11th mar2013

Amassado – Escravidao Subliminal

by Antonluigi Pecchia

Ritorno discografico per gli italo-brasiliani Amassado giunto a distanza di due anni dall’uscita del loro debut album Coraçao Enterrado che li ha fatti conoscere ad una buona fetta di pubblico. La musica che si nasconde dietro il presente EP dal titolo Escravidao Subliminal segue la scia del precedente lavoro, un death metal fortemente influenzato dai fratelli Cavalera, addirittura da proporne anche la cover di Biotech Is Godzilla in conclusione, e dai loro più svariati progetti, dai percorsi targati Dino Cazares, ovvero Fear Factory, Brujeria e Asesino, con un approccio a volte moderno, dal sapore deathcore. La miscela di sonorità risulta essere omogenea e viene ben sostenuta da un songwriting sempre di impatto ma che non scade nella banalità. Sì, di forte impatto, perché i cinque brani si presentano come colpi dritti in volto di pura aggressività primordiale che lasciano tramortito l’ascoltatore. I riff di chitarra tritaossa e le ritmiche serrate come non mai sono il filo conduttore dell’opera che dai richiami industriali dell’open track Fome Canibal azzanna alla gola l’ascoltatore e stringe sempre più la morsa per sbranarlo ferocemente, giunto alla conclusione con Sexo in cui è l’influenza “core” a fare da padrona.

Senza alcun dubbio gli Amassado rappresentano una delle realtà più interessanti del genere di casa nostra, se il genere fa al caso vostro allora prego, lasciatevi sfondare i timpani da Escravidao Subliminal, sarà un piacere.

Autore: Amassado Titolo Album: Escravidao Subliminal
Anno: 2012 Casa Discografica: To React Records
Genere musicale: Death Metal Voto: 7
Tipo: EP Sito web: http://www.myspace.com/amassado
Membri band:

Suron Caspar – voce

X-Coc – chitarra

Jairo Vasquez – basso

Jose’ Carniceiro – batteria

Ruido – sampler

Tracklist:

  1. Fome Canibal
  2. Infectada Pelo Demonio
  3. Escravidao Subliminal
  4. A Minha O A Tua (Cabeça)
  5. Sexo
  6. Biotech Is Godzilla (bonus track)
02nd mar2013

Secretpath – Wanderer

by Marcello Zinno

Un lustro è trascorso ad oggi dalla nascita dei Secretpath anche se questo loro secondo EP dal titolo Wanderer è stato pubblicato sul finire del 2011. Cronologia a parte, questo quartetto è l’ennesima conferma che il metal estremo non è caratterizzazione solo dei paesi nordici dell’Europa: addirittura qui ci spostiamo nel sud Italia per scoprire un combo ben compatto e con delle idee per nulla secondarie rispetto a quanto ad oggi la scena black è in grado di offrire. Nonostante si tratti di un’autoproduzione, i suoni sono ben studiati e la band non risulta assolutamente alle prime armi. Dove si colloca il loro sound? Un calcolato equilibrio tra il tipico approccio black delle produzioni scandinave e la vena più death targata Immortal: grazie ad un sufficiente mix delle due componenti il prodotto risulta emozionante, per quanto possa generare emozioni una proposta appartenenre a queste fredde radici. 29 minuti ma per nulla semplici. The Darl Forest Of My Insanity ad esempio si apre con una voce che richiama sprazzi alla Shagrath per poi cambiare stile lungo i sei minuti. Da un simile titolo ci saremo attesi qualcosa di molto dark o di particolarmente epico, invece il ruolo principale viene giocato dall’impatto glaciale e dalle voci clean del ritornello. Le chitarre mutando, soprattutto nella seconda metà del brano e riescono a prendere il sopravvento mentre il sound si irrobustisce con il passare dei minuti.

Non ci ha colpiti la ballad acustica In Praecipiti Esse che suona un pò come fuori dal seminato (e che avremo visto meglio in chiusura dell’EP), mentre già con la successiva …And So I Return To The River le cose si fanno davvero interessanti: cambi di ambientazione, growling alternato a voci di più “ampio respiro”, una ricerca sonora e compositiva di alto livello, un impatto emotivo che non molte band dello stesso genere riescono a offrire. I brani principali dell’EP sfondano il muro dei sei minuti, caratteristica non banale per le tradizioni black metal (a meno di non farvi rientrare le influenze sinfoniche) aspetto che chiarisce l’attenzione dei Nostri verso una forma canzone più che completa. Nell’ultima traccia si avverte qualche ripetizione eccessivamente marcata delle clean vocals che potrebbero far suonare come più stanco un possibile full lenght, ma al di là di questa impressione questi ragazzi ci hanno convinto e attendiamo un seguito a questo già gustoto Wanderer.

Autore: Secretpath Titolo Album: Wanderer
Anno: 2011 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Black Metal, Death Metal Voto: 7
Tipo: EP Sito web: http://www.myspace.com/secretpath
Membri band:

Paolo Ferrante – voce

Pierluigi “Aries” Ammirata – chitarra

Giovanni De Luca – basso

Francesco “Storm” Borrelli – batteria

Tracklist:

  1. Essence Of Chaos
  2. The Dark Forest Of My Insanity
  3. In Praecipiti Esse
  4. …And So I Return To The River
  5. I’m Your Guide
10th feb2013

God Dethroned – Into The Lungs Of Hell

by Marcello Zinno

God Dethroned. Un nome che di certo non apre a false interpretazioni. Si tratta infatti di una delle varie band dirette da un personaggio tanto carismatico quanto ambiguo, capace di imporre la propria musica senza compromessi ma apprezzabilmente incentrata su ideali forti che, condivisibili o meno, restano per lui e per i musicisti che lo accompagnano scolpiti nella pietra. A confermare questo non c’è solo la storia della band, iniziata nel 1991 già con un sound intransigente e cupo dalle irriducibili radici black e proseguita con il progetto thrash parallelo Ministry Of Terror, ma anche questo lavoro dal titolo Into The Lungs Of Hell, album infernale, ad essere ermetici. Qual è il sound a cui sono pervenuti Henri e soci alle porte del nuovo millennio?! Immaginate un tir guidato dagli Immortal scontrarsi d’impeto con un bus targato Pantera il tutto su una strada desertica ed afosa che porta al villaggio Carcass: ecco, le fiamme che divampano da un disastro simile possono solo prendere il nome di God Dethroned e nulla possono le forze umane contro tale impeto di fuoco. Il fumo delle fiamme stuzzica il nostro odorato all’ascolto della impattante titletrack che, posizionata come opener, lascia subito intendere il cammino verso cui siamo diretti, anche metaforicamente visto che cerca di fare ombre e luci sul regno di Plutone, ma il percorso solcato dai quattro pur essendo notevolmente black, riesce a scuotersi e dimenarsi violentemente all’interno della più ampia scena estrema di cui la band fa onore.

E così una natura morta (proprio nel senso “death” del termine) si sbatte nella celeberrima, claustrofobia e molto cannibalcorpsiana Enemy Of The State, forse il picco più alto delle otto pietre che compongono questa arma nucleare. È da questo punto che le anime dei personaggi defunti nella track precedente, Warcult, dedicata appunto alla stupidità delle guerre in generale, si riesumano e puntano il dito contro una società che intende osservare tutto e tutti trasformando l’ombra (amata dai God Dethroned) in luce e trasparenza. Non potevano mancare, dato il background dei componenti, forti spunti thrash, esplosi in The Tombstone che puzza di Malevolent Creation fin nell’anima, ma la curiosità sui veri limiti di questi quattro carnefici è totalmente appagata quando in Soul Sweeper si toccano terre grind pur trattando temi cari ai più accaniti sostenitori del black (“Is the current religious situation in the world not just an act of evil? Religion just causes more trouble than good”).

Un tallone di Achille per i nostri guerrieri olandesi? Forse l’eccessiva lunghezza dei brani che di tanto in tanto ne annacqua il sapore. Ma chi ha detto che il loro obiettivo non sia proprio quello di lasciare un incancellabile amaro in bocca agli sfortunati ascoltatori?

Autore: God Dethroned Titolo Album: Into The Lungs Of Hell
Anno: 2003 Casa Discografica: Metal Blade Records
Genere musicale: Black Metal, Death Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.goddethroned.com
Membri band:

Henri –   voce, chitarra

Beef – basso,   chitarra

Jens –   chitarra

Ariën –   batteria

Tracklist:

  1. Into The Lungs Of Hell
  2. The Warcult
  3. Enemy Of The State
  4. Soul Sweeper
  5. Slaughtering The Faithful
  6. Subliminal
  7. The Tombstone
  8. Gods Of Terror
06th feb2013

Obscurity – Obscurity

by Giancarlo Amitrano

L’Apocalisse in terra: direttamente dalle viscere della terra, il combo teutone si avventa alle nostre gole con zanne e fauci affilate che penetrano sin nelle ossa a lacerarle. Autori di un solidissimo mix death-viking metal, i nostri eroi puntano al bersaglio grosso senza fronzoli, con scariche e bordate di rara potenza sonora. Sono in cinque, ma sembrano un esercito dispiegato in battaglia tanta è l’energia ed il massacro uditivo che riescono a proporre. In Nomine Patris è una bomba ad orologeria: stante il drumming ossessivo, il singer deve ad esso uniformarsi in una combinazione perfetta di urla ben lancinanti ed asce che appaiono davvero micidiali nella loro pulizia e precisione tecnica. Mentre la title-track appare come una cavalcata epica degni dei migliori anni ’70, gli strumenti sono accordati sopra le righe ed il cantato sembra venir fuori dalle migliori fucine metalliche. Il growl è usato sapientemente, mentre la preparazione del bridge centrale delle asce viene a palesarsi gradatamente, con una combinazione della ritmica con la solista di rara efficacia. Germanenblut ci fa temere per l’incolumità del singer: la potenza ed il pathos emessi con il suo screaming sono di una violenza inaudita, mentre le due sei corde sono devastanti nella costruzione della linea melodica e sonora che tutta di un fiato si trascina attraverso una letale alzata di amplificatori al momento giusto.

Strandhogg ha qualcosa di epico che al momento opportuno esplode in faccia a chi ascolta. Lo screaming selvaggio diventa sempre più aggressivo nel suo divenire a causa della distorsione delle chitarre, che sono piacevolmente tecniche al punto giusto. Non si riesce a venir fuori da questo inferno sonoro se non con la leggerissima pausa di metà brano, per modo di dire, in cui al canto pulito si sovrappongono le sonorità maledette delle asce. Ensamvarg e Blutmondzeit sono entrambe lati della stessa medaglia: mentre la prima si dipana attraverso un complicato intreccio di chitarre, la seconda si basa su di un potente intro del drummer che evoca direttamente le Maestà degli inferi, ambedue accomunate nella gestione dei tempi e delle battute tanto devote agli amanti del genere. Senza distinguersi particolarmente dal canovaccio totale, entrambe tuttavia sono accomunate dalla lacerante traccia vocale che il singer di primo acchito intende dare ai brani. Joermungandr è brano tecnico, la grancassa regna sovrana, la sezione ritmica è mortifera il giusto ed il singer si arrovella per raggiungere vette quasi impossibili da toccare. Si respira aria di seppellimento lungo il brano che, lungi dall’apparire appesantito lungo la strofa di metà pezzo, diviene anzi notevolmente accelerato e nel riff e nella costruzione della strofa stessa.

Con Weltenbrand  i maestri del genere fanno capolino: In Flames e Children Of Bodom si manifestano tra le note sempre più potenziate ad arte. Il cantato è ormai senza freni nella gestione della linea sonora che diviene molto lineare nella fase finale, quando si comprende che direzione prenderà il brano nella sua interezza. Fimbulwinter non ha limiti. Stante il taglio molto death dato alla voce, il sound diviene dichiaratamente quasi speed in alcuni passaggi, si può ascoltare la buona preparazione tecnica del gruppo nello stacco centrale delle percussioni, che danno la stura ad un percorso chitarristico qui quasi “maideniano” e non ci si dia del matto nell’affermarlo. Kein Rueckzug svolge bene il suo compito che è quello di catapultarci ancora un po’ nei recessi dell’Ade, a causa del sound ormai fresso e della voce che comunque intende restare sul campo di battaglia sino alla fine e possibilmente restarci vittoriosa. Un saggio uso dei rullanti rende il brano atomico il giusto e comunque mai sopra le righe, dote molto rara per un gruppo di siffatta razza. Un gruppo che, con So Endet Meine Zeit, chiude il disco alla grande anche con un accenno di semiacustica: del tutto in linea con il brano, la sei corde appare anzi come un ulteriore tentativo di spazzare via le ultime perplessità sulla tecnica dei Nostri, che qui sfoggiano anche una serie di mid-tempos davvero inattesi e davvero azzeccati nell’economia del brano.

Degna conclusione del percorso infuocato del quintetto che certamente continuerà a farci invocare tonnellate di metallo fresso nei nostri altoparlanti con i loro prossimi lavori.

Autore: Obscurity Titolo Album: Obscurity
Anno: 2012 Casa Discografica: Trollzorn
Genere musicale: Death Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: www.myspace.com/obscuritybergischland
Membri band:

Agalaz – voce

Dornaz – chitarra

Cortez – chitarra

Ziu – basso

Arganar – batteria

Tracklist:

  1. In Nomine Patris
  2. Obscurity
  3. Germanenblut
  4. Strandhogg
  5. Ensamvarg
  6. Blutmondzeit
  7. Joermungandr
  8. Weltenbrand
  9. Fimbulwinter
  10. Kein Rueckzug
  11. So Endet Meine Zeit
04th feb2013

Psilocybe Larvae – The Labirinth Of Penumbra

by Rod

Quando si ascoltano lavori di matrice metal ad impostazione dark, viene quasi spontaneo immaginarne la collocazione geografica come proveniente esclusivamente dalle lontane terre del nord Europa. Invece, nonostante il nome che si sono scelti, non pare questo il caso dei russi Psilocybe Larvae, formazione nella sostanza ben rodata e con già tre album alle spalle, in tour da qualche mese sulla scia della recente uscita The Labirinth Of Penumbra, ultimo variegato lavoro della band di San Pietroburgo. In effetti, questo buon prodotto discografico si presenta come un compendio di tutta una serie di generi che attraversano sapientemente il metal nella sua trasversalità. Potenza, cupezza, teatralità e tecnica sono soltanto alcuni degli aggettivi che possono essere attribuiti a questo album in toto e che, come accennato in precedenza, soddisfa i palati più esigenti con nove brani che affondano le radici nel dark, nel doom, nel prog ed ovviamente nel death metal. Interessante anche il ripescaggio di certe sonorità molto vicine a band che soprattutto negli anni ’90 hanno saputo esplorare nuove strade sonore (anche commerciali) dell’universo metal, partendo ovviamente dagli statuari Sepultura, passando ai grandissimi Porcupine Tree, fino ai tecnicissimi Angra.

Nonostante The Labirinth Of Penumbra sia un album del tutto votato al lato oscuro del metal, per chi scrive la traccia n.3 Shining Shambahla è sembrata un pezzo da assolute lodi, magari meno aggressivo rispetto agli altri, ma con una potenziale propensione alle atmosfere degli Opeth che compendia in qualche modo lo spirito cupo dell’intero full lenght. Interessante anche Into The Labyrinth, che viaggia più o meno sulla scia della precedente traccia ma con una maggior propensione alla tensione melodica, e Soul Trekking, che propone invece riff accattivanti supportati da un’ottima rifinitura in sessione ritmica. Tra le “chicce” qui proposte dagli Psilocybe Larvae, c’è sicuramente la strumentale Contemplation, un viaggio onirico di circa due minuti sulle ali di un accattivante arpeggio di chitarra, nonché l’ottima No Escape, uno dei migliori pezzi del disco in quanto a songwriting, nonché brano composto nel lontano 1996 (fortissime qui le influenze di quel periodo), proposto come dedica all’ex bassista Oleg “Kesha” Peshkichev morto nel 2009.

Autore: Psilocybe Larvae Titolo Album: The Labirinth Of Penumbra
Anno: 2012 Casa Discografica: Buil2Kill Records
Genere musicale: Death Metal, Doom, Progressive, Dark Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://psilocybe-larvae.com
Membri band:

Vitaly   “Larv” Belobritsky  – voce, chitarra, samples

Andrey   “Luke” Lukashkov – chitarra

Alex   “Liga” Legotin – basso

Dmitry   “Chaos” Orekhov – tastiere

Ilya “Alan” Piyaev – batteria

Tracklist:

  1. Soul Trekking
  2. Haunting
  3. Shining Shambahla
  4. Trial by Fire
  5. Into The Labyrinth
  6. Contemplation
  7. Fortress Of Time
  8. River Of Remembrance
  9. No Escape

 

21st dic2012

Phobic – The Holy Deceiver

by Marcello Zinno

La biografia dei Phobic potrebbe essere scritturata come telenovela (magari horror-metal). Se infatti andassimo a vedere i cambi di line-up e gli spostamenti di luogo in cui la band ha visto radicarsi (prima Taranto, poi Milano), non si avrebbe uno scenario ben definito della storia dei Phobic. In 15 anni sono stati diversi gli eventi che hanno scosso la band, spesso annunciandone lo scioglimento (due volte tra il 2001 e il 2006), ma i nuovi ingressi in formazione hanno portato sempre nuova linfa per far risorgere la band, tanto che questo The Holy Deceiver rappresenta la conferma del ritorno attraverso un secondo full lenght. Lo stile è imperniato nel death metal della scuola nord europea con una sezione ritmica molto incisiva e delle chitarre che sovrastano il tutto. Se si volesse ricercare in loro un elemento differenziante questo cadrebbe nella produzione sonora delle sei corde, con un sound ancora più glaciale rispetto ai conterranei. Per la restante parte del copione gli elementi ci sono tutti: blast beat assassini, riff granitici e incessanti, growl pieno e orrorifico e coerenza al genere in tutti i brani.

Una voce che ricorda a tratti Henri Sattler (God Dethroned) e un concetto della musica estrema che per qualche variegato motivo ci riporta ai fasti estremi di band come Cannibal Corpse, l’approccio sonoro dei Phobic è tremendamente vicino a gente come Unleashed e Dismember. Niente a che vedere con il noto Gothenburg sound, quello che ci propongo i Phobic è puro death estremo con un impatto diretto e devastante; qualche piccola divagazione sul tema si può notare in Atrocity By Lies, Dominion Of Breeds con l’inserito di brevi cori o nei cambi di tempo e nelle iniziative chitarristiche di Sunday’s Vomit, ma è poca roba. Qui la fedeltà al death scandinavo è assolutamente totale. Un’uscita sicuramente piacevole per gli appassionati del genere, nel complesso però nulla che faccia gridare alla scoperta dell’anno.

Autore: Phobic Titolo Album: The Holy Deceiver
Anno: 2012 Casa Discografica: Punishment 18 Records
Genere musicale: Death Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.reverbnation.com/phobic
Membri band:

The Harian   – chitarra

Jericho –   voce

Maso   Alastor – basso

Hate – batteria

Tracklist:

  1. The Holy Deceiver
  2. Necrosanctity
  3. Liar (From The Deepest Of His Soul)
  4. Christianized
  5. Blessed Lust Arrogance
  6. Atrocity By Lies, Dominion Of Breeds
  7. Life? Death (‘Till The End)
  8. Sunday’s Vomit
  9. Followin’ The Light
  10. Phobic
  11. The Orison
13th dic2012

Dark Tranquillity – We Are The Void

by Martino Pederzolli

Per i Dark Tranquillity il 2010 significa, soprattutto, aver ormai passato i vent’anni di attività ed è anche l’anno in cui We Are The Void vede i suoi natali. Quello che andiamo ad ascoltare è un album caratterizzato dall’alternanza di soluzioni nuove e cliché funzionali, capace di far cambiare parere diverse volte a chi lo ascolta, e rimane in bilico tra un lavoro eccezionale ed uno già sentito. Si rimane certamente sbalorditi dalla maestosità del sound raggiunta dalla band e dalla completezza di ogni brano, ma dall’altra parte si ritrovano parecchi elementi già incontrati negli album precedenti (soprattutto Character e Fiction). Si ha la netta impressione di un’eterna lotta tra i riff di chitarra al vetriolo ed i bellissimi inserti elettronici per il dominio del disco; ma, diciamolo, la lotta è impari e le chitarre hanno quasi sempre la meglio. Il sapore orientale dell’intro di Shadow In Our Blood apre la nona fatica del combo svedese, lasciando spazio poi ad una chitarra acida e discordante che gioca a rimpiattino con le epiche tastiere del refrain. Questo inseguirsi, cercando di primeggiare, tra le sei corde e l’elettronica continua in Dream Oblivion, nel suo ritornello immenso ma non solo, basti ascoltare il bridge ed il finale per rendersene conto. The Fatalist riprende i toni di Damage Done aggiungendovi un songwriting più maturo ma, nel contempo, meno emozionante, seppur efficace. Il growl di Stanne perde di profondità in questo disco, e l’uso che il frontman fa della sua voce è meno diaframmale e più di gola (il ritornello di The Fatalist ne è la prova). In My Absence non apporta alcuna novità al sound Dark Tranquillity e riprende quelle strutture e soluzioni alle quali siamo abituati da diversi album; un traccia semplicemente riempitiva come non ne si sentiva da The Mind’s I.

Buone nuove, invece, dalla successiva The Grandest Accusation. Questa canzone ci regala un ampio stacco centrale dove possiamo riascoltare la voce pulita di Stanne, un breve pezzo che richiama alla mente i Moonspell per le atmosfere oniriche e sensuali. Purtroppo, segue un’altra traccia poco significativa, At The Point Of Ignition, che non riesce mai a decollare del tutto. Le sorti del disco sembrano risollevarsi entrando nella seconda metà di We Are The Void. La particolare Her Silent Language fonde voce melodica e growl, tastiere e chitarre ben articolate ed un sound che strizza l’occhio al caro vecchio Projector. Ma è con Arkhangelsk che il gruppo dà il meglio di sé. Riff acidi ed accompagnamenti di tastiere apocalittici, uniti ad un cantato ostinato e a richiami religiosi nel testo, rendono la traccia la vera bomba distruttiva di questa ultima fatica. Anche la title track non è da meno ed il veloce intro ricorda gli Impaled Nazarene (quelli più “morbidi” di Absence Of War Doesn’t Mean Peace per intenderci). Le ultime due tracce concludono in grande stile: Surface The Infinite presenta delle sonorità nuove per l’album, come testimoniato dall’intro e dall’uso di una particolare distorsione alle chitarre; Iridium, invece, ha la particolarità di essere stata scritta – per la maggior parte – alla fine degli anni ’90 e, fino ad ora, non era mai stata completata. Il carattere oscuro del brano è chiaro sin dall’inizio (ritornano i toni alla Moonspell) ed il testo è chiaramente stato scritto anni prima, visto il suo stile letterario e più “aulico” rispetto agli ultimi scritti di Stanne.

We Are The Void non è certo scevro di ricerca e già il titolo ce lo dimostra; per la prima volta, infatti, esprime un’affermazione (“noi siamo il vuoto”) e non solo un concetto. Anche le tracce incluse sulle edizioni successive (la tour edition su tutte) esprimono rinnovamento e ricerca musicale. Non si capisce, però, perché non siano state incluse nello studio album al posto di altre meno meritevoli (la bellissima strumentale Star Of Nothingness, per esempio, poteva sostituire In My Absence). Innegabile l’abilità dei Nostri nello scrivere musica, anche se il cambio di bassista si sente, e nel creare un altro disco che funziona molto bene, ma si spera sempre che un gruppo di questo livello osi un po’ di più e non si adagi sugli allori.

Autore: Dark Tranquillity Titolo Album: We Are The Void
Anno: 2010 Casa Discografica: Century Media
Genere musicale: Melodic Death Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.darktranquillity.com
Membri band:

Mikael Stanne – voce

Niklas Sundin – chitarra

Martin Henriksson – chitarra

Daniel Antonsson – basso

Martin Brändström – tastiere

Anders Jivarp – batteria

Tracklist:

  1. Shadow In Our Blood
  2. Dream Oblivion
  3. The Fatalist
  4. In My Absence
  5. The Grandest Accusation
  6. At The Point Of Ignition
  7. Her Silent Language
  8. Arkhangelsk
  9. I Am The Void
  10. Surface The Infinite
  11. Iridium
08th dic2012

Pantera – The Great Southern Trendkill

by Marcello Zinno

I Pantera una band ininfluente della scena heavy metal? Una frase assolutamente priva di contenuto se consideriamo quanto i Nostri abbiano regalato alla scena e quanto si siano evoluti. I Pantera sono uno dei pochi gruppi della scena mainstream che ha appesantito la propria identità ed il proprio sound anno dopo anno (al contrario di migliaia di altre band!). Partiti da un glam metal con tanto di capelli cotonati, grazie all’ingresso del sacerdotale Phil Anselmo sono riusciti a ristabilire i canoni del death metal ed a spingere avanti la scena che come un carrarmato ha travolto tutti i gruppi coetanei. Ma l’evoluzione vissuta con i capolavori Cowboys From Hell e Vulgar Display Of Power non si è di certo arrestata e la più forte conferma del movimento costante dei Pantera ci è offerta proprio da questo estremo The Great Southern Trendkill che sprigiona follia e distruzione a dismisura. I tempi ben cadenzati e potenti di Darrell lasciano spazio ad un approccio quasi grind in parecchi momenti dell’album (quasi a omaggiare band estreme come Napalm Death), Phil grugnisce come non ha mai fatto e non è ben chiaro se per lui è una forma di evoluzione o una caduta di tono (come mostrerà in qualche live di quel periodo). Certo è che proprio in quell’anno il famigerato cantante entrò in overdose da eroina addirittura perdendo battito cardiaco per 5 minuti prima che fosse salvato dai medici, e ciò ha rappresentato una rinascita, in tutti i sensi.

Già dal primo secondo si nota un cambiamento di pelle dei Nostri che questa volta non temono assolutamente il “nemico mercato” ma si battono in modo truculento con un ensemble davvero compatto e che potrebbe far invidia ad un qualsiasi gruppo estremo; non appena Phil esordisce con “Fuck The World” in War Nerve un impatto di proiettili si scaglia contro di noi senza un minimo spiraglio di riparo. Drag The Waters è quella che più di tutte si avvicina al sound di Vulgar display… con un riff di ingresso che ti entra dentro, ma cambia rotta nella seconda parte del ritornello quando i tempi inesorabilmente sembrano raddoppiarsi su se stessi ed all’ingresso del magnifico Diamon Darrell non ce n’è più per nessuno. La mitragliata e lo screaming finali sono l’emblema delle intenzioni belliche dalle quali i quattro non si allontanano nemmeno per un secondo per tutti i 53 minuti dell’album. Anche 10’s con la doppia voce assume una forma quasi satanica e nonostante la sua lunghezza (4:51), un bridge semi-acustico che dona un tocco di arte al pezzo ed un assolo eterno con tanto di flanger finale, rappresenta quasi un intro per la lenta ed ortodossa (rispetto a tutto il resto) 13 Steps To Nowhere che mostra un Vinnie giocare all’impazzata con le pelli…davvero un gran batterista.

Le atmosfere surreali presentate vengono riprese anche nella successiva Suicide Note Pt.1, spaziale ed introversa per certi versi, cupa ed amara per altri, ma che conquista con i suoi riff da ballad malinconica e con una sensazione di dolore ultimo che si trascina fino all’apertura della sua seconda parte che, come le persone con duplice faccia, capovolge le pareti uditive e storpia ogni sentimento di rilassamento (idea ripresa dagli Slipknot in The Subliminal Verse con Vermillion?! ). E di potenza ce n’è ancora per tutti, anche quando il death assume delle sembianze doom e manda in tilt il povero cervelletto degli ascoltatori. Living Through Me invece attinge qualcosa da Cowboys From Hell con il suo approccio molto thrashy, non sparato a mille ma violentissimo nello screaming sacrificale e nei passaggi di chitarra compatti e tumultuosi, nonché nella parte centrale della track in bilico tra vita e morte. Ma la vera sorpresa, oltre all’impattante The Underground In America ed alla schiacciante Sandblasted Skin, è data da Floods, pseudo-ballad con un refrain megagalattico ed un sapore trasudante di sangue che fa a cazzotti con l’approccio demolitore della parte centrale e con un duplice assolo ancora una volta geniale, senza commentare il finale psichedelico di Diamond. Stupenda.

Dove sarebbero arrivati i Pantera se non fosse accaduto ciò che tutti sappiamo?! A nostro parere non siamo in grado nemmeno di immaginarlo.

Autore: Pantera Titolo Album: The Great Southern Trendkill
Anno: 1996 Casa Discografica: East West Records
Genere musicale: Death Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.officialpantera.com
Membri band:

Phil Anselmo – voce

Darrell Abbott – chitarra

Rex Brown – basso

Vincent Abbott – batteria

Tracklist:

  1. The Great Southern Trendkill
  2. War Nerve
  3. Drag The Waters
  4. 10’s
  5. 13 Steps To Nowhere
  6. Suicide Note Pt.1
  7. Suicide Note Pt.2
  8. Living Through Me (Hell’s Wratch)
  9. Floods
  10. The Underground In America
  11. (Reprise) Sandblasted Skin
06th dic2012

Dark Tranquillity – Fiction

by Martino Pederzolli

Molti gruppi, anche molto famosi, sono purtroppo caduti nella trappola del facile cliché: trovato un modus operandi che funziona, lo si ripete, vendendo molto ma scadendo musicalmente. Fortunatamente non è questo il caso dei valenti Dark Tranquillity quando parliamo di Fiction. Il disco che abbiamo tra le mani, infatti, è un lavoro che sorprende per la capacità del combo svedese di rimescolare le sue possibilità. Troviamo elementi degli anni passati che richiamano alla scrittura di The Mind’s I, il sound post-apocalittico acquisito con il precedente Character e, non è scontato, la novità di un album inedito. La solida line-up è giunta ad una perfetta coesione, tanto che ogni brano è un amalgama di strumenti che cattura all’istante; tutto è incastrato alla perfezione e non c’è una canzone che non si leghi alla successiva. Prestando attenzione al sound del disco, si nota come – grazie a dei piccoli accorgimenti – i Dark Tranquillity riescono a rinnovare la loro musica. Il rullante diventa più secco, più squillante, le chitarre adottano una distorsione più morbida e grave ed il basso è usato con meno effetti. Una prova di vera professionalità, anche nel mixing eccellente operato in studio. In pieno stile Dark Tranquillity l’apertura con Nothing To No One; costruzione complessa dei riff veloci su strofe lunghe e sciolte, mentre nel ritornello breve si ascolta il contrappunto di un ritmo più lento. Segue Lesser Faith, dove l’elettronica di Brändström è la protagonista assoluta, riuscendo a sorprendere per la completezza e l’originalità degli arrangiamenti che spiccano in una traccia veloce che, di primo acchito, sembrerebbe lasciare poco spazio alle tastiere.

Di livello non inferiore è Terminus (Where Death Is Most Alive) con il suo inconfondibile refrain guidato dal synth ed il particolare bridge che spezza la regolarità del brano ed include il brevissimo assolo. La velocissima Blind At Heart ci mostra in che modo il death metal possa essere elegante e violento allo stesso tempo; gli accompagnamenti di tastiere si alternano a blast beating feroci (ottimo il lavoro alla batteria) e ad un assolo in classico stile heavy che, in questo contesto, suona molto originale. A metà disco incontriamo due tracce dal sound enorme e suggestivo: Icipher e Inside The Particle Storm. La prima presenta un testo sulla paura del cambiamento e rivela un ritornello affascinante e profondo (“The thing that scares me most is the fear I see in others”). La seconda canzone, invece, fonde sapientemente il mood di Projector con l’elettronica e le atmosfere da fine del mondo a cui il gruppo ci ha abituati. Il lungo stacco nel mezzo è solo l’occhio del ciclone, la quiete prima del finale che annienta quel poco di pace conquistata, mentre la coda lascia desolazione dietro di sé. Dopodiché, Empty Me ci sbatte avanti e indietro lungo la discografia del gruppo unendo suoni di The Gallery con il moog a metà traccia e l’outro descrittivo e malinconico.

Ma la vera sorpresa si ha con Misery’s Crown. Dopo anni, Stanne torna a cantare in pulito e rende le strofe di questa mid-tempo un piacevole ricordo dei trascorsi del combo. Chitarre intrecciate precedono il finale con il piano in fade ed introducono Focus Shift. Veloce e serrata, si allinea con ciò che è stato suonato durante il disco senza però risultare banale. Il refrain, infatti, ci fa ascoltare un songwriting particolare ed un incedere con un groove di grande effetto. Altra sorpresa in chiusura: in The Mundane And The Magic, il lento che chiude l’album, possiamo gustare una voce femminile – che altri non è che Nell Sigland, direttamente dai Theatre Of Tragedy – duettare con Stanne, ancora una volta in pulito. Un album fenomenale, senza un difetto e che non stanca mai; i Dark Tranquillity hanno superato loro stessi. Ma, dopo aver riascoltato il frontman e la sua voce pulita, si ha nostalgia di quegli inserti melodici di anni fa e si spera (in gran segreto, per non farsi vedere dagli altri metallari) di sentire ancora il lato “tenero” della band.

Autore: Dark Tranquillity Titolo Album: Fiction
Anno: 2007 Casa Discografica: Century Media
Genere musicale: Melodic Death Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.darktranquillity.com
Membri band:Mikael Stanne – voce

Niklas Sundin – chitarra

Martin Henriksson – chitarra

Michael Nicklasson – basso

Martin Brändström – tastiere

Anders Jivarp – batteria

Nell Sigland – voce femminile

Tracklist:

  1. Nothing To No One
  2. The Lesser Faith
  3. Terminus (Where Death Is Most Alive)
  4. Blind At Heart
  5. Icipher
  6. Inside The Particle Storm
  7. Empty Me
  8. Misery’s Crown
  9. Focus Shift
  10. The Mundane And The Magic
26th nov2012

Necrovation – Necrovation

by Giancarlo Amitrano

Sound finnico. Il gelo penetra profondamente nelle nostre ossa apprestandoci all’ascolto di sonorità quasi oltretombali, pur proposte con buona tecnica e spirito compositivo. Ci occupiamo di questo combo svedese che, forgiato da un decennio di solida gavetta, giunge al suo secondo full-lenght, dopo il buon Breed Deadness Blood. I toni sono ovviamente molto, molto aggressivi, ispirati certamente ai maestri del genere, quali mentori migliori dei primi Entombed o Dismember per appressarci alle odierne tematiche? Necrovorus Insurrection apre le danze in un terremoto ritmico e dannato al tempo stesso, grazie alla potenza distruttiva del cantato che superbamente si innalza di un’ottava sul refrain maledettamente intenso e clamoroso nella sua non ripetitività. Dark Lead Dead è il ferimento assoluto: le asce sono mortifere, il basso è maledetto il giusto, mentre lo screaming di Seb pare giungere dalle profonde viscere dell’Ade. E pur tuttavia, una inaspettata vena melodica, per quanto possibile, fa capolino nell’esecuzione delle linee chitarristiche, che si mantengono sì esplosive nella fase iniziale, salvo poi diradare in una piacevole digressione “superspeed” nel tratto finale del brano, maestoso ed anthemico. La linea sonora di Pulse Of Towering Madness è quasi “prog” nell’approccio iniziale, Seb si danna l’anima per tenere a freno la potenza sonora dei suoi prodi, ma è impresa titanica stante l’energia ed i bicipiti che si affannano nel torturare soprattutto le asce. Il drumming saggiamente rallentato di metà brano consente di tirare leggermente il freno nelle battute della sezione ritmica, così da lasciare campo libero al duo infernale della doppia sei corde.

Commander Of Remains prosegue il massacro sonoro, mostrando tuttavia la volontà della band di offrire anche qualche sano momento di buon groove compositivo, con gli ovvii incisivi solo della sei corde, che qui davvero raggiunge il suo top interpretativo, grazie anche alla maestosa ugola di Seb, nettamente maturata rispetto ai primi brani del disco. Il monumentale solo centrale vale il prezzo dell’album: dall’Inferno (sonoro) si può anche tornare carichi di meraviglia compositiva. Anche New Depths contribuisce all’uragano che ci sta investendo e confessiamo la nostra piacevole sensazione di abbandono alla cascata di note torrenziali che i due axeman ci sparano a pieni watts. Non possiamo esimerci dall’essere soffocati dalla pienezza del suono e dall’ossessivo drumming a base quasi esclusiva di ossessivi rullanti e pochi ma incisivi crash. Maestoso: così dobbiamo necessariamente omaggiare Sepulchreal, probabilmente il brano più tecnico dell’album grazie ad una magistrale linea di basso, spesso a torto sacrificato nell’economia dei brani di genere. Invece Anton maneggia le quattro corde quasi da solista assoluto del brano ed anche il singer si allinea alla perfezione al tappeto sonoro da esso disegnato, senza scomporsi minimamente. Prese da una sana competitività, le asce sono mortifere e concedono alla platea un solo da urlo che rende il brano l’altra gemma del disco.

Con Resurrectionist, il combo di Kristianstad ci sorprende per l’ennesima volta. Un inatteso e gradevolissimo mid-tempo fa da base al brano che coinvolge sin dall’inizio. Mentre la voce è cadaverica al punto giusto, il lavoro del quartetto produce una deformazione delle note di rara intensità, a causa del cantato stesso, che appare quasi “sintetizzato” nei passaggi centrali, tanto che la stessa sezione ritmica appare allungata al massimo nelle sue esecuzioni. Sempre in un contesto di rara intensità, il brano si consente addirittura un breve interludio di improvvisata “jam” perfettamente interpretata. The Transition, di nome e di fatto, è un delicato intermezzo acustico ben congegnato, che tuttavia si consegna nel finale ad una cavalcata elettrica quasi epica nella sua maestosità, davvero inattesa per il genere di che trattasi e per i “ceffi” in esso coinvolti. È meglio, allora, tornare all’assalto dei nostri padiglioni auricolari con III Mouth Madness: ancora una voce disperata che ci trae al profondo degli abissi, stante la capacità delle asce di tratteggiare linee sonore che più accelerate non si può. Viene messa a dura prova la resistenza del drummer per seguire l’evolversi del brano in un rincorrersi di grancasse, chitarre impazzite, e basso macellante.

Chiusura in gran stile per il quintetto svedese che alla fine ci lascia con la sensazione che davvero a nulla di nuovo abbiamo assistito, ma con la loro interpretazione ci ricorda che il genere è lungi dal perire grazie anche a band come loro.

Autore: Necrovation Titolo Album: Necrovation
Anno: 2012 Casa Discografica: Agonia Records
Genere musicale: Death Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.necrovation.com
Membri band:

Seb – voce, chitarra

Fredrick Almstrom – chitarra

Anton – basso

Bunger – batteria

Tracklist:

  1. Necrovorus Insurrection
  2. Dark Lead Dead
  3. Pulse Of Towering Madness
  4. Commander Of Remains
  5. New Dephts
  6. Sepulchreal
  7. Resurrectionist
  8. The Transition
  9. III Mouth Madness
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