13th apr2013

Linkin Park – Hybrid Theory

by Gianluca Scala

Il primo album dei Linkin Park è il capolavoro assoluto della loro già numerosa discografia. Stiamo parlando di una band attiva da ben 17 anni e che durante la propria carriera si è tolta molte soddisfazioni avendo venduto oltre 60 milioni di copie in tutto il mondo, di cui soli 25 milioni negli Stati Uniti. I numeri parlano da soli e con l’album che vi stiamo raccontando riuscirono a superare oltre 10 milioni di copie vendute nel mondo aggiudicandosi il disco di diamante come attestazione di riconoscimento. Uno dei pochi lavori che ha davvero contribuito al successo del genere battezzato nu metal, nonostante la loro proposta musicale talvolta venga accostata di più al pop a causa del loro sound orecchiabile e di facile appiglio. Dodici canzoni che hanno la particolarità di saper catturare l’attenzione dell’ascoltatore più distratto fin dal primo approccio. La novità stava nel saper mischiare in maniera intelligente molti stili diversi tra loro, l’alternative rock del brano One Step Closer, il duetto rappato-rock nel brano Crawling, per non dimenticare In The End, forse la loro canzone più conosciuta in assoluto. La band stessa considera da sempre questo brano come il loro vero cavallo di battaglia, la canzone più rappresentattiva che bucò gli schermi dei canali musicali con uno dei videoclip più riusciti della storia del rock; il videoclip venne codiretto dal regista Nathan Coxe e dal dj della band Joe Hahn e mostra la band mentre suona su una statua gigantesca circondata da un ambiente surreale da una parte, con il secondo singer Mike Shinoda dall’altra che canta in rappato in mezzo ad un deserto, e queste sono solo due delle immagini più suggestive del filmato.

Anche il primo brano dell’ album Papercut aveva un buon ritornello e delle linee vocali molto accattivanti, e la band accendeva le turbine del motore andando subito a scaldare l’ambiente a suon di rock industriale. I suoni campionati ed il rappato di Shinoda all’inizio di With You ti si appiccicano addosso grazie ad un chorus che si presenta corposo ed intrigante, praticamente parlando questo è un ottimo disco sotto ogni aspetto nel suo genere; la rabbia che sprigiona il brano A Place For My Head mette i brividi addosso. Ogni brano di questo lavoro ha messo un sigillo sopra il loro successo per poter entrare nella storia. La copertina del disco rappresenta un soldato con ali di libellula, venne disegnata e pensata dal rapper Mike Shinoda e a detta del musicista stesso rappresenterebbe il carattere ibrido della musica dei Linkin Park: il soldato rappresenta l’aggressività e la dinamica del genere suonato, le ali di libellula invece sono la leggerezza e l’orecchiabilità del rap. A distanza di anni Hybrid Theory suona ancora in maniera così attuale senza stancare mai, è uno di quei dischi che meritatamente fa parte dei best sellers musicali della musica contemporanea, un must per ogni rockettaro che si rispetti.

Autore: Linkin Park Titolo Album: Hybrid Theory
Anno: 2000 Casa Discografica: Warner Bros. Records
Genere musicale: Nu Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.linkinpark.com
Membri band:

Chester Bennington – voce

Mike Shinoda – voce, campionatore, pro tools, piano

Brad Delson – basso, chitarra, voce

Rob Bourdon – batteria

Joe Hahn – giradischi, campionatore, voce

Tracklist:

  1. Papercut
  2. One Step Closer
  3. With You
  4. Points Of Authority
  5. Crawling
  6. Runaway
  7. By Myself
  8. In The End
  9. A Place For My Head
  10. Forgotten
  11. Cure For The Itch
  12. Pushing Me Away
31st dic2012

Stone Sour – Stone Sour

by Marcello Zinno

Fondati nel lontanissimo 1992, gli Stone Sour escono con un album omonimo ben 10 anni dopo, forti dell’esperienza conquistata negli anni. Nascono infatti dalle membra degli Slipknot (Corey Taylor e James Root militano tuttora nei meandri della mascherata e super discussa band) in un periodo di vera e propria diaspora, periodo durante il quale ogni componente della band si è distaccato dalla affollata famiglia ed ha cercato di creare qualcosa lontano da una sterile etichetta numerica (famose anche le performance del drummer Joey Jordison – #1 – nei Murderdolls e Wednesday 13). In effetti la data di formazione della band inquadra ottimamente l’originalità del materiale composto (scritto anche negli anni a venire): l’album vive di un anima già vecchia, come un attrezzo obsoleto già a partire dal suo lancio sul mercato. Un nu metal molto melodico, con influenze grunge, poco tecnico e incentrato sulla voce del leader (almeno in questo gruppo può fare da capobanda) che ruba qualcosa all’hard rock per giustificare l’esistenza della sua offerta. Attenzione a non farsi ingannare da Get Inside, a motivo posta come opener dell’album, e dal ritornello in growling di Orchids che fanno ricordare gli echi della banda madre (oltre che dei Mudvayne); quello che ci attende sono un cumulo di riff granitici in classico stile nu metal ma spesso con latenti richiami al rock più semplicistico e infalzionato (vedi il bridge di Cold Reader per fare un esempio) retti da strutture canzone inamovibili come delle colonne portanti e mai sorprendenti.

Tra una inniezione soporifera ed un pensiero che corre via dal volume altissimo delle nostre cuffie, si riesce talvolta anche ad apprezzare qualche idea piacevole come l’intro di Blotter, che però sfinisce nei minuti finali in una minestra già scaldata milioni di volte (Puddle Of Mudd?? …?!) e la ballad Bother che con tanto di violini e violoncelli trasmette delle emozioni di calma misti a dolore e tramite dei riff acustici, espliciti richiami all’eredità sabbattiana (compreso l’assolo con doppia chitarra, lontano però anni luce dalla classe di Iommi) ci distacca per un momento dal resto dell’album. Non a caso Bother è stata inserita nella colonna sonora del film Spiderman. Leggermente più studiata e sentita è Inhale, ennesimo pezzo che intende mettere in mostra le tendenze poetiche-recitative del singer (come anche la conclusiva Omega, una sorta di dialogo con se stesso) fino alla parte centrale dove il growl dovrebbe impreziosire il valore della traccia ma ovviamente senza drastici risultati (ritornelli stucchevoli e chiusura davvero fanciullesca). Idle Hands porta con sé qualche timido inserto innovativo ed un desiderio di offrire qualcosa di nuovo, con dei ben coordinati cambi di riff e stacchi rari ma intensi.

Avere maggiori dettagli sull’album? Inutile. Si tratta di un classico disco dalla giusta ricerca commerciale, a modesto parere attentamente “targhettizzato” per un pubblico giovane che vede come unica salvezza agli enormi problemi quotidiani il nu metal e gli Stone Sour come i paladini della giustizia. Noi che abbiamo gli occhi aperti, dedichiamoci ad altro.

Autore: Stone Sour Titolo Album: Stone Sour
Anno: 2002 Casa Discografica: Roadrunner Records
Genere musicale: Nu Metal Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.stonesour.com
Membri band:

Corey   Taylor – voce

James Root   – chitarra

Josh Rand   – chitarra

Shawn Economaki – basso

Joel Ekman – batteria

Tracklist:

  1. Get Inside
  2. Orchids
  3. Cold Reader
  4. Blotter
  5. Choose
  6. Monolith
  7. Inhale
  8. Bother
  9. Blue Study
  10. Take A Number
  11. Idle Hands
  12. Tumult
  13. Omega
09th lug2012

Signs Preyer – Signs Preyer

by Martino Pederzolli

Un volto che urla è l’artwork di Signs Preyer, album degli omonimi orvietani, e richiama un po’ la copertina di In The Court Of The Crimson King dei King Crimson non fosse per la maggiore rabbia che esprime rispetto all’angoscia persistente che evoca il dipinto di Barry Godber. Ed è proprio con Anger che il disco ha inizio; una breve intro stile That Was Just Your Life dei Metallica ci trascina in un pesante riff (pregevole l’entrata della grancassa, una finezza del batterista James Mapo) che viene presto preso per mano dalla voce calda e strisciante di Ghode Wielandt e portato verso una struttura più articolata, più aperta ma non meno efficace. Il primo brano si spegne rapidamente infilandosi nella più classica Bitch Witch che riporta l’ascolto verso il thrash pur non rinunciando ad inserimenti più moderni e rapidamente, troppo rapidamente forse, si arriva alla track centrale Killer Instinct. Brano di qualità, porta in sé tutte le caratteristiche del gruppo che in questa canzone ha molto da dire (e ciò si riflette anche sulla durata del pezzo) a partire dal cantante che sembra voler strizzare l’occhio ai Candlemass…ascoltare per credere. Il lavoro procede spedito e compatto, debitore di gruppi come Black Label Society ma anche Audioslave e Mudvayne e di certo non poteva mancare la ballata: è la particolare Dark Soul, dove il quartetto osa un po’ di più e si addentra in atmosfere diverse da tutto il resto del disco riuscendo particolarmente bene a creare il mood adatto al titolo.

Si chiude con la title track che non si discosta dal resto dell’album, tranne per una ghost track che si rivela essere una alternative version della traccia appena conclusa. Il lavoro è indiscutibilmente buono, il recording è ottimo ed i Signs Preyer hanno una gran carriera live alle spalle (due volte con Pino Scotto, Paul Di Anno, Corrosion Of Conformity e tanti altri) ma nonostante tutto queste nove tracce non riescono a decollare; forse è venuto il momento di lasciare a terra il pesante bagaglio del passato ed alzarsi verso nuovi orizzonti sonori. Ad ogni modo complimenti ragazzi, Signs Preyer si fa ascoltare bene e merita sicuramente tutto il nostro sostegno.

Autore: Signs Preyer Titolo Album: Signs Preyer
Anno: 2012 Casa Discografica: Red Cat Promotion
Genere musicale: Nu Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/signspreyer
Membri band:

Ghode Wielandt (Corrado Giuliano) – chitarra, voce

Eric Dust (Enrico Pietrantozzi) – chitarra

Viktor Kaj (Andrea Vecchione Cardini) – basso

James Mapo (Giacomo Alessandro) – batteria

Tracklist:

  1. Anger
  2. Bitch Witch
  3. It Comes Back Real
  4. Just To Kill You
  5. Killer Instinct
  6. Painless Pain
  7. Dark Soul
  8. Hell
  9. Signs Preyer
27th mag2012

LostAlone – I’m A UFO In This City

by Rod

Discretamente popolari in patria (la loro pagina Facebook conta ad oggi più di 17.000 fans) ma ancora poco noti in Italia, gli inglesi LostAlone cercano con la loro seconda prova discografica I’m A UFO In This City di imporsi ad ottimi livelli anche lontano dai lidi natii. Il trio del Derbyshire prova ad allinearsi a quel filone di band che propone un rock futuribile contaminato da diversi elementi alternative/nu metal e post-hardcore, che hanno imposto sulla scena band come The Backout, Young Guns, You Me At Six, Kids In Glass Houses, Madina Lake, The Blackout, ma su tutte, i Lostprohets di Ian Watkins. In effetti le similitudini con la band gallese sono tante, partendo dalla scelta del nome e dal look utilizzato, passando per la struttura dei brani (verso-ritornello-verso-ritornello-interludio-ritornello), per finire all’uso del cantato impostato su tonalità sempre alte e per l’impiego di effetti e dell’elettronica in fase di produzione ed arrangiamento. Ad ogni modo I’m A UFO In This City risulta un album discreto, senza troppe pretese, che ha come obiettivo quello di regalare all’ascoltatore una manciata di canzoni di buona godibilità, da canticchiare sotto la doccia o tra il pubblico durante le esibizioni live (Love Will Eat You Alive, Creatures, Paradox On Earth, Put Pain To Paper). A queste, si aggiungono altri brani in cui maggiore è l’influenza degli elementi metal di nuova generazione come in Obey The Rules You Lose, Vesuvius e Do You Get What You Pray For?, ed episodi melodici come in Orchestra Of Breathing o We Are The Archaeology Of The Futures Past. Per chi sta attendendo impaziente la rivoluzione rock di questo millennio, nulla di nuovo sul fronte LostAlone. La revolución degli anni 2000 non passa certo di qui.

Autore: LostAlone Titolo Album: I’m A UFO In This City
Anno: 2012 Casa Discografica: Graphite Records
Genere musicale: Rock, Nu Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.lostalone.com
Membri band:

Steven Battelle – voce, piano, chitarra

Alan Williamson – basso, cori

Mark Gibson – batteria, percussioni, cori

Tracklist:

  1. Obey The Rules You Lose
  2. Love Will Eat You Alive
  3. Paradox On Earth
  4. Uforia (The Dark)
  5. Vesuvius
  6. Creatures
  7. Orchestra Of Breathing
  8. Put Pain To Paper
  9. Do You Get What You Pray For?
  10. We Are The Archaeology Of The Futures Past
  11. The Downside Of Heaven Is The Upside Of Hell
29th apr2012

Admin – Doomsday

by Marcello Zinno

Ancora una volta ci torna alla mente quanta strada e quanti anni di duro lavoro attendevano alle soglie le band del passato prima di incastonare un sound che fosse proprio all’interno di un’uscita discografica per così dire completa. Oggi le cose non sono così e ci si stupisce (positivamente) di come una band nata giusto qualche anno fa e totalmente sprovvista di un’etichetta discografica alle spalle possa ottenere una produzione ed un prodotto interessante come questo Doomsday. Sì, stiamo parlando proprio degli Admin, una band emiliana sorta concettualmente nel 2007 ma realisticamente come progetto attivo l’anno successivo. Una band che sa davvero poco di italiano ma che non ci fa rimpiangere ciò: cinque musicisti che riescono a generare un sound compatto, senza sbavature, debitore alla tradizione nu-metal ma attingendo qualcosa al post-metal che in questi ultimi anni sta scomparendo oltre che all’heavy metal nel senso pieno del termine.

Non una ricetta complessa la loro, i brani sono ben costruiti anche se congrui rispetto ad una struttura standard che viene ripetuta in ogni traccia. Post-grunge? Qualche volta c’è anche quello (Rain) ma in realtà è dato più dalla corposità della sei corde che dal ripercorrere stilemi del genere con ormai più di una decade alle spalle. Anche la tecnica non manca (con qualche assolo qua e là che impreziosisce l’offerta) ma non costituisce l’ingrediente prevalente del piatto a nome Admin. Far From Home è il pezzo più diretto che sconfina nell’heavy metal moderno e che potrebbe tracciare le coordinate per un’evoluzione della band: intrigante il chorus, più lento, che spezza il tempo veloce ed in qualcosa ricorda i Dream Theater di nuova generazione; l’unico pezzo a restare sotto i tre minuti. Interessante anche la successiva Break The World, giocata per intero sulle melodie della chitarra ma che probabilmente andrebbe valorizzata maggiormente con una parte vocale più caratterizzante (e cattiva).

Una band che merita di essere incentivata e che con altrettanta assenza di dubbio potrebbe in futuro, complice un pò di personalità in più, raggiungere dei livelli davvero esaltanti. Noi glielo auguriamo.

Autore: Admin Titolo Album: Doomsday
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Nu metal Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.facebook.com/pages/ADMIN/109308003783
Membri band:

Erik – voce

Diego – chitarra

Albo – chitarra

Dario – basso

Samuel – batteria

Tracklist:

  1. Doomsday
  2. DoggyStyle
  3. Rain
  4. Forever In Me
  5. Far From Home
  6. Break The World
  7. Freedom
  8. Distractedly
  9. 38 Times
  10. Ridicolous
22nd gen2012

Korn – See You On The Other Side

by Marcello Zinno

Proprio nella parte finale del 2005 giunge See You On The Other Side dei Korn. Beh, che dire, le aspettative ovviamente non sono irrilevanti e non giocano a favore dei nostri 5 eroi che, come ogni grandissimo gruppo che si rispetti, deve battersi quotidianamente con il desiderio del pubblico di ascoltare un nuovo lavoro superiore ai precedenti. In realtà i Korn hanno detto tantissimo nella scena metal, contribuendo notevolmente alla nascita del “nu metal”, genere fondamentale per la seconda metà degli anni ’90. Partito da loro, dai cugini Deftones e da pochi altri, il fenomeno si è amplificato fino a gruppi che si sono trovati lì per caso (Papa Roach, Limp Bizkit), altri che si sono gettati a capofitto per guadagni facili (P.O.D., Stain), altri invece che hanno allargato il suo concetto ed espanso i confini (Mudvayne, System Of A Down).

Sono passati 16 anni ormai da quel capolavoro omonimo del gruppo che scioccò tutto il mondo metal ed aggiunse un punto di vista per allora innovativo, un’opinione indiscussa ma difficile da accettare; e si sente davvero che gli anni sono passati. I Korn infatti hanno sviluppato una forte attenzione per la produzione inversamente proporzionale alla fertilità di idee che se per le prime 4 uscite sembrava non essere un vero problema, successivamente si è mostrata alle genti in tutto il suo splendore ed ovviamente anche in questo See You On The Other Side. Magari questo album ha portato con sé un messaggio ben preciso, magari i Korn hanno utilizzato dei testi molto forti, magari il gruppo viveva un periodo di evoluzione (non verso altri generi però), ma sta di fatto che questo lavoro mostra una piattezza musicale imbarazzante, in misura sicuramente maggiore rispetto al precedente Take A Look In The Mirror, interessante per alcuni versi per lo più per l’impatto scenico.

Dunque, ogni cd ha un’anima propria che si esprime in un modo superlativo in una situazione ben precisa ed è proprio in quell’ambito che viene apprezzata maggiormente: ebbene, questo See You On The Other Side è semplicemente un album d’ascolto, un album da compagnia quando la mente non è impegnata in altro, o peggio da tenere in sottofondo quando si fanno molte cose contemporaneamente e quindi non si presta attenzione all’udito. Nessuna canzone spicca in particolare, né per la sua bellezza né per la sua bruttezza, a dimostrazione della piattezza dell’album; potremo citare le solite cornamuse suonate al termine di 10 Or A 2-Way, oppure i riff acustici nella parte finale di Open Up, o ancora Getting Off che ci vuole portare un po’ indietro nel passato con il solo risultato di far accrescere la nostalgia, ma credo di aver speso già troppe parole per questo album. Avanti il prossimo.

Autore: Korn Titolo Album: See You On The Other Side
Anno: 2005 Casa Discografica: EMI
Genere musicale: Nu metal Voto: 4
Tipo: CD Sito web: http://www.korn.com
Membri band:

Jonathan Davis – voce

Fieldy – basso

David Silveria – batteria

Munky – chitarra

Tracklist:

  1. Twisted Transistor
  2. Politics
  3. Hypocrites
  4. Souvenir
  5. 10 Or A 2-Way
  6. Throw Me Away
  7. Love Song
  8. Open Up
  9. Coming Undone
  10. Getting Off
  11. Liar
  12. For No One
  13. Seen It All
  14. Tearjerker
17th gen2012

Panic Room – Equilibrium

by Marcello Zinno

Dalle ceneri dei Redrum, che nel 2003 avevano visto circolare il proprio nome grazie ad un singolo entrato a far parte di una compilation molto diffusa, nascono i Panic Room. La personalità di questo quintetto è abbastanza ambivalente: immagine alternative, cantato pulito solo a brevissimi sprazzi in growling, sonorità molto vicine alla tradizione nu metal. Sì perchè ad ascoltarli ci ricordano i primi anni di quella scena, quando le band (Staind o Puddle Of Mudd ad esempio) si accavallavano l’una all’altra per poter far breccia in una scena che vedeva fruttare soldi un pò ovunque. Ovviamenente l’intento non lo conosciamo ma la ricetta musicale è la stessa: semplificazione di suoni, effetti di chitarra in prima linea e strutture dei brani semplici. Non a caso l’inserimento di passaggi ‘scracthati’ non fanno altro che riportarci agli esordi dei Linkin Park e di tutto ciò che questi ultimi hanno già ampiamente detto. A questa amalgama i Panic Room si distanziano solo in alcuni momenti in cui cercano di arricchire la propria proposta sconfinando nel crossover debitore a nomi come Faith No More e Incubus ma sempre senza spiccare il volo.

New State Of Confusion risulta un passaggio più coraggioso della troppo diretta opener: qui il singer sembra avvicinarsi a Brandon Boyd in quanto ad approccio vocale (ancora di più nella successiva Attitude, sicuramente meglio riuscita) e si rileva un più profondo lavoro ritmico. La vera anima della band però è da rintracciare nel singolo Star, con il suo ritornello diretto ed un imprinting molto mainstream che non è ciò che si chiede ad una band all’esordio discografico (stesso copione che si presenterà su Crazy Bullet). Su queste frequenze scorre Equilibrium, in un costante bilico tra chitarre onnipresenti che coprono il sound della band e ritmica che si sforza di colorare e differenziare un pò la proposta musicale del combo, il tutto talvolta impreziosita da alcuni arrangiamenti azzeccati (come la seconda parte di Peddlers Of Resignation).

Anche con Disappointed si percepisce un più attento lavoro dei cinque che in questi quattro minuti danno più l’impressione di fare squadra creando così delle aspettative sulla futura evoluzione del loro sound. Un lavoro che a tratti sembra degno di perfezionisti ma che visto in superfice lascia solo tante sonorità nu metal ormai già dette e stradette. Siamo nel 2012 e c’è bisogno di innovazione, è questo ciò che ci attendiamo dai Panic Room da qui in avanti.

Autore: Panic Room Titolo Album: Equilibrium
Anno: 2010 Casa Discografica: Sfem-The Lads Production
Genere musicale: Nu metal, Crossover Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/panicroomworld
Membri band:

Francesco Liuzzi – voce

Rocco Cortesi – chitarra

Marco Mambriani – chitarra

Simone Pilato – basso

Matteo Taglioli – batteria

Tracklist:

  1. Dark Angel
  2. New State Of Confusion
  3. Attitude
  4. Star
  5. Peddlers Of Resignation
  6. Disappointed
  7. Take Me Away
  8. Crazy Bullet
  9. About My Life
  10. Change
  11. The Person I Knew