08th mag2013

Straight Opposition – 10 OZ

by Marcello Zinno

Quando si parla di attitudine involontariamente balzano alla mente le tantissime band hardcore che riempiono i piccoli locali e danno scosse come vera e propria dinamite alla scena che un tempo definivamo underground. Gli Straight Opposition possono rientrare in questo discorso con convinzione di causa, grazie anche al loro nuovo EP (quarta uscita sotto Indelirium Records) che con le sue 7 tracce tocca gli 11 minuti di durata. Una raffica di pensiero che brucia ad una velocità profonda, andando oltre il biglietto da visita hardcore che la band si auto etichetta: qui l’heavy metal e l’attitudine Sepultura/Soulfly-oriented si percepisce fin dall’opener End Of October. La sei corde è potente ma non raffinata, riuscendo a fare da spalla alla voce ruvida che contamina il tutto; la sezione ritmica resta sempre incisiva anche se non sfodera una furia assassina come ci saremo potuti immaginare. The Blackmail risulta uno dei brani con maggiore velocità esecutiva, ma noi preferiamo tracce che fanno emergere una maggiore grinta della band come Nothing To Dig Up con i suoi stacchi molto groovy che fanno prendere il fiato prima delle ripartenze e la già citata opener dalle influenze più heavy che hardcore.

In tutto ciò va degnamente citata la title track che resta fedele alle radici della band scomodando mostri sacri come Biohazard e inserendo quei cori che tanto piacciono all’hardcore/crossover. Il tempo però è il vero amico/nemico della formazione pescarese che potrebbe sicuramente costruire qualcosa di più interessante puntando a delle composizioni maggiormente intricate (vedi il sax nel finale di Don’t Try To Set As One). Ma gli Straight Opposition sono questo, prendere o lasciare.

Autore: Straight Opposition Titolo Album: 10 OZ
Anno: 2013 Casa Discografica: Indelirium Records
Genere musicale: Hardcore, Heavy Metal Voto: s.v.
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/straightopposition
Membri band:

Ivan Di Marco – voce

Stefano D’Emilio – chitarra

Fabio D’Agostino – basso, voce

Carlo Neri – batteria

Tracklist:

  1. End Of October
  2. Time Are Mature To Declare
  3. 10 OZ Aperture
  4. 10 OZ
  5. The Blackmail
  6. Don’t Try To Set As One
  7. Nothing To Dig Up
22nd apr2013

Offsound – Lupus

by Martino Pederzolli

Direttamente dal cuore dell’Emilia un concentrato di distruzione hardcore. Stiamo parlando dell’EP Lupus dei reggiani Offsound, che ci regala cinque brani duri, ben scritti ed altrettanto ben eseguiti. Un lavoro che sorprende anche per la qualità della registrazione che, per un’autoproduzione, è un elemento significativo per la buona riuscita del promo (a questo proposito i complimenti al Silver Recording Studio). Tutte le tracce presentano pesanti influenze metal, soprattutto thrash e death, e restituiscono fin da subito l’ottima coesione del combo che non annoia mai e, al contrario, mette voglia di pogare anche a casa da soli. Si comincia con Fairy Land, una ginocchiata nei denti che apre nel modo giusto l’EP. Ottima la voce scavata e potente del cantante Mirko Rabitti che, anche nelle parti melodiche volutamente sporcate e graffianti di Anguish, riesce ad offrire una linea vocale originale e mai scontata. Con Offsound il gruppo mette in chiaro i propri obiettivi e lo fa in maniera decisamente convincente: traccia veloce, aggressiva, con stacchi acidi che rendono il brano la colonna sonora perfetta per una rissa. I Loved Alone presenta un testo particolare che si lega bene al lavoro dei musicisti nella resa complessiva della canzone. Si chiude con il fiore all’occhiello Undeserved: chitarre fuori dagli schemi, dissonanze che si scontrano con una base ritmica martellante e solida, un bridge che permette di tirare il fiato ed un finale che strizza l’occhio a sonorità math-core. Splendida.

Certamente un gruppo che farà molto nell’ambiente hardcore; d’altronde non sono dei novellini, lo dimostra il fatto che due di loro facevano parte dei Raw Power! L’EP è dedicato alla memoria di Luca Carpi (Lupus era il suo soprannome), chitarrista talentuoso e scomparso prematuramente nell’ottobre del 2012. Un omaggio riuscitissimo.

Autore: Offsound Titolo Album: Lupus
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Hardcore, Heavy Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/offsoundoflupus
Membri band:

Mirko Rabitti “Rabbo” – voce

Luca Carpi “Lupus” – chitarra, cori

Mirco Caleffi “Keffia” – chitarra, cori

Pierpaolo Picarella “Pierpower” – bass

Emanuele Castagnetti “Old Skull” – batteria

Korra e Sauro – cori

Tracklist:

  1. Fairy Land
  2. Anguish
  3. Offsound
  4. I Loved Alone
  5. Underserved

 

19th apr2013

Fear The Sirens – The Ruins We Used To Call Home

by Massimo Macera

Direttamente dalla scena underground della capitale italiana ci arriva tra le mani l’album di debutto dei Fear The Sirens, band romana di recente formazione, avvenuta solo nel 2011. Davey Passavanti (voce), Danilo Capri (chitarra e cori), Andrea Taddei (chitarra), Emanuele Agazzi (basso) e Lorenzo Coluccia (batteria) sono i membri del gruppo, che si colloca per vocalità e dinamiche decisamente aggressive e con riff di chitarra energici ma ben articolati, nell’ambiente del melodic hardcore, e cominciano intanto a farsi conoscere in giro aprendo i concerti di altri gruppi come Napoleon, Device e Flash Before My Eyes. A dun anno dalla loro nascita, sotto l’etichetta della Indelirium Records, la band ci propone, dunque, il primo lavoro uscito dallo studio denominato The Ruins We Used To Call Home. Sia la copertina che la tracklist fanno intendere che si tratta di un concept album costruito intorno al tema dell’Odissea che conta 12 tracce, tre delle quali, My Name Is No-Man, Where The Ocean Sleeps e A Fire In The Night, interamente strumentali, trattandosi rispettivamente di un corto preludio e di due altrettanto brevi intermezzi. Andando a leggere i testi tuttavia non c’è nessun riferimento riconducibile alla celebre opera. A livello di competenza i ragazzi se la cavano discretamente, il growl di Davey Passavanti risulta sufficientemente ricco, e le parti in voce pulita orecchiabili, ma ancora molto stereotipate ed in alcuni punti, osando note al limite del suo range, strozzate o leggermente calanti. Ne è un esempio The Reach, per altro eccessivamente breve e perciò troppo densa e poco scorrevole. Altrettanto la parte strumentale esordisce senza lode e senza infamia in sonorità tipiche del genere: linee di batteria e basso scure e rabbiose e, sebbene ogni tanto difficili da seguire, appare una chitarra che si mantine distorta e semplice per creare l’atmosfera di insofferenza e irrequietezza.

Una critica da muovere all’album, tuttavia, riguarda l’originalità a livello produttivo, la maggior parte dei pezzi sono estremamente ridondanti, sia a livello di struttura in se per se, che per l’armonizzazione. È vero che giustamente il genere non lascia questa vastissima libertà di variazione, ma è anche vero che spesso non si riesce a capire quando un brano sia finito e ne sia cominciato un’altro: l’esempio è per il trittico Odissea a From Here We Start a Till The End Of Days. Rilevanti sono invece Ithaca, la cui introduzione si diversifica un po’ da gli altri pezzi precedenti, e This is War caratterizzata dalla partecipazione di Josh Baker. A New Dawn conclude la raccolta risollevandone di un po’ la qualità, Lorenzo Coluccia ritrova un po’ di inventiva e fa sì che la sua batteria ridiventi uno strumento d’accompagnamento (sempre aggressivo, sia ben chiaro) e non uno scatenato tamburo di guerra.

Sintetizzando, i Fear The Sirens presentano un interessante potenziale che necessita comunque di essere ancora incanalato, tanto ancora può venir fuori dal gruppo e le aspettative sono buone malgrado l’inizio ancora incerto (ma giustamente comune a tutti coloro che muovono i primi passi nella produzione di materiale proprio).

Autore: Fear The Sirens Titolo Album: The Ruins We Used To Call Home
Anno: 2012 Casa Discografica: Indelirium Records
Genere musicale: Hardcore Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://fearthesirens.tumblr.com
Membri band:

Davey Passavanti – voce

Danilo Capri – chitarra, cori

Andrea Taddei – chitarra, cori

Emanuele Agazzi – basso

Lorenzo Coluccia – batteria

Tracklist:

  1. My Name Is No Man
  2. Odissea
  3. From Here We Start
  4. Till The End Of days
  5. Ithaca
  6. Where The Oceans Sleep
  7. This Is War
  8. Comet
  9. The Reach
  10. Rewrite the Route
  11. A fire In The Night
  12. A New Dawn
24th feb2013

The Memory – Eulogy For A Dead Ocean

by Antonluigi Pecchia

Elogiare la perdita degli antichi valori come l’umanità e la sensibilità è la strada da percorrere secondo i crepuscolari nostrani The Memory che con il loro debut album Eulogy For A Dead Ocean ci fanno tuffare nella classica scena hardcore newyorkese degli anni ’90. Sì, il loro sound è una furia che travolge tutto ciò che gli si pone davanti, non mancano di certo attimi più melodici, un po’ più dal gusto moderno, ma la band non perde mai occasione di far sfociare la tranquillità in violenza allo stato puro. Granitico è il lavoro svolto da Marco dietro le pelli che tiene la rabbia sempre ben in tiro e degne di nota sono anche le note chitarristiche a cura della coppia formata da Nicola e Luigi che rendono la ferocia molto ispirata, senza far cadere il lavoro nella banalità o nella violenza fine a sé stessa. I brani vengono proposti un colpo dietro l’altro, senza neanche lasciare il tempo per prendere fiato, chi ascolta viene preso per la gola e sbranato interamente fino alla conclusione dei dieci episodi del disco. Peccato solo per la brevissima durata del prodotto, che riesce a raggiungere i 20 minuti totali ma comunque di solo polpa. I ragazzi riescono alla grande nell’intento di colpire in pieno volto l’ascoltatore con la rabbia data dal malessere provato da questi giovani di casa nostra, in cui molti di noi si potranno rispecchiare. Vivamente consigliato agli amanti del genere.

Autore: The Memory Titolo Album: Eulogy For A Dead Ocean
Anno: 2013 Casa Discografica: Indelirium Records
Genere musicale: Hardcore Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/wearethememory
Membri band:

Giancarlo – voce

Luigi – chitarra

Nicola – chitarra

Nicola – basso

Marco – batteria

Tracklist:

  1. Intro
  2. Butterfly Effect
  3. Night Of The Living Dead (Feat. Salmo)
  4. Unchained
  5. Suggestions
  6. Li(f)e
  7. The Difference
  8. Through My Eyes
  9. Alive
  10. Echoes
07th ago2012

L’Alba Di Nuovo – La Nuova Razza

by Rod

L’hardcore e il punk sono da sempre sinonimo di protesta e di ribellione, l’incarnazione di quel grido di accusa ed allo stesso tempo di speranza che si palesa in una miriade di rimandi, di riferimenti espliciti e di significati prettamente di natura sociopolitica. Lo sa bene l’agguerrito combo ternano de L’Alba Di Nuovo, out da qualche mese con la loro ultima fatica La Nuova Razza, un lavoro granitico e tosto che nelle undici tracce proposte, prende per la gola a colpi di distorsioni fulminanti, le devianze e le alterazioni della civiltà moderna. L’album apre e chiude con due brevissime tracce, Intro ed Outro, mentre le rimanenti nove canzoni, incarnano appieno lo spirito hardcore/punk nella sua variante melodica, accendendo i riflettori su questioni legate all’insofferenza nei confronti della vita contemporanea e a problemi sociali o individuali. Ne sono riprova, tra tutti gli altri, brani come La Tua Identità, Il Tempo o La Nuova Razza che grazie anche ad un groove potente e all’uso del growl, mostrano un sound che, se contestualizzato all’intero album, si palesa già ben rodato e perfezionato.

In L’Uomo Creò Dio e Virus le tematiche di fondo si spostano di poco, focalizzandosi su ambiti ben precisi, molto vicini alla condizione umana, come la critica religiosa e la denuncia della questione ambientale. Al di là di una certa maturazione che deve necessariamente arrivare soprattutto nella stesura delle liriche che spesso in alcuni passaggi non sembrano fluidamente in scia con il resto del contesto del brano, La Nuova Razza segna un punto a favore di una giovane band capace di dimostrare, nonostante tutto, il proprio appeal al sound hardcore e quindi la propria precisa identità artistica.

Autore: L’Alba Di Nuovo Titolo Album: La Nuova Razza
Anno: 2012 Casa Discografica: GBSound
Genere musicale: Hardcore Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.lalbadinuovo.com
Membri band:

Daniele – voce

Corrado – chitarra

David – chitarra

Zino – basso

Matteo – batteria

Tracklist:

  1. Intro
  2. La Tua Identità
  3. Il Tempo
  4. Citazioni
  5. La Nuova Razza
  6. Decisioni
  7. E L’Uomo Creò Dio
  8. Il Mattino
  9. Radio
  10. Virus
  11. Outro
17th lug2012

GPL – Phoenix

by Marcello Zinno

Dalla nostra Italia arrivano i GPL un gruppo che di italiano ha molto poco: testi in inglese e impatto praticamente americano uniscono questo quartetto molto esterofilo anche nei nomi dei suoi membri. Ma ciò che più ci riporta a terre d’oltroceano dopo l’ascolto di un loro brano è proprio il sound profondamente debitore alla scena punk americana (The Offspring in primis soprattutto per le linee vocali) e all’hardcore statunitense a cui i GPL si dicono appartenere. Certo diciassette minuti sono un pò pochini per valutare la genuinità di un’uscita ma bisogna ammettere che la band inserisce parecchi elementi, alcuni degni di nota: i refrain perdono spesso mordente a svantaggio delle parti più ritmate e veloci che nella maggior parte dei casi propongono dei riff a raffica (perdonate la cacofonia) e catturano per l’aggressività. I cori sono marginali e anche le seconde voci sono utilizzate più per dare omogeneità alla proposta musicale rispetto al genere che non per tramutarla in qualcosa di più originale. La parte iniziale di The Age Of Green Pastures è quella che sprigiona più energia, seppur legata a doppia mandata a molta della scena hardcore già passata e travisata nelle nostre orecchie, mentre l’opener Song Of Liberty mostra invece una maggior capacità nel songwriting con delle sfumature diverse e dei cambi di registro apprezzabili, sicuramente più appetibili anche per un contesto live.

So Long mostra la seconda faccia della band, quella più canonica e hardcore, con poco in più da dire, mentre l’ultima Letters To Myself, più allegra e spensierata, tocca dei lidi di maggior potenza sonora; peccato di nuovo per alcuni refrain dal facile ascolto. La ricetta a nostro parere rappresenta un buon punto di partenza su cui il quartetto deve lavorare per proporre qualcosa di personale e che abbia motivo di dire la propria in uno scenario che vive di grandi nomi e di storia passata.

Autore: GPL Titolo Album: Phoenix
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Hardcore, Punk Voto: s.v.
Tipo: EP Sito web: http://www.myspace.com/gplhc
Membri band:

Tony – voce, basso

Prisco – chitarra, voce

Spina – chitarra, voce

Fra – batteria

Tracklist:

  1. Song Of Liberty
  2. City’s Down
  3. The Age Of Green Pastures
  4. So Long
  5. Letters To Myself
05th lug2012

Homer – The Politics Of Make Believe

by Marcello Zinno

Non ci stancheremo mai di azzerare tutti i presupporti che comunemente vengono in mente quando ci si presenta dinanzi una nuova band. Il Belgio è la provenienza di questo combo, ma non c’entra nulla la birra né le sostanze stupefacenti che potrebbero suggerire un genere poco tecnico e molto festaiolo. Homer è il moniker e nulla c’entra il personaggio dei Simpson che conferirebbe un nuovo significato di leggerezza al sound della band. Ci troviamo dinanzi ad un quartetto compatto in grado di forgiare una proposta musicale a cavallo con molti genere e, pur concentrata in brani dalla durata breve, risultare comunque esaustiva. Il continuo altalenarsi tra i due stili vocali, l’uno in contrasto con l’altro, si fa apprezzare per quel non estremismo senza compromessi che probabilmente porterebbe alla stanchezza dopo una manciata di brani; il riffing risulta variegato e se l’opener strizza l’occhio alla tradizione metalcore, già con My Demons Didn’t Make It To The Future si giunge all’ambientazione per antonomasia degli Homer: l’hardcore. Il punto centrale della proposta della band sta proprio nel sound della sei corde che non è mai grezza e ruvida, come tradizione punk imporrebbe, ma si avvicina maggiormente a quanto il thrash di più recente scuola insegna, risultando in bilico continuo tra i due generi. Questo è anche l’elemento più piacevole del quartetto che in dieci brani di una trentina di minuti scarsi è in grado di dire tanto, con refrain, chorus ma soprattutto strutture sonore da pogo costante, il tutto condito da testi irriverenti e sfacciati.

Il titolo Disciples Of Rock’n Roll non è scelto a caso perchè qui l’hardcore, con una sei corde che si intinge di effetto flanger, si immola proprio al genere citato nel titolo al solo fine di acquisire un ritmo ancora più conturbante e non solo incentrato sulla velocità pura; la successiva White Does Rhyme With Empty ci convince invece per i cambi di tempo necessari data la sua lunghezza e un inaspettato senso di maturità stilista pur non condito da alcuna uniformità rispetto a roba ascoltata già in giro (in alcuni casi prossimo ad alcune influenze math-core) fino alla sfuriata finale. Assolutamente graffiante Inferno che affonda gli artigli pur richiamando qualcosa di emo-core nelle parti vocali, ma c’è anche This Statue Won’t Fall Down che continua a stupire: per almeno cento album di hardcore che sembrano uguali a se stessi (e nei quali i brani suonano piatti e “eccessivamente coerenti”) in The Politics Of Make Believe si trovano svariate sfumature ed ogni minuto lascia un segno indelebile come se vivesse di luce propria.

Gli Homer quindi ci aprono una finestra verso una musica che, seppur proveniente da un Paese non di certo famoso per il rock, lascia segni e lezioni indelebili per molti coetanei ma anche per i più vecchietti.

Autore: Homer Titolo Album: The Politics Of Make Believe
Anno: 2012 Casa Discografica: Fun Time Records
Genere musicale: Punk, Hardcore, Metalcore Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://funtimerecords.com/homer
Membri band:

Wannes Vanvoorden – batteria

Bert Quinten – chitarra, voce

Mattias Vos – basso, voce

Johan Quinten – voce

 

Tracklist:

  1. The Politics Of Make Believe
  2. My Demons Didn’t Make It To The Future
  3. My Last Piece Of Ignorance
  4. Disciples Of Rock’n Roll
  5. White Does Rhyme With Empty
  6. Inferno
  7. This Statue Won’t Fall Down
  8. Vamos!!!
  9. The Path That Leads To Reason
  10. This Scene Is Sacrificed
23rd feb2012

Alfatec – S/t

by Alberto Vitale

Gli Alfatec sono toscani e questo album omonimo è il loro esordio, nonostante non siano un combo hardcore dell’ultima ora, infatti hanno già realizzato alcune pubblicazioni minori, oltre ad una continua attività live. Quello degli Alfatec è un bell’album decisamente riuscito: 13 pezzi in 25′, ma arrivati alla fine si ripigia da capo il tasto play per ripartire! Alfatec è il tipico album hardcore con tendenze verso il punk, il quale scuote e invoglia a saltare e tirare fuori la rabbia e le frustrazioni, come se fosse una psicoterapia forzata. I quattro fiorentini sono autori di un sound non claustrofobico e che non si sforza di suonare ostinatamente a mille. I passaggi ragionati e studiati ci sono (per esempio Honey) e la melodia non viene sacrificata alla monolitica violenza e così diversi pezzi hanno un loro tono accattivante (in particolare Il Buio Acceca, Wasted Night,Your War, Hard Times). Probabilmente in questo contribuisce anche quella sottile linea di punk che attraversa l’album, ovvero il punk più semplice e smodato, fratello maggiore e senza eccessivi grilli per la testa del succedaneo hardcore. Behind The Lines, Sexy Party Tonight (ascoltate che testo graffiante e ironico), 17 Nightmare sono proprio alcuni di quei tizzoni ardenti nati dalle fiamme di un punk rock che occhieggia al rock ‘n’roll.

Tommaso Maggiorelli canta in italiano e inglese, buona prova in entrambi i casi, ma potrebbe arrivare il giorno in cui fare una scelta. Bravi Bartolini e Perchiazzi, i quali rendono fratelli i loro due strumenti, rispettivamente la chitarra e il basso. Merita un inciso il Gilberto Rossi della batteria: stile asciutto e vivace, adatto al sound dei suoi compari, ma il suo strumento è stato registrato in modo inappropriato, rivelandosi ad un livello qualitativamente inferiore al resto. Tuttavia potrebbe non dispiacere a qualcuno, dando un senso di underground e “fai da te” – l’album ha però i suoi autori al mixer e mastering- tipico del genere. Gli Alfatec per attitudine ricordano alcune sonorità sia della scena hardcore punk newyorkese della prima ora, nella capacità dei pezzi di colpire nel segno, che quelle dell’hardcore punk californiano, presenti nella fluidità con la quale questi vengono suonati. Queste però sono annotazioni per i puristi, ai più non resta che confermare l’ottimo esordio degli Alfatec e l’invito a sostenerli.

Autore: Alfatec Titolo Album: S/t
Anno: 2011 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Hardcore Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://alfatec.altervista.org
Membri band:

Gilberto Rossi – batteria

Marco bartolini – chitarra

Simone Perchiazzi – basso

Tommaso Maggiorelli – voce

Tracklist:

  1. Holy Shit
  2. Il Buio Acceca
  3. Behind The Lines
  4. Wasted Night
  5. Questione Di Coerenza
  6. Falling Love
  7. Honey
  8. Sick Job
  9. The Boyz Are Back In Town
  10. 17 Nightmare
  11. Hard Times
  12. Sexy Party Tonight
  13. Your War
08th gen2012

Strange Corner – Tutto In Un Momento

by Marcello Zinno

Il termine “estremo” è molto affascinante. Affascina perchè in esso è compreso di tutto, non è possibile interpretarlo soggettivamente, non è possibile sbagliarsi. I canoni medi, tutto ciò che in genere si pone in mezzo, il cosiddetto grigio (tra il bianco ed il nero), le convenzioni, le abitudini, quello che di solito piace, ebbene tutto questo è fuori! Non ha scampo. L’estremo è agli antipodi, lontano da ciò che ci si aspetta e piace proprio per l’essenza stessa di essere estremo. I Strange Corner possono dirsi artefici di sonorità estreme, intolleranti nei confronti delle melodie e dei suoni morbidi. Ma allo stesso tempo la band vicentina ha superato la fase degli esordi in cui si sputa la propria rabbia in faccia a chiunque; con più di dieci anni alle spalle i Nostri sono giunti al quarto capitolo discografico e come filofosia estrema insegna hanno imboccato il percorso al contrario rispetto agli altri, optando all’inizio della propria carriera per dei testi in inglese e solo con questo Tutto In Un Momento per liriche completamente in italiano (scelta che noi sposiamo in pieno).

Egregio il lavoro di riffing in Chiusi E Stanchi che al di là del suono effettivamente graffiante esalta un lavoro ideativo e di tecnica di prim’ordine: non si tratta del solito brano hardcore sparato a mille ma di qualcosa di ben più complesso perchè non sempre velocità vuol dire semplicità (lo spiegate voi alle centinaia di band che poggiano la propria carriera sempre sugli stessi accordi?!). E’ proprio qui un altro aspetto fondamentale della proposta targata Strange Corner: la colonna portante della propria proposta musicale non è la sezione ritmica, che comunque è molto precisa e ben studiata, bensì le costruzioni su cui poggiano le due chitarre che si sovrappongono a costruire un muro di suono invalicabile tanto da sovrascrivere spesso l’hardcore ad un’impronta profondamente death metal. Non è un caso che intorno alla band in passato abbia ruotato Jacob Bredhal (Allhelluja/Hatesphere/Barcode) dedicatosi alla fase di missaggio del precedente capitolo discografico, altro esperto della compattezza sonora.

Sicuramente l’habitat dei Strange Corner è la sede live: è lì che il quintetto è in grado di sprigionare tutta la propria carica e trasmetterla direttamente al pubblico; la resa in studio risulta sicuramente interessante da un punto di vista prettamente critico, ma alla lunga il semplice ascolto pecca di una ricetta praticamente invariata lungo i 44 minuti dell’album (come la struttura insormontabile strofa-ritornello). Lungi dall’essere piatto né scontato, Tutto In Un Momento non ha minuti di picchi ma si sviluppa su dei passaggi da segnalare (come l’inizio di Cator Pitade che ci riporta ai Pantera di Vulgar Display Of Power) più che su brani esaltanti rispetto agli altri, alternando però creazioni più estreme (Abbassa Lo Sguardo) a costruzioni in stile hardcore (Cadere E Farsi Male). Ma tutto sommato è ciò che si attende dal genere e considerando la dotazione tecnica dei cinque possiamo assolutamente consigliare l’uscita in oggetto.

Autore: Strange Corner Titolo Album: Tutto In Un Momento
Anno: 2011 Casa Discografica: Hot Steel Records
Genere musicale: Hardcore, Death metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.strangecorner.com
Membri band:

Claudio Cappello – batteria

Alessandro Farinati – voce

Emanuele Zilio – chitarra

Andrea Bruttomesso – basso

Jacopo Carlotto – chitarra

Tracklist:

  1. Abbassa Lo Sguardo
  2. Chiusi E Stanchi
  3. Prega Per Me
  4. Tutto In Un Momento
  5. Lacrime E Bugie
  6. Cator Pitade
  7. La Tua Mente Muore
  8. Pazzo
  9. Il Ballo Dei Potenti
  10. Cadere E Farsi Male
  11. Tu Non Sai
16th set2011

Henry Rollins (Black Flag) per la prima volta in Italia

by Marcello

E’ con immenso piacere che riportiamo questa News. Henry Rollins, una delle icone indiscusse dell’hardcore statunitense e immenso leader dei Black Flag, giungerà in Italia per la prima volta portando il suo nuovo spettacolo “Henry Rollins Spoken Word – The Long March 2012″. Sul palco porterà aneddoti e storie di vita vissuta dei suoi primi 50 anni di esistenza tra uno stage e l’altro in giro per tutto il mondo. Henry Rollins è anche un noto attore ed attivista sociale e probabilmente uno dei personaggi più carismatici in grado di raccontare la scena hardcore dell’ultimo trentennio avendola vissuta in prima persona.

Di seguito i dettagli delle due date:
15-02-12 | ALCATRAZ – Milano, Ingresso 20 € + ddp
16-02-12 | ESTRAGON – Bologna, Ingresso 20 € + ddp

Prevendite aperte dal 2 settembre.