04th ott2012

Opeth – Heritage

by Martino Pederzolli

Da questo gruppo ormai famosissimo ci si poteva aspettare di tutto, veramente qualsiasi cosa. Ma questo ultimissimo Heritage è davvero sconvolgente, il disco “odio o amore” che tutte le grandi band hanno scritto, presto o tardi che sia. Dieci tracce che si allontanano completamente dagli Opeth che, fino ad oggi, ci si era abituati ad avere negli auricolari o nelle casse di uno stereo.  Ma facciamo un piccolo passo indietro. Già nelle interviste rilasciate prima dell’uscita del loro decimo lavoro, il frontman Mikael Åkerfeldt aveva marcato il fatto che si era “allontanato dall’ascolto del metal” e anche “dal modo di scrivere e produrre il metal” addirittura mentre gli Opeth venivano fondati. Questo è solo uno dei motivi che ha spinto il gruppo verso la scrittura di questo strano e pungente Heritage, che già promette di spaccare pubblico e critica come Mosè fece col Mar Rosso. Coraggioso e modesto sono gli aggettivi che più si addicono all’album che andiamo ad ascoltare e che vengono confermati dall’uso di strumenti desueti per il gruppo quali il piano Rhodes, il contrabbasso, percussioni ed effetti sonori. Il difficile compito di offrire una guida all’ascolto parte dall’artwork in copertina, carica di simboli. Le radici rosse che vanno ad insinuarsi fino all’inferno sono il passato della band, i trascorsi dalle atmosfere più oscure; l’albero simboleggia la band con i membri attivi nel fogliame, con Wiberg che sta cadendo sulla destra, infatti sta lasciando il gruppo), ed i membri passati nei teschi alla base. Ovviamente la processione che viene a cogliere i frutti non può che essere il pubblico, proveniente da una città in fiamme che potrebbe essere l’allegoria della produzione discografica moderna dalla quale il gruppo tende ad allontanarsi.

Heritage si apre con un piano che è il protagonista di tutta la title track e dà la sicura impressione dello stile Opeth anche se, per tutta la traccia, si fiuta un’atmosfera diversa. Infatti, dopo due minuti, si ha la conferma dei sospetti con The Devil’s Orchard che apre velocemente con un pezzo complesso in cui spicca il Rhodes ed una linea vocale mai affrontata dal frontman. Il centro del pezzo è uno spazio strumentale che sembra una colonna sonora, risolvendosi poi nell’ultima parte molto più aperta e dalla lunga coda silenziosa. I Feel The Dark rivela, nei suoi sei minuti e mezzo, personalità multiple che vanno dall’oscuro al gitano; la struttura in tre momenti si rifà all’amato prog rock inglese e le tematiche affrontate dal testo ricalcano il passato della band. Si cambia completamente registro con Slither, canzone dedicata a Ronnie James Dio scomparso durante le registrazioni. Il groove è incalzante e non lascia respiro per i primi tre minuti dopodiché il triste outro sfuma lentamente per portarci a metà disco. Qui troviamo Nepenthe, svolta jazz di questo lavoro di ricerca che regala, a metà, un intermezzo discordante che spezza il mood rilassato. Niente paura, la calma si ritrova poco dopo; frasi lontanissime riecheggiano, difficili da capire, e poi, improvvisa, la chiusura.

Da qui si entra nella seconda metà del disco, nettamente più riflessiva, concentrata. Häxprocess ne è un esempio con l’introduzione lentissima, le sonorità liquide, floidiane, nella migliore tradizione progressive, ed il testo è quasi pianto in certi passaggi. Flauto e percussioni attendono l’ascoltatore in Famine, traccia singolare spiccatamente di ricerca. Åkerfeldt sperimenta nuovi orizzonti con la voce e anche nel songwriting che sembra incentrato molto più al piacere personale che al pubblico (sue le parole “l’integrità è meglio della popolarità”). Quella che segue è la canzone che ha dato il “la” a tutto il disco, si tratta di The Lines In My Hand, scritta di getto una volta scartate un paio di ipotesi per il nuovo lavoro che ricalcavano il precedente Watershed. Da qui, gli Opeth decidono di prendere le distanze dalla produzione di consumo ed anche da loro stessi, musicalmente parlando (“Find all the lines in your hand” recita il testo, quasi a voler dire di non soffermarsi solo su ciò che si può avere facilmente ma di cercare, di osare). Segue Folklore, che fa fede al suo nome da subito con la chitarra iniziale, raggiunta poco dopo dal resto dei musicisti che regalano uno dei pezzi più morbidi mai scritti dagli Opeth. La voce nella prima strofa è distorta dagli effetti mentre nella seconda si aggiungono sonorità amare che preludono al cuore del brano in cui si inserisce un contrabbasso, tutto questo prima della cavalcata finale e della lunga dissolvenza.

L’album si chiude con Marrow Of The Earth, strumentale triste e solitaria che abbraccia sonorità quasi mediterranee verso la fine, con l’ingresso dell’Hammond. Dissolvenza anche qui e si rimane a bocca aperta, chi per lo stupore, chi per lo sdegno. Molteplici le influenze in Heritage, a partire da leggende come Genesis, Nice e Camel, ma le reazioni possono essere solo di due tipi: ammirazione o diniego. Il disco, al di là di ogni opinione personale, è di pregevole fattura e musicalmente validissimo, scritto per suscitare reazioni nel pubblico, siano esse positive o negative, è riuscito pienamente nel suo intento. Per adesso si conclude qui la vicenda musicale degli Opeth e chissà cosa ci riserveranno in futuro. Rumors parlano di un’ispirazione di Åkerfeldt arrivata nientemeno che dai nostri, amatissimi Goblin! Aspettiamo con impazienza.

Autore: Opeth Titolo Album: Heritage
Anno: 2011 Casa Discografica: Roadrunner Records
Genere musicale: Progressive Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra, voce

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. Heritage
  2. The Devil’s Orchard
  3. I Feel The Dark
  4. Slither
  5. Nepenthe
  6. Häxprocess
  7. Famine
  8. The Lines In My Hand
  9. Folklore
  10. Marrow Of The Earth
27th set2012

Opeth – Ghost Reveries

by Martino Pederzolli

Il 2005 è un anno importante per gli ormai famosi Opeth. Nel 2004, infatti, la celeberrima casa discografica Music For Nations (Metallica, Megadeath, Manowar…) chiude i battenti e, di conseguenza, i Nostri si dirottano verso la importante Roadrunner Records (Sepultura, Obituary, Type O’Negative…). Inoltre i quattro assumono a tempo pieno il tastierista Per Wiberg che già da tempo li accompagna alle tastiere nei live. È in questo contesto di rinnovo che nasce Ghost Reveries, ottavo album studio degli svedesi uscito nel 2005, che ci propone delle forti novità per quanto riguarda il sound e la resa complessiva del lavoro. Il frontman Mikael Åkerfeldt torna a cimentarsi con un concept album che ha per leitmotiv il tormento di un uomo che, in un raptus di folle incoscienza, ha ucciso la madre (nulla di nuovo insomma…). Purtroppo i testi risultano essere stilisticamente inferiori ai due concept precedenti e di certo non sono il punto forte del disco che, fortunatamente, supplisce con una ricerca musicale senza pari nella carriera degli Opeth. Rimanendo fedeli all’accostamento di violenza e dolcezza, le otto tracce dell’album propongono atmosfere radicalmente diverse da quelle a cui si è abituati conoscendo il gruppo.

Ghost Of Perdition, la prima traccia, già dopo l’enorme riff iniziale propone una linea vocale desueta, accompagnata da timpano e tom di Lopez e da una chitarra stoppata. Verso la metà, un cantato che ricorda vagamente il sound dei Metallica di Load introduce la seconda parte della lunga canzone che ritorna sulla voce distorta ed i tappeti di organo alla Damnation. Senza respiro inizia The Baying Of The Hounds con una particolare distorsione delle tastiere ed una chitarra ululante che inquieta le prime, prolisse strofe. Particolari le doppie voci inserite nel pezzo così come le dissonanze che introducono al momento centrale, reso circospetto dalle neofite tastiere. Un riff che richiama l’oriente introduce Beneath The Mire, canzone con un’anima jazz e blues che ci riporta ai tempi di Deliverance e, con il suo particolare finale lisergico, ci lascia in mano a Atonement. Questo singolare brano, completamente melodico, fa venire alla mente gli Audioslave per il suo refrain orecchiabilissimo di chitarra; oltre a questo troviamo percussioni (suonate dall’ottimo Martin Lopez) che danno carattere alla traccia e la rendono particolarmente evocativa. Si distingue anche una voce lievemente distorta ed un piano inequivocabilmente progressive mentre nella seconda parte, staccata da qualche secondo di silenzio, si ritorna a suoni conosciuti.

È la volta di Reverie/Harlequin Forest, brano in cui il protagonista si ritrova a correre in una foresta che, in realtà, è una metafora per descrivere la sua mente posseduta. Il canto di Åkerfeldt si fa più articolato, utilizzando anche dei vocalizzi nel pulito e lascia piacevolmente sorpresi gli ascoltatori che, sicuramente, apprezzeranno la sua maturazione canora. Con Hours Of Wealth ci si discosta molto dal sound Opeth. Si può sentire, infatti, una chiara matrice blues in questa traccia completamente melodica, accompagnata da splendide ed essenziali tastiere e doppie voci. La linea vocale sfiora quasi il soul e l’assolo finale è classico e pulito; un gran pezzo! Con The Grand Conjuration, invece, il frontman si avvicina molto a tematiche occulte con un testo a quartine che è un’invocazione al Maligno. Con questo pezzo si conclude anche il concept album perché nella successiva Isolation Years non si parla più del protagonista o della sua possessione bensì spunta una lettera di una certa Rosemary, della quale il frontman ci descrive il contenuto. Dolcissima sia nella musica sia nel testo – si parla di un amore perduto – questa canzone ci accompagna alla fine di Ghost Reveries quasi con le lacrime agli occhi.

Assolutamente da avere, il disco rappresenta uno spartiacque nella carriera dei Nostri e da qui in poi i cambiamenti saranno più evidenti che mai. Inutile dire altro, ascoltatelo!

Autore: Opeth Titolo Album: Ghost Reveries
Anno: 2005 Casa Discografica: Roadrunner Records
Genere musicale: Progressive, Death Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra, voce

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. Ghost Of Perdition
  2. The Baying Of The Hounds
  3. Beneath The Mire
  4. Atonement
  5. Reverie/Harlequin Forest
  6. Hours Of Wealth
  7. The Grand Conjuration
  8. Isolation Years
20th set2012

Opeth – Watershed

by Martino Pederzolli

Dopo l’uscita di diverse raccolte, live album e antologie ecco che gli Opeth tornano alla ribalta con un nuovo lavoro, Watershed. Non si erano mai fatti attendere tanto tempo prima d’ora i nostri svedesi; sono passati infatti ben tre anni dall’ultimo disco che ha visto cambiamenti sia nella line up sia per quanto riguarda la casa discografica. Per questa ultima fatica, però, i cambi alla formazione sono evidenti. Il chitarrista di lungo corso Peter Lindgren viene sostituito da Fredrik Åkesson ed il drummer Martin Lopez rimpiazzato con Martin Axenrot. Presenti in studio di registrazione anche diversi musicisti, impegnati ad incidere le tracce di oboe, oboe contralto, flauto, violino e violoncello che rendono i brani degli Opeth ancora più completi. Le danze si aprono con la dolce Coil dove la voce di Åkerfeldt duetta con quella della cantante Nathalie Lorichs (bravissima, con un vibrato che innamora) e i due oboe si insinuano tra le strofe ed il ritornello riuscendo già ad incuriosire l’ascoltatore. La chitarra della seguente Heir Apparent, invece, è un muro di cemento armato che spazza via l’illusione di trovarci di fronte ad un altro album come Damnation. Qui gli stacchi tra distorto e melodico sono inaspriti da improvvisi arpeggi acidi e linee di flauto che, alternandosi ai riff più pesanti, portano ad un crescendo, incipit di un finale aperto e gigantesco.

Di qui arriviamo alla splendida The Lotus Eater (forse una citazione dall’Odissea) in cui è possibile ascoltare un’efficace linea vocale sostenuta da riff pesanti e, addirittura, da uno spettacolare interludio funky che ricorda molto le colonne sonore dei primi giochi Nintendo. Notevole la batteria che accompagna il brano, originale nei passaggi e mai scontata, risulta essere molto più di una base ritmica. Il piano di Per Wiberg comincia la lunga e melodiosa Burden che, come traccia mediana, stempera l’umore del disco e ci regala lunghi e sentiti assoli, primo fra tutti quello di tastiere che troviamo a metà canzone. È presente anche un finale curioso, con una chitarra che va scordandosi ed una risata. Porcelain Heart è il brano più particolare dell’album, divisa in precise strofe con dei momenti ben staccati l’uno dall’altro ed un intermezzo di gusto medievale che contribuisce a rendere i cori del finale ancora più significativi. Il momento musicalmente più elevato si raggiunge con Hessian Peel nella quale gli arpeggi di chitarra e gli archi vanno a braccetto con i fiati ed il piano che, solitario, ci spinge nella seconda metà della traccia, decisamente più arrabbiata. Troviamo anche del testo invertito che, se ascoltato al contrario, dice “Out on the courtyard come back tonight my sweet satan I see you” ed un finale che sembra omaggiare i nostrani Goblin per l’hammond ossessivo ed il pulsare del basso.

La chiusura del disco è affidata a Hex Omega, particolare song dall’atmosfera sognante dove le tastiere diventano quasi un carillon unite alla chitarra appena accennata. Lunghi tappeti di oboe tengono col fiato sospeso chi ascolta fino ad arrivare al gran finale con le imponenti chitarre e la lunga coda d’organo. Che dire, è un album estremamente maturo e che convince già al primo ascolto, l’apertura musicale verso strumenti inusuali nell’ambiente death denota un ulteriore passo avanti per il quintetto svedese che, per ora, sembra non avere limiti creativi.

Autore: Opeth Titolo Album: Watershed
Anno: 2008 Casa Discografica: Roadrunner Records
Genere musicale: Progressive, Death Metal Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra, voce

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. Coil
  2. Heir Apparent
  3. The Lotus Eater
  4. Burden
  5. Porcelain Heart
  6. Hessian Peel
  7. Hex Omega
13th set2012

Opeth – Damnation

by Martino Pederzolli

Sarebbe dovuto uscire assieme al precedente Deliverance come Disc 2 ma aveva bisogno di più spazio, di essere ascoltato come un unicum per essere compreso appieno e quindi, pochi mesi dopo il fratello, ecco uscire Damnation. Se con il lavoro precedente gli Opeth hanno sottolineato il loro lato death, brutale, con questo splendido album si discostano dal loro tipico sound per esplorare sonorità più soft ed offrendo al pubblico quasi 45 minuti di musica senza nemmeno una distorsione. Il disco che ci si trova sottomano è il Dottor Jackyll, la parte buona della personalità del gruppo svedese, e fa da contraltare al Mr Hyde uscito pochi mesi prima. Le atmosfere autunnali e malinconiche create da Åkerfeldt ed esaltate dalle tastiere di Wilson sono indimenticabili, i brani si compenetrano l’un l’altro dando l’impressione di ascoltare un’unica traccia e tutto funziona a meraviglia. Il lavoro dell’amico e collaboratore Steven Wilson questa volta si fa sentire ancora di più: è lui, infatti, a suonare il piano, le tastiere e il mellotron vigorosamente presenti in tutto il disco. Con imponenti tappeti di archi e arrangiamenti semplici ma efficaci, il leader dei Porcupine Tree dà all’album un’impronta che ricorda una soffitta polverosa, dimenticata, come evidenziato anche dall’immagine sovraesposta che troviamo in copertina. È questo il vero fulcro del disco: la sua carica evocativa.

Si entra a far parte di Damnation già dalle prime note, con la solitaria chitarra che apre Windowpane, raggiunta poi dal tocco originale di Lopez alla batteria che in questo album dà il meglio di sé. Fra assoli morbidi, reminiscenze blues e duetti alla voce si arriva presto alla traccia successiva. In My Time Of Need è una canzone introspettiva, il protagonista riflette sul dolore e sulla perdita; vuole staccarsi dalla sua sofferenza, reagire, ma non ci riesce. Forse Åkerfeldt, nel comporre questo brano, aveva in mente sua nonna, da poco scomparsa in un incidente d’auto e alla quale è dedicato l’album (compreso Deliverance), e sposta così il suo dolore nel personaggio della traccia. Troviamo poi il primo esempio di testo non scritto dal frontman bensì da Wilson. Stiamo parlando di Death Whispered A Lullaby che, in effetti, è una ninna nanna dalla struttura molto regolare e dal ritornello orecchiabile. Il testo è volto più a spaventare che a far addormentare il malcapitato bimbo e richiama fortemente la poetica di Roald Dahl per le oscure presenze raccontate.

Segue la bellissima Closure dai ritmi e dalle melodie orientaleggianti, per lo più strumentale in quanto il testo che l’accompagna è minimo, quasi una preghiera. Questo pezzo è quanto di più lontano si possa immaginare dagli Opeth che abbiamo conosciuto finora ed insieme alla successiva Hope Leaves è il momento più bello di tutto il disco. Quest’ultimo brano ritorna al concetto di perdita espresso chiaramente nella seconda traccia ed è una vecchia foto appesa in un angolo l’elemento che scatena il fiume di ricordi e pensieri che stringe il cuore del protagonista (Åkerfeldt). To Rid The Disease ci riporta sul sentiero che avevamo lasciato due brani prima ed esalta il pianoforte e le tastiere di Wilson che regalano stacchi significativi e dal gusto raffinato che ben dispongono all’ascolto di Ending Credits, la traccia strumentale di Damnation. La linea vocale è sostituita da un lungo assolo di chitarra, dal fraseggio semplice ed emozionante, che non stanca mai e stempera il mood cupo dell’intero album. Si chiude con Weakness, una sofferta traccia di tastiere e voce, con una chitarra appena accennata. Come se l’intero percorso lungo questi otto pezzi avesse indebolito il cantante, la voce diventa tremula, sussurrata (l’uso della telephone voice qui rende il massimo), viene lasciata sola a concludere questo album.

La dicotomia di Deliverance e Damnation si pone come il momento più alto nella carriera di questi ragazzi, capaci di dare alla luce due lavori così diversi eppure complementari ed ottenendo successi di critica e pubblico. Quest’ultimo gemello buono, in particolare, testimonia come il distacco da un sound ormai consolidato sia indice di maturità e talento, di capacità compositive e, perchè no, di coraggio. Bravi ragazzi!

Autore: Opeth Titolo Album: Damnation
Anno: 2009 Casa Discografica: Koch
Genere musicale: Progressive, Death Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra, voce

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. Windowpane
  2. In My Time Of Need
  3. Death Whispered A Lullaby
  4. Closure
  5. Hope Leaves
  6. To Rid The Disease
  7. Ending Credits
  8. Weakness
06th set2012

Opeth – Deliverance

by Martino Pederzolli

Fedeli alla produzione di un disco all’anno ecco che nel 2002 tornano a farsi sentire gli svedesi più particolari della scena metal. Li avevamo lasciati alle prese con Blackwater Park, la loro prima esperienza con la Music For Nations, ed ora li troviamo ancora in studio per Deliverance, il loro sesto figlio, che si presenta decisamente più vivace rispetto ai suoi fratelli e li batte tutti in quanto a furia. Sì, perché questo lavoro è il lato feroce degli Opeth, la loro valvola di sfogo (quasi) completamente distorta, la quintessenza del loro lato death metal. Pur non essendo scevro di pezzi melodici e di stampo progressive, se cronometrati, i minuti lenti ed armoniosi risultano essere in netta minoranza rispetto a interi brani senza respiro, ritmiche serrate e quadratissime, distorsioni dissonanti, il tutto servito su di una impalcatura compositiva meravigliosamente elaborata. Insomma, il loro ultimo nato del 2002 ha tutte le carte in regola per entrare di diritto nel riformatorio perché farà impazzire molta gente, tanto da valere ai suoi genitori il Grammy Svedese per il “Best Hard Rock Performance” l’anno stesso.

Sin dall’apertura si intuisce il carattere di questo lavoro: Wreath inizia con una rullata tipica degli ambienti black ed il tocco di Åkerfeldt si sente non appena il plettro tocca le sue corde. La distorsione usata per i pezzi più duri risulta più chiusa e più grave rispetto al solito, forse per intonarsi meglio con lo spirito di Deliverance, e la batteria di Lopez si lascia andare a dei tappeti di doppio pedale che ricalcano lo stile usato per le chitarre. Niente respiro. Entra prepotentemente la titletrack che con i suoi ritmi impazziti, gli stacchi ipnotici chiaramente prog ed un testo che, a tratti, risulta persino dolce (“Walk with me, you’ll never leave Wait to see your spirit free”) si guadagna i suoi 13 minuti e mezzo che non pesano affatto (l’outro vi farà impazzire). Come di consueto, non manca la traccia che riporta l’orecchio dell’ascoltatore a livelli più accessibili. A Fair Judgement è un brano totalmente melodico in cui il piano, sempre suonato dall’influente amico Steven Wilson, annuncia l’evocativo riff centrale che si trasforma, a metà canzone, in un sound più intimo, legato all’ansia del protagonista rinchiuso in una cella.

Se le citazioni al mondo del prog rock non sono mai mancate agli Opeth, le tracce che seguono sono un vero e proprio omaggio. Troviamo infatti For Absent Friends, una strumentale con solo le chitarre, che deve il suo titolo al ben più vecchio, omonimo brano dei Genesis che compare su Nursery Crime e Master’s Apprentices che invece cita l’omonimo gruppo progressive australiano, scioltosi nel 1972. Con quest’ultima traccia si torna, dopo la pausa melodica, a riff evidentemente più death ma anche a momenti insoliti per i Nostri come si ascolta verso la fine di questo brano e l’inizio della song di chiusura. By The Pain I See In Others ci presenta un’intro prima distante e ovattata, poi incalzante e dopo ancora ci aspetta una distorsione molto particolare alla voce, quasi mostruosa ma che ben si sposa con l’arpeggio che l’accompagna. Questo brano contiene anche una ghost track che, ascoltata al contrario, risulta essere le ultime due strofe di Master’s Apprentices.

Ancora una grande prova di loro, ancora un gran bell’album. Se poi si pensa che sarebbe dovuto uscire un doppio album con Deliverance come disco uno e Damnation come disco due ci si rende conto che le idee di questo gruppo sono pressoché infinite. Però i due lavori sono usciti uno a distanza di pochi mesi dall’altro…ma questo ve lo racconteremo giovedì prossimo.

Autore: Opeth Titolo Album: Deliverance
Anno: 2002 Casa Discografica: Music For Nations
Genere musicale: Progressive, Death Metal Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra,voce

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. Wreath
  2. Deliverance
  3. A Fair Judgement
  4. For Absent Friends
  5. Master’s Apprentices
  6. By The Pain I See In Others
23rd ago2012

Opeth – Blackwater Park

by Martino Pederzolli

Dopo quattro riuscitissimi album, un’intensa attività live ed il conseguente successo di pubblico, gli Opeth sono ormai pronti al salto di qualità. È il 2001 ed il gruppo svedese viene prodotto da una nota casa discografica, la Music ForNations, che li consacra al grande audience e li pone, finalmente, nell’olimpo dei grandi deathsters. L’album partorito in questo fertile contesto è Blackwater Park che prende il nome dall’omonimo gruppo progressive tedesco degli anni’70 e risulta essere più di un omaggio alla scena progressive. Infatti il disco è prodotto da Steven Wilson, frontman dei Porcupine Tree, nota prog band inglese. Tutto ciò salta subito all’orecchio ascoltando le backing guitar di Wilson, le sue tastiere, il mellotron, ed anche il canto nelle parti clean o in coro con Åkerfeldt. Notevole anche l’incremento della qualità sonora: growl più definito, chitarre acustiche più limpide e maggiore importanza data alla sezione ritmica rendono l’ascolto più gradevole e meno invasivo rispetto ai lavori d’esordio. I testi di Blackwater Park ritornano ad essere in forma di poesie, dopo la pausa concept dei due album precedenti, e abbracciano atmosfere più cupe che seguono le sonorità espresse dai musicisti. Anche se il lavoro tende a seguire una linea di principio – la malattia è un filo conduttore nei testi – siamo molto lontani dalla splendida continuità dei dischi passati e l’idea di creare un altro concept album sembra presa in considerazione e subito abbandonata.

Fin da The Leper Affinity si sente la presenza di Steven Wilson (la “telephone voice” è una sua idea) che inserisce un finale al piano di tutto rispetto ed introduce Bleak dove sfoggia una voce tutt’altro che modesta che si sposa meravigliosamente con i riff tipici degli Opeth. In Harvest è possibile apprezzare un duetto alla voce che rende questo pezzo molto particolare, un lento fuori dai canoni dei Nostri che fa notare come il musicista inglese abbia avuto, per citare Åkerfeldt, “un enorme impatto” nel recording del disco. Con The Drapery Falls ci si imbatte, per la prima volta, in un brano decisamente troppo lungo; i quasi undici minuti di questa creazione sono interminabili e potevano essere riassunti in quattro (il radio edit è stato compresso in 5 minuti). Dirge For November, invece, è una canzone tipicamente Opeth dall’intro morbida e dolce e il classico mix di distorsioni e pulito che tanto li ha fatti apprezzare dal pubblico. Si continua con un ritorno alle origini: The Funeral Portrait richiama il modus operandi di Orchid in particolar modo per i testi, che fluiscono sciolti come una poesia di Senghor. L’arpeggio che fa da sottofondo al riff centrale è il pezzo forte e lega in modo straordinario i vari momenti del brano e non manca la voce di Wilson, in chiusura, a dire la sua. Il titolo particolarmente evocativo di Patterns In The Ivy è dato all’interludio di piano e chitarra che gli svedesi hanno voluto prima della finale titletrack Blackwater Park.

Di certo non è il migliore album degli Opeth ma ha il pregio di essere innovativo e, soprattutto, dimostra apertura mentale e disponibilità ad implementare esperienze diverse all’interno di un disco. Ci si chiede se questi ragazzi scriveranno mai un brutto album. Ma siamo sicuri che sarà difficile.

Autore: Opeth Titolo Album: Blackwater Park
Anno: 2001 Casa Discografica: Music For Nations
Genere musicale: Progressive, Death Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra, voce

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. The Leper Affinity
  2. Bleak
  3. Harvest
  4. TheDraperyFalls
  5. Dirge For November
  6. The Funeral Portrait
  7. Patterns In The Ivy
  8. BlackwaterPark
16th ago2012

Opeth – Still Life

by Martino Pederzolli

Forti della loro precedente esperienza con un concept album, gli Opeth tornano alla carica con un secondo lavoro che ricalca il percorso di unità intrapreso con My Arms, Your Hearse. Stiamo parlando di Still Life e la matrice rimane quella a cui ci hanno abituati i nostri svedesi ma senza mai farci mancare la qualità, sia nella composizione musicale sia nella produzione di testi. In questa quarta fatica Åkerfeldt ci racconta di un uomo che ritorna al suo paese dopo 15 anni di esilio, non un normale ostracismo, bensì dovuto al suo aspetto deforme ed al bigottismo dei compaesani. Egli ritorna di nascosto per riavvicinarsi a colei che ama, tale Matilda, e farla fuggire da quel posto privo di qualsivoglia comprensione o carità. Anche se scritti con il classico stile del frontman, i testi sono meno efficaci rispetto al disco dell’anno precedente e tenderebbero a risultare prolissi se non fosse per la lunghezza delle canzoni, che concede pause musicali meritate e di alto livello. The Moor è la degna apripista e la lunga dissolvenza in entrata descrive molto bene l’avvicinarsi del protagonista alla terra natia e lo scoppio del riff iniziale è sintomatico della rabbia che cova verso tutti gli abitanti tranne uno, Melinda. Un urlo apre la descrizione del passato dell’esule e ne sottolinea le intenzioni di vendetta (“there is no forgiveness in these eyes for any of you but one”) mentre il succedersi di spazi melodici e distorti danno risalto alla conclusione secca della traccia. Ma la risoluzione di lui vacilla in Godhead’s Lament dove, tentando di nascondersi il più possibile, medita di lasciar perdere tutto e tornare al suo esilio, conscio del pericolo che corre ad essere lì. Canzone lunga ma immediata, orecchiabile, grazie anche ai due riconoscibili refrain che si fanno ricordare da subito: la parte centrale del dubbio dove il reietto si rende conto che nessuno deve sapere che lui è là, e il finale dove lei apprende del suo ritorno.

Ciò che segue è una novità per chi è avvezzo al modo di comporre degli Opeth: Benighted è una traccia completamente melodica la cui struttura tradizionale (strofa/ritornello/strofa/ritornello x2 /strofa) lascia sorpreso il navigato ascoltatore del gruppo svedese. Vi si narra lo sconcerto dell’uomo nel vedere la sua donna completamente assorbita dalla religione e dalla paura ed il suo tentativo di spiegarle che l’unico modo di evadere, di essere veramente liberi, è di andarsene con lui. Moonlapse Vertigo è il prendere forma del piano di fuga e della sensazione, sempre più concreta, di essere stato scovato mentre nella triste Face Of Melinda scopre che la donna ha preso i voti dopo la sua partenza. Dopodichè si racconta il suo tentativo di riconquistarla, a dispetto della sua condizione e della sua fede che, seppure salda, tende a vacillare nell’ultima strofa quando lei stessa ammette “il mio cuore è tuo”. Un brusco risveglio attende il protagonista in Serenity Painted Death. È prigioniero ed alla sua bella è stata tagliata la gola. I complessi riff di questa song disegnano bene la moltitudine di pensieri ed emozioni che attraversano la mente del protagonista, però solo uno prevale: la rabbia. Uccide i suoi aguzzini ma, alla fine, stremato, viene incatenato e mandato a morte.

Inevitabile, in una comunità di bigotti e religiosi, il tentativo di conversione da parte del “Concilio della Croce” nella conclusiva White Cluster. Il surreale pezzo ‘jazzato’ è lo sfondo adatto al processo del protagonista che non concede questa vittoria ai suoi nemici e viene quindi trascinato al patibolo per essere impiccato. È così che il disco si conclude. Dissolvenza e poi finale arpeggiato, solitario come il cadavere dell’uomo che penzola dalla forca. Che dire, sembra che la vena aurifera di questi ragazzi sia inesauribile e che, nuovamente, siano riusciti a regalarci un altro ottimo lavoro.  Un’ultima curiosità: nel 2003 Åkerfeldt ha avuto una figlia e, indovinate un po’? Il suo nome è Melinda.

Autore: Opeth Titolo Album: Still Life
Anno: 1999 Casa Discografica: Peaceville Records
Genere musicale: Progressive, Death Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra,voce

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. The Moor
  2. Godhead’s Lament
  3. Benighted
  4. Moonlapse Vertigo
  5. Face Of Melinda
  6. Serenity Painted Death
  7. White Cluster
09th ago2012

Opeth – My Arms, Your Hearse

by Martino Pederzolli

Piove. Una pioggia battente apre il terzo studio album degli Opeth My Arms, Your Hearse, seguita da un piano suonato dallo stesso Åkerfeldt che concorre a formare Prologue. Prologo in tutti i sensi perché il disco in questione, datato agosto 1998, è il primo concept album della band svedese. Vi si narra la storia di un uomo che, morendo, diventa un fantasma ed osserva la moglie in lutto per la sua morte, struggendosi a sua volta. Insomma, una tristezza nella tristezza, niente pace nemmeno dopo la morte ma, in fondo, stiamo ascoltando gli Opeth che affrontano con destrezza e maestria la prova del concept. I testi vennero scritti prima della musica e ciò che li caratterizza maggiormente è che l’ultima parola di ogni brano è il titolo del successivo, cosa che suggella e completa la narrazione dell’intero lavoro; inoltre dichiarano, più o meno esplicitamente, un riferimento cronico. Leggendo i brani di fila ci si accorge infatti che le stagioni passano ed il disco si chiude esattamente un anno dopo, verso la fine dell’inverno, ma senza che nulla sia sostanzialmente mutato nella vita dell’una e nella “non vita” dell’altro. Tra l’altro anche i brani strumentali hanno un testo (si trova nel booklet) una scelta coraggiosa a nostro avviso ma che esprime bene il lavoro di ricerca svolto dal gruppo sui testi e sulla musica che, in questi casi, funge da “altro” testo.

April Ethereal apre il primo scorcio nella vita dei due rivelando da subito un growl più potente e più definito, incastri di chitarra di pregevole fattura ed il consueto, pazzo, songwriting degli Opeth. Alternando compositi riff distorti a suoni puliti e mai scontati, i Nostri ci accompagnano lungo l’album attraverso When (con un intro di chitarra che sorride a To Live Is To Die dei Metallica), in cui i vari movimenti fluiscono naturalmente l’uno dentro l’altro senza forzature. Madrigal è la seconda traccia strumentale che si incontra: le due chitarre come i due protagonisti, uno di fronte all’altra, creano pathos, intimità, e nel testo si legge di lui che vorrebbe carezzarle “gli occhi fin quando non si apriranno più” ma è consapevole della sua inconsistenza. Si cambia allora registro con la potentissima The Amen Corner, che annuncia l’estate con un riff infuocato per affrontare poi, a metà canzone, le ritmiche tipiche del doom con le lente avanzate e chiudendo con un lento sfumare (unico pezzo nel disco dove si nota il basso).

Demon Of The Fall porta con sé l’autunno e l’atmosfera fredda, luttuosa che si fanno subito sentire in questo brano. Ciò che segue, con molta sorpresa per chi ascolta, è una pulitissima Credence dove le influenze progressive emergono con forza visto il carattere “cosmico” di questa canzone. Chitarra allungata ed elastica e voce quasi sospirata, inquadrano il pezzo in una cornice diversa dal metal. Nulla a che vedere con la successiva Karma, la summa musicale di questo lavoro, che passa in rassegna le idee degli Opeth: dai suoni tipici di Orchid fino alle scelte più vicine all’ambiente rock di questa ultima fatica.

Si chiude con la floydiana Epilogue dove ci aspetta anche un hammond, suonato per l’occasione da Fredrik Nordström (produttore e musicista), ed i richiami a Waters e compagni sono molto più di una citazione in questa conclusione che simboleggia la fine dell’inverno e l’inizio della primavera riportando l’ascoltatore nuovamente al prologo, nell’infinito succedersi delle stagioni.

Autore: Opeth Titolo Album: My Arms, Your Hearse
Anno: 1998 Casa Discografica: Candlelight Records
Genere musicale: Prog Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra, voce

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. Prologue
  2. April Ethereal
  3. When
  4. Madrigal
  5. The Amen Corner
  6. Demon Of The Fall
  7. Credence
  8. Karma
  9. Epilogue
02nd ago2012

Opeth – Morningrise

by Martino Pederzolli

Giugno 1995, è appena trascorso un anno dalla pubblicazione di Orchid ma i nostri Opeth prendono tutti in contropiede dando alla luce il loro nuovo lavoro: Morningrise. Cinque tracce, oltre un’ora di durata e già si può capire che il quartetto svedese non ha abbandonato il modus operandi adottato finora e se prima avevano gettato le basi per nuovi orizzonti nel metal, in questo album ampliano i concetti espressi l’anno prima per elevarli ulteriormente producendo quello che è universalmente riconosciuto come il loro capolavoro. Nulla è lasciato al caso in Morningrise, in particolare gli intrecci delle due chitarre che giocano fra di loro creando stupende doppie voci sia nel distorto che nel pulito ed in modo efficace accompagnano l’ascoltatore attraverso i vari momenti di ogni brano; la linea del basso è più significativa rispetto al passato ed offre degno contrappunto alle cugine a sei corde contribuendo a formare le epiche melodie, prerogativa di questo lavoro. Frequenti gli inserti folk e progressive in maggior misura nelle parti melodiche, che in questo album sono di più rispetto al predecessore, ma anche jazz e soprattutto black metal al quale Mikael Åkerfeldt si ispira per la registrazione della traccia vocale distorta, lontana ed imprecisa.

In apertura troviamo Advent che immediatamente ci catapulta nell’atmosfera noir, oscura ma non maligna, che permea il lavoro degli Opeth e che non lascia speranze nemmeno negli improvvisi cambi. I testi, incentrati su visioni oniriche e ricordi lontani, hanno la struttura di poesie ed hanno molto peso nel dare il giusto umore lungo tutte le tracce. Particolarmente significativa, in questo senso, è The Night And The Silent Water, dedicata al nonno di Åkerfeldt deceduto poco tempo prima delle registrazioni dell’album. Le strofe si susseguono sciolte, in un torrente che travolge chi ascolta ma soprattutto il cantante (“Your face was, like the photograph, painted white, we did not speak very often about it, what does it matter now?”) che riesce a far percepire immediatamente il brano che, a tutti gli effetti, è il miglior pezzo dell’album.

All’interno di Morningrise troviamo anche la lunga suite Black Rose Immortal, il brano più lungo della carriera degli Opeth, oltre venti minuti, che però perde colpi rispetto al resto del disco risultando più come un’accozzaglia di idee che come un progetto con un capo ed una coda. Forse questo è il punto debole del lavoro dei Nostri; nasce spontaneo chiedersi se non ci sia troppa carne al fuoco e se i ragazzi avrebbero dovuto diluire la creatività in meno tempo o in più tracce o più album perchè risulta difficile arrivare in fondo e To Bid You Farewell, l’ultima song, sembra quasi un surplus. Ma riflettendo, questo non è esattamente il tipo di lavoro fatto per essere assunto tutto in una volta, merita anzi più e più ascolti per essere interiorizzato ed ogni volta riuscire a scoprire una sfumatura, una sensazione, un angolino di Opeth che era sfuggito.

Il masterpiece che abbiamo di fronte dovrebbe essere provato in situazioni diverse, in stagioni diverse, in umori diversi e così esprimerà il suo vero potenziale: l’avere mille sfaccettature che lo rendono sempre fruibile.

Autore: Opeth Titolo Album: Morningrise
Anno: 1996 Casa Discografica: Candlelight Records
Genere musicale: Death Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – voce, chitarra

Fredrik Åkesson – chitarra

Martin Mendez – basso

Martin Axenrot – batteria

Joakim Svalberg – tastiera

Tracklist:

  1. Advent
  2. The Night And The Silent Water
  3. Nectar
  4. Black Rose Immortal
  5. To Bid You Farewell
26th lug2012

Opeth – Orchid

by Martino Pederzolli

Nel 1990 due ragazzini svedesi (David Isberg e Mikael Åkerfeldt) decidono di formare un gruppo e, dopo varie vicissitudini, cominciano a suonare in una scuola elementare di Täby, cittadina non lontana da Stoccolma. Ecco come si è formata una delle band death metal più originali del panorama musicale ed ecco come è nato il loro primo album Orchid. Siamo nel 1995 ed il disco che gli Opeth hanno appena partorito, ed anche co-prodotto, è pronto per esplodere nel cranio degli ascoltatori e lasciare un imprinting di ciò che sarà il loro marchio di fabbrica: feroce death metal con ampi inserti melodici, linee compositive barocche e testi dark, aggressività e delicatezza messe assieme. Tutto ciò che i Nostri vogliono esprimere è chiaro e le loro intenzioni si notano fin da subito non lasciando spazio a dubbi o compromessi, come testimonia la prima traccia In Mist She Was Standing; oltre 14 minuti di “manifesto Opeth” che hanno come pilastro centrale la particolarissima chitarra di Mikael Åkerfeldt, principale mente del quartetto. Riff articolati e complessi si alternano ad aperture melodiche che rimandano al progressive di 25 anni prima ed influenzano anche i conterranei Dark Tranquillity nella scrittura del poco più giovane The Gallery.

È la volta di Under The Weeping Moon, con il suo lungo stacco centrale che, come un mantra, riesce a far perdere il conto dei minuti per poi riportarci violentemente alla realtà con un attacco di doppio pedale che accompagna un riff acido e ripetitivo e Åkerfeldt che si produce in uno screaming bestiale (“I am the watcher in the skies!”). Segue l’interludio piacevolissimo Silhouette, composto e suonato dal batterista Anders Nordin che sottolinea i tratti gotici e noir e non rinuncia a qualche rapida fuga stile Keith Emerson. Con questa traccia di piano si ritorna al formato canzone ma è solo una piccola eccezione perché si prosegue con l’imponente Forest Of October, la traccia che ha il mood più oscuro di tutto il disco, e per oltre 13 minuti ci si fa trascinare su e giù tra spazi di riflessione e rapidi cambi nei quali giunge improvvisa la voce del cantante che ci racconta, a suo modo, la vita oltre la morte, l’unità di anima e mente e la solitudine. Con The Twilight Is My Robe l’esplorazione vocale melodica di Mikael Åkerfeldt si fa più profonda permettendo di ascoltare diversi cantati puliti che ben si sposano con le lunghe parti di chitarra di questo particolare brano e che fanno da preludio a Requiem, un intermezzo di chitarra spagnola che, per un errore in fase di mixaggio, viene tagliato della sua ultima parte che è invece messa come “intro” alla traccia che conclude il primo lavoro degli Opeth, The Apostle In Triumph. In quest’ultima fatica sono da notare gli splendidi stacchi accompagnati dal violino, un’ulteriore conferma dell’influenza folk nel comporre, ed il sound che si presenta più epico ed aperto anche nei pezzi distorti rispetto alle tracce precedenti. L’album si chiude con la voce pulita del cantante che ci lascia con “…as the rain keeps falling…”.

È un disco, Orchid, che ha dentro di sé moltissime influenze (prog, jazz, folk…) ed altrettante idee che sono esposte in maniera impeccabile per un album d’esordio di quattro ventenni. A volte può sembrare confuso, ma è un lavoro da gustare con calma e che merita molti ascolti per essere davvero apprezzato; insomma un ottimo primo passo.

Autore: Opeth Titolo Album: Orchid
Anno: 1995 Casa Discografica: Candlelight Records
Genere musicale: Death Metal Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.opeth.com
Membri band:

Mikael Åkerfeldt – chitarra, voce

Peter Lindgren – chitarra

Johan DeFarfalla – basso

Anders Nordin – batteria, pianoforte

Tracklist:

  1. In Mist She Was Standing
  2. Under The Weeping Moon
  3. Silhouette
  4. Forest Of October
  5. The Twilight Is My Robe
  6. Requiem
  7. The Apostle In Triumph
  8. Into The Frost Of Winter (traccia bonus nella ristampa del 2000)