17th set2012

Pearl Jam – Backspacer

by Giuseppe Celano

Per un attimo il disco comunemente denominato Avocado ci aveva fatto sperare in un moto di stizza, in un colpo di reni, in un ritorno d’orgoglio e vena creativa di questa grande band che sta inesorabilmente invecchiando. Come? Purtroppo né bene né male, lentamente si però. A differenza del precedente capitolo questo nono figlio di Vedder e soci risulta più classico e altrettanto prevedibile. Cosa manca? Le grandi canzoni, la forza prorompente e dirompente di quel rock che li ha resi grandi. Anche l’opener Amongst The Waves stenta a decollare, le manca la forza dei predecessori. Prima di sentire un po’ di elettricità, per altro abbastanza telefonata, bisogna attendere Gonna See My Friend, terza traccia dal piglio punk che nell’inciso muta verso qualcosa di strano, come un esperimento genetico mal riuscito. Il senso di stranimento è forte, non si capisce cosa passi per la testa dei cinque musicisti né dove si vuole collocare questo lavoro rispetto alla loro discografia. Ma su tutto non è chiara quale sia la loro direzione. Come sempre immaginiamo che dal vivo alcuni di questi pezzi perderanno la pettinatura da studio diventando nuovi cavalli di battaglia su cui la potenza di fuoco incrociata delle due asce incontrerà il favore della sezione ritmica scatenandosi come la furia degli elementi (Got Some). I Pearl Jam oggi sono immobili, “nessuna nuova buona nuova” direte voi, dipende dai punti di vista ma in questo caso non è cosi. Se il rock è sangue e muscoli, nervi tesi e affanno, se deve lacerare e dilaniare, se soprattutto deve portare con sé nuova linfa compositiva, che senso ha costruire un album così conservativo?

Conservazione di cosa poi? Non di certo del fulgido passato, perché siamo lontani anni luce dai tempo di VS e Vitalogy. Non basta ammiccare a sonorità accomodanti, tanto furbe da non farsi mollare dai vecchi fan e altrettanto buone da usare in tournée, per poter affermare che i Pearl Jam siano ancora nella ionosfera del rock. Backspacer culla invece di aggredire, allenta invece di stringere la morsa intorno al songwriting più tranquillo, pacifico oseremmo dire. Certo non si può rimanere incazzati tutta la vita, ma si può scegliere il silenzio optando per una produzione parca e ponderosa. Per quanto la matematica e le statistiche centrino poco con il rock e l’ispirazione, potremmo affermare che con la sommatoria dei brani migliori di quest’ultimo lavoro, insieme a Riot Act e Binaural, potremmo ottenere un solo disco decente.

In soldoni Backspacer contiene tutti gli elementi che hanno caratterizzato la carriera del combo di Seattle, ma tutti così bene allineati e sistemati al loro posto da far pensare a un disegno ben preciso, una fotocopia sbiadita a dire il vero. Quindi troviamo il pathos di Just Breathe, la ballata topica Speed Of Sound e il classico impeto punk, ma senza colpo ferire, di Supersonic. Meglio fa The End ma è davvero ben povera medicina se paragonata al resto delle track. A vederli oggi sembrano dei felici quarantenni che cercano di superare, in un terreno di gioco che non è più loro, Usain Bolt e il suo record da centometrista, un’impresa chiaramente impossibile. Hanno le idee e i mezzi tecnici ma non la forza né la fame per portarli a compimento. Il nostro augurio, nei loro confronti, è di riprendere il timone della loro produzione ormai saldamente nelle mani dell’impietoso tempo. Noi ci auguriamo di vederli dal vivo, unica dimensione in cui la band riesce a ottenere livelli d’eccellenza lontani anni luce per molti e irraggiungibili per altri.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: Backspacer
Anno: 2009 Casa Discografica: Universal
Genere musicale: Rock Voto: 5,5
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Matt Cameron – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Gonna See My Friend
  2. Got Some
  3. The Fixer
  4. Johnny Guitar
  5. Just Breathe
  6. Amongst The Waves
  7. Unthought Known
  8. Supersonic
  9. Speed Of Sound
  10. Force Of Nature
  11. The End
10th set2012

Pearl Jam – Pearl Jam

by Giuseppe Celano

Meglio. Sì, decisamente meglio delle loro ultime sfornate in studio. Ma potrebbero fare di più, lo sappiamo tutti, anche loro. Inutile recriminare sulla parabola discendente degli ultimi Pearl Jam, sarebbe troppo facile e scontato. A tre anni abbondanti dall’operazione Lost Dogs, i Nostri ci riprovano con l’ottavo album fatto di tredici brani nuovi di zecca. Cosa potremmo dire di una band che ha indelebilmente segnato gli anni novanta? Su che punti potremmo apostrofarli negativamente e su quali altri decantare le loro lodi? Sarebbe un’impresa impossibile da eseguire senza cadere nel banale o comunque senza dimostrarsi di parte. Ci limiteremo ai fatti o alla musica se preferite. I nuovi PJ suonano viscerali, sono ritornati a una dimensione cavernicola e primitiva. Via gli orpelli, solo punk e rock, sudore e sangue, polvere e macerie da cui probabilmente ricostruiranno la loro fortezza, o forse no, ma questo non importa ora. Non c’è più spazio, stavolta, per le sperimentazioni, la band opta per l’uso muscolare delle chitarre, riffano e arraffano i nuovi Pearl Jam. Si riempiono la bocca di assoli potenti e veloci (Life Wasted), ritirano fuori la melodia (Severed Hand). Con molta probabilità Vedder e soci hanno sentito la necessità di scrollarsi di dosso il tanfo di stantio, quell’odore rancido delle loro ultime produzioni. Di colpo, come per magia, si sono risentiti vivi e giovani, forti e spregiudicati. Pearl Jam è un disco sanguigno, nervoso e feroce. È in gioco il loro futuro, e quando il gioco si fa duro…ci siamo capiti.

Non mancano i riferimenti alla politica espressi caldamente nel passato ma senza quella giusta dose d’esperienza e nervi tesi che oggi il combo ha profondamente assimilato e risputato fuori con rabbia. Si schierano apertamente con l’America ferita nel suo ego, messa in ginocchio da un attacco durissimo del 2011 e ridicolizzata dalle successive scelte politiche dell’amministrazione Bush. In questo disco potrete trovare piccole lezioni di classe, guide all’uso malsano del riff penetrante e spezza ossa mutuate dagli Who prima e dagli Zeppelin dopo. Le due “asce” portanti non dimenticano gli insegnamenti, in acido, del loro mentore Jimi Hendrix, si dissetano nel punk malsano e sconnesso dei Dead Kennedys e scelgono qualche strana svisata pop, testimoniata dalla sghemba ballata Parachutes. In Unemployable , non proprio un pezzo riuscitissimo, la testa corre al “Boss” mentre in altri casi l’uso del rifferama marmoreo scomoda perfino gli Ac/Dc. Ottima la performance di Vedder che ha ritrovato la sua solita vena polemica, le sue ferite sanguinano e il suo urlo si fa più vero e credibile. Superata la metà dell’album, l’iniziale urgenza di comunicare un disagio arrivato al limite lascia il posto a atmosfere più strane e complesse, rese intriganti da arrangiamenti più curati.

Ma niente paura perché appena sembra che la band abbia abbassato la guardia ci pensa Big Wave a ristabilire l’ordine delle cose. Quale ordine vi starete chiedendo? Quello di distruggere tutto ciò che non permette il raggiungimento della libertà tanto decantata (spesso a suon di guerre mai del tutto vinte) dal popolo americano. Della stessa pasta sono fatte Worldwide Suicide e Comatose, veri e propri montanti rilasciati di Mike Tyson in persona. Della serie “nelle ballate non ci supera nessuno” arriva Gone, modello Better Man ma senza la stessa classe, che parte con la chitarra arpeggiata per poi confluire nella classica cavalcata in cui tutti i membri della band ci mettono del proprio. Sorvolando su Wasted Reprise e Army Reserve ci si avvia verso il finale che viaggia sulle note di Come Back, una ballata triste e malinconica molto sentita da Eddie, la cui voce sembra tremare visibilmente in ogni sua deliziosa mutazione. Sigilla il tutto Inside Job, una lunga ed elegante crociata rock con tanto di pianoforte, crescendo mozzafiato e finale in classico stile Pearl Jam. Che volete di più da una delle formazioni più importanti degli ultimi vent’anni, che si avvia (non proprio mestamente verso i quarant’anni) e che dal vivo ha ancora la potenza distruttiva dell’eruzione del Krakatoa?

Nessuna band è mai riuscita a mantenere a livelli altissimi tutta la loro produzione: l’età avanza, i tempi cambiano, le mode influiscono e questa regola vale anche per Vedder e soci che di certo hanno visto tempi migliori, ma in confronto ai loro ultimi due sufficienti e sconnessi lavoretti questo sembra davvero un piccolo faro in un mare di mediocrità altrui. I Pearl Jam hanno ritrovato, non sappiamo per quanto ancora, una vena forte e credibile. Non serve altro, almeno a noi.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: Pearl Jam
Anno: 2006 Casa Discografica: J. Records
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Matt Cameron – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Life Wasted
  2. World Wide Suicide
  3. Comatose
  4. Severed Hand
  5. Marker In The Sand
  6. Parachutes
  7. Unemployable
  8. Big Wave
  9. Gone
  10. Wasted Reprise
  11. Army Reserve
  12. Come Back
  13. Inside Job
03rd set2012

Pearl Jam – Lost Dogs

by Giuseppe Celano

Dopo il fiacco Riot Act i Pearl Jam danno in pasto ai fan un doppio cd di outtakes, versioni alternative, inediti regali natalizi e ghost track, che nella prima settimana vende novantamila copie. Stiamo parlando di Lost Dogs considerato dai maligni come un’operazione commerciale che lascia trasparire un impoverimento ormai inarrestabile della loro vena creativa, mentre per i fan diventa una chicca imperdibile. La verità sta in mezzo, quest’uscita del 2003 vive di luci e ombre mostrando ancora qualche vibrazione positiva e fascicolazioni muscolari degne di un passato splendente ma offuscato da ciò di cui abbiamo ampiamente parlato nelle recensioni dei loro due ultimi lavori. Sarebbe impossibile, e altrettanto noioso, parlare singolarmente dei trenta brani, ci limiteremo a segnalarvi le cose più importanti, a nostro avviso, evitando la classica e pedante elencazione. In pezzi come Alone si ritorna a respirare il profumo che da sempre ha contraddistinto le pietanze servite da questa band. Non mancano passaggi a nervi scoperti come Leaving Here o sciccherie come Gremmie Out Of Control. Dei singoli natalizi citiamo solo Last Kiss diventato suo malgrado un hit radiofonico trasmesso dalle radio tanto da costringere il gruppo a pubblicarla per beneficenza. Infine vi segnaliamo Don’t Gimme No Lip (Stone Gossard alla voce), Sad Education e Fatal.

Lost Dogs è un buon lavoro che per forza di cose soffre di disomogeneità, gap colmato dalla certosina pazienza, professionalità e ricerca di perle “perse” dentro una discografia di un certo spessore. Di tutto questo ne è testimone Yellow Ledbetter classica perla eseguita dal vivo e mai incisa su cd. Non potete mancare la stranezza psichedelica di Whale Song o il pop wannabe di Down. Non mancano i riferimenti al blues in Footsteps e le ballate come Hard To Imagine. 4/20/2002, che chiude il secondo album, è dedicata a Layne Stailey morto durante le registrazioni di Riot Act. Ma è anche doveroso, e necessario, elencare le imperdonabili e incomprensibili, se non a livello di marketing futuro, le grandi assenti fra cui svettano le due canzoni incise con il loro mentore Neil Young, I Got ID e Long Road, tratte dal singolo Merkinball che i più fortunati hanno ascoltato occasionalmente nei live della band. Sono altrettante le cose che mancano, ad esempio i singoli con Beck, i pezzi della colonna sonora di Singles e i vari duetti con Ben Harper senza tralasciare Happy When I’m Crying scritto a quattro mani i R.E.M.

Non è in questo disco che troverete l’anima dei cinque cavalieri di Seattle, ma di certo all’interno di quest’onesto lavoro potrete trovare qualcosa di inaspettato e piacevole che lascia trasparire l’altra faccia della medaglia di questa grande rock band.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: Lost Dogs
Anno: 2003 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Matt Cameron – batteria, percussioni

Tracklist:

Disc 1

  1. All Night
  2. Sad
  3. Down
  4. In The Moonlight
  5. Hitchhiker
  6. Don’t Gimme No Lip
  7. Alone
  8. Education
  9. U
  10. Black, Red, Yellow
  11. Leaving Here
  12. Gremmie Out Of Control
  13. Whale Song
  14. Undone
  15. Hold On
  16. Yellow Ledbetter

Disc 2

  1. Fatal
  2. Other Side
  3. Hard To Imagine
  4. Footsteps
  5. Wash
  6. Dead Man
  7. Strangest Tribe
  8. Drifting
  9. Let Me Sleep
  10. Angel
  11. Last Kiss
  12. Sweet Lew
  13. Dirty Frank
  14. Brother- instrumental
  15. Bee Girl
  16. Untitled
13th ago2012

Pearl Jam – Riot Act

by Giuseppe Celano

Sette è un numero importante, soprattutto quando hai un onore da difendere e una carriera da portare avanti, ma non è sempre semplice risucire a superare questa prova. Riot Act è il settimo album dei Pearl Jam che stavolta, per la registrazione, si affidano alle sapienti mani di Adam Kasper ed esce nel 2002. Registrato in due tronconi e missato da Brendan O’Brien, il nuovo lavoro della band è un art rock particolare e ricco di accordature diverse. I nuovi pezzi sono un continuo richiamo al loro passato ma proprio per questo nascondono una serie di insidie da cui è praticamente impossibile fuggire. Sebbene si regga sulle proprie gambe emerge chiaramente un senso di conservazione misto alla polvere che lentamente si deposita fra i solchi di questo lavoro. Le liriche sono pienamente influenzate dall’attacco alle torri gemelle e parlano apertamente di dolore, perdita, disagio e paura. Molti dei brani presenti in questo lavoro sono stati scritti a più mani da Eddie e soci, ma è nel canto che il disco sembra diverso. Vedder lo affronta con meno impostazione tecnica, sembra orientarsi verso un aproccio istintivo e senza fronzoli. La musica è molto meno cerebrale e più diretta, punk se preferite. La risposta alla violenza sul territorio americano prevede una forma di ottimismo disilluso, mascherato da un invito all’azione anarchica. Eddie s’interroga sugli effetti di quel patriottismo tipico della società americana, spazzato via in pochi minuti da una furia cieca e brutale.

Riot Act è l’album in cui il leader della band sfoggia le sue opinioni politiche diventando un Bono più credibile e meno spocchioso ma nel complesso, e sulla lunga distanza, è la musica a soffrire seriamente di nuove formule vincenti. Mancano quelle grandi canzoni che hanno reso immortali i Pearl Jam. Latitano le grandi cavalcate, le ballate sofferenti e soprattutto non c’è il benchè minimo spunto per un rinnovamento necessario e dovuto dopo oltre dieci anni di carriera. I Pearl Jam insistono nel ripetersi, come degli ottimi falsari alle prese con le loro stesse opere. Musicalmente parlando tutto questo si traduce nella furba apertura di Can’t Keep, potente ed energica come ogni opener della band, e nella ballatona triste Love Boat Captain (dedicata ai morti di Roskilde). Neanche l’immancabile singolo I Am Mine, la buona Get Right e l’invettiva contro Bush (Bu$hleaguer) bastano a rialzare le sorti di un disco condannato ad un palese anonimato.

Bisogna coraggiosamente affermare che i Pearl Jam hanno perso i punti di riferimento che caratterizzarono il loro esordio, optando per facili scorciatoie. Non basta sfornare triti riff poderosi con chitarre distorte e sparare a zero sulla politica per guadagnarsi una forma di credibilità e lo status di duri e puri del rock. Insomma Rioct Act tradisce il proprio scopo, sin dal titolo, rimanendo imprigionato nel passato, lo stesso passato che la band vorrebbe teoricamente distruggere con un messaggio di cambiamento (interno) non ancora avvenuto. I Pearl Jam di oggi sono i peggiori nemici che possano incontrare sulla loro strada, la cristallizazzione di una formula funzionante, ma prevedibile come una somma algebrica, li fa sembrare come un transatlantico splendente incapace di prendere il largo perchè ancora saldamente ancorato al proprio passato.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: Riot Act
Anno: 2002 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Matt Cameron – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Can’t Keep
  2. Save You
  3. Love Boat Captain
  4. Cropduster
  5. Ghost
  6. I Am Mine
  7. Thumbing My Way
  8. You Are
  9. Get Right
  10. Green Disease
  11. Help Help
  12. Bushleaguer
  13. 1/2 Full
  14. Arc
  15. All Or None
06th ago2012

Pearl Jam – Binaural

by Giuseppe Celano

Il sesto disco dei Pearl Jam, all’indomani del successo mondiale di Yield, è caratterizzato da seri problemi di riabilitazione da droghe per il chitarrista Mike MaCready e con il blocco dello scrittore per Eddie che, per la prima volta nella sua carriera, si trova impegnato a fronteggiare la sindrome del foglio bianco. Nel frattempo qualcos’altro è cambiato, Brendan O’Brien è stato rimpiazzato, almeno in parte, da Tchad Blake, famoso per l’utilizzo del doppio microfono per un effetto 3D. E non solo, anche la struttura fondamentale della sezione ritmica cambia con l’ingresso di Matt Cameron al posto di Jack Irons. Come per l’album precedente, anche queste sessioni sono il frutto di un lavoro individuale che poi confluisce in studio pronto per essere missato. Binaural risulta un album meno rock e decisamente orientato verso sperimentazioni dal piglio punk. I Pearl Jam cercano brani più complessi e meno facili da assimilare costringendo i loro ascoltatori ad un approccio più difficoltoso che richiede molta concentrazione. E con l’arrivo di Cameron anche la sezione ritmica assume un’altra forma, più stratificata e stabile. Il disco si avvita su cambi di tempo, atmosfere riflessive, virate postpunk, code psichedeliche e ballate quasi al limite del folk. Il nuovo lavoro è più rilassato, libero insomma dalla morsa del grunge, i brani sono eterogenei, il suono secco sembra urlare a chiare note la voglia di distaccarsi da un genere che loro malgrado li ha fagocitati.

Nessun antagonismo con i Nirvana, basta gare per il podio e pochi ammiccamenti al pubblico i cinque cavalieri di Seattle scelgono di suonare ciò che amano attraverso uno stile ormai consolidato. Nessun brano sembra un vero e proprio singolo, il senso di omogeneità prevale su tutto, Binaural è un album più pacato ma non domo. La guardia è sempre alta, come maestri di arti marziali, riflessivi e letali come l’attacco di un cobra reale. Se nel precedente lavoro avevamo citato Neil Young come maggiore influenza oggi possiamo dire che Vedder e soci guardano con più attenzione al suono che ha reso grandi gli The Who. È Breakerfall con i suoi due minuti a violare il silenzio affettandolo chirugicamente nota dopo nota. God’s Dice e Grievance sono il piglio punk di cui sopra che, mischiato all’indomabile gene dell’hard rock, danno vita a un connubbio vincente e incendiario, modello MC5 tanto per capirsi. I testi spaziano dall’onnipresente disagio di Eddie alla critica sociale contro eventi come la strage della Colombine High School. Non mancano i momenti di romanticismo, e i primi segnali d’innamoramento per l’ukulele in Soon Forget.

Binaural è un album basico, forse scontenterà molti fan di vecchia data abituati a riff granitici e brani spaccaossa, ma sarebbe un errore considerarlo un album figlio di dei minori.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: Binaural
Anno: 2000 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Matt Cameron – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Breakerfall
  2. God’s Dice
  3. Evacuation
  4. Light Years
  5. Nothing As It Seems
  6. Thin Air
  7. Insignificance
  8. Of The Girl
  9. Grievance
  10. Rival
  11. Sleight Of Hand
  12. Soon Forget
  13. Parting Ways
30th lug2012

Pearl Jam – Yield

by Giuseppe Celano

A due anni di distanza dalla momentanea battuta d’arresto, testimoniata da No Code (1996) che aveva fatto prendere un colpo a molti fan, i Pearl Jam si buttano a capofitto nel loro quinto album, intitolato Yield. Se il suo predecessore viveva di luci e ombre, quest’ultime proiettate sul futuro molto incerto della band tanto da ventilare l’ipotesi dello scioglimento, il nuovo lavora cambia registro e, mettendo una marcia in più, si riporta sui livelli di Ten e Vs. ma con una maturità che lo eleva per qualità e ispirazione. Non solo ritrovano la capacità di scrivere insieme i brani, riequilibrando le varie parti in un’armonia compositiva, ma si riappropriano della capacità di scolpire riff granitici, tipici del loro impetuoso rock da stadio. La conseguenza di tutto ciò è visibile anche nei testi, spesso ispirati da opere letterarie che vanno da Bukowski a Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulkagov passando per Daniel Quinn. A differenza del passato infatti le liriche sono più aperte e positive, Eddie indaga sempre sulla psiche dell’uomo nelle sue varie forme, ma in maniera più pacata e riflessiva. L’unica cosa immutata, in questi anni di cambiamenti, rimane la scelta di collaborare con Brendan O’Brien, saldamente ancorato al timone della produzione. Con Yield il combo di Seattle non s’impone limiti di tempo, si registra alla vecchia maniera, ogni membro porta dei frammenti che diventano formato canzone. I loro detrattori potrebbero accusarli di una svolta pop con atteggiamento radio-friendly, ma la verità è che le nuove composizioni sono efficaci e vivono in un equilibrio stabile. Per quanto riguarda il titolo, la teoria più accreditata è che si riferisca al tema centrale di Ishmael, romanzo di Daniel Quinn, che suggerisce di “arrendersi e concedersi alla natura”.

Passando alla musica, Yield si apre sulle note urgenti di Brian Of J. in cui Eddie passa dal canto muscolare al sussurro con un’eleganza invidiabile, le chitarre sferzano come vento caldo del deserto alzando una sabbia bruciante che arriva dritta negli occhi. Il piglio energico e graffiante dell’opener si stempera velocemente nella successiva Faithful, ballata in pieno stile Pearl Jam che sceglie una melodia accattivante e chitarre ben strutturate su cui Eddie fornisce un buona prova vocale. L’andamento lineare della sezione ritmica in No Way è contrappuntato dal lavorio incessante di chitarre sepolte nel missaggio che, dissociandosi dal rifferama portante, creano un effetto straniante, reso piacevole dalle linee melodiche della voce. Ma è con Give To Fly, gemella legittima di Going To California e riconosciuta da Robert Plant (durante quel tour la eseguirà proprio come Eddie) che i Nostri toccano uno degli highlight dell’intero lavoro. La melodia cristallina, le vette emozionali, la somiglianza ormai definitiva con gli Zeppelin colpiscono l’ascoltatore nel profondo, risvegliando le emozioni più nascoste.

Le buone intenzioni e i sogni sono impressi nella lista dei desideri della successiva Whishlist che, come le precedenti ballate, gioca sull’ormai consolidata coppia melodia e ugola di Vedder, vocalmente più credibile e vero rispetto al passato. L’assolo elegante e austero s’infila fra gli arpeggi delle chitarre mai invadenti per un risultato vincente. Con Do The Evolution, brano dedicato al controllo maniacale delle vite attraverso l’ossessione per la tecnologia, i Nostri sferrano un uppercut dritto sul mento, di quelli che ti mettono al tappeto. Ottimo anche il video che l’ha reso un classico delle loro esibizioni. Bisogna attendere otto brani per ritrovare un minuto di quella sperimentazione tanto cara alla band in Untitled, brano scritto da Jack Irons. Il tentativo sperimentale è raddoppiato in Push Me, Pull Me. MFC scivola via veloce con andamento dritto su binario lasciando spazio a un’altra ballata, e siamo a quota cinque, intitolata Low Light. Non si fatica a immaginarli mentre la eseguono dal vivo con quella melodia delicata, l’andamento sinuoso con le chitarre che accarezzano il cuore e gli accendini del pubblico in totale adorazione.

Yield non solo è l’album del ritorno, non che se ne fossero mai andati davvero, ma rappresentata anche il consolidamento interno della band e la cristallizzazione agli occhi della critica e del pubblico che ormai li ha eletti a vere e proprie star. Il valore emotivo e musicale di quest’album non sarà mai più eguagliato in seguito anche se il quintetto manterrà alta la bandiera di un rock poderoso e sempre socialmente impegnato. Vi aspettiamo lunedì prossimo con il nuovo capitolo di questa saga intitolata semplicemente Pearl Jam.

P.S. Per i più curiosi Push Me, Pull Me contiene un passaggio di Happy When I’m Criying, scritto da Irons e rilasciato successivamente nel 1997, e All Those Yesterdays contiene Hummus.

Autore: Peral Jam Titolo Album: Yield
Anno: 1998 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Rock Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Jack Irons – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Brain Of J.
  2. Faithful
  3. No Way
  4. Given To Fly
  5. Wishlist
  6. Pilate
  7. Do The Evolution
  8. Untitled (The Color Red)
  9. MFC
  10. Low Light
  11. In Hiding
  12. Push Me, Pull Me
  13. All Those Yesterdays
23rd lug2012

Pearl Jam – No Code

by Giuseppe Celano

È il 1996 quando i Pearl Jam danno seguito all’ottimo Vitalogy licenziando il loro nuovo lavoro. È corretto chiarirlo da subito: No Code è un album minore che segna una battuta d’arresto significativa. Al di là delle vendite alquanto scarse e delle posizioni in classifica anche le recensioni sono spesso contrastanti, se non addirittura fredde. La copertina è un collage di 156 polaroid (2×2) apparentemente scollegate fra loro. Sul titolo del disco la band fornisce varie contrastanti versioni, quella più vicina alla realtà indicherebbe il totale fallimento del nuovo lavoro per cui la band adotta una locuzione medica per indicare l’impossibilità di recuperare un paziente che ha perso la capacità di respirare o di far battere il cuore senza l’ausilio di macchinari artificiali. La band rischia lo split e i vari side-project sono lì a testimoniarlo. McCready si dedica anima e corpo ai Mad Season, Jeff Ament dà sfogo alle sue necessità psichedelico/acustiche con i Three Fish e Stone Gossard impegna le sue energie con l’etichetta Loosegroove. Infine l’ennesimo cambio di batterista (Irons per Abruzzese) indebolisce ulteriormente una stabilità interna già seriamente minata. A complicare il tutto sottraendo altre energie c’è l’invito del mentore Neil Young che li ospita come back band per la registrazione di Mirrorball.

A differenza dei suoi predecessori molto più a fuoco e diretti il quarto album (con)vive con contrasti e incertezze che si riflettono impietosamente nella struttura dei brani. Il disco appare disomogeneo e sebbene i più ottimisti possano azzardare che la band spazi in altri generi che vanno dalla sperimentazione al punk garage, la verità è che il risultato è altalenante. No Code è un disco di transizione che rimane sospeso fra il ricordo e la voglia di esprimere un concetto molto diretto con piglio punk e la smania di ritrovare i riff granitici che hanno reso grandi i Nostri. Tutto questo si può leggere facilmente nella sommessa opener Sometimes seguita dall’urgenza accademica di Hail Hail. La possibilità di sperimentare, tanto cara al combo di Seattle, emerge chiaramente nella psichedelica e quasi tribale Who You Are, bissata a sua volta da In My Tree, una specie di figlia illegittima di W.M.A.. Bisogna attendere quota cinque per sentire qualcosa di più vicino ai classici della band, è Smile che apre un sentiero verso il ritorno al passato e ammicca lascivamente al buon vecchio Neil Young. Poi arriva Off He Goes e per un attimo fugace di sei minuti tutto sembra ritornare al proprio posto. La soluzione melodica, il ritornello accattivante, la struttura del brano e la voce suadente di Eddie rimettono in gioco tutto. Allo stesso modo agisce l’urgenza a gola rossa di Habit che si stempera nella viscerale e quasi blues Red Mosquito.

I testi riflettono le contrastanti sensazioni della band e del singer che si occupa di spiritualità, moralità e auto analisi della propria condizione psicologica. L’uso di vari strumenti non propriamente canonici, la voglia di sperimentare nuove strade sono allo stesso tempo il punto di forza e la debolezza di cui poggia l’intero album. Parlavamo di transizione all’inizio, per scoprire dove i Nostri sono andati a parare non dovrete far altro che aspettare il prossimo lunedì (perché noi non andiamo in vacanza) in cui ci occuperemo del nuovo capitolo della saga Pearl Jam.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: No Code
Anno: 1996 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Rock Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Jack Irons – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Sometimes
  2. Hail, Hail
  3. Who You Are
  4. In My Tree
  5. Smile
  6. Off He Goes
  7. Habit
  8. Red Mosquito
  9. Lukin
  10. Present Tense
  11. Mankind
  12. I’m Open
  13. Around The Bend
16th lug2012

Pearl Jam – Vitalogy

by Giuseppe Celano

A solo un anno dall’uscita di Vs. (1993) i Pearl Jam danno alla luce Vitalogy. Tanto per sfatare la regola del terzo difficile disco, con cui tutte le band si devono confrontare, Vedder e soci fanno le cose in grande senza sbagliare mira. Come per il precedente lavoro anche il nuovo album viene scritto mentre la band è impegnata nel tour a supporto di Vs. Rilasciato prima in edizione vinile, e solo successivamente in cd, Vitalogy vanta un packaging intrigante, nero e con il titolo dorato, simile a una raccolta medica del 1920. Considerato l’ottimo risultato ottenuto in precedenza, la band rinnova la fiducia al produttore Brendan O’Brien che non manca il bersaglio, ma a differenza del suo predecessore Vitalogy ha un piglio diretto (Last Exit), i pezzi sono più nervosi e connotati da un’urgenza tipicamente punk (Spin The Black Circle). La tensioni interne, tanto importanti da far pensare che Gossard stia per abbandonare la nave si riflettono in modo sensibile sul lavoro. È proprio in questo periodo che Vedder diventa il portavoce e l’uomo delle decisioni importanti. Il singer contribuisce in modo significativo alla stesura dei brani, dimostrando ottime doti anche come chitarrista. Vitalogy è un disco più difficile, di vedute alte, non accetta compromessi e si spinge oltre con un eclettismo che lo rendono ancora oggi unico.

I brani come Tremor Christ impattano violentemente contro il lato melodico di Nothing Man, allo stesso modo Whipping si oppone alle stranezze di Bugs (con tanto di accordion suonato da Eddie) e Pry, To. I quarantatre secondi di quest’ultima, apparentemente no sense, aprono la strada a Corduroy che vanta potenza, sapiente soluzione melodica e interpretazione magistrale del singer. I testi riflettono il loro stato d’animo: la band sente la pressione dell’industria discografica e della fama, la privacy violata dalla continua esposizione ai riflettori. In Bugs Eyes, sempre per rimanere in tema di stranezze, la sezione ritmica viene registrata mentre il batterista Dave Abbruzzese è bloccato in un letto d’ospedale per l’asportazione delle tonsille. Poco prima della fine arriva la delicata Immortality la cui melodia da sola basta a mietere vittime entrando di forza nei cuori dei fan e, lo crediamo fermamente senza paura di essere smentiti, anche dei loro detrattori. Sigilla il tutto Hey Foxymophandlemama, That’s Me, inquietante registrazione di pazienti di un ospedale psichiatrico mandata in loop tanto per aumentare le stranezze di questo disco.

In conclusione, se qualcuno di voi pazzi lo avesse mancato per un motivo o più motivi, che comunque consideriamo comunque imperdonabili, si affretti ad affacciarsi nel caleidoscopico mondo di Vitalogy.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: Vitalogy
Anno: 1994 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Rock Voto: 9,5
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – Voce

Stone Gossard – Chitarra

Mick McCready – Chitarra

Jeff Ament – Basso

Dave Abbruzzese – Batteria e percussioni

Tracklist:

  1. Last Exit
  2. Spin The Black Circle
  3. Not For You
  4. Tremor Christ
  5. Nothingman
  6. Whipping
  7. Pry, To
  8. Corduroy
  9. Bugs
  10. Satan’s Bed
  11. Better Man
  12. Aye Davanita
  13. Immortality
  14. Hey Foxymophandlemama, That’s Me
09th lug2012

Pearl Jam – Vs.

by Giuseppe Celano

Con un tiro micidiale e nettamente superiore a Ten, nel 1993 esce Vs. secondo disco dei Pearl Jam. Proprio mentre il tempo, e la tossicodipendenza di Cobain, decretano l’ormai inarrestabile declino dei Nirvana, i Pearl Jam diventano il fulcro della scena grunge. Totalmente adorati dal pubblico e rispettati dalla critica, i Nostri portano avanti un discorso iniziato due anni prima. Per quanto riguarda il packaging la pecora in copertina è un riferimento alla schiavitù in generale e in particolar modo al mood della band che si sentiva incatenata e senza possibilità di fuga. Da questa insofferenza nasce un album complesso, ricco d’idee contrastanti, che vive una dicotomia stilistica testimoniata dal lato più prettamente hard-rock/punk (Go e Animal) e altri introspettivi come la stupenda Indifference. Nel mezzo troviamo stranezze, contro il razzismo violento della polizia, nella straordinaria e imprevedibile W.M.A.. Nato durante il tour a supporto di Ten, in cui Vedder buttò giù i testi, l’album è aggressivo e violento. Le liriche diventano più complesse, il sound è irrobustito dal lavoro di Brendan O’Brien, produttore esperto nell’arte di affilare armi già vincenti. A differenza del lavoro precedente però la band decide di non sfruttare la potente spinta propulsiva delle immagini di MTV, evitando di rilasciare singoli per la tv.

Registrato traccia per traccia in modo da ottenere un sound più vicino al live, come se le tracce fossero prese direttamente dalle jam in studio, il nuovo lavoro mostra contaminazioni con il funk ma mantiene una potente anima hard-rock. Vedder appare in splendida forma, mentre la sezione ritmica sostiene il tempo lasciando le due asce libere di sbizzarrirsi in quel sound seventies che tanto affascina il combo. L’ottimo equilibrio fra le parti emerge deciso in Dissident, mentre la successiva Blood (dedicata ai media) riparte nervosa e senza rifiatare, una prova di forza assoluta tutta giocata su ritmiche funk, guidate dall’uso esasperato del wah-wah e dalla batteria secca e precisa. Ma è nella successiva Rearviewmirror che la band alza il tiro toccando uno degli apici del lavoro e dell’intera loro carriera. Il suo attacco dritto, il crescendo micidiale e la voce carica di pathos non temono confronti né critiche. Sempre attenti ai temi politici e sociali e soprattutto ai loro fan, i Pearl Jam salgono in cattedra in quel decennio durante il quale la musica torna a fermentare come del buon vino, le idee esplodono in proiezioni pirotecniche che rinnovano la pelle del rock.

Questa è solo una parte della loro storia, il resto ve lo racconteremo come sempre di lunedì se avrete la voglia e la pazienza di leggerci.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: Vs.
Anno: 1993 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Dave Abbruzzese – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Go
  2. Animal
  3. Daughter
  4. Glorified G
  5. Dissident
  6. W.M.A.
  7. Blood
  8. Rearviewmirror
  9. Rats
  10. Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town
  11. Leash
  12. Indifference
02nd lug2012

Pearl Jam – Ten

by Giuseppe Celano

È l’agosto del 1991 quando esce Ten dei Pearl Jam, in Italia l’album uscirà a febbraio dell’anno seguente, maggiorato con tre bonus track fra cui una versione dal vivo di Alive. Come per gli altri gruppi di Seattle anche i Pearl Jam vengono associati al movimento scaturito dall’energia tettonica rilasciata dai Nirvana. Accusati, ingiustamente o no sta a voi deciderlo, di essere saltati sul carrozzone di Kurt Cobain e soci i cinque, a differenza dei Nirvana, hanno un piglio più hard rock, molto vicino alle sonorità degli Zeppelin e un approccio meno punk. Attivissimi sul piano politico e sociale i Pearl Jam si vanno a inserire come quarto elemento di quel poker che per quasi una decade ha guidato il grunge. Ten decolla sulle note dell’introduttiva Once che apre le danze attraverso un incipit ingannevole, subito corretto dal rifferama a due asce e dalla voce cazzuta di Vedder che mettono in chiaro chi comanda. È rock di pregiata fattura che strizza l’occhio alla melodia, ben nascosta nella struttura ma facilmente intellegibile da un orecchio attento. Della produzione se ne occupa il buon Rick Parashar e il risultato, anche se tardo, arriva con ben tre singoli ormai impressi negli annali del rock. E a proposito di singoli Even Flow, piazzata al secondo posto della tracklist, riassume tutto il pensiero sonoro dei Pearl Jam: rock muscolare che flirta con la melodia, la sezione ritmica vitaminizzata spinge al punto giusto su chitarre sfigurate dal wah-wah, sempre nella tradizione del buon Jimi Hendrix.

I testi, spesso autobiografici, tirano in ballo storie reali come il ragazzo suicida di Jeremy, parlano di ospedali psichiatrici in Why Go ma anche di solitudine, depressione e senzatetto. Ma è in pezzi come Garden e la sua forza trascinante o come Oceans, in cui Palmer si diverte a sovraincidere rumori di estintori e shaker come percussioni, che si devono cercare le perle di questo disco. Il resto, tolta la lunga coda psichedelica di Release, è ciò che si potrebbe definire un raid aereo la cui potenza di fuoco si basa sul rifferama anabolizzato delle due chitarre in dialogo serrato con la potente sezione ritmica. I Pearl Jam fanno parte di quella schiera di musicisti facilmente inseribili nella cerchia del “rock da stadio” che ha reso immensi molti gruppi dei seventies, periodo musicale a cui i cinque sono spudoratamente devoti.

Autore: Pearl Jam Titolo Album: Ten
Anno: 1991 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.pearljam.com
Membri band:

Eddie Vedder – voce

Stone Gossard – chitarra

Mick McCready – chitarra

Jeff Ament – basso

Dave Crusen – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Once
  2. Even Flow
  3. Alive
  4. Why Go
  5. Black
  6. Jeremy
  7. Oceans
  8. Porch
  9. Garden
  10. Deep
  11. Release
  12. Alive (bonus track – live)
  13. Wash (bonus track)
  14. Dirty Frank (bonus track)