09th gen2012

Iron Maiden – A Matter Of Life And Death

by Marcello Zinno

Ben tre anni sono trascorsi tra questo album ed il precedente lavoro in studio Dance Of Death. In una carriera lunga trent’anni potrebbe sermbare un soffio ed invece questa parentesi ha rappresentato la vera ultima mutazione (con conseguenze visibili ancora oggi) del nome Iron Maiden. L’ormai sestesso si è staccato dalla sua valenza compositiva così come un animaletto che finito lo svezzamento abbandona l’affetto materno e prende la sua strada, una strada per loro completamente concentrata su live, raccolte e tanto mainstream. Inutile nasconderlo: la Vergine di Ferro del nuovo millennio si trincera dietro la maturità artistica per dare alla luce dei brani che non hanno nulla in comune con il trademark che li ha resi famosi e l’intercorrere tra una uscita e l’altra di decine di raccolte, best e soprattutto centinaia di concerti nel nome dei brani che invece tutti amano, fa sentire troppo il profumo del dollaro. Non è un caso che un anno prima di A Matter Of Life And Death i Nostri intraprendono una turnée (con ovviamente relativo DVD) dal titolo The Early Days totalmente incentrata solo sui primi quattro album della loro carriera giungendo anche in Italia in occasione del Gods Of Metal. Per i fan, soprattutto quelli giovani, è manna dal cielo ma a ben vedere i veri appassionati della band si sentono un po’ presi in giro.

Una band non può fermare il tempo, deve evolversi e proporre nuove idee, questo è senza dubbio un aspetto premimente da considerare quando si valutano capitoli discografici di annate diverse, ma i fan non sono stupidi, sanno quando i propri idoli impiegano il 150% della propria genialità e quando invece si adagiano sugli allori sfruttando il proprio nome che da solo vende già diverse centinaia di migliaia di album, indipendentemente dal percorso intrapreso. Ecco come appare A Matter Of Life And Death, dal titolo intransigente ma dal significato creativo poco robusto, un lavoro che devia la locomotiva degli inglesi verso un binario se non morto con gravi patologie. A nulla servono le leggere sfumature progressive di Brighter Than A Thousand Suns (molto meglio le cavalcate ritmiche a centro canzone), lo scenario bellico di The Longest Day che presto cade in un bridge e seguente ritornello pseudo pop, e i vari intro lenti di quasi tutti i brani che poi si aprono con la solita irruenza (tanto per ricordare che si tratta di un gruppo heavy metal) stancano presto. Apprezzabile invece The Pilgrim che punta su tempi ed atmosfere diverse concentrare in una durata ragionevole e The Reincarnation Of Benjamin Breeg caratterizzata dal giusto groove facendo notare che Bruce si trova molto più a suo agio rispetto agli altri brani. Uno dei passaggi più interessanti è For The Greater Good Of God che davvero ci traghetta in una nuova dimensione, fieri di esserci imbattuti nel viaggio, con ingredienti variegati e tante idee a disposizione.

Il lavoro di produzione e l’amalgamarsi delle diverse parti di ogni singolo brano è davvero encomiabile (considerando che ben sei brani superano i dieci minuti) ma qui il discorso è più generale, qui bisogna ragionare sulla proposta musicale della band che sta profondamente cambiando ed onestamente non so fino a quando riuscirà a portarsi dietro la vecchia guardia di fan. Noi naturalmente speriamo in un futuro più roseo.

Autore: Iron Maiden Titolo Album: A Matter Of Life And Death
Anno: 2006 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Bruce Dickinson – voce

Dave Murray – chitarra

Janick Gers – chitarra

Adrian Smith – chitarra, cori, synth

Steve Harris – basso, cori, tastiere

Nicko McBrain – batteria

Tracklist:

  1. Different World
  2. These Colours Don’t Run
  3. Brighter Than A Thousand Suns
  4. The Pilgrim
  5. The Longest Day
  6. Out Of The Shadows
  7. The Reincarnation Of Benjamin Breeg
  8. For The Greater Good Of God
  9. Lord Of Light
  10. The Legacy
02nd gen2012

Iron Maiden – Death On The Road

by Marco De Rosa

Il 30 agosto del 2005 in CD e il 6 Febbraio del 2006 in DVD l’ “Ironcarrozzone” pubblica Death On The Road, album dal vivo degli inossidabili Iron Maiden. Registrato live, contiene pezzi eseguiti a Dortmund, in Germania, presso la Westfallenhalle Arena il 24 Novembre del 2003. “Iron-operazione” di marketing fatta ad hoc per promuovere il loro nuovo album di allora, Dance Of Death. Il tour è un delirio onnipresente di persone, come siamo abituati a vedere, il DVD ed il CD curati in ogni parte a partire dal packaging, notiamo addirittura nel DVD una doppia versione dei brani, in dolby 5.1 la prima (forse per questo la versione in DVD ci ha impiegato tanto ad uscire) ed in stereo normale la seconda. In copertina, stavolta Eddie in stile “mietitore vecchio west”, guida una carrozza con due cavalli demoniaci con frusta e falce in quel che sembra un mattino con fiamme d’inferno.

Anche lo scenario è un pò diverso questa volta. Durante il concerto è un castello medievale a farla da padrone oltre ai sei brani scelti dall’album Dance Of Death. Gli Iron, Dickinson in prima fila, sono dei veri animali da palcoscenico: Bruce, impazza correndo su e giù gestendo teatralmente diversi camuffamenti e maschere, da quelle veneziane a quelle della prima guerra mondiale. Se condiamo il tutto con le solite e riarrangiate al meglio The Trooper, Number Of The Beast, Wratchild l’uscita discografica dovrebbe già essere nelle vostre mani in questo istante. Persino i sei brani del “nuovo” album, accolto in maniera tiepida da una parte e calorosa dall’altra, dal vivo divengono tracce di forte impatto. Inoltre troviamo anche i Maiden alle prese per la prima volta con un set acustico. Viene ripescato anche un pezzo “bayleyano”, Lord Of The Flies interpretato al meglio da Dickinson che ha un’estenzione ben superiore al buon vecchio Blaze.

Quello che mi chiedo e che ci chiediamo è: era necessario far uscire Death On The Road? A di là delle normali regole di commercio, dei soldi, di tutto quello che c’è dietro, cos’è che ha spinto a far uscire quest’album? Il puro commercio o cosa? L’Iron fan medio, si trova un pò spiazziato dopo il colossale Rock In Rio. Bastano i 94 minuti qui proposti a subissare il bagno di folla del preedente live? Altra domanda, è stata scelta la data in Germania, ok, un’ottima data, ma volete mettere quella in Italia con il suo “Scream for me Italy”?

Autore: Iron Maiden Titolo Album: Death On The Road
Anno: 2005 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classical heavy metal Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Bruce Dickinson – voce

Steve Harris – basso

Dave Murray – chitarra

Adrian Smith – chitarra

Janick Gers – chitarra

Nico Mcbrain – batteria

Tracklist:

Disco 1

  1. Wildest Dreams
  2. Wrathchild
  3. Can I Play With Madness
  4. The Trooper
  5. Dance Of Death
  6. Rainmaker
  7. Brave New World
  8. Paschendale
  9. Lord Of The Flies

 Disco 2

  1. No More Lies
  2. Hallowed Be Thy Name
  3. Fear Of The Dark
  4. Iron Maiden
  5. Journeyman
  6. The Number Of The Beast
  7. Run To The Hills
26th dic2011

Iron Maiden – The Final Frontier

by Marcello Zinno

Il solito dubbio. La classica domanda posta un centinaio di volte, in ogni occasione in cui una longeva band, importante o fondamentale per la scena musicale a seconda dei casi, si ripresenta a distanza di anni con un nuovo lavoro. E negli ultimi anni è un evento molto comune con il “come-back” di nomi di immenso spessore artistico per i quali parlare di successo e di creatività significa fare un salto indietro di venti, anche trent’anni. È stato così nel caso dei Kiss, Metallica, Queensryche, Burzum e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna in questo lavoraccio c’è chi si salva dal doveroso compito di restare all’altezza del proprio nome ma c’è anche chi piomba nell’abisso confermando l’idea di essere già morto e sepolto da tempo. Come si colloca l’ultimo lavoro degli Iron Maiden? Per riassumerlo in un termine potremo dire “attendibile”. Dopo l’ultimo pacato e scialbo A Matter Of Life And Death e dopo l’inquantificabile numero recente di raccolte, live, riedizioni e tanto altro per rimpinguare le tasche dei già miliardari musicisti, è giunto l’atteso ritorno in studio intitolato The Final Frontier. Tutto è in pieno stile Iron Maiden, la copertina avveniristica che riprende Eddy (mascotte della band) svecchiato e lanciato verso lo spazio, le icone ormai eredi del precedente lavoro piazzate qua e là per aprire il sentiero al merchandising, la produzione curatissima, la tournée ormai già in piedi ed infine (cosa che forse i nostri eroi non hanno calcolato) le attese dei fan che raggiungono le nuvole.

In realtà dopo tutti questi aspetti, la ripresa di interi tour dedicati ai primi album (senza quindi nuove idee presentate sul palco) e dopo i rarissimi incontri in studio di registrazione dall’inizio del millennio, i fan meno emotivi e più acuti avevano già carpito la verità: nulla di grande ci si poteva aspettare da questo The Final Frontier. Il sound è Iron Maiden al 100% imbottito di tanta maestria appresa negli anni ma quello che manca fin dal primo pezzo è il vero ingrediente che aveva fatto apprezzare i cinque (oggi divenuti sei) anche ai sostenitori di sonorità punk/hardcore: la velocità. El Dorado, il singolo, rappresenta un pò l’eccezione che conferma la regola: è graffiante e rapido, tecnicamente pulito e lo stesso Bruce Dickinson tocca diverse tonalità viaggiando tra le mutevoli forme della canzone. Peccato che la band continui a nascondere questi ritmi lenti dietro una maturità che nonostante sia lampante non può piacere al nocciolo duro dei fan. Mother Of Mercy potrebbe far parte di The X Factor ed anche lo stesso Blaze Bayley interpreterebbe meglio il pezzo. Tralasciando l’opener spezzata in due ma composta da entrambe parti sottotono, vediamo pochi spiragli in questo album che supera i 75 minuti di lunghezza per le complessive 10 tracce. Coming Home porta dietro una stanchezza innegabile, a metà tra ballad e brano rock, la lunghissima Isle Of Avalon risulta molto complessa e solo parzialmente godibile anche se vive di un rock alla No Prayer For The Dying sebbene più calmo, e di musicalità quasi prog a metà traccia. Si salva l’assolo.

Man mano che si prosegue ci si imbatte nei brani più lunghi del lotto. Starblind rappresenta lo scempio di idee che già quattro anni fa aveva assalito i nostri cuori, pur costituendo una composizione ben più articolata e difficilmente digeribile; The Talisman inizia con una sorta di filastrocca folk cantata che allude a qualcosa di epico per poi esplodere nella classica apertura maidiana ancora una volta più vicina alle ultime produzioni che alla rabbia di lavori di inizio o metà carriera. Le ultime due tracce confermano l’idea delle composizioni intricate a cui hanno puntato gli Iron ma senza purtroppo centrare l’obiettivo. Sono tutte tracce non riproponibili dal vivo (lente e troppo lunghe), ma d’altra parte le scalette dei live saranno sempre popolate solo di vecchi successi. Le uniche a non essere lanciate dalla famosa torre sono il sopracitato singolo e la dura The Alchemist, diretta e secca, priva di fronzoli, ma anche in quest’ultima non si può gridare al miracolo. Un album per orecchie sofisticate e complesse, forse non proprio appartenenti al pubblico degli Iron Maiden.

Autore: Iron Maiden Titolo Album: The Final Frontier
Anno: 2010 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classical heavy metal Voto: 5,5
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Bruce Dickinson – voce

Steve Harris – basso

Dave Murray – chitarra

Adrian Smith – chitarra

Janick Gers – chitarra

Nico Mcbrain – batteria

Tracklist:

  1. Satellite 15… The Final Frontier
  2. El Dorado
  3. Mother of Mercy
  4. Coming Home
  5. The Alchemist
  6. Isle of Avalon
  7. The Talisman
  8. The Man Who Would Be King
  9. Where the Wild Wind Blows
19th dic2011

Iron Maiden – Dance Of Death

by Marcello Zinno

Ed ecco che dopo poco più di un anno dalla pubblicazione del fortunatissimo Rock In Rio, gli inglesissimi Iron Maiden tornano sulla retta via per comporre un album di inediti dal nome emblematico Dance Of Death. Al di là della copertina che sembra un timido sforzo per riprendere le ambientazioni del film Eyes Wide Shut (Stanley Kubrick) e piazzarci l’icona della morte al centro, che fa sempre scena in ambito heavy metal, i contenuti di questo lavoro risultano sicuramente un passaggio importante per la band: dopo Brave New World che uscito alle soglie del nuovo millennio aveva sancito il ritorno in formazione di Bruce Dickinson e Adrian Smith e tanta attività live, questo album rappresenta la stabilizzazione della formazione storica nel nuovo cammino evolutivo della band, arricchito dalla presenza di ben tre chitarre e da artisti ormai maturati rispetto ai geniali ed istintivi anne d’esordio. Quindi se Brave New World rappresentava il primo parto emozionale dopo il rientro, questo Dance Of Death ci spiega cosa possono rappresentare gli Iron Maiden nel futuro, in altre parole il sound forgiato nella seconda era dalla band e che li accompagnerà praticamente fino ai giorni nostri. 

Parlavamo di maturità, una maturità che non s’impara nelle accademie di musica o in tempo trascorso ad imparare spartiti, bensì in anni ed anni vissuti in sale di registrazione e sui palchi in giro per il mondo, anni in cui la band ha vissuto come una famiglia ed ha stretto legami indissolubili che nemmeno dei fratelli di sangue possono condividere. Una maturità che esce fuori e che i fan non possono che apprezzare: No More Lies è l’emblema di questa maestria, con il suo inziale incedere lento che poi sfocia in una rabbia ritmata e senza fine, fino a trascinare il mood su un doppio assolo tagliente e raffinato. Si tratta del vero brano di apertura considerando che Wildest Dreams e Rainmaker risultano abbastanza piatte, ma su questo punto torneremo più avanti. Montségur è un altro passaggio forte, che ripropone la ricetta del bridge al centro del brano dove i chitarristi la fanno da padrone, anche per omaggiare le tante sei corde presenti nella band; ma la bellezza sta anche nel fascino perconale che Bruce conferisce al pezzo ed alle sonorità un pò piratesche che ne fuoriescono. Lo schema di No More Lies risulta talmente tanto vincente che viene ripetuto anche nella title track, che stupisce per i numerosi cambi di tempo e per la pura sensazione di unisono che offre il combo; un brano che carica tantissimo ma che rappresenta una riproposizione di ingrendienti che presto stancheranno (soprattutto negli anni successivi a questa uscita).

Con Gates of Tomorrow si riprende un pò la melodicità dei primi due pezzi dell’album, riff ben bilanciati ma anche facili da ascoltare, e colpi di batteria attendibili per qualsiasi ascoltatore conosca almeno un album targato la Vergine di Ferro. Le parti musicali dei singoli brani mettono in luce davvero un’enorme capacità compositiva e stilistica, piacere che va in crescendo nei passaggi strumentali, mentre durante le strofe ed i ritornelli i refrain risultano abbastanza facili e presagiscono un futuro non molto creativo per questi ormai sei musicisti che per forza di cose hanno tutte le aspettative su di loro. È questo il cammino a cui facevamo riferimento prima e che i Nostri percorrono per la restante parte dell’album e per gli album a venire. Ed è qui che avviene la spaccatura: i nuovi fan impazziscono per la modernità dei suoni e l’approccio più diretto, mentre la “vecchia guardia” grida al tradimento. Chi avrà ragione?

Autore: Iron Maiden Titolo Album: Dance Of Death
Anno: 2003 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classic heavy metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Bruce Dickinson – voce

Dave Murray – chitarra

Janick Gers – chitarra

Adrian Smith – chitarra, cori

Steve Harris – basso, cori, tastiere

Nicko McBrain – batteria

Tracklist:

  1. Wildest Dreams
  2. Rainmaker
  3. No More Lies
  4. Montségur
  5. Dance Of Death
  6. Gates Of Tomorrow
  7. New Frontier
  8. Paschendale
  9. Face In The Sand
  10. Age Of Innocence
  11. Journeyman
12th dic2011

Iron Maiden – Rock In Rio

by Marco De Rosa

Dopo la mega reunion di Dickinson e soci, grazie alla quale ebbe luce l’album Brave New World, il carrozzone dei Maiden si mise in moto tra roboanti accelerate e terzetti di chitarre accompagnati da una nuova linfa vitale, muovendosi a tutto gas fino al 2002, quando il Brave New World Tour culminò in Rock In Rio, a consacrazione di questo album innalzato ormai alle vette più alte. Inizia così, in quello che è il festival più importante del Brasile, il doppio DVD live pubblicato nel 2002 (registrato però il 19 gennaio 2001) che rappresenta forse il concerto più bello degli Iron Maiden, tenuto davanti a 250.000 e che prende il nome apptuno di Rock In Rio, superiore in parte (e a tratti) a Live After Death. 19 sono le canzoni che gli inglesi portano in scaletta e le prime 4 rappresentano tutte l’album uscito appena un anno prima: parliamo di Wicker Man, Ghost Of The Navigator e la title track Brave New World (senza dimenticare l’intro). Nuovi cavalli di battaglia che scaldano a sufficienza il bagno di folla e di headbanging presenti, finché, un tuffo nel passato rappresentato da Wratchild (chi non ricorda Paul Di Anno?) e da 2 Minute To Midnight, magicamente reinterpretata la prima e dirompente con il suo riff la seconda, portano il pubblico al delirio che si trasforma in marea, tant’è l’energia che i Maiden sprigionano sul palco.

Blood Brothers and The Mercenary (anch’essi tratti da Brave New World) appassionano i fan preparandoli ad un nuovo salto nel passato con Sign Of The Cross (The X Factor) fino a The Trooper nella quale Bruce Dickinson viene accompagnato dall’oceano di gente presente nel coro senza fine. Potrei stare ancora a parlarvi delle altre canzoni, potrei davvero, provare a descrivere le emozioni che sprigionano, certo, non posso non parlare dei classici irrinunciabili come Iron Maiden, The Number Of The Beast, le magnifiche Hallowed Be Thy Name e Run To The Hills. Forse è proprio in queste che Rock in Rio risulta superiore a Live after Death. Bruce, raggiunge vette e tonalità impensabili, sprigiona vita, forza, fuoco e fiamme, salta, sventola la bandiera, s’innalza, salta sulle casse, trascina il pubblico in un’estasi mai vista prima quasi ad aver ritrovato una seconda giovinezza nonostante i 15 anni passati dal live citato.

Il neo è dato dalla eccessiva attenzione rivolta al lavoro dal titolo Brave New World, ma dopo aver ascoltato una 2 minute To Midnight è come se si fermasse il tempo. Certo, capisco, magari era la preparazione all’esplosione di mondi che avviene dopo ma quei pezzi in quel contesto, non ce li vedo. Mi aspettavo qualcosa in più anche dalle tre chitarre, qualche divagazione ad esempio, qualche improvvisazione; se si chiudono gli occhi, sembra davvero uguale ad un album in studio più che ad un live. Certo questa è anche una certezza, un vero cavallo di battaglia per noi fan, che ad ogni loro concerto in Italia possiamo goderci l’intero show, dalla prima all’ultima canzone in un crescendo di fratellanza, di mani alzate, di cori, e amicizie appena nate. Il rock e gli Iron Maiden sono anche e soprattutto questo, unione di anime trascinate dall’emozione.

Autore: Iron Maiden Titolo Album: Rock In Rio
Anno: 2002 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classic heavy metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Bruce Dickinson – voce

Dave Murray – chitarra

Janick Gers – chitarra

Adrian Smith – chitarra, voce

Steve Harris – basso, voce

Nicko McBrain – batteria

Michael Kenney – tastiere (live)

Tracklist:

Disc 1

  1. Intro (Arthur’s Farewell)
  2. The Wicker Man
  3. Ghost Of The Navigator
  4. Brave New World
  5. Wrathchild
  6. 2 Minutes To Midnigh
  7. Blood Brothers
  8. Sign Of The Cross
  9. The Mercenary
  10. The Trooper

 Disc 2

  1. Dream Of Mirrors
  2. The Clansman
  3. The Evil That Men Do
  4. Fear Of The Dark
  5. Iron Maiden
  6. The Number Of The Beast
  7. Hallowed Be Thy Name
  8. Sanctuary
  9. Run To The Hills
05th dic2011

Iron Maiden – Brave New World

by Marco De Rosa

Brave New World esce il 29 maggio del 2000 ed è un album studio degli Iron Maiden. Di per sé, è un album storico che segna la nuova strada dei Maiden per gli anni a venire. Sancisce un doppio ritorno sia alla voce, perché vediamo (e sentiamo) di nuovo lo storico singer Bruce Dickinson allontanatosi dopo Seventh Son Of A Seventh Son, sia alla chitarra, con Adrian Smith. 10 tracce, 9 dischi d’oro e 10 milioni di copie vendute. A quel tempo, storia vuole che gli Iron, discussi e contestati per i precedenti due album con alla voce Blaze Bayley (cacciato poi in malo modo dai Maiden e capro espiatorio dell’insuccesso) e per la diversa caratura di quest’ultimo da Bruce Dickinson, cercarono per bocca di Steve Harris alla corte di re Bruce una reunion. Ottennero sì un netto rifiuto all’inizio ma, l’occasione era troppo ghiotta per non accettare: nacque così Brave New World.

L’adrenalina, che scaturisce dal primo brano che lascia senza respiro, The Wicker Man (Il brano si ispira all’omonimo cult-film inglese del 1973 e non è quindi da confondere, pur avendo lo stesso titolo, con quello di Bruce Dickinson del 1997 che proviene dalle sessions dell’album Accident Of Birth e che possiamo trovare nel The Best Of Bruce Dickinson pubblicato dal cantante nel 2001) apre il disco sia come singolo che come first song, offre un inizio al cardiopalma e riscuote subito un successo già annunciato. Prosegue Ghost Of The Navigator che ci porta tra fantasmi di marinai e sirene ammaliatrici in un crescendo di arpeggi e vocalizzi per proseguire e trovare la canzone che dà il titolo all’album che narra la storia di John, un selvaggio, strappato dal suo mondo e trascinato in un altro dove non trova né bellezza né amore; verrà cacciato e preferirà suicidarsi piuttosto che diventare vittima di questo “nuovo mondo”. Tutta la title track, prende spunto dall’omonimo romanzo di Aldous Huxley (scrittore Britannico) di cui riprende la trama. Troviamo poi Blood Brothers che Steve Harris dedica al padre scomparso, The Mercenary, Dream Of Mirrors, The Fallen Angel, The Nomad e Out Of The Silent Planet con in chiusura The Thin Line Between Love & Hate.

È strano davvero come l’album, dopo un’apertura apocalittica dei tre brani che ritroviamo poi in Rock In Rio, perda un pò in forza e creatività lasciandosi andare a inutili ripetitività; a partire dai cori, usati e strausati ai riff che si perdono, nonostante alcune chicche, tra i vocalizzi e i contro cori. Certo i Maiden convincono, il lavoro è maturo, lontano ovvio da The Number Of The Beast, ma quello che proprio non va giù è la lunghezza “inappropriata” di alcuni brani i quali ridotti, magari avrebbero reso meglio. Nonostante tutto, gli Iron Maiden ci sanno fare, il loro mestiere è cantare e suonare dal vivo, come animali da palcoscenico. Live infatti, la cosa cambia: Bruce Dickinson lontano dallo stereotipo “mummiesco” degli anni 90 stupisce con i suoi volteggi, corse, salti, equilibrismi sulle casse, il tutto ipnotizzando la massa. I fan vecchi e nuovi si inebriano con un sussultare di headbanging senza fine che tributa il successo dell’album e della “leggendaria” band.

Autore: Iron Maiden Titolo Album: Brave New World
Anno: 2000 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classic heavy metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Bruce Dickinson – voce

Steve Harris – basso

Dave Murray – chitarra

Janick Gers – chitarra

Adrian Smith – chitarra

Nico Mcbrain – batteria

Tracklist:

  1. The Wicker Man
  2. Ghost of the Navigator
  3. Brave New World
  4. Blood Brothers
  5. The Mercenary
  6. Dream of Mirrors
  7. The Fallen Angel
  8. The Nomad
  9. Out of the Silent Planet
  10. The Thin Line Between Love & Hate

 

28th nov2011

Iron Maiden – Virtual XI

by Marcello Zinno

Ed eccoci giunti all’undicesima uscita studio per gli ormai inestimabili Iron Maiden di nuovo diretti dal vocalist Blaze Bayley. Dopo la presentazione di quest’ultimo con The X Factor giunge alle masse Virtual XI che vorrebbe essere un’evoluzione rispetto al precedente ma si traduce in un prodotto ridondante e privo di idee innovative. Di certo prende bene le distanze dal piatto No Prayer For The Dying grazie ad una serie di stacchi e di cambi di tempo, a dir il vero non numerosi ma sicuramente gustosi da cogliere; il vero problema resta la struttura delle tracce, pietrificata ormai da quasi un decennio e i ritmi che risultano troppo poco evanescenti, ritm che con difficoltà riescono ad emergere senza gridare al miracolo. Dopo i due precedenti album popolati insieme da 33 brani, si ritorna alle classiche 8 tracce che avevano distino capolavori come l’omonimo, come Powerslave e come Seventh Son Of A Seventh Son ma purtroppo questa volta senza sortire il medesimo effetto.

L’inizio di questa undicesima uscita vuole essere un proiettile sparato nel vuoto che viaggia a velocità supersonica, con l’intenzione di raggiungere una massa da frantumare in soli 2:57minuti. Blaze si veste da assassino, correndo come un matto per il suo timbro vocale davvero roco e duro come non mai ed anche i riff sembrano essere davvero impazziti senza però troppi stravolgimenti al sound targato “Iron”. Un brano semplice semplice, che vorrebbe entrare diretto come un tarlo nella mente di chi si trova con gli arti legati contro gli amplificatori a palla che eseguono a 1000W questa Futureal, ma è solo il vattaggio ciò che colpirebbe di più, il resto davvero passabile. The Angel And The Cambler ha qualcosa di molto simile alle precedenti uscite: rallentato ed allungato fino a sfiorare i dieci minuti si prefigge di rappresentare la nuova pelle degli Iron Maiden che non convince molti visto che risulta molto banale e denudata di tutta quella cattiveria che da sola riusciva, in passato, a muovere schiere e schiere di fans. Da qui emerge un altro punto debole delle melodie vocali scritte nel “periodo Bayley”: l’eccessiva monotonia, la loro ricercata ripetizione all’estremo fino a distruggere i cosiddetti anche ai più accaniti sostenitori del doom; una caratteristica questa sorta già con la precedente uscita e quindi relegata all’interpretazione canora di Blaze.

Dopo dieci minuti di sana pazienza giunge Lightning Strikes Twice, la classica traccia che parte lenta come una ballad per poi sfuriarsi ed aprirsi ancora più delle precedenti data la potenza nelle note basse del già citato Blaze; ma ormai siamo troppo abituati a ciò e nulla più ci risulta inaspettato. Anche il ritornello sembra abbassare ancora di più i toni ed, inconcludente e senza sforzo alcuno, porta i cinque alla quarta traccia The Clansman caratterizzata da un intreccio piacevole di riff che lascia spazio alla voce e ad un velo di tastiere davvero molto epico, tramutatosi ben presto in heavy affilato e ruggente, pronto ad urlare appunto il titolo del brano. L’assolo vuole essere molto ruffiano e non dà per niente l’idea di improvvisazione tipica del modo di suonare dell’ormai compianto Adrian, fino a quando entrambi i chitarristi non si scambiano vicendevolmente complimenti, ma con una durata ristretta almeno di due taglie (segno che si vuole enfatizzare più l’atmosfera e la melodia ai solos). Ancora un’altra song è terminata e non abbiamo ancora captato il vero insegnamento di questo disco, il motivo scatenante che ha spinto i Nostri a comporre un nuovo capitolo degno di portare il nome “Iron Maiden” in cima. La ricetta non cambia, la prevedibilità resta dietro l’angolo per attaccarci ogni volta che il timer sul display riparte da 00:00 per una nuova traccia, la noia si fa sentire ma forse è più forte la delusione di vedere le proprie aspettative nei confronti di 5 grandi musicisti sgretolarsi. Gradevole l’intermezzo in The Educated Fool ma sarebbe di gran lunga migliore se fosse condito con una potente dose di rabbia; la stessa pecca per Don’t Look To The Eyes Of A Stranger che inizia con un intro molto introspettivo ma si perde proprio quando dovrebbe sfuriare, staccata nel bel mezzo da un crescendo che riesce di nuovo nell’intento di riproporre la stessa strofa almeno 50 volte ed uno scatto improvviso che ci fa sognare nuove terre toccate dal veliero della Vergine di Ferro con un assolo azzeccato al resto della song…finalmente, davvero appagante; una Como Estais Amigos che viene trovata a pescare furtivamente idee nel sacco del “Fattore X”, l’unica parte salvabile potrebbe essere il doppio assolo ma è solo un gesto di carità che facciamo nei confronti del quintetto, nessun merito.

Cosa dire in conclusione? Un album rock, che mescola bene atmosfere epiche accennate, parti dure e melodie avvolgenti con cambi non improvvisi ma mirati; ma è proprio questo che ci attendevamo dagli Iron Maiden?

Autore: Iron Maiden Titolo Album: Virtual XI
Anno: 1998 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classic heavy metal Voto: 4
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Blaze Bayley – voce

Steve Harris – basso

Dave Murray – chitarra

Janick Gers – chitarra

Nico Mcbrain – batteria

Tracklist:

  1. Futureal
  2. The Angel And The Cambler
  3. Lightning Strikes Twice
  4. The Clansman
  5. When Two Worlds Collide
  6. The Educated Fool
  7. Don’t Look To The Eyes Of A Stranger
  8. Como Estais Amigos
21st nov2011

Iron Maiden – The X Factor

by Marcello Zinno

No, non è uno scherzo. Il titolo di quest’album non vuole alludere a nessun talent show (anche perchè pubblicato solo a metà anni ’90) ma presentare un altro “fattore X”: Blaze Bayley, ex cantante dei Wolfsbane, band in cui si era fatto conoscere per le sue ottime doti canore nonché per una presenza scenica di tutto rispetto. Blaze approda al vascello della band per dirigere il timone della Vergine di Ferro verso nuove mete con il duro compito di sostituire Bruce Dickinson il cui abbandono aveva spezzato i cuori dei fans storici ed era premonitore di un forte scetticismo verso chiunque sarebbe passato dietro quel dannato microfono. Questo compito spettò proprio a Blaze, non aiutato dal periodo scadente di nuove idee che vivevano i nostri eroi: un miscuglio di ingredienti che ci porterà un minestra insipida quale è The X Factor e che contribuì ancora di più alla discesa del nome Iron Maiden.

Anche qui la rabbia emerge, tipico elemento ispiratore della band, ma in modo più diretto ed indubbiamente mista a molti (ma veramente molti) tratti alleggeriti di quel sound a cui eravamo abituati. Così una manciata di brani presentati con delle vesti inizialmente molto epiche sfociano ben presto in riff piatti; una ripetizione di 15 anni di musica traendo solo la vena più impattante del sound, conferendogli un’appetibilità maggiore e tralasciando quelle sfumature graffianti degli esordi.  Fortunes Of War, brano grazioso ma assolutamente fuori da ciò che gli Iron potevano proporci dopo tanti anni d’idubbia fedeltà al loro eccellente marchio (con un ritornello e degli assoli davvero noiosi); Look For The Truth, forse il pezzo in cui Blaze si sente più a suo agio nonostante imiti in modo trasparente gli acuti di Bruce, ma per il resto traccia assolutamente inutile; The Aftermath, che sembra uscita direttamente da uno dei meno ispirati album degli AC/DC, rappresenta una ripetizione senza eguali (a metà traccia già si è stanchi) insieme a Bood On The World’s Hands; Judgement Of Heaven, premonitore di un heavy/nu-metal e privo di carattere proprio (vedi ritornello e bridge); ancora, The Edge Of Darkness e 2 a.m. raccapriccianti per la loro banalità quest’ultima con degli stacchi e degli assoli quasi pop); The Unbeliever forse riferito all’ascoltatore che, giunto all’ultima traccia, non crede davvero a quanto abbiano potuto produrre gli Iron Maiden e a cosa li abbia spinti a farlo.

L’intezione di far credere di non aver cambiato singer, nonostante le differenze canore tra Blaze e Bruce così nette, è evidente in ogni pezzo. Sicuramente un intento che fallisce da subito come ogni buon obiettivo (positivo) fissato da quest’album. Uno dei pezzi da tenere ben distinto è però The Sign Of The Cross opener che enfatizza il lato epico con un senso atrocemente duro e delle emozioni non di carta ma realmente provate e trasmesse. La forza del combo è volutamente lasciata nell’ombra per conferire un’atmosfera lugubre, macchiata dagli assoli cupi e farraginosi e dalle sferzate di Nico McBrain. Pezzo devastante in quanto ad impatto interiore ma che guadagna un valore inestimabile solo nelle prove dal vivo. Un’annotazione: nelle versioni di questo pezzo cantate da Buce Dickinson si assapora una gioia del tutto differente che rende immortale questo ottimo brano, e per alcuni versi si capisce anche il vero motivo dell’insuccesso delle produzioni con Blaze.

Autore: Iron Maiden Titolo Album: The X Factor
Anno: 1995 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classic heavy metal Voto: 3,5
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Blaze Bayley – voce

Steve Harris – basso

Dave Murray – chitarra

Jenick Gears – chitarra

Nico McBrain – batteria

Tracklist:

  1. The Sign Of The Cross
  2. Lord Of The Flies
  3. Man On The Edge
  4. Fortunes Of War
  5. Look For The Truth
  6. The Aftermath
  7. Judgement Of Heaven
  8. Blood On The World’s Hands
  9. The Edge Of Darkness
  10. 2 a.m.
  11. The Unbeliever
14th nov2011

Iron Maiden – Fear Of The Dark

by Marcello Zinno

Anno 1992, gli Iron Maiden sono ancora in grande attività dopo cedimenti, fasi critiche, successi importanti, ferite ma anche capolavori. È il momento di Fear Of The Dark, album quanto mai rilevante non solo a causa della famosissima title track ma anche come risalita rispetto al precedente insignificante No Prayer For The Dying. Gli intenti dell’album sono subito chiari: superare l’insuccesso ottenuto due anni prima, riacquistare un pò d’immagine smorzando le voci che parlino di declino e far tornare al centro del sound la “cattiveria” vocale di Bruce Dickinson. In realtà non risulta un album eccellente per la performance vocale di Bruce, ultimo sforzo prima dell’arrivo di Blaze Bayley dietro il microfono, ma viene spontaneo il confronto con le uscite del passato: a differenza di Seventh Son Of A Seventh Son in cui si sperimentava una parte del sound tutta nuova che incuriosiva e non permetteva avvicinamenti ad altre uscite maidiane, Fear Of The Dark sembra più vicino al classico trademark della band, come fosse scritto per accontentare i fans delusi dai precedenti lavori.

Da annoverare Afraid To Shoot Strangers, entrata tra i classici degli Iron, nella quale (la pari di Be Quick Or Be Dead) compare un Bruce ai confini tra la sperimentazione e l’autosoffocamento e dei riff ben posizionati all’interno della traccia. Inutile dire che Steve Harris sembra essere un fantasma, presente a sprazzi, ma nelle poche situazioni che lo vedono emergere lo fa con cognizione di causa. I doppi assoli a cui gli inglesi ci hanno abituati ritornano in auge per deliziare gli appassionati, così come i tempi cruenti dopo ritmi lenti da ballad: insomma la struttura delle tracce sembra ricalcata come i “golden years”! Childhood’s End è introdotta da una cavalcata di tamburi incisivi e da linee vocali essenziali e azzeccate come non mai; i riff cambiano da un momento all’altro imponendo nuove atmosfere, un imprevisto nella mente dell’ascoltatore che approva con un leggero headbanging per annuire l’operato degli artisti, ma non ancora convinto di quello che dovrà essere.

Il vero compito di questo brano resta quello di introdurre Wasting Love, singolo di successo e grande ballad scritta dai Maiden; soave, attributo lontano anni luce da ciò a cui siamo stati abituati dal 1980 in poi. Il video, giustamente lontano dal classico concerto su un palco rovente, ambientato in una stanza in cui l’oscurità ha vita insieme ad un uomo con tante donne ma senza un briciolo di felicità. Anche l’assolo è uno di quelli che resta stampato nel cervello ed indelebile compare nei momenti più diversi della giornata, grazie anche ad un caparbio Janick Gears. Altro bel pezzo è Chains Of Misery che pur restando sulle coordinate espresse fin qui, risulta più ruffiano e spinto fin dove basta per piacere sia agli appassionati di sempre che ad un pubblico più giovane. Tanti i pezzi di media caratura come, Fear Is The Key (lentamente penetrante), The Fugitive (costantemente rabbioso), The Apparition (privo di imprevedibilità), Judas Be My Guide (pacatamente cattiva), Weekend Warrior (razionalmente folle), che non aggiungono nulla a quanto gli Iron Maiden abbiano inventato ma offrono un piacevole ascolto, inquieto ed appagante rispetto all’obbrobriosa Tailgunner & Co.

Tutto scorre, tutto va, fin quando non giunge lei: Fear Of The Dark, grande capolavoro degli Iron Maiden riproposto nella maggior parte dei loro concerti. Già dai primi secondi si odono ambientazioni intricate che soggiacciono su una serie di emozioni difficili da descrivere ma semplicissime da provare. “I’m a man who walks alone…” canta Bruce e la sua voce è in grado di catturare tutta l’attenzione su di sé senza eccellere con vocalizzi particolari. La forza esplode così come una bomba, senza avvertimenti né compromessi, l’energia espressa da ogni singola nota sovrasta il palcoscenico ed incute terrore, mentre il ritornello fa correre come dei forsennati. Bridge, nel quale le chitarre sono corteggiatissime dal caldo e focoso basso di Harris, gli assoli partono e la mente vaga. Il timore non resta solo: l’inquietudine, la solitudine, l’amarezza, sono cantate tutte da quelle quattro parole che continuano a ripiombare come macigni, mentre la sezione ritmica non perde un colpo. Sette minuti di godimento ma anche di follia, bastano per presentare gli Iron come reduci da una battaglia, bastano per presentarli nella giusta veste: ottimi creatori di emozioni, splendidi sostenitori del New Wave Of British Heavy Metal!

Autore: Iron Maiden Titolo Album: Fear Of The Dark
Anno: 1992 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classic heavy metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com
Membri band:

Bruce Dickinson – voce

Steve Harris – basso

Dave Murray – chitarra

Jenick Gears – chitarra

Nico Mcbrain – batteria

Tracklist:

  1. Be Quick Or Be Dead
  2. From Here To Eternity
  3. Afraid To Shoot Strangers
  4. Fear Is The Key
  5. Childhood’s end
  6. Wasting Love
  7. The Fugitive
  8. Chains Of Misery
  9. The Apparition
  10. Judas Be My Guide
  11. Weekend Warrior
  12. Fear Of The Dark
07th nov2011

Iron Maiden – No Prayer For The Dying

by Marcello Zinno

E così dopo precisi 10 anni dalla prima uscita, gli Iron Maiden giungono all’inversione di rotta, non tanto per un nuovo sound (che come abbiamo detto è avvenuto già a partire da Somewhere In Time, tutto da apprezzare) bensì per una loro piattezza compositiva ed una bassissima percentuale di idee presenti di qui in avanti. Un fattore molto importante che ha spinto verso questa direzione è stata l’uscita di Adrian Smith, ottimo chitarrista, il cui contributo era fondamentale per le sorti della band. Dedicatosi al suo progetto solista ASAP (Adrian Smith And Project), ha lasciato il posto vacante a Janick Gers, chitarrista di indubbia tecnica, già spalla di Bruce Dickinson nel suo primo lavoro solista dal titolo Tattooed Millionaire, uscito nello stesso anno di questo No Prayer For The Dying. Un Bruce che sembra sotto tono in questo lavoro targato Iron Maiden, non sicuramente in forma come in passato.

In effetti anche dopo parecchi ascolti (ma in realtà ne basterebbe uno solo) non si riesce a cavare nulla di buono se non una scontatezza ed un ritorno “obbligato” verso il sound classico della band, forse per far intendere ai propri fans che anche con un nuovo chitarrista si poteva continuare a sfornare capolavori. Ma l’intento non è raggiunto, chiaro l’obiettivo fin da Tailgunner che risulta sciapa e banale. Il livello si alza un pò con la title track, ballad in classico stile della Vergine di Ferro che appassiona per le parti lente e carica per quelle spinte. Si avvicina molto di più al sound futuro della band ed in pratica risulta uno dei pochissimi spunti nuovi ricercati in questo album. La forza bruta mista alla velocità si schierano in prima linea a metà brano, quando la precisione e la mitragliata di note profuse dalle due chitarre ci colpiscono a freddo. Stacco, cambio, ripresa….ma in tutto questo l’imprinting di Harris è sparito, perso nella stanchezza di 10 anni di uscite o forse nella voglia di posizionarsi sopra gli altri, in quanto a capo della scena. E di nuovo si riparte con la stessa banalità dei primi due pezzi con una Public Enema Number One in cui Bruce cerca un’aggressività diversa ma senza trovare nessun giovamento. I risultati ottenuti con il già citato Somewhere In Time sono lontani anni luce dal riprodursi; probabilmente questo album sarebbe stato meglio intepretato da Paul Di Anno se l’intenzione era quella di optare per la stessa direzione vocale/stilistica.

Fates Warning apre con delle sonorità (guarda caso) molto comuni proprio al gruppo che porta questo nome, diretto da Jim Matheos, sonorità appunto atmosferiche. Ma dopo circa un minuto gli Iron riconquistano il loro mood senza coinvolgerci più di tanto e non aggiungendo nulla a quanto già sapessimo di loro. Da salvare l’assolo in coppia, interessante anche se a tratti include una positività che stona con il resto dell’album, e qualche stacco che ci conquista ma non basta per far risalire le sorti della band. Simili cose possono essere dette per The Assassin, in cui i Nostri eseguono il compitino assegnato a casa senza nessuno spunto ulteriore, Run Silent Run Deep, all’ascolto della quale ci si chiede se fosse stata proprio necessaria come traccia (chi ha parlato di riempitivo?), Hooks In You che ricerca un hard rock senza trovarlo (ed anche un pò di sano pop nel ritornello), Mather Russia interessante solo a tratti e Bring Your Daughter…To The Slaughter che rimarca la piattezza di contenuti e di idee del resto del lavoro.

Inutile aggiungere dell’altro, se avete accumulato una dozzina di euro elemosinando o magari con del duro lavoro, tenetevi a distanza da questa uscita se non altro perché ci sono tantissimi altri album degli Iron Maiden di gran lunga molto più affascinanti.

Autore: Iron Maiden Titolo Album: No Prayer For The Dying
Anno: 1990 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Classic heavy metal Voto: 4
Tipo: CD Sito web: http://www.ironmaiden.com/
Membri band:

Bruce Dickinson – voce

Steve Harris – basso

Dave Murray – chitarra

Janick Gers – chitarra

Nico Mcbrain – batteria

Tracklist:

  1. Tailgunner
  2. Holy Smoke
  3. No Prayer For The Dying
  4. Public Enema Number One
  5. Fates Warning
  6. The Assassin
  7. Run Silent Run Deep
  8. Hooks In You
  9. Mother Russia
  10. Bring Your Daughter…To The Slaughter
Pagine:12»