25th mag2013

Highlord – The Warning After

by Antonluigi Pecchia

Il suolo italico pullula di ottime band in ambito metal che, pur avendo le carte giuste per raggiungere buone vette, per svariate problematiche non riescono a scalarle, diventando ottime realtà di un panorama nazionale o comunque limitato. Tra gli esempi più rappresentativi del genere raffigurano i torinesi Highlord che oggi ritornano sulle scene con The Warning After, settimo capitolo discografico della loro carriera. Il power metal degli esordi è piuttosto lontano ormai e i ragazzi hanno deciso di dare sfogo alla loro creatività per dar vita ad un sound variegato e dallo stile maturo che coglie elementi principalmente dall’heavy metal classico, dal tocco alla Iron Maiden ma con svariate sfaccettature, dalla progressività del thrash metal targato Megadeth per giungere all’hard rock dei più classici e melodici. Qualche malfidente potrebbe pensare che con lo “shakerare” di tutte queste svariate influenze, il cocktail ottenuto potrebbe risultare eterogeneo eppure, grazie all’esperienza che l’act porta orgogliosamente sulle spalle, il risultato stupisce. L’ascolto dell’opera scorre molto bene, frutto anche della diversità tra una traccia e l’altra, così ritroviamo episodi veloci come Standing In The Rain e altri più cadenzati ma pur sempre energici come la titletrack oppure ballad rock come Of Tears And Rhymes.

Insomma gli Highlord ne hanno per tutti i gusti e in ogni caso la noia è ben lontana e tutto è sempre ben curato e risulta interessante; la banalità è un aggettivo sconosciuto nella loro musica. Quindi cosa si potrebbe pretendere di più? Abbiamo un album interessante, compatto ma variegato, divertente e dal facile ascolto. Non lasciatevelo sfuggire.

Autore: Highlord Titolo Album: The Warning After
Anno: 2013 Casa Discografica: Punishment 18 Records
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.highlord.it
Membri band:

Andy – voce

Sted – chitarra, voce

Lele Mr. Triton – tastiere

Dany V – basso

Luca T-1000 – batteria

Tracklist:

  1. Tonightmare
  2. The Goggle Mirror
  3. Brothers To The End
  4. Inside The Vacuity Circle
  5. Standing In The Rain
  6. No More Heroes
  7. Of Tears And Rhymes
  8. The Warning After
  9. In This Wicked World
  10. Arcade Warriors
24th mag2013

L’Inguine Di Daphne – I Danni Del Desiderio

by Marcello Zinno

È fuori dubbio che la musica sia una forma d’arte e che possa essere affiancata ad altre forme d’arte come il teatro, la pittura, le sculture, le poesie e tanto altro. Il compito primo de’ L’inguine Di Daphne è proprio quello di unire queste diverse forme d’arte puntando ad una proposta ricercata, a tratti sperimentale. Non è ben definibile all’interno di un genere preciso, il rock vero e proprio in realtà è assente, tende più all’alternative o talvolta all’indie, e prevalentemente all’art rock. In Creta ad esempio affiorano le influenze che Battiato ha scosso nell’animo dei musicisti, mentre con Nel Viaggio si torna alle atmosfere “dream”, a tratti indie, già anticipate tramite l’opener. Il groove la fa da padrone in brani come Soventi Venti con un basso dalla timbrica dark/new wave che primeggia e che offre ispirazione a tutti gli altri strumenti (voce compresa) su come muoversi. Bello l’accostamento tra le due voci, maschile e femminile, che spesso si fondono, in altri momenti si spalleggiano; meno interessanti risultano invece i passaggi in cui la voce si sforza nel rivestire una parte principale, come in L’estensione Del Bene o nella title track. Prende le distanze il brano L’ultima Cosa, più chitarrocentrico, che ha premura di inserire delle partiture più vicine al rock e che dettano stile, ma purtroppo insiste su delle linee vocali forzatamente controcorrente e se in Ara Rossa le capacità di Alessia De Capua sono indubbie e avvolgono la canzone, con SIRENA si torna agli stereotipi già descritti.

Nel complesso I Danni Del Desiderio contiene delle sonorità sì ricercate ma che presentano poca incisività in quanto a refrain o ritmi coinvolgenti. Tanta dell’attenzione è rivolta alle parti vocali e la nostra sensazione è che maggiore enfasi poteva essere concessa alla componente musicale, non tanto per la produzione comunque di livello ma per quanto attiene il puro songwriting. Da provare per gli appassionati di una certa interpretazione teatrale della musica, da accantonare per chi è nuovo a queste sonorità.

Autore: L’Inguine Di Daphne Titolo Album: I   Danni Del Desiderio
Anno: 2013 Casa Discografica: FirstFloor Records
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.inguinedidaphne.com
Membri band:

Alessia De Capua – voce

Dagon Lorai – voce, chitarra, piano, synth e archetto

Egon Vive – chitarre, suoni e piano

Alexandr Sheludcko – basso, contabasso elettrico e   violoncello

Dario AlContrario – batteria

Tracklist:

  1. Viva Per Sempre
  2. Creta
  3. Nel Viaggio
  4. Soventi Venti
  5. L’estensione Del Bene
  6. I Danni Del Desiderio
  7. L’ultima Cosa
  8. Ara Rossa
  9. SIRENA
  10. Non M’è Permesso
  11. Piangi Pioggia
23rd mag2013

Humulus – Humulus

by Alberto Lerario

La Go Down Records ci propone il debutto degli Humulus, trio stoner bergamasco che si presenta carico di energia e di groove. Senza troppi fronzoli la band costruisce i pezzi attorno a riff tanto possenti quanto accattivanti, creando una colata lavica che senza respiro scorre fluida alternando momenti più ritmati, tipici del rock anni settanta, a parti più pesanti tipiche del doom. Tra i brani spicca l’opener Save My Soul sorretta da un gustoso e poderoso riffing su cui il singer Benicchio sfoga tutta la sua violenza. La sezione ritmica procede quadrata e granitica, un filo conduttore che lega un pezzo dopo l’altro vomitando watt con costante precisione millimetrica. Questo punto di forza paradossalmente si rileva alla lunga un arma a doppio taglio, poiché seppure la band esegue ogni traccia con la giusta carica, non riesce mai a disegnare dei sali scendi che facciano balzare il cuore in gola. Gli Humulus procedono spediti, decisi, in maniera ipnotica, quasi in trance, ma in maniera lineare e quindi alla lunga prevedibile. Si sottraggono a questa regola, oltre alla già citata Save My Soul, anche The Liar Priest e Heritage Of Pain. Siamo di fronte quindi ad un buon disco suonato e prodotto in maniera competente. Gli amanti del genere lo apprezzeranno di sicuro, ma anche chi non è troppo avvezzo alle sonorità stoner non potrà rimanere indifferente al poderoso ed incalzante riffing, al ficcante lavoro alle pelli del batterista Abruzzese ed al suono robusto e corposo del basso. Purtroppo dopo pochi brani l’album cade un po’ nell’anonimato, risentendo della mancanza di un vero salto di qualità.

Gli Humulus sono sicuramente un trio che sa come muoversi nell’ambito stoner, sanno trasmettere la loro carica e passione e lo fanno in maniera decisamente professionale. Per emergere però tra le tante band italiane del genere e colpire la memoria dell’ascoltatore, serve uno sforzo in più, a partire dal songwriting, perché l’innegabile talento dei bergamaschi Humulus fa ben sperare e soprattutto desiderare futuri lavori proposti con maggior personalità.

Autore: Humulus Titolo Album: Humulus
Anno: 2012 Casa Discografica: Go Down Records
Genere musicale: Stoner Voto: 6.5
Tipo: CD Sito web: http://www.facebook.com/humulusband
Membri band:

Cristiano Benicchio – chitarra, voce

Giorgio Bonacorsi – basso

Michael Abruzzese – batteria

 

Tracklist:

  1. Save My Soul
  2. The Liar Priest
  3. Banshee
  4. Ghost Rider
  5. Gums
  6. Heritage Of Pain
  7. Land Of Justice
  8. Gimmy
  9. Humulus
23rd mag2013

Collettivo01 – Cronovendetta

by Marcello Zinno

Un decennio nel nome del punk. I Collettivo01 sono tornati con il loro heavy punk molto “do it yourself” che sicuramente omaggia i mostri sacri del passato ma riesce a differenziarsi con una proposta di certo originale. Già la presenza di una tastiera (che dobbiamo ammetterlo si inserisce solo nei momenti giusti, sagace ad esempio il suo ruolo in Il Ritorno) e di un synth fanno capire che non ci troviamo davanti un clone dei Sex Pistols. Altro fattore che parla da sé è la lunghezza dell’album, di certo non proprio da album punk, che raggiunge i 45 minuti: Ore Inutili ad esempio se la prende con calma, dimenticando le regole del punk, e abbracciando melodie molto più composte, quasi a far gridare allo scandalo se non fosse per una grinta di base che comunque padroneggia fiera. Con Iene, il brano più lungo del lotto, si cerca di richiamare qualche refrain punk rock sempre con molta attenzione alle melodie e dei testi che giocano un ruolo centrale. Da queste si differenzia e ci sentiamo di segnalare Dimmi Dove Vai, un altro momento da spasso che con i suoi riff stoppati offre un sapore più energico, mentre la voce di LOSTé è quanto di più lontano ci sia dal mainstream.

Sono Una Bomba e Liberi In Gabbia rappresentano invece l’emblema del punk ben composto dal quintetto, mai banale e di buona fattura non solo per le distanze prese dalle tantissime band che si sforzano ad imitare i padri del genere ma anche per la verve che la proposta presenta. Più ci addentriamo in questo album più notiamo che generi a cui attingono i Nostri sono sempre più multiformi: Non Voglio Stare Qui costituisce un esercizio da band sicuramente più matura che contiene tantissimi elementi attingendo qualcosa anche dalla tradizione metal; la title track nelle sue parti veloci richiama certo speed europeo, mentre Tutto Il Male Che C’è prende le distanze dal punk facendolo suonare come un’etichetta troppo riassuntiva per descrivere il vero sound della band. È su questa direzione che vediamo evolvere la band visto che le capacità ci sono tutte e questo Cronovendetta lo dimostra.

Autore: Collettivo01 Titolo Album: Cronovendetta
Anno: 2013 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Punk, Heavy Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/collettivo01
Membri band:

LOSTé – voce, chitarra

San Fra – tastiere, synth, voce

Dani Vavva – basso

Micky – batteria, voce

Tringa – chitarra

Tracklist:

  1. Il Risveglio
  2. Liberi In Gabbia
  3. Ore Inutile
  4. Sono Una Bomba
  5. Dimmi Dove Vai
  6. Il Ritorno
  7. Iene
  8. Non Voglio Stare Qui
  9. Cronovendetta
  10. Tutto Il Male Che C’è
  11. Su La Mano
  12. Angeli
22nd mag2013

Le Case Del Futuro – Neve EP

by Marcello Zinno

Il rock del nuovo millennio (ma anche quello dei ’90) ha preso varie forme e complice anche un amore immortale per il passato che vuole essere attualizzato in misura più o meno personale, varie band si aprono la strada su questo binario. Non sempre è prefissata una destinazione ben chiara, in alcuni casi emerge un animo di sperimentazione pura che anche se non conquisterà schiere di fan si traduce in qualcosa di davvero originale, in altri casi invece si gira intorno al punto senza mai trafiggerlo in pieno. I bresciani Le Case Del Futuro si muovono agevolmente tra questi due scenari e per comprendere la vera natura di questo power-trio sicuramente il prossimo, terzo, capitolo discografico sarà la pietra della verità. Qui ci limitiamo a parlare di Neve EP, intermezzo di quattro tracce (nemmeno tutte inedite) che separa Lucertola, loro album d’esordio, con il prossimo parto della band. Un EP in cui la passione per lo showgaze affiora incontrollata anche se un certo legame con varie sonorità elettriche/elettroniche si fa sentire (l’opener Come Volevi Vivere si porta dietro un sapore alla Bluvertigo che va dal mood, ai testi, alle linee vocali). Secondo e ultimo brano veramente nuovo del lotto è Neve, title track che segue i dettami del precedente spingendo l’acceleratore sui suoni alternativi. Non è un caso che al passaggio successivo giunge Tungsteno, cover molto fedele (se non fosse per un tempo leggermente più accelerato) dei nostri Scisma.

Chiude l’EP il brano L’ultima, estratto appositamente del primo full lenght della band stessa, una citazione ad una propria creazione del passato resa però qui ancora più lisergica, decadente. Qualcuno di molto noto molti anni fa disse che il terzo album per una band è quello della conferma finale e quindi il più importante. Le Case Del Futuro sono attese al varco.

Autore: Le Case Del Futuro Titolo Album: Neve EP
Anno: 2013 Casa Discografica: Foolica Records
Genere musicale: Showgaze Voto: s.v.
Tipo: EP Sito web: http://lecasedelfuturo.blogspot.it
Membri band:

Nicolò Brattoli – voce, basso

Greg Dalla Voce – batteria

Alessio Lonati – tastiere, chitarra

Tracklist:

  1. Come Volevi Vivere
  2. Neve
  3. Tungsteno (Scisma cover)
  4. L’ultima (remix)
22nd mag2013

Hellrazer – Operation Overlord

by Giancarlo Amitrano

Anche luoghi non propriamente “consoni” possono essere d’esempio alle masse? Nel caso dei canadesi in questione, parrebbe proprio di sì: un omaggio duro e puro ai paramenti sacri del metal che con il loro lavoro ci offrono a piene mani. Ispirazioni molteplici caratterizzano il full-lenght, che tira dritto come un proiettile senza sbavature e che racchiude diversi episodi tecnicamente notevoli. L’opener fa capolino con nessuna delicatezza: asce sparate al massimo e sezione ritmica di precisione svizzera fanno da contraltare alla voce in puro stile anni ‘80, con tanto di riffone centrale. Raging Seas è una cavalcata classica di chitarre ben congegnata che consente al singer di articolare tempi saggiamente rallentati. I giri di basso sono sapientemente intervallati dalle precise battute del drumming che interviene molto sui rullanti per dipingere l’atmosfera molto “recitativa” del testo che nella fase centrale la voce ritiene di adottare. Con Energy ci ritroviamo coinvolti a piè pari nelle sonorità molto “noir” degli esordi del genere, Uriah Heep in primis con le loro atmosfere quasi demoniache. La produzione del leggendario Michael Wagener (Alice Cooper fra gli altri) fa il resto: la nitidezza del sound consente al brano di elevarsi di una buona spanna, anche nei momenti di apparente calma propositiva, che sono di prodromica apocalisse chitarristica. Si ha anche il tempo di sconfinare nel thrash più puro con l’esecuzione di The Hunting e qui il gruppo è bravo nel ricalcare solamente alla lettera i clichè del genere. Ritagliandosi anzi una sua vena particolare di interpretazione, il combo riesce a donare un suo taglio nell’esecuzione degli assoli delle asce e nel riprendere a stretto giro di posta il valzer impazzito di tutta la strumentazione nella discesa agli inferi finale del brano.

Guest star i mitici Judas Priest su Ironheart? Nossignori, è proprio il gruppo di Alberta ad eseguire un brano che ai leggendari non sarebbe dispiaciuto. Singer clone di Halford che più non si può, ed asce che si alternano a menadito nel condurre le danze, mentre la sezione ritmica si mette al servizio dell’economia del brano con solerzia encomiabile e senza paura di apparire messa in disparte. Il migliore brano dell’album, fino a questo momento, salvo poi cambiare subito parere ascoltando la titletrack: qui la band è al suo top, con gli strumenti tirati al massimo, dove non si fanno distinzioni tra i toni graffianti del singer e la potenza che fuoriesce dagli amplificatori senza economia. Anche la base sonora è molto accelerata e su di essa il cantato assume un tono quasi epico nella fase centrale grazie all’ottimo lavoro delle asce. Leggero rallentamento, ma di poco, con Burn In Heaven: pur mantenendo invariate le direttive su cui muoversi, il suono in questo caso risente in negativo delle tonalità troppo cupe che il singer intende donare al brano, che pur fila via con interesse e degno di menzione. The Phantom ci consente anche di apprezzare il grado di evoluzione tecnica e compostiva raggiunta dalla band; un sapiente intro pieno di semiacustiche permette di stimare molto il lavoro quasi onirico della female singer che poi spiana la strada ad una nuova tempesta sonora. I suoni divengono ancora roventi, con la doppia cassa che riprende sicura il suo cammino spedito e con essa trascina la voce ancora più terrea del singer, con il risultato di un’altra gemma del disco.

Death Or Victory ci conduce verso la parte finale dell’album con un’altra buona interpretazione vocale e con un’inattesa giravolta acrobatica della batteria. Le fatiche iniziano a farsi sentire, infatti in alcuni passaggi il singer accusa qualche passaggio a vuoto che viene comunque ben attenuato dal muro sonoro degli strumenti. A chiudere in bellezza, tuttavia ci pensa l’interpretazione di Rise Of The Machines che come un carro armato Sherman di teutonica potenza ricorda anche in questo caso qualche nume tutelare del genere…potremmo dire in primis i Metal Church dell’omonimo debutto, ma ci verrebbero in mente anche altre divinità quali ad esempio i memorabili e sfortunatissimi Angel Witch. Il brano in questione è tuttavia pura marca canadese: prendere o lasciare, grazie all’epicità del sound ed alla freschezza dei soli finali, che non fanno prigionieri. A chiudere, le due bonus track che rieditano in chiave attuale brani dei loro precedenti lavori, con la potenza di oggi e la tecnica affinata degli esordi. Tutta la loro esperienza passata che ha portato al lavoro attuale, buono nel complesso e di certo all’altezza delle future fatiche del combo canadese.

Autore: Hellrazer Titolo Album: Operation Overlord
Anno: 2013 Casa Discografica: Dust On The Tracks
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/hellrazermetal
Membri band:

Dr.Z – voce, chitarra

Stan Nakanishi – chitarra

Simon Hirota – basso

Kegger– batteria

Tracklist:

  1. Hellrazer
  2. Raging Seas
  3. Energy
  4. The Hunting
  5. Ironheart
  6. Operation Overlord
  7. Burn In Heaven
  8. The Phantom
  9. Death Or Victory
  10. Rise Of The Machines
  11. Dehumanizer
  12. Black Legion
21st mag2013

Underfloor – Quattro

by Marcello Zinno

Il titolo del nuovo lavoro parla già da sé: Quattro a significare la quarta pubblicazione a nome Underfloor ma non solo, il nome richiama anche l’abbandono della formazione a tre elementi per inglobare definitivamente il quarto componente che altri non è che Giulia Nuti con il suo violino (in alcuni brani trasformato in viola). Scelta sulla carta fatta per dare definizione ad un sound che si stava evolvendo, ricomprendendo arrangiamenti diversi e che data la sua complessità aveva bisogno di una mente aggiuntiva in moto per i nuovi brani. Questa però è pura teoria perchè nella pratica, pur constatando un amore artistico per la musica, si percepisce una certa confusione compositiva. La commistione di influenze non è sempre al servizio del valore musicale ma sembra varcare strade diverse, spaesando l’ascoltatore. Se con i precedenti lavori si era parlato di alternative rock mescolato al progressive, qui possiamo dire che emerge un certo pop rock con influenze psichedeliche che talvolta oseremo accostare più a certi scenari dream pop (Lei Non Sa) che non a sperimentalismi legati al passato. La ricerca della melodia, soprattutto vocale, è forte e solo talvolta si lascia ampio spazio agli strumenti, in alcuni di questi casi si tratta di uno spazio eccessivamente protratto come in Indian Song o nella strumentale Solaris, non approfittando del potenziale che il quartetto potrebbe esprimere principalmente nel suo connubio classico/moderno di suoni.

Si varca quindi senza un piano ben definito ma sforzandosi di creare qualcosa di originale. Ma il programma qual è? Cosa si vuole raggiungere? Più piacevole il mood di Stomp, ma si tratta di un passaggio estemporaneo che subito cala adrenalina nella successiva L’uomo Dei Palloni, ennesimo sforzo allungato di ricercatezza sonora senza un vero punto di riferimento. È un peccato perchè c’è un potenziale che si cela sotto questi quattro ragazzi, in termini di produzione e di desiderio di arricchimento del singolo brano, che potrebbe lanciarli in alto ma come sappiamo l’energia va incanalata altrimenti rischia di “non uscire” e di implodere. Speriamo in una loro, giusta, evoluzione.

Autore: Underfloor Titolo Album: Quattro
Anno: 2013 Casa Discografica: Suburban Sky Records
Genere musicale: Alternative Rock Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.underfloor.it
Membri band:

Guido Melis – voce, basso

Marco Superti – chitarra

Giulia Nuti – viola, violino

Lorenzo Desiati – batteria

Tracklist:

  1. Come Un Gioco
  2. Don’t Mind
  3. Indian Song
  4. Lei Non Sa
  5. Linee Di Confine
  6. Solaris
  7. Intorno A Me
  8. Stomp
  9. L’uomo Dei Palloni
  10. Sul Fondo
21st mag2013

Reapter – M.I.N.D.

by Alberto Lerario

La prima impressione lascia sempre il segno quando ci si presenta e i Reapter, band capitolina formatasi nel 2005, esordiscono con piglio e personalità con il loro primo full length. Un debutto esplosivo che lascia il segno, M.I.N.D. è un disco diretto di thrash metal ispirato ai grandi del genere come i Metallica e i Testament. Un difetto dell’album è quello però di essere troppo riverenti e fedeli verso i maestri, sia nell’arrangiamento dei brani che nella produzione che suona un po’ troppo anni ’90. Detto questo, ci si trova davanti ad una band preparata che emana energia ad ogni nota, capace di comporre canzoni coinvolgenti ma non banali. L’album è un concept che analizza l’alienazione e la follia umana (M.I.N.D. sta in fatti per My Inner Natural Demon) con buon acume e capacità descrittiva. Meraviglioso e suggestivo l’artwork di copertina che raffigura una sala operatoria in disuso, ormai squallida e fredda, imbrattata anche da alcune tags spruzzate da qualche writer. Già dalla prima traccia, Zarathustra, si apprezza l’ottima sezione ritmica capace di creare un fitto tessuto sonoro che avvolge gli assoli speed melodici delle chitarre. Il singer Arduini, di chiaro stampo “hetfildiano” mostra buona energia ma talvolta risulta un po’ asciutto, con poco pathos. Si continua a cavalcare, sferzati da un incessante e tagliente riffing, con Self Destruction e Carnage. Rapide e violente, sorrette dall’incessante doppia cassa, mantengono elevato il livello d’energia creato dalla prima traccia.

Degno di nota, il quarto brano, Speak My Name, si apre con un bell’arpeggio che fa da traccia agli arrangiamenti del brano. I Reapter sono riusciti a dosare al meglio melodia, velocità e potenza regalandoci un bel brano da ascoltare più volte. Interessante Run For Glory, che prova a toccare i confini del crossover, ed in cui si può apprezzare l’ottimo lavoro delle chitarre, così come nella seguente The Evil Inside. Il colpo a vuoto arriva con Pain, arpeggio acustico piacevole ma che non decolla mai, neanche nel momento del breve assolo. In questi brani di solito è la voce a fare la differenza, e qui purtroppo accade in negativo, poiché non trasmette quel pathos necessario ad emozionare l’ascoltatore. Per fortuna si riparte subito alla grande con Sorrow, canzone che rimanda ai Metallica di Ride The Lightning, così come l’ultima traccia Sea Storm. Sentendo questi brani i Four Horsemen sarebbero fieri dei Reapter. In mezzo alle due c’è un altro solido brano thrash, Giant.

Seppur peccando un po’ in originalità, ci troviamo di fronte ad un album di pregevole fattura, diretto ed omogeneo, composto da thrash metal sferzante, con testi impegnati ed incisivi come vuole la migliore tradizione. Nel soffocante mare della mediocrità moderna i Reapter spiccano fin da subito, dimostrando che le band del bel Paese ne capiscono eccome di musica metal. Siamo sicuri che i Reapter non sfigurerebbero affatto al fianco di più famosi colleghi stranieri. Con un debutto del genere sarebbe giusto in futuro osare di più sia in produzione che in composizione, per poter raggiungere lidi più lontani e prestigiosi.

Autore: Reapter Titolo Album: M.I.N.D.
Anno: 2013 Casa Discografica: Buil2kill Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.reapter.com
Membri band:

Claudio Arduini – voce

Max Pellicciotta – chitarra

Emanuele Ferrazza – chitarra

Jury Pergolini – basso

Emiliano Niro – batteria

Tracklist:

  1. Zarathustra
  2. Self Destruction
  3. Carnage
  4. Speak My Name
  5. Run For Glory
  6. The Evil Inside
  7. Pain
  8. Sorrow
  9. Giant
  10. Sea Storm
20th mag2013

Dumper – The Gunshot Theory

by Marcello Zinno

Una delle band del nostro stivalone che è in grado di dare vera e valida interpretazione all’heavy metal moderno prende il nome di Dumper. La loro storia vede un’uscita discografica sotto la già prestigiosa Buil2Kill Records quando la formazione era composta da soli 3 elementi; line-up che non si è arricchita bensì è stata totalmente ridisegnata da Eddi Cantoni, rimasto solo a tener testa al moniker, fino a giungere al quartetto che oggi si cela dietro questo progetto. I Dumper di The Gunshot Theory meritano molta attenzione: il loro heavy metal è potente e molto ben prodotto, con un vocalist che somiglia terribilmente, sia per tonalità che per acuti, al Bruce Dickinson dei primi lavori con gli Iron Maiden (da The Number Of The Beast in poi ovviamente), quando strizzava le proprie corde vocali chiedendo il massimo. L’impostazione musicale invece cambia lungo l’ascolto: da una Stand Your Ground che abbraccia la convulsione tipica dei 3 Inches Of Blood a momenti più metallurgici come Brother On Demand fino a giungere ad una cadenzata e infangata Our Father. I momenti sono variegati anche in termini qualitativi, alcuni più convincenti come The Rotten Will che alterna parti groove e momenti dal sapore quasi epico, altri che rallentano i tempi e l’entusiasmo come Dinner For Retards.

Nel complesso l’heavy dei quattro ragazzi è sicuramente convincente e le doti mostrate sono addirittura superiori rispetto al risultato di questo The Gunshot Theory facendoci intuire che con un pò di maturità in più ed una personalità meglio formata i Dumper possono arrivare davvero lontano. Enough! è un esempio di traccia con una maggiore verve nella quale divertimento e convinzione (i cori ad esempio arricchiscono molto il brano) fanno traboccare la caraffa e ci tramutando in veri appassionati dei Dumper. Forza ragazzi che le basi sono poste per una vera e propria metal revolution!

Autore: Dumper Titolo Album: The Gunshot Theory
Anno: 2013 Casa Discografica: My Graveyard Productions
Genere musicale: Heavy Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.dumperband.net
Membri band:

Simone Severi – chitarra

G.M. Agosti – batteria

Alessandro Marras – voce

Eddi Cantoni – basso, voce

Tracklist:

  1. Beaking News
  2. Stand Your Ground
  3. W.T.F.
  4. Dinner For Retards
  5. The Rotten Will
  6. Brother On Demand
  7. Our Father
  8. Way Home
  9. Enough!
  10. The Gunshot Theory
  11. Marching To War
20th mag2013

Legless – Till That Morning

by Piero Di Battista

Secondo disco per i Legless, quartetto proveniente da Bologna che dà alla luce al suo secondo disco, intitolato Till That Morning. Il disco segue Pleasure Paranoids And Parties uscito nel 2010, e tre anni dopo ritroviamo dunque questa band bolognese indubbiamente più matura e soprattutto più consapevole dei propri mezzi artistici. Till That Morning offre dodici brani dove si può tranquillamente apprezzare un sound incentrato su un rock lineare, ma spesso contaminato da momenti più pop-punk, da rock‘n’roll, ma anche da qualche atmosfera un po’ più brit. Si parte con la frizzante Liar, influenzata leggermente da sonorità rock‘n’roll; rock che, come già detto, funge da colonna portante nello stile dei Legless, un rock orecchiabile e scanzonato che si fa apprezzare in brani come Persia o Waiting Game. I momenti più “punkeggianti” e dove le ritmiche appaiono leggermente più sostenute li troviamo in D.I.L.D.O. e Just A Frame in cui il gruppo felsineo si propone in modo leggero ma allo stesso tempo frizzante a chi li ascolta, con risultati più che positivi. Il disco scorre liscio, e si arriva a I Need To Get Away, accostabile un po’ ai Green Day dei tempi di Warning, ed a On The Couch, a nostro parere la migliore dell’intero album, dove i Legless mostrano ancor di più una pregevole vena melodica.

Till That Morning non si pone certamente come capolavoro, ma è senza ombra di dubbio un disco ben suonato, ben realizzato, di facile ascolto e di più che discreta qualità. Consigliato a chi non disdegna affatto una mezz’ora e poco più di spensieratezza sottoforma di sonorità rock leggere e frizzanti.

Autore: Legless Titolo Album: Till That Morning
Anno: 2012 Casa Discografica: Front Of House Records
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://legless.bandcamp.com
Membri band:

Billy – voce, basso

Franco – chitarra

James – chitarra

Giulio – batteria

 

Tracklist:

  1. Liar
  2. I’ll Never Learn
  3. D.I.L.D.O.
  4. Persia
  5. Baby Don’t Put Down This Sound
  6. She’s The Queen
  7. Waiting Game
  8. Shoes
  9. Of The Week
  10. Just A Frame
  11. I Need To Get Away
  12. On The Couch
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