22nd mag2013

Hellrazer – Operation Overlord

by Giancarlo Amitrano

Anche luoghi non propriamente “consoni” possono essere d’esempio alle masse? Nel caso dei canadesi in questione, parrebbe proprio di sì: un omaggio duro e puro ai paramenti sacri del metal che con il loro lavoro ci offrono a piene mani. Ispirazioni molteplici caratterizzano il full-lenght, che tira dritto come un proiettile senza sbavature e che racchiude diversi episodi tecnicamente notevoli. L’opener fa capolino con nessuna delicatezza: asce sparate al massimo e sezione ritmica di precisione svizzera fanno da contraltare alla voce in puro stile anni ‘80, con tanto di riffone centrale. Raging Seas è una cavalcata classica di chitarre ben congegnata che consente al singer di articolare tempi saggiamente rallentati. I giri di basso sono sapientemente intervallati dalle precise battute del drumming che interviene molto sui rullanti per dipingere l’atmosfera molto “recitativa” del testo che nella fase centrale la voce ritiene di adottare. Con Energy ci ritroviamo coinvolti a piè pari nelle sonorità molto “noir” degli esordi del genere, Uriah Heep in primis con le loro atmosfere quasi demoniache. La produzione del leggendario Michael Wagener (Alice Cooper fra gli altri) fa il resto: la nitidezza del sound consente al brano di elevarsi di una buona spanna, anche nei momenti di apparente calma propositiva, che sono di prodromica apocalisse chitarristica. Si ha anche il tempo di sconfinare nel thrash più puro con l’esecuzione di The Hunting e qui il gruppo è bravo nel ricalcare solamente alla lettera i clichè del genere. Ritagliandosi anzi una sua vena particolare di interpretazione, il combo riesce a donare un suo taglio nell’esecuzione degli assoli delle asce e nel riprendere a stretto giro di posta il valzer impazzito di tutta la strumentazione nella discesa agli inferi finale del brano.

Guest star i mitici Judas Priest su Ironheart? Nossignori, è proprio il gruppo di Alberta ad eseguire un brano che ai leggendari non sarebbe dispiaciuto. Singer clone di Halford che più non si può, ed asce che si alternano a menadito nel condurre le danze, mentre la sezione ritmica si mette al servizio dell’economia del brano con solerzia encomiabile e senza paura di apparire messa in disparte. Il migliore brano dell’album, fino a questo momento, salvo poi cambiare subito parere ascoltando la titletrack: qui la band è al suo top, con gli strumenti tirati al massimo, dove non si fanno distinzioni tra i toni graffianti del singer e la potenza che fuoriesce dagli amplificatori senza economia. Anche la base sonora è molto accelerata e su di essa il cantato assume un tono quasi epico nella fase centrale grazie all’ottimo lavoro delle asce. Leggero rallentamento, ma di poco, con Burn In Heaven: pur mantenendo invariate le direttive su cui muoversi, il suono in questo caso risente in negativo delle tonalità troppo cupe che il singer intende donare al brano, che pur fila via con interesse e degno di menzione. The Phantom ci consente anche di apprezzare il grado di evoluzione tecnica e compostiva raggiunta dalla band; un sapiente intro pieno di semiacustiche permette di stimare molto il lavoro quasi onirico della female singer che poi spiana la strada ad una nuova tempesta sonora. I suoni divengono ancora roventi, con la doppia cassa che riprende sicura il suo cammino spedito e con essa trascina la voce ancora più terrea del singer, con il risultato di un’altra gemma del disco.

Death Or Victory ci conduce verso la parte finale dell’album con un’altra buona interpretazione vocale e con un’inattesa giravolta acrobatica della batteria. Le fatiche iniziano a farsi sentire, infatti in alcuni passaggi il singer accusa qualche passaggio a vuoto che viene comunque ben attenuato dal muro sonoro degli strumenti. A chiudere in bellezza, tuttavia ci pensa l’interpretazione di Rise Of The Machines che come un carro armato Sherman di teutonica potenza ricorda anche in questo caso qualche nume tutelare del genere…potremmo dire in primis i Metal Church dell’omonimo debutto, ma ci verrebbero in mente anche altre divinità quali ad esempio i memorabili e sfortunatissimi Angel Witch. Il brano in questione è tuttavia pura marca canadese: prendere o lasciare, grazie all’epicità del sound ed alla freschezza dei soli finali, che non fanno prigionieri. A chiudere, le due bonus track che rieditano in chiave attuale brani dei loro precedenti lavori, con la potenza di oggi e la tecnica affinata degli esordi. Tutta la loro esperienza passata che ha portato al lavoro attuale, buono nel complesso e di certo all’altezza delle future fatiche del combo canadese.

Autore: Hellrazer Titolo Album: Operation Overlord
Anno: 2013 Casa Discografica: Dust On The Tracks
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/hellrazermetal
Membri band:

Dr.Z – voce, chitarra

Stan Nakanishi – chitarra

Simon Hirota – basso

Kegger– batteria

Tracklist:

  1. Hellrazer
  2. Raging Seas
  3. Energy
  4. The Hunting
  5. Ironheart
  6. Operation Overlord
  7. Burn In Heaven
  8. The Phantom
  9. Death Or Victory
  10. Rise Of The Machines
  11. Dehumanizer
  12. Black Legion
20th mag2013

Dumper – The Gunshot Theory

by Marcello Zinno

Una delle band del nostro stivalone che è in grado di dare vera e valida interpretazione all’heavy metal moderno prende il nome di Dumper. La loro storia vede un’uscita discografica sotto la già prestigiosa Buil2Kill Records quando la formazione era composta da soli 3 elementi; line-up che non si è arricchita bensì è stata totalmente ridisegnata da Eddi Cantoni, rimasto solo a tener testa al moniker, fino a giungere al quartetto che oggi si cela dietro questo progetto. I Dumper di The Gunshot Theory meritano molta attenzione: il loro heavy metal è potente e molto ben prodotto, con un vocalist che somiglia terribilmente, sia per tonalità che per acuti, al Bruce Dickinson dei primi lavori con gli Iron Maiden (da The Number Of The Beast in poi ovviamente), quando strizzava le proprie corde vocali chiedendo il massimo. L’impostazione musicale invece cambia lungo l’ascolto: da una Stand Your Ground che abbraccia la convulsione tipica dei 3 Inches Of Blood a momenti più metallurgici come Brother On Demand fino a giungere ad una cadenzata e infangata Our Father. I momenti sono variegati anche in termini qualitativi, alcuni più convincenti come The Rotten Will che alterna parti groove e momenti dal sapore quasi epico, altri che rallentano i tempi e l’entusiasmo come Dinner For Retards.

Nel complesso l’heavy dei quattro ragazzi è sicuramente convincente e le doti mostrate sono addirittura superiori rispetto al risultato di questo The Gunshot Theory facendoci intuire che con un pò di maturità in più ed una personalità meglio formata i Dumper possono arrivare davvero lontano. Enough! è un esempio di traccia con una maggiore verve nella quale divertimento e convinzione (i cori ad esempio arricchiscono molto il brano) fanno traboccare la caraffa e ci tramutando in veri appassionati dei Dumper. Forza ragazzi che le basi sono poste per una vera e propria metal revolution!

Autore: Dumper Titolo Album: The Gunshot Theory
Anno: 2013 Casa Discografica: My Graveyard Productions
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.dumperband.net
Membri band:

Simone Severi – chitarra

G.M. Agosti – batteria

Alessandro Marras – voce

Eddi Cantoni – basso, voce

Tracklist:

  1. Beaking News
  2. Stand Your Ground
  3. W.T.F.
  4. Dinner For Retards
  5. The Rotten Will
  6. Brother On Demand
  7. Our Father
  8. Way Home
  9. Enough!
  10. The Gunshot Theory
  11. Marching To War
15th mag2013

Mesmerize – Paintropy

by Marcello Zinno

“Mesmerize” è uno dei termini che abbiamo sentito spesso nei testi, nei titoli delle canzoni e nel metal in generale. Ma lo abbiamo sentito anche in riferimento alla storica band italiana nata nel lontano 1988 e che, anche se non ha vissuto una vita molto prolifica in quanto a pubblicazioni discografiche, si è distinta per il proprio heavy metal legato in vario modo a diverse influenze. Con un passato trascorso tra le braccia di diverse etichette discografiche approdano alla Punishment 18 Records per la pubblicazione dell’ultimo Paintropy un concentrato di heavy granitico che attinge molto dalla scuola death per velocità di riff e raffiche della sezione ritmica. Un lavoro che sfiora l’ora di ascolto, elemento questo non molto comune in uscite così tirate, a segno della copiosità di idee che aleggiano nelle menti del quintetto e che prendono forma differente durante l’ascolto: la parte iniziale di A Desperate Way Out ad esempio sembra presagire una pausa da It Happened Tomorrow e 2.0.3.6., prime due cavalcate dell’album, ma ben presto raggiunge la velocità delle colleghe seppur con una melodicità differente che richiama alcune ambientazioni epiche (stessa impressione nella convincente One Door Away). Interessante notare come siano i due chitarristi e il bassista a comporre tutte le tracce dell’album, sia per musica che per testi: ciò ha un significato profondo in quanto offre variazioni ai vari tempi che invece tracce puramente veloci potrebbero offrire, aprendo molto alla melodia e alla musica nel senso stretto del termine, rendendo il tutto ancora più personale e piacevole.

Brani come Monkey In Sunday Best, 2.0.3.6. e You Know I Know raggiungono le vette compositive di Paintropy grazie a un rifferama originale e a passaggi che nel loro alternarsi suonano freschi, arricchiti da una voce (Folco Orlandini è noto per le sue doti capaci di fare invidia a cantanti power) che aggiunge quel quid in grado di cedere valore al tutto. Within Without, Mrs Judas e la title track sono altri momenti spaccaossa che in linea con le aspettative circa il sound dei Mesmerize rendono giustizia a chi ha sete di metal diretto e corposo. Parentesi altrettanto positiva per la cover di un classico dei The Cranberries, ovvero Promises, che assume una forma assolutamente particolare e noi amiamo quando una cover viene personalizzata a tal punto da appartenere al sound della band che la interpreta. Interessante anche la scelta grafica del booklet che mette a confronto ogni singolo musicista in due versioni, richiamando così l’artwork dell’album e trasmettendo (come fosse un “tao”) la duplice essenza di ogni cosa. Altro aspetto degno di nota è la continuità: in un album relativamente lungo rispetto al genere proposto non si notano cedimenti e lungo l’ascolto le tracce non fanno fatica a tenere alta attenzione e interesse. Un’ottima prova per il ritorno in forze dei Mesmerize.

Autore: Mesmerize Titolo Album: Paintropy
Anno: 2013 Casa Discografica: Punishment 18 Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.mesmerize.it
Membri band:

Folco Orlandini – Vocals

Piero Paravidino – Guitars

Luca Belbruno – Guitars

Andrea Tito – Bass

Andrea Garavaglia – Drums

Tracklist:

  1. It Happened Tomorrow
  2. 2.0.3.6.
  3. A Desperate Way Out
  4. Monkey In Sunday Best
  5. Midnight Oil
  6. Within Without
  7. One Door Away
  8. Paintropy
  9. Shadows At The Edge Of Perception
  10. Mrs. Judas
  11. You Know I Know
  12. Masterplan
  13. Promises (The Cranberries cover)
08th mag2013

Nailgun – New World Chaos

by Antonluigi Pecchia

Secondo full-leight per gli heavy metallers tedeschi Nailgun questo New World Chaos che giunge a distanza di un solo anno dal debutto Paindustry. In questo caso la band tedesca pone alla nostra attenzione dieci episodi, più l’intro A Fragment Of Chaos, di heavy metal in stile teutonico con influenze thrash metal, ricco di cori canticchiabili, dalle venature oscure ma che lasciano spazio ad attimi di luce che musicalmente, evitando arricchimenti virtuosi, prediligono la strada della semplicità colpendo dritto in volto. Il songwriting semplice e d’impatto riesce a fare centro e a rendere godibile l’ascolto dell’opera, i riff composti dalla coppia Daniel Morsch/Florean Hahn riescono a reggere bene le ripetizioni attuate in fase di composizione dei brani. Affinché l’opera non scada nella monotonia, buona è la prova condotta dai due Manuel ai microfoni del progetto che mescolano bene le loro voci. Nonostante New World Chaos si presenti come un prodotto dalla qualità piuttosto compatta, si ritrova qualche episodio di spicco come l’opener Darkest Hour, The Result che risente di una particolare influenza delle produzioni targate Zakk Wylde e l’energica Time Is Running Out.

Volendo dare uno sguardo complessivo all’album possiamo dire che non sia nulla di particolare per orecchie alla ricerca di sonorità nuove ma bensì tutt’altro potrebbe apparire per gli amanti di questo genere, dediti ad ascolti semplici e d’impatto; qualora lo foste allora quest’album farebbe proprio al caso vostro.

Autore: Nailgun Titolo Album: New World Chaos
Anno: 2012 Casa Discografica: STF Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.nail-gun.de
Membri band:

Manuel Buhler – voce

Manuel Blesch – voce

Daniel Morsch – chitarra

Florean Hahn – chitarra

Sven Rakowitz – basso

Felix Hartwig – batteria

Tracklist:

  1. A Fragment Of Chaos
  2. Darkest Hour
  3. Traitor
  4. I Have Enough
  5. Abyss Of Shadows
  6. Deep Shades Of Sorrow
  7. The Result
  8. Change Of Season
  9. When God Turned Away
  10. Time Is Running Out
  11. You Are Everything
05th mag2013

Sirocco – Lambay

by Alberto Lerario

Gli irlandesi Sirocco ci propongono il loro ultimo lavoro, Lambay, un concept album che racconta l’invasione vichinga dell’isola irlandese iniziata appunto a Lambay. La scena musicale irlandese è fortemente influenzata dalle radici celtiche dell’isola, come si è potuto apprezzare con il movimento punk irlandese che ha riscosso molti successi. Gli Sirocco provano a fondere le loro origini con il metallo, autoproducendo al meglio un album che segue le tracce dell’heavy metal classico inserendo delle incisure di armonie folk irlandesi. L’album si apre con Azure, un intro suonata con uno strumento tradizionale irlandese che gioca con una sola nota per creare un’atmosfera malinconica di disagio. Segue Lambay, heavy metal classico suonato in maniera ordinata, però con un numero di battute sotto la media, lasciando nell’ascoltatore la speranza di sentire un’accelerata decisiva, che purtroppo non arriva mai. Parte della struttura della canzone e soprattutto la voce del bassista cantante Ciaran O’ Cearuill ricordano molto da vicino i Metallica di Ride The Lightning (ed in parte i Maiden prima maniera) e James Hetfield. Sulla stessa linea è la seguente Follow; Unearth. MaelSuthain possiede le caratteristiche strutturali delle precedenti, ma risulta molto più interessante grazie ai riff folk celtici che ci fanno capire che heavy metal e muscia folk iralndese possono coesistere ed anche molto bene. L’atmosfera malinconica che pervade tutto l’album è esemplificata bene dal breve intermezzo di pianoforte suonato in Tempest che introduce An Cheann Rì, un’ottima commistione di melodia metal e qualche passaggio tipico della musica irlandese.

Durante tutto l’album si può apprezzare il buon lavoro alle chitarre di Tobin e Maderson, puliti e precisi nell’intrecciare melodie celtiche con i riff classici della musica heavy metal, come si può sentire in The Towers. L’ultima traccia, Kingdom Of Oriel, è forse la più convincente. Rappresenta il sunto di tutto il disco suonato con maggior potenza in cui i due chitarristi sono liberi di sfogarsi in qualche tecnicismo. Lambay è in fin dei conti un album interessante con pregi e difetti al suo interno. I Sirocco hanno cercato di conferire all’album e alle canzoni un tono epico (senza riuscirci appieno) a discapito però dell’impetuosità heavy, infatti tutte le tracce mancano della giusta aggressività e potenza per rendere al meglio. Inoltre la voce di Ciaran O’ Cearuill risulta un po’ troppo scolastica non riuscendo mai a fare il salto di qualità.

Il pregio maggiore dei Sirocco è quello di riuscire ad amalgamare molto bene l’heavy metal e la musica celtica con melodie eleganti e coinvolgenti. La band è anche molto abile nel creare un’atmosfera generale malinconica velata da una certa maestosità. Un mix elegante e per certi versi originale che se i Sirocco approfondiranno ulteriormente li porterà lontano dalla loro amata isola, e a noi ci permetterà di respirare a pieni polmoni l’aria d’Irlanda.

Autore: Sirocco Titolo Album: Lambay
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.siroccoband.com
Membri band:

Ciaran O’ Cearuill – basso, voce

Jim Tobin – chitarra

Padge Maderson – chitarra

Robert Kiernan – batteria

Tracklist:

  1. Azure
  2. Lambay
  3. Follow; Unearth
  4. MaelSuthain
  5. Tempest
  6. An Cheann Rì
  7. The Towers
  8. Kingdom Of Oriel
27th mar2013

Walpurgis Night – Midnight Wanderer

by Alberto Lerario

Dal 2011, anno del debutto dei torinesi Walpurgis Night con Under The Moonlight, che li pose all’attenzione del pubblico, ad oggi molte cose sono cambiate in seno alla band. Fin dall’artwork dell’album si intuisce un avvicinamento a suoni meno cupi e oscuri, con una figura eterea che ci esorta a raggiungerla. Il risultato globale è forse un disegno un po’ troppo appesantito, così come il carattere dei testi all’interno del bootleg che non ne consente un’immediata lettura. La line up della band torinese ha subito inoltre un considerevole stravolgimento con l’ingresso del cantante Stefano Balma (ex Endovein), al posto di Giuseppe Brugnano, e l’arrivo alla batteria di Marcello Leocani che sostituisce Stefano Cavallotto. Grazie all’avvento di Stefano Balma i Walpurgis Night si sono potuti permettere trame musicali leggermente più complesse tentando di non costeggiare troppo il proprio background come in precedenza. Tuttavia in quasi tutto il disco riecheggia la presenza di Steve Harris (svogliato) e dei suoi Maiden. Immortals apre il disco con la sua area mistica, con la prima parte caratterizzata da alternanze ritmiche per tenere a freno la cavalcata finale maideniana che inevitabilmente parte nella seconda parte del brano, riuscita sicuramente con buona efficacia. La voce di Balma risulta forse un po’ asciutta.

The Cry of the Witch è sorretta da un ottimo refrain che arriva subito dall’orecchio alle gambe dell’ascoltatore, bella la sezione ritmica e le linee melodiche dei chitarristi che qui si fanno sentire eccome. Stellar Gardener è sicuramente uno dei brani migliori dell’album, ritmica e melodia sapientemente assemblati, puliti, precisi e di gran carattere gli arrangiamenti del duo Marky Shores e Alex Panza. Si sente sempre il retrogusto del classico, ma con tocco molto più originale questa volta. La titletrack Midnight Wanderer lascia spazio ad ogni componente del gruppo di esprimersi a piacimento durando all’incirca otto minuti. Questo forse incide sull’unità dell’intera song che risulta un pò pretenziosa anche se godibile, anche e soprattutto all’incalzante seconda parte sostenuta dall’ottimo duo chitarristico che si danna l’anima per regalarci un po’ di mordente. Segue Ghost Of Dublin, incalzante ed immediato classic heavy metal sul cui riffeggiare il singer Stefano Balma si esprime al meglio. To The Brothers Of Heliopolis segue pressappoco la stessa traccia, sorprendendoci però a metà corsa con un buon intermezzo acustico. Sons Of the Fallen dalla timbrica sinistra e ritmica complessa necessita di qualche ascolto per gustarsela appieno. Si chiude con Stories From On Astral Journey, ambiziosa (forse troppo?) suite divisa idealmente in quattro atti suonati senza pause che rappresenta la summa di tutto il disco dando spazio ad ogni aspetto apparso prima nell’album.

Midnight Wanderer è un lavoro onesto, un buon disco anche se non eccezionale. Bisogna però soffermarsi su alcuni punti per intuirne per intero il potenziale: innanzitutto la produzione musicale appare subito godibile, con un sound ben dosato; nell’album non sono presenti passi falsi o pezzi che stonino con l’armonia generale, ma soprattutto si deve considerare che questa band torinese è composta da musicisti nel fiore dei loro anni musicali. In questo secondo lavoro pur rimanendo attaccati alle loro origini musicali hanno tentato, spesso riuscendovi, di ampliare il repertorio con inserti melodici, ritmiche fitte e complesse ed arrangiamenti non immediati, che richiedono più di un ascolto per soddisfare l’ascoltatore. Buona inoltre è anche l’espressività e l’esecuzione tecnica. Per questi motivi vale la pena ascoltare l’ultimo lavoro dei Walpurgis Night, i quali se continueranno a migliorarsi di album in album faranno parte di quel ristretto gruppo di band di sicuro affidamento per i metal fan.

Autore: Walpurgis Night Titolo Album: Midnight Wanderer
Anno: 2012 Casa Discografica: My Graveyard Productions
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/duskheavy
Membri band:

Stefano “Divine” Balma – voce

Marky “Damage” Shores – chitarra

Alexx “Cursed” Panza – chitarra

Sofia “Damage” Shores – basso

Marcello “Cell” Loecani – batteria

Tracklist:

  1. Immortals
  2. The Cry Of The Witch
  3. Stellar Gardener
  4. Midnight Wanderer
  5. Ghost Of Dublin
  6. To The Brothers Of The Sun
  7. Sons Of The Fallen
  8. Stories From An Astral Journey:
  •   Act I: Mercury’s Gift
  •   Act II: The Dwelling Of Vulcano
  •   Act III: Towards The Heart Of The World
  •   Act IV: The Kiss Of The Moon
26th mar2013

Carbid! – Breaking Walls

by Martino Pederzolli

Tedeschi, heavy, fracassoni. Sono le premesse del nuovo album dei Carbid!, Breaking Walls, che porta alle nostre orecchie un heavy metal old style che ha a che fare con i Judas Priest, con i primi Maiden ed a tratti anche con i Metallica degli albori. Un lavoro che si presenta semplice, senza pretese sia nell’esecuzione sia nella struttura dei brani, ma che, purtroppo, manca di energia e coesione, di quella spinta che potrebbe far decollare i singoli pezzi. Oltretutto, la registrazione appare troppo amatoriale per un disco di respiro internazionale; la batteria è ridotta a charlie e rullante, il basso spunta solo nelle sue parti soliste, muro invalicabile di chitarre e voce con un’eco abusata e, alla lunga, stancante e fastidiosa. Si perde più volte attenzione durante l’ascolto, nonostante il buon inizio con Creatures Of The Light ed anche canzoni interessanti come Dark Night e Never Regret vengono penalizzate da riff ridondanti, lunghezza eccessiva e cattiva qualità audio. Man mano che si procede diventa difficile lasciarsi catturare dalle tracce e si perde interesse. Davvero un peccato perché troviamo canzoni potenzialmente efficaci come Angry Nature e Pirates! che rimandano ad uno “sleaze sound” fedele agli anni ’80, chiassoso e festaiolo ma che difettano in groove ed unità risultando poco attrattive.

La sorte di Breaking Walls si risolleva, almeno in parte, con le ultime 5 tracce, tutte cover. Si comincia con una curiosa Fight For Your Right dei Beastie Boys (avevamo detto chiassoso e festaiolo, giusto?), resa più spigolosa dalle chitarre; l’album continua con Sin City degli AC/DC, cover che non si sente molto spesso; Rebel Yell di Billy Idol, Stand Up And Shout di Ronnie James Dio (voce inarrivabile, il cantante Kui paga lo scotto di voler cantare Dio!) e Bark At The Moon di Ozzy chiudono il disco. Si poteva fare meglio, a partire dal lavoro in studio curando ed equilibrando meglio gli strumenti; i presupposti per un buon disco heavy ci sono e la scelta delle cover è di buon gusto e azzeccata. Speriamo in futuro disco che sappia valorizzare al meglio il combo tedesco perché, purtroppo, questo lavoro non ci è riuscito.

Autore: Carbid! Titolo Album: Breaking Walls
Anno: 2012 Casa Discografica: Akasa Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.carbid-rock.com
Membri band:

Frank “Kui” Kubein – voce

Michael Peters – chitarra, cori

Carsten   Bätge – basso, cori

“Wellness”   Werner Bokranz – batteria

Tracklist:

  1. Creatures Of The Light
  2. Green Hill
  3. Dark Night
  4. Never Regret
  5. Over And Out
  6. Angry Nature
  7. Pirates!
  8. Rock Forever
  9. Fight For Your Right (Beastie Boys Cover)
  10. Sin City (AC/DC Cover)
  11. Rebel Yell (Billy Idol Cover)
  12. Stand Up And Shout (Dio Cover)
  13. Bark At The Moon (Ozzy Osbourne Cover)
23rd mar2013

Twintera – Lines

by Alberto Lerario

Heavy Metal poliedrico, è questo che ci propongono i Twintera con il loro primo full lenght. Quintetto veronese formatosi nel 2005 dopo anni di vera e propria gavetta, nel 2009 producono il loro primo EP Demotion. Un buon lavoro che gli vale la possibilità di partire in tournée con gente del calibro di Evergrey, Vision Divine, White Skull, Adam Bomb, Crematory, Holy Moses, Trick Or Treat. La band capisce di essere sulla buona strada grazie anche al riconoscimento di demo del mese sulla rivista Metal Hammer. Questa sicurezza e gli anni di duro lavoro oscuro permettono ai Twintera di assorbire il colpo della partenza del loro tastierista Matteo Bigon, rimanendo con una più classica formazione composta da due chitarra, voce, basso e batteria. Il gruppo veronese decide quindi di seguire la strada di un sound più classico, ma non scontato e banale. Lines è un sapiente mix di ritmo, intensità, potenza e melodia che rende godibile l’album ad un pubblico vasto. Quello che stupisce fin dal primo ascolto è la fluidità e la freschezza dell’intero lavoro, che non perde mai di intensità durante tutte le undici tracce. Il lavoro di buona tecnica alle chitarre risente di influenze heavy metal, hard rock, progressive, dosate in modo equilibrato senza mai eccedere con una o con l’altra componente. Gli arrangiamenti vocali di Fabio Merzi (vicino alla timbrica di Vince Neil) aggiungono colore all’ottima sezione ritmica.

L’album si apre con 71389, una breve intro dall’atmosfera cupa accompagnata da rumori metallici, facendo immaginare un’ambientazione da fantascienza. Si parte poi subito con By Hand Of Justice, heavy metal orecchiabile suonato con buona tecnica ed intensità. Where We Land ricalca lo stile della traccia precedente ma con intenzioni decisamente più aggressive, molto bello il riff di base ed ottima la voce del singer Fabio Merzi. Inoltre la traccia è impreziosita da un valido solo di entrambi i chitarristi Simone Zanoni e Al Pia. In On the Edge Off… è il basso a farla da padrone nell’intro della canzone, con buon stile melodico classico per lasciare poi spazio all’esplosione di chitarra grezza e tagliente, dai riff solidi e di ampio respiro che a tratti ricordano i Pantera (una sorta di “Cemetery Gates parte II”…forse un pò azzardo il paragone? A sentire bene la traccia non diremo che sia così campato in aria). Oversight, è uno dei brani di spicco dell’album, di sicuro impatto radiofonico, ma non smaccatamente commerciale. Melodia piacevolissima adagiata su atmosfere dolci e sognagnanti, dove la bella timbrica di Merzi, affiancato dall’ospite d’onore Tom S. Englund degli Evergrey, riesce a trasmettere tutto il pathos in grado di far emozionare l’ascoltatore.

In Cool 18 l’intro di basso offre un bel boccale di hard/rock blues, raccolto splendidamente dal resto del gruppo. Gli ZZ Top saluterebbero levandosi il cappello. Si schiaccia di nuovo sull’acceleratore con Run!, speed metal pulito dal ritmo incalzante. Inaspettato ritorno agli eighties, invece, con il tributo ai Survivors, con la riebolazione in stile personale di Burning Heart. Seguono Waves, un classico mid tempo gradevole, ed un classico più vigoroso Killing Your Feelings. Si conclude al fulmicotone con Bunch Of Motherfuckers, una rasoiata di granito che conclude degnamente questo ottimo lavoro. L’artwork di copertina è semplice ma immediato, colore/luce che emerge da una macchia scura, così come la melodia è mixata alla potenza, e la tecnica al groove. Linee musicali intrecciate e vibrate con gusto, arieggiate e non stantie. Buona anche la produzione con un suono corposo e tagliente. Un ottimo esordio come full lenght album per i Twintera, da consigliare sicuramente a tutti gli amanti della musica metal.

Autore: Twintera Titolo Album: Lines
Anno: 2012 Casa Discografica: Logic(il)logic Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.twintera.com
Membri band:

Fabio Merzi – voce

Al Pia – chitarra

Simone Zanoni – chitarra

Stefano Fava – basso

Massimo Beliamoli – batteria

Tracklist:

  1. 71389
  2. By Hand Of Justice
  3. Where We Land
  4. On The Edge Of…
  5. Oversight
  6. Cool 18
  7. Run!
  8. Burning Heart
  9. Waves
  10. Killing Your Feelings
  11. Bunch Of Motherfuckers

 

21st mar2013

Giant X – I

by Marcello Zinno

Forte della lunghissima esperienza con i Running Wild, la mente di Rolf “Rock’n’Rolf” Kasparek continua a sfornare idee calde e potenti. Infatti la band madre, che ha vissuto uno scioglimento nel 2009, non poteva essere totalmente sepolta ed è stata riesumata l’anno scorso dando alla luce il buon Shadowmaker, album diretto e Rock con la R maiuscola. Non è tempo per la band di dare già un seguito a quell’album, ma è il momento per Rolf di imbattersi in un nuovo progetto dal nome Giant X per il quale arruola il suo storico amico Peter J. Jordan (anche lui in line-up dei Running Wild). È così che nasce I, primo album del duo sotto questo nuovo moniker, un progetto che se da un lato non sfiducia le radici rock/heavy dei musicisti, dall’altro risulta molto più trasversale rispetto alle loro precedenti produzioni. Infatti il tipico sound piratesco dei RW si percepisce qua e là (Now Or Never per dirne una) ma non si tratta di una matrice assoluta: Badland Blues ad esempio è profondamente southern pur richiamando nelle chitarre qualche spezzone di “Judas Priest-style” che di certo non può che farci piacere, o anche la saltellante Go 4 It con il suo hard rock/glam che fa sobbalzare e immaginare uno di quei party che non hanno mai fine (anche grazie a dei testi da benzina sul fuoco).

A differenza di Shadowmaker che ci aveva stupito anche per l’assenza di una vera e propria ballad, qui compare Nameless Heroes: pezzo dal sapore teutonico che vede inserire una sei corde elettrica pur se mordiba solo nelle sue parti centrali; inoltre il cantato molto più cauto (che ci ricorda a tratti quello di Biff Byford dei Saxon) conferisce sapore alla traccia pur se le doppie linee vocali fanno soffrire un eccessivo allontanamento con il resto dell’album. Un’interpetazione migliore senza tralasciare l’orecchiabilità ma mantenendo una certa dose di potenza compositiva ce la offre Friendly Fire, mentre su tutt’altri lidi si collocano Soulsurvivors (molto lontana dalla sua omonima degli Helloween) con quel suo tocco positivamente irritante e dei testi che trattano anche di politica e di disagi delle persone, e la graffiante Don`t Quit Till Tomorrow, classico omaggio agli stilemi hard & heavy (Ronnie James Dio apprezzerebbe).

Un pò troppo banalotta The Count che potrebbe essere utile per una festa delle medie con tanto alcol (che il P.M.R.C. ci perdoni!), meglio seppur con lo stesso spirito festaiolo Rough Ride e Let’s Dance che dice tutto già dal titolo (niente disco…qui si omaggia il glam più da scasso alla Twisted Sister). Su mood simile va segnalata R.O.C.K. che risulta essere un omaggio a tutte le band che hanno ispirato Rolf negli anni, sapientemente citate nei testi tanto da farne un racconto (ricordate Victory dei Megadeth che riprendeva i titoli delle principali canzoni della band creando una osrta di filastrocca? Simile trovata). Quindi come si può intuire ce n’è davvero per tutti. Un’uscita che ci allieta e che consigliamo.

Autore: Giant X Titolo Album: I
Anno: 2013 Casa Discografica: SPV/Steamhammer
Genere musicale: Heavy Metal, Rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.giant-x.com
Membri band:

Rolf Kasparek – voce, chitarra

Peter J. Jordan – chitarra

Tracklist:

  1. The Rise Of The Giant X (Intro)
  2. On A Blind Flight
  3. Don`t Quit Till Tomorrow
  4. Badland Blues
  5. Now Or Never
  6. Nameless Heroes
  7. Go 4 It
  8. The Count
  9. Rough Ride
  10. Friendly Fire
  11. Let`s Dance
  12. Soulsurvivors
  13. R.O.C.K.
20th mar2013

Klogr – Till You Turn

by Marcello Zinno

Un aereoplano ci mette del tempo per decollare. Non importa quanti cavalli generi il proprio motore. La rincorsa è lunga e le operazioni da compiere prima che il carrello si stacchi dall’asfalto sono tantissime. Metafora che descrive la band italo-americana dei Klogr che tramite un debut album, qualche registrazione dal vivo diffusa e una serie di date in giro tra Italia, Francia e America sta vedendo incrementare la propria velocità. E qui il decollo non tarderà a giungere soprattutto dopo la conferma del loro inserimento nel bill del prestigioso Sweden Rock Festival 2013 e della loro partecipazione alla finale del Metal Battle in Olanda. Risultati che hanno fatto guadagnare loro un tour europeo che sicuramente alimenterà ancora di più la diffusione del nome presso i fan delle sonorità dure. La proposta dei Klogr risulta heavy ma allo stesso tempo molto trasversale. L’EP si apre con una King Of Unknown che subito spalanca lo sguardo sulla grande passione che i Nostri hanno per i Metallica: una via di mezzo tra i ritmi blandi del periodo rock dei Four Horsemen (Load) e la potenza a cui Hetfield e soci sono giunti con Death Magnetic. Però non è questo il vero stile che i Klogr portano avanti perchè già con la seconda Vulture Feast raggiungono terre più intimiste che sfiorano il post-metal restando però su strutture molto heavy e graffianti al punto giusto. Echi di Tool? Riprese alla Neurosis? Frammenti di Opeth? Forse è solo la nostra immaginazione che divaga ma dietro un brano come questo c’è davvero tanto.

I chorus in Voice Of Cowardice tentano di ammorbidire qualcosa che nasce robusto, come la saliva farebbe con un pezzo di torrone: per fortuna si inseriscono alcune aperture che pur se sovrastate dalle chitarre lasciano respirare ma è solo con Guinea Pigs che si riprende il metal targato Metallica, soprattuto nel ritornello, per lanciare il brano verso un’apprezzabilità di gran rispetto anche grazie al suo impatto groove. Le ultime tre tracce dell’EP rappresentano tre estratti live dei vari concerti che la band ha tenuto e sono tre tracce che servono: chiariscono quale potrebbe essere l’impatto dal vivo della band e che i Klogr non sono un quartetto che si aggrappa a squallidi trucchetti da sala di registrazione. Il sound è preciso e diretto, anzi addirittura in Silk And Thorns si percepisce un avvicinamento con certo sludge del passato, mentre con Bleeding si punta diretti all’obiettivo di spaccare i timpani a chi si pone di fronte agli ampli. Una parte della missione è compiuta: le aspettative ora sono alte.

Autore: Klogr Titolo Album: Till You Turn
Anno: 2013 Casa Discografica: Zeta Factory
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 6,5
Tipo: EP Sito web: http://www.klogr.net
Membri band:

Gabriele “Rusty” Rustichelli – voce, chitarra

Nicola Briganti – chitarra

Todd Allen – basso

Filippo De Pietri – batteria

Tracklist:

  1. King Of Unknown
  2. Vultures Feast
  3. Voice Of Cowardice
  4. Guinea Pigs
  5. Silk And Thorns (live)
  6. Bleeding (live)
  7. Green Star (live)
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