Il singer unisce i suoi destini a quelli del restante terzetto: il miracolo si compie attraverso una sapiente alchimia di testi e musiche che stanno per sgorgare potenti. Frutto di quanto sopra, Heaven And Hell si consegna subito alla storia: per l’intensità delle tematiche, per gli arrangiamenti delle linee sonore, per la ritrovata compattezza del gruppo e naturalmente per i prodigi vocali dell’italoamericano. È una cavalcata epica: imbarchiamoci subito con il primo brano. Neon Knights è un colpo di maglio: l’intro di Ward è superlativo, Iommi ci mette subito del suo a preparare l’entrata in scena della voce olimpica che in un crescente refrain ci stampa dritto in mente quale sarà l’andazzo del disco; il riff semplice e già leggendario si ripete a velocità supersonica, senza che la sezione ritmica perda un sol colpo in una magica condivisione di ruoli. Con Children Of The Sea, l’anima “soul” del singer si rivela: il canto melodico che prelude allo snodarsi del brano è semplicemente maestoso, non mancando di dare una nota “hard” al refrain centrale, dove si innesta un lungo arpeggio della sei corde che defluisce in una ripetuta “svisata” finale, accompagnata sapientemente dalle tastiere di Nicholls.

Lady Evil è il momento “easy” del disco: il brano si articola su di un ritornello di facile presa, reso tuttavia massiccio dai toni altri del singer. Il tema centrale si articola e snoda con facilità, grazie al sapiente e combinato lavoro della sezione ritmica, qui ancora una volta ispirata a dovere dalle evoluzioni del cantante. Arriviamo a buca: godiamo a più non posso della title-track, dalla prima all’ultima nota. Sin dal maestoso incedere delle prime note comprendiamo che la perfezione è vicina: la rullata metodica di Ward, il basso rutilante di Butler, la sei corde divina di Iommi ed ovviamente il cantato ineguagliabile di Dio rendono il pezzo memorabile. In tutte le loro esibizioni, il brano raggiungerà durate monumentali: a sfiorare i 20 minuti, ingigantendo al massimo i riff, i vocalizzi, gli assoli. È purtuttavia, in ogni interpretazione, il capolavoro di sempre,senza età. Wishing Well è un’altra parentesi “soft”, sia pur di classe: la voce di Dio è maestosa come non mai, specie nell’offrirci ad ugola chiara il ritornello. Iommi si mantiene saggiamente al servizio della cilindrata vocale del singer marcando ancor più il cambio di rotta intrapreso con il nuovo corso, il tutto rendendo la sua sei corde sì più ruvida, ma al contempo impregnata di sfumature quasi hard blues.

Con un brivido lungo la schiena giungiamo a Die Young: altro capolavoro del disco. Le sapienti tastiere di Nicholls ci preparano ad una vera esplosione torrenziale di note: un brano addirittura “speed” sin dall’impatto, dove il cantato è sparato in faccia all’ascoltatore, la sezione ritmica da urlo ci rende impazziti ed ebbri all’ascolto. Il sapiente intermezzo centrale è una pura illusione: il quartetto riprende a martellare impetuoso. Superbo spicca il lavoro di Butler, che con un semplice ma indimenticabile giro di basso rende la cadenza quasi drammatica, mentre il singer a pieni polmoni invoca una morte veloce, quasi come le note da egli emesse, che paiono non avere mai fine…per un brano che con 30 anni di anticipo ha codificato il “nuovo” genere del metal. Walk Away ha un indubbio merito, all’interno del disco: quello di farci assaporare in pochi minuti tutto il campionario di tecnica sopraffina del gruppo: ognuno dei quattro moschettieri sa ancora esattamente cosa deve fare per portare ancora acqua preziosa al mulino del Sabba Nero. Brano magari non eccelso, ma che tuttavia risveglia in noi la appena sopita voglia di tornare presto alle sonorità appena ascoltate. Ed è questo il compito che tocca a Lonely Is The Word: la chitarra di Iommi è dannata al punto giusto, la voce di Ronnie pare calata direttamente dagli inferi, magicamente riportante atmosfere lovecraftiane, da colonna sonora di un classico di George Romero. Ward è superbo nel tenere la batteria ancorata a rigorosi tempi “mid”, sino all’incrocio con le sapienti tastiere di Nicholls. Di qui si dipana maestoso il riff interminabile che sino alla fine ci accompagna in una lenta e maestosa traversata trascendente, in cui la chitarra scende di tono al momento giusto per rendere merito ancora ai tasti d’avorio che ci portano con delicatezza quasi funerea allo spasmo finale.

Capolavoro assoluto della fase due, il disco resta tutt’oggi una pietra miliare del genere, grazie al sapiente missaggio e agli ottimi arrangiamenti, che gli valsero dischi d’oro e platino. La nuova avventura è appena all’inizio.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: Heaven And Hell
Anno: 1980 Casa Discografica: Vertigo/Warner Bros
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

Ronnie James Dio – voce

Tony Iommi – chitarra

Terrence “Geezer” Butler – basso

Bill Ward – batteria e percussioni

Geoff Nicholls – tastiere

Tracklist:

  1. Neon Knights
  2. Children Of The Sea
  3. Lady Evil
  4. Heaven And Hell
  5. Wishing Well
  6. Die Young
  7. Walk Away
  8. Lonely Is The Word
15th giu2012

Black Sabbath – Never Say Die!

by Giancarlo Amitrano

“Errare è umano, ma perseverare è diabolico”: trattandosi di Sabba Nero, mai detto popolare fu più azzeccato. Trascinandosi dietro le macerie e i disastri prodotti da Technical Ecstasy, il quartetto è oramai nella sua fase più decadente, culminata nell’abbandono di Ozzy, subito dopo il rilascio del disco. Con il reclutamento dell’ex Savoy Brown, Dave Walker, il gruppo inizia a registrare alcuni brani da proporre nel nuovo lavoro, brani che tuttavia non vedranno mai la luce a causa del ritorno del figliol prodigo, il quale si rifiuta di cantare brani già da altri lavorati costringendo così la band a riarrangiarli e rimodularli alle sue tonalità. Il rientro di Ozzy, paradossalmente, sembrò per un breve periodo portare nuova vitalità: data la recente scomparsa del padre, infatti, il cantante si tuffa anima e corpo nella stesura dei pezzi e pare ritrovare nuovi slanci assieme alla band tutta. Purtroppo, il risultato finale è ancora una volta scadente, sia pur di certo superiore all’orrido predecessore. Nonostante aver cambiato anche gli studi di registrazione, cosa che li porta addirittura a produrre l’album in Canada, la band è ormai al capolinea, pur se con la presenza di alcuni episodi da segnalare.

La title-track infatti è ancora oggi uno dei loro cavalli di battaglia in sede live, con la classica voce “stridula” di Ozzy ed un buon lavoro della sezione rtimica. Tralasciando la scontatezza di Johhny Blade (nonostante un grande “solo” di Iommi) ci si può interessare a Junior’s Eyes, ma solo perché il testo fu riscritto in memoria della recente scomparsa di Osbourne senior. Mentre non casualmente Ozzy non canta né Breakout, né Swinging The Chain: come detto, il lavoro già approntato su questi brani da Walker comporta il rifiuto da parte del singer di cantarli. Il primo è un brano strumentale che passa quasi inosservato, con arrangiamenti addirittura di fiati, mentre sul secondo la voce è di Ward. A Hard Road risente del momento di stanca del gruppo, senza picchi di rilievo, mentre Shock Wave ed Air Dance appaiono a volte quasi irritanti nel loro svolgimento, come se i quattro, ognuno alle prese con gravi problemi personali, non vedessero l’ora di mollare tutto e voltare pagina. Il tutto, nonostante buoni arrangiamenti e la collaborazione del prezioso Don Airey alle tastiere che rende meno scontato il prodotto finale.

Dovremmo dire che l’album passa alla storia solo per essere stato l’ultimo realizzato nella formazione “classica”: non faremmo torto al gruppo. Tuttavia, la presenza della title-track e di Johnny Blade contribuisce ad elevare la media del giudizio finale, sia pur non di molto. Dopo il rilascio, sarà davvero la fine: l’abbandono del Madman è definitivo, senza rimpianti (ma con grossi rimorsi da parte sua). La spirale di autodistruzione in cui il quartetto si dibatte, fra alcol, lutti familiari e quant’altro di peggio, è ormai padrona incontrastata. Occorrerà l’avvento di un indimenticabile “folletto” perché il gruppo, come l’araba fenice, risorga dalle proprie ceneri ed attraverso arcobaleni fatati si riaffacci alla vita.

Autore: Black Sabbath Titolo Album: Never Say Die!
Anno: 1978 Casa Discografica: Vertigo/Warner Bros
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.black-sabbath.com
Membri band:

John “Ozzy” Osbourne – voce

Tony Iommi – chitarra

Terrence “Geezer” Butler – basso

Bill Ward – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Never Say Die
  2. Johnny Blade
  3. Junior’s Eyes
  4. A Hard Road
  5. Shock Wave
  6. Air Dance
  7. Over To You
  8. Breakout
  9. Swinging The Chain
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