05th mag2013

Electric Sarajevo – Madrigals

by Marcello Zinno

Il moniker di questa band invia segnali, anzi non tutto, solo la seconda parte, quella che fa riferimento alla nota città protagonista in passato di distruzione e di tristezza. L’umore di questo richiamo non è solo fonte di ispirazione per il quartetto ma è anche insito in ogni singola nota di questo Madrigals, album d’esordio degli Electric Sarajevo. L’approccio dark distrutto nella propria interiorità e figlio di Depeche Mode et similia trasuda dalle nove tracce seppur la band risulti ancora più cupa abbandonando qualsiasi concetto di ritmo (l’assenza di una batteria era solo presagio per questa constatazione) e puntando tutto sulle ambientazioni. Queste ultime sono le uniche ad avere voce in capitolo, in un’opera che suona molto più elettronica che elettrica (da qui la dissonanza con la prima parte del moniker) in cui non compaiono riff o melodie ma solo scelte musicali a suffragio di stati d’anino distanti dalla luce che si inniettano solo laddove trovano campo fertile, a rischio di risultare totalmente inconcludenti per tutti gli altri palati. Un album che sfiora il rock nella sua accezione più moderna e in una sua interpretazione relegata alla rottura degli schemi più che al riff fine a se stesso. Bello l’incipit di The Worst Lover, prima che la programmazione abbia il suo spazio, vero e proprio carattere saliente di tutto l’album: se sicuramente possiamo riferirci a Madrigals come una produzione in cui una certa personalità è presente, allo stesso tempo dobbiamo riconoscere la poca incisività che il sound della band esprime, difficilmente immaginabile in un contesto live se non in un ambiente molto ricercato.

Davvero da apprezzare è l’artwork e il booklet interno al CD che non solo richiamano tantissimo le idee insite nelle menti del quartetto ma esaltano con una grafica ricercata e con un mini leaflet tutto il mondo degli Electric Sarajevo. Se si apprezzano i lavori umorali ed emotivi, quelli che con poche sonorità cercano di creare raffigurazioni oniriche o viaggi inconsapevoli, Madrigals potrebbe fare al caso vostro, in caso opposto potete desistere.

Autore: Electric Sarajevo Titolo Album: Madrigals
Anno: 2013 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Elettronica, Post-Rock, Avantgarde Voto: 5,5
Tipo: CD Sito web: http://www.electricsarajevo.com
Membri band:

Massimiliano Perilli – voce, chitarra

Paolo Alvano – voce, chitarra

Andrea Borraccino – basso

Stefano Tucci – synth

Tracklist:

  1. Lost, Impero
  2. Watercolours
  3. A Revelation
  4. City Dream
  5. The Worst Lover
  6. Teresa Groismann
  7. The Sky Apart
  8. The Madrigal
  9. If You Only Knew
11th feb2013

Penelope Sulla Luna – Superhumans

by Marcello Zinno

Ci siamo. I Penelope Sulla Luna hanno dato un seguito al loro EP dal titolo Enjoy The Little Things (recensito da noi a questo link) che aveva rappresentato un nuovo inizio per la band grazie ad una certa stabilità in line-up e che aveva fatto affiorire anche un folto mazzetto di idee interessanti. Con questo Superhumans si compie il passo tanto atteso e la band assume una forma di senso compiuto, si esprime su un lavoro che raggiunge i 44 minuti e soprattutto intuisce la giusta direzione da dare al proprio progetto, in coerenza con quanto già espresso tramite il precedente EP. In altre parole nei Penelope Sulla Luna la passione per la musica strumentale è posta al servizio di melodie intricate e per certi versi ostili ma che rendono affascinante il sound e lo inquadrano ad un livello alto, non solo in termini compositivi ma più in generale artistici. Difficile immaginare la loro proposta musicale osservando la copertina: a differenza dei colori e della creatività che richiamerebbe più lidi alternative/indie, i Penelope Sulla Luna si collocano benissimo nello scenario post-rock moderno, andando a disturbare con questo ultimo lavoro anche il post-metal. Va comunque segnalata la rappresentazione (secondo noi geniale) all’interno del booklet di un monopoli adeguato alla realtà che ci circonda, con tappe e proprietà che ci ricordano dove l’umanità sta andando e gli innumerevoli ostacoli (e crimini) che si incontrano giorno dopo giorno (dai quali probabilmente viene preso spunto per il titolo dell’album).

Così la visione strumentale dei nostri assume forme diverse: da una più pacata (come ritmo) e claustrofobica (come sound) Feathers Cry In Pillow Wars (ripresa poi in parte in Goblin), ad assaggi noise nella title track, passando per il pianoforte onnipresente di To Kill You In Your Sleep e allo spirito ambient che vive qua e là. Ancora più diverso l’attacco di Vendetta!! che sfocia nel metal per poi cambiare rotta nel corso del suo viaggio grazie ad un synth dal sapore horror, ulteriore elementi differenzianti nell’offerta dei Penelope. Non è dato sapere come si evolverà questo progetto, se verso lidi più congeniali con quanto il mercato richiede o verso panorami musicali ancora più stentorei come l’avantgarde, ma di certo a questo punto la curiosità cresce enormemente.

Autore: Penelope Sulla Luna Titolo Album: Superhumans
Anno: 2012 Casa Discografica: Minollo Records
Genere musicale: Post-Rock, Post-Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.penelopesullaluna.net
Membri band:

Dori – chitarra

Andrea – basso

Roy – piano e synth

Tom – batteria

Tracklist:

  1. Superhumans
  2. To Kill You In Your Sleep
  3. Feathers Cry In Pillow Wars
  4. Shooting Monkeys In To Space
  5. Rainbow Club
  6. Vendetta!!
  7. Goblin
  8. That’s Not How The Story Ends
20th dic2012

Thank U For Smoking – Dopo La Quiete

by Marcello Zinno

La nostra esperienza ci sta portando sempre più alla riscoperta di una multimedialità della musica. In un’era in cui è molto facile parlare di digitale come qualcosa che appaghi vari sensi e non solo l’udito, ciò a cui ci riferiamo è qualcosa di più del semplice strumento. La multimedialità sensoriale, l’accostamento della musica insieme al senso viviso: questo un elemento a cui sempre più band si accostano e che da solo rappresenta un passo verso la sperimentazione in quanto fonde due arti, la capacità di creare musica interessante e quella di dar forma ad immagini e pensieri, che non per forza coesistono. Ma se chiediamo a queste due pronfonde capacità di parlarsi in quanto espressione dello stesso output, allora la cosa diviene più complessa e al tempo stesso più audace. Se volessimo riassumere tutto in tre parole lo definiremo Dopo La Quiete, il titolo del primo album (autoprodotto) dei Thank U For Smoking (no, non il film, non c’entra nulla). Il senso dell’autoproduzione è lampante ascoltando le parti più intricate di questo album, dove l’accostamento di vari suoni genera un impasto sonoro non molto apprezzabile (Dopo La Quiete, Il Nulla) ma è chiaro che qui si oltrepassa il concetto di singolo riff o strofa. La musica dei TUFS si basa su atmosfere e sulla vigorosa voce di Aurora Atzeni, che non corre mai lungo i brani ma cerca di prendersi i proprio spazi e creare quella dicotomia tra i propri toni acuti e le melodie cupe delle composizioni che rendono il tutto più pregevole.

Il Ponte di Einstein-Rosen è forse il momento più introspettivo dell’intero album, passaggio strumentale che cerca di farsi spazio tra le difficoltà espresse dai testi dei precedenti minuti; una lunga essenza strumentale, concetto in cui il trio si esprime sicuramente meglio e la libertà di potersi esprimere al di là di una struttura canzone innalza il valore della musica. Non a caso con Corrotto, Mistico, Complice (tre termini riferiti a Dio nei testi) si torna al post-rock delle tracce precedenti dove la chitarra intimidita cerca di farsi spazio ricalcata da una batteria incisiva ma non invasiva, mentre in Duhjha le sonorità diventano ancora più pesanti e indigeste, quasi affini all’alternative italiano degli anni novanta e le liriche, più insoddisfatte non solo nel loro contenuto (“non esiste più il desiderio neppure un’emozione dentro me”) ma anche nel modo in cui vengono riproposte, sono il vero specchio dell’anima della protagonista della storia. Solo con la conclusiva Dedica In Lacrime le melodie si fanno più armoniose e i ritmi più squadrati così come le emozioni affioriscono ma si tratta pur sempre di parole che parlano di tristezza e di nostalgia; l’arpeggio a centro brano parla da solo.

Nel DVD incluso nella confezione si riprende il concetto di “atmosfere” a cui facevamo riferimento prima accentuando ancora di più il senso visivo: paesaggi freddi, soli, spesso immobili che accompagnano una musicalità strumentale da sottofondo, come fosse un sogno, come fosse un incubo. Scenari in grado di arricchire e di essere arricchiti da riff convulsi, da effetti che sembrano frutto di altri strumenti (ma non è così), musiche settate su tempi pacati a meno di qualche fuori traccia, ancora più evidenti nella versione live del brano dal titolo Island che riprende le bellezze tipiche dell’isola da cui attinge il nome per riproporle in tutta la sua naturalità.

In generale delle idee interessanti che andrebbero valorizzate da una produzione di più alto livello e un più forte desiderio di osare per raggiungere un livello realmente da gran risultato.

Autore: Thank U For Smoking Titolo Album: Dopo La Quiete
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Post-Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://thankuforsmoking.bandcamp.com
Membri band:

Aurora Atzeni – chitarra, voce

Valerio Marras – chitarra, effetti

Matteo Mereu – batteria

Tracklist:

  1. Preludio
  2. Al Risveglio, Com’è Reale L’iride
  3. Dopo La Quiete, Il Nulla
  4. Delitto
  5. Il Ponte Di Einstein-Rosen
  6. Corrotto, Mistico, Complice
  7. Duhjha
  8. Fantasmi
  9. Dedica In Lacrime
25th ott2012

Pharm – Pharm

by Marcello Zinno

Ogni opera, d’arte o meno, ha un suo incasellamento. Potrebbe suonare come un’affermazione eccessivamente razionale, ma al di là delle diverse interpretazioni che si può dare ad un’opera e alle mille emozioni diverse che può trasmettere (rispetto anche alle differenze soggettive su cui le emozioni si irradiano) c’è un motivo di base, un significato preciso della propria esistenza, sia essa un’opera d’arte sonora, visiva, tattile o altro. Pharm no. Pharm, nome sia del sestetto sia del rispettivo album d’esordio (ideato tra l’altro ormai due anni fa ma che vede la luce solo in questi giorni), è qualcosa che non vive di una sua essenza primordiale probabilmente per il fatto che attraversa in maniera trasverale le tipologie di opere prima a caso elencate: suoni, effetti, sperimentazioni e divagazioni che sembrano in alcuni istanti dare forma a contenuti concreti, visivi e quasi percepibili. Il sound dei Pharm è per alcuni versi molto cinematrografico, non a caso i ragazzi provengono dalla stessa città natale dei Calibro 35, vestendo bene i panni di colonna sonora di un film che ha molto da dire ma che non si appoggia alla classica musichetta da trend del momento. Tutt’altro.

I vari effetti elettronici sono solo uno degli aspetti che permette una visione alternativa del post-rock a nome Pharm: adeguatamente esaltate da una produzione di alto livello, le composizioni si infittiscono e pur se fondate su una sezione ritmica fortemente stabile si perdono in miriadi di strade, come i fraseggi dei vari strumenti a fiato in L’africano o le impronte da rave in Buone Cose A Lei. Non a caso abbiamo citato i Calibro 35 perchè da questi nasce una certa ispirazione verso un tipo di musica sofisticato, ricercato, non per tutti, piacevole da ascoltare a primo acchitto ma che ad un attento discernimento fa emergere una serie di sfumature altrimenti perse nell’etere. L’habitat è sicuramente quello live che ha supportato la band nel costruire dei pezzi finiti in grado di essere incisi con una certa scioltezza in un album: un estremo è dato da Western Machines, sperimentazione allo stato puro, difficile anche da replicare più volte con il medesimo copione.

Una band da club, da teatro, una band a cui la musica va un pò stretta perchè è l’anima multimediale l’unica in grado di esaltare la creatività del sestetto.

Autore: Pharm Titolo Album: Pharm
Anno: 2012 Casa Discografica: Face Like A Frog Records
Genere musicale: Post-Rock Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/pharmroma
Membri band:

Fabio ‘Reeks’ Recchia – percussioni, elettronica

Cristiano ‘Defa’ De Fabritiis – batteria, elettronica, voce

Claudio Mosconi – basso

Matteo D’Incà – chitarra

Alessandro ‘Byruzz’ Rebecchi – videomanipolazioni

Fabio Rondanini – batteria

Tracklist:

  1. Mrs Runciter
  2. Sorbetto
  3. L’africano
  4. Buone Cose A Lei
  5. Western Machines
  6. Joe Chip
  7. Q
27th lug2012

Efram – Il Silenzio È d’Argento

by Amleto Gramegna

Registrato e mixato all’interno di una piccola sala di registrazione in quel di Airasca (To), giunge sui nostri tavoli l’ultimo lavoro degli Efram. Mettiam subito in chiaro che ci è piaciuto…e molto. Già l’idea di un lavoro “anonimo” (passateci il termine), con tracce numerate, oggi come oggi è difficile da trovare. Se poi quelle tracce “anonime” suonano come i Mogwai che vanno al bar insieme ai Sigur Ros, beh, è tutto ancora più bello. Vogliamo parlare dell’intero lavoro come un’unica traccia, trenta minuti di flussi e riflussi, voli pindarici lunari come la bellissima traccia di apertura, vagamente cantata, ma che sfocia nella tempesta elettrica del secondo brano. E tutto l’album si mantiene su tali binari: momenti selvaggi trovano l’ideale sbocco in altri più rilassati ma sempre tesi, affilati, pulsanti. Un buon lavoro, tenendo conto che è realizzato completamente in proprio e creato senza inutiliti virtuosismi o elementi coreografici bensì dando sfogo ai propri flussi di coscienza e razionalità. Non vogliamo dire altro, se non ascoltarlo in cuffia, al buio di una stanza, lasciandosi trasportare dalle emozioni che questi ragazzi sanno dare.

Autore: Efram Titolo Album: Il Silenzio È d’Argento
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Post Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.efram.it
Membri band:

Vincenzo Moscatello – chitarra, voce, effetti

Marco della Croce – batteria, synth

Guido Desserafino – basso

Tracklist:

  1. N.1
  2. N.2
  3. N.3
  4. N.4
  5. N.5
  6. N.6
  7. N.7
23rd giu2012

Post – Fakes From Another Place

by Marcello Zinno

Post è un nome, post è un’icona, post è un approccio, forse un modo di essere o forse un modo di sembrare. Questo non lo sapremo mai per una band che si presenta come la chiave di volta tra la new wave e il post-punk ma che in realtà ammette la sua radicalità nell’accezione specifica del termine rock. Un quartetto che si presenta interessato a ripescare i primi passi del rock alternativo e offrirne una nuova visuale. Alla nostra parete uditiva i Post suonano più post-rock a causa di un marchio alternative che fuoriesce dal mood classico dei gruppi precursori e per tale ragione assume la sembianza di post, come fosse un passo oltre il rock già sentito, ma un pollice prima del baratro in cui solo la sperimentazione estrema ha messo casa. Un basso ben presente che rende grazia al corposo lavoro di chitarre su cui poggiano i vari brani ad eccezione di qualche passaggio come Release The Catch ed il suo timido rock’n’roll che ben presto affonda i propri artigli in una sei corde quasi psichedelica, alter ego di una creatura dalla doppia personalità. Talvolta si assaggia qualche effetto che ‘scompiglia’ la percezione del sound, come in Closer To An End ed il suo quattro corde quasi synth, ma tendenzialmente le linee scorrono coerenti con l’immagine sonora che i Post si sono costruiti.

Un sound che di certo ha poco di italiano: non a caso la band ha deciso dopo qualche anno di opzionare l’inglese come lingua di espressione ma che a nostro parere si traduce come una scelta volta ad una maggiore conformità più che in una ricerca di differenziazione. Le liriche in italiano avrebbero giovato alla caratterizzazione della proposta musicale e dimostrato che anche dalle nostre parti band con delle idee musicalmente contro tendenza riescono a tenere testa contrariamente alle abitudini d’ascolto che il music business impone. Altalena inarrestabile tra melodie e ritmo: questo è un altro fattore che si riscontra lungo le undici tracce; noi preferiamo i Post che si lasciano andare a ritmi più avvolgenti come in Overlooking, in bilico tra il post-grunge e lo stoner ma con un’insaziabile desiderio di divertimento. Tralasciamo qualche momento troppo accessibile come You Beggar e l’elettronica di Unheard e salviamo la prima parte di Who The Hell con un basso che incide profondo ma che successivamente viene sopraffatto dall’intuito psycho-dance.

Una ricetta che a nostro parere perde di valore artistico nella complessità di strutture sonore di cui essa è composta, strutture spesso appartenenti a cammini diversi e che si intersecano solo forzatamente tra loro.

Autore: Post Titolo Album: Fakes From Another Place
Anno: 2012 Casa Discografica: La Voce Del Gregge
Genere musicale: Post-Rock Voto: 5,5
Tipo: CD Sito web: http://www.houseofpost.com
Membri band:

Gio Franco – voce, basso, piano

Davide Novallet – chitarra, voce

Gigi Laurino – basso, effetti

Antonio Monaco – batteria, voce

Tracklist:

  1. Absent Life
  2. Release The Catch
  3. Wait
  4. Closer To An End
  5. Overlooking
  6. Little Waves
  7. You Beggar
  8. Who The Hell
  9. Unheard
  10. They Say
  11. Non Mi Confondere
25th mag2012

Verbal – Verbal

by Marcello Zinno

Ormai la musica è divenuta una sfida. Viviamo l’epoca in cui le band, soprattutto quelle esordienti, cercano di sfidarsi l’un l’altra come un continuo confronto con quello che viene ideato in giro, invece di concentrarsi sulla propria identità e trascenderne una musica singolare. È così che le band continuano a tuffarsi nella sperimentazione, conferendo di anno in anno, di decennio in decennio, un significato via via diverso. In questi anni le sfide sono principalmente due: mescolare quante più radici musicali possibili (chi ha pensato all’elettronica, al dub o al raggae?!) e raggiungere se non oltrepassare i confini del post-rock. I Verbal, giovane combo bergamasco, si inseriscono in questo scenario e puntando su musiche prettamente strumentali prendono spunto dal rock moderno ficcando granelli di apprendimento da scene varie e portandosi ancora più avanti nel tempo. Ci ricordano molto i Radiohead, pur non richiamando la loro proposta musicale: l’approccio è simile, rompere gli schemi, creare l’inatteso, giocare con gli umori dell’ascoltatore e con ciò che lui non si aspetterebbe.

È su questi presupposti che le chitarre diagonali e matematicamente costruite dell’opener Double D Marvin irrompono e ci fanno pregustare un math-rock che presto sfumerà in un rock psichedelico al suon di “Scheiße meine kleine” (questo recita il testo di Kasper Hauser, un brano che racconta la storia di un ragazzo di inizio ‘800 tenuto ostaggio per dodici lunghissimi anni). È qui la vera anima del quintetto che trova proprio nell’esperienze pre e post-floydiane (chiaramente anche The Mars Volta) pane quotidiano e intende sputire ancora di più scegliendo appunto un nome di un personaggio per ogni brano del proprio esordio discografico: come il comico Benny Hill riflettuto nella compulsiva traccia num. 5 con i suoi cambi di tempo da incubo, o Orwell che ripesca il math-rock più allucinato e grazie ad un basso impulsivo mette in note tutta la frustrazione degli animali che speravano in una rinascita dopo aver preso possesso (ma non titolarità) della propria fattoria.

Coronado è ispirato a Francisco Vázquez de Coronado, il conquistatore spagnolo che venne dopo Cristoforo Colombo, e propone dei viaggi a tratti fallimentari che però in musica divengono difficili da digerire; Kobayashi è presentato come uno dei cognomi più comuni in Giappone…qual è la metafora? È semplicemente un brano particolare, con un nome comune, in una terra molto lontana dall’immaginario collettivo, così come questo lavoro è particolarmente distante da come viene inteso oggi il rock. Un album che richiede non solo una certà maturità ma una grande dose di coraggio e per questo a noi piace molto.

Autore: Verbal Titolo Album: Verbal
Anno: 2012 Casa Discografica: Neverlab
Genere musicale: Post-rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.verbalband.com
Membri band:

Gregorio Conti – basso

Isaia Invernizzi – chitarra, omnichord

Marco Parimbelli – chitarra, glock, percussioni

Sebastiano Ruggeri – batteria

Marco Torriani – tastiere, voci, campionatore, effetti

Tracklist:

  1. Double D Marvin
  2. Kasper Hauser
  3. Coronado
  4. Orwell
  5. Benny Hill (Hates Sports)
  6. Kobayashi
16th feb2012

laGrandine – Questo È Per i Tuoi Occhi

by Marcello Zinno

Quando si pensa al Sud Italia ci si fa prendere da una serie di pensieri ma più di tutti ci balzano alla mente le tradizioni inossidabili, quelle che fanno sentire l’appartenenza ad una terra. Questo progetto dal nome laGrandine parte da Messina ma ci parla in un’altra lingua, una comunicazione fatta di strumentalità e modernità, quasi a voler rompere gli schemi e infrangere quelle false credenze talvolta ipocrite. Già il fatto di proporre un album strumentale dal post-rock consunto rappresenta uno sforzo almeno pari al rischio di risultare incompresi. Tanto più se questo accade in un Paese fatto di apparenza e di generazioni schiette, che non girano tanto intorno a quello che vedono perchè in realtà ormai hanno visto tutto. È importante individuare questo scenario di partenza perchè invece i laGrandine vogliono proprio dare spazio alla propria immaginazione, così come l’aquilone rappresentato in copertina che si anima con la forza del vento seppur soggiogato all’interno di una stanza.

Suoni e tante costruzioni melodiche confezionate all’interno di brani lunghi che cercano una propria personalità e un’irruenza emotiva che non stia solo a risultare una valvola di sfogo dei quattro musicisti ma un generatore di sensazioni per chi questa musica la vive passivamente, ascoltandola. La melanconica ripetitività di alcuni passaggi racchiude proprio queste emozioni, come se il desiderio di voler urlare fosse superiore alle proprie forze, l’intenzione di voler spaccare gli oggetti intorno fosse irrefrenabile seppur la cosa genererebbe risultati infausti. E così tutto si circoscrive alle ambientazioni costruite intorno alle due chitarre (principalmente) che si alternano nel disegnare strofe altrimenti mancanti e arrangiamenti che fanno propri i pezzi. Ma se tutto ciò risulta in parte interessante per i primi minuti, sfocia poi nel ripetere lo stesso copione anche per i pezzi rimanenti (difficilmente distinguibili) di questo primo full-lenght della band. Da un progetto in grado di imboccare questo spinoso sentiero ci si attenderebbe maggiore travolgimento, scelte ancora più azzardate e magari un’overdose di suoni ed effetti che potrebbero arricchire la proposta musicale. Una strumentalità capace di tramutarsi in sperimentazione e non una sperimentazione vestita di strumentalità. Ma i laGrandine sono solo ai primi passi e il quartetto sicuramente saprà imboccare il proprio cammino.

Autore: laGrandine Titolo Album: Questo È Per i Tuoi Occhi
Anno: 2011 Casa Discografica: Hanged Man Records
Genere musicale: Post-rock Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/laGrandine
Membri band:

Franco Mancuso – chitarra

Emanuele Torre – chitarra

Martina Aricò – basso

Ennio Corica – batteria

Tracklist:

  1. L’uomo Albero
  2. iGod
  3. Frammenti
  4. Questo È Per I Tuoi Occhi
  5. Dentro Una Sveglia Rotta
  6. Cut The Air
  7. Buster Casey
10th feb2012

Tetuan – Tela

by Marcello Zinno

Un progetto interessante quello dei Tetuan. Un trio che riesce a mescolare ottimamente i suoni delle proprie radici tanto da far credere di essere un quintetto. Ma più di tutti è il loro stile che rende davvero personale la proposta musicale, uno stile per l’appunto radicato nel rock, quello più elettrico, ma che va oltre, che se ne infischia delle strutture classiche dei brani rock. In questo lavoro infatti vengono diramati intrecci fitti che spesso prendono a schiaffi il rock stesso proiettandolo verso scenari un tempo impensabili ed approdando ai lidi del post-rock. Lo sviluppo (o inviluppo) delle sonorità è tale da far assumere alla chitarra forme diverse, sei corde che non si intimidisce nell’emettere gemiti stonati mentre tutti gli strumenti all’unisono fanno a cazzotti con altri generi musicali (grunge, math-core, indie). Tutto ciò è definito “post” un po’ perché è nato cronologicamente dopo, un po’ perché c’è l’impressione di voler mixare insieme tutte le idee che si sono avute prima al fine di avere un impasto di difficile catalogazione che può risultare geniale o del tutto inutile.

I Tetuan ci mettono la loro, questo è certo, e lo fanno con spirito d’iniziativa, puntando su un approccio molto strumentale (i versi cantati sono pochi) e su delle melodie malinconiche di base (Dio? Solo Un’Allucinazione Sonora) che danno il là a sfuriate elettriche e ritmiche nelle quali emerge, tra l’altro, un’ottima produzione. Ciò che ne viene fuori è di difficile digeribilità ma i Tetuan non intendono essere diretti: le loro idee sono affascinanti perché complesse, appetitose perché talvolta inaspettate, basta ascoltare La Tregua per restare inermi dinanzi a dei cambi di tiro e di ambientazione come un film che cambia registro e che al momento del finale non agevola la comprensione della trama ma anzi fa sorgere domande. È invece in Apolide che il ritmo si fa trascinante, logorio continuo di loop a metà tra il progressive ed il math-rock, elemento che non può far altro che inacidire la nostra razionalità e spingerci verso il baratro. Il baratro prende il nome di Mambo Jumbo, ultimo intricato brano di questa anticonvenzionale uscita.

Un lavoro di indubbio coraggio e di una certa innovatività che nasce in un paese fatto, per lo più, di uditi poco raffinati e di palati abituati ad altre più semplicistiche sonorità. Per questo va senza dubbio premiato.

Autore: Tetuan Titolo Album: Tela
Anno: 2010 Casa Discografica: Dischi del Minollo, Brigadisco, Onlyfuckingnoise
Genere musicale: Post-Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/tetuan_ofn
Membri band:

Riccardo De Luca – basso, voce

Cristiano Coini – chitarra

Edoardo Grisognani – batteria

Tracklist:

  1. La Chambre
  2. Dylan Dog
  3. Omega
  4. Dio? Solo Un’Allucinazione Sonora
  5. La Tregua
  6. Apolide
  7. Mambo Jumbo
24th gen2012

Penelope Sulla Luna – Enjoy The Little Things

by Marcello Zinno

I Penelope Sulla Luna non sono una band del tutto alle prime armi. Il quintetto aveva imboccato il proprio percorso musicale già nel 2006 per uscire con un album autoprodotto nel 2008. È solo oggi che i musicisti, dopo una serie di cambi di line-up ed ormai divenuti in quattro, riescono a dare un seguito a quel My Little Empire degli esordi giungengo a questo Enjoy The Little Things. Si tratta di un lavoro doppiamente “strumentale”, innanzitutto per l’assenza di un vocalist che sottolinea la concentrazione della band sulle melodie abbandonando lo sforzo richiesto dalle liriche, ma anche perchè rappresenta un primo atto dovuto per poi uscire nella lunga distanza (nella prossima primavera) con un album vero e proprio.

Enjoy The Little Things infatti è un EP, il cui numero dei brani è pari al numero degli artisti che li hanno ideati e questo fattore fa già intuire che non potremo avere un’idea chiara di ciò che la band rappresenta (e potenzialmente rappresenterà) nel panorama musicale, se poi aggiungiamo che l’intero demo dura soli 18 minuti capiamo già di non avere sufficienti elementi per chiudere il cerchio. Il cd fisico che ricalca la grafica di un vinile ovviamente attrae, soprattutto noi che siamo amanti del passato, ma non è solo l’aspetto esteriore che interessa: il conflitto costante tra melodie semplici e l’elettronica del synth è lampante ma collocato in uno scenario in cui il post-rock fa da sfondo costante ed un rullante quasi live segna l’attenzione per un sound assolutamente ricercato. Un incubo alla ISIS o un parto alla Mogwai, in entrambi i casi l’assenza di una vera e propria voce rende più claustrofobica la proposta musicale ed a parere nostro ancora più appetibile. Questo il trade union delle quattro tracce, tra linee melodiche ed un piano soave, stacchi ed aperture difficili da digerire per chi non ha ancora acceduto all’intricato mondo del post-rock ma di cui i Penelope Sulla Luna sono degni diffusori.

Una prova che mette tanta curiosità sulla prossima uscita e che ci tiene sulle spine circa la resa della band in un lavoro ben più complicato quale è un full-lenght e perchè no un concept album. Noi li attendiamo volentieri.

Autore: Penelope Sulla Luna Titolo Album: Enjoy The Little Things
Anno: 2011 Casa Discografica: Minollo Records
Genere musicale: Post-rock Voto: 6,5
Tipo: EP Sito web: http://www.penelopesullaluna.net
Membri band:

Dori – chitarra

Andrea – basso

Roy – piano e synth

Tom – batteria

Tracklist:

  1. Strange Storms
  2. Snowflakes Like Cannonballs
  3. I Read Lullabies
  4. To Kill You In Your Sleep
Pagine:12»