15th apr2013

Avantasia – The Mystery Of Time

by Massimo Macera

Era circa poco meno di 2 anni fa, quando Tobias Sammet concludeva con il botto il concerto degli Avantasia al Wacken nel 2011, tornato in patria aveva avuto il tempo di riposarsi e magari di pensare ad un nuovo album  da comporre. Sì esatto aveva avuto del “tempo”…“che concetto peculiare…”, deve aver pensato. E fu così che previo annuncio sul suo sito ufficiale nel 2012, il mastermind del progetto Avantasia riprese ancora una volta penna e spartiti per lavorare ad un nuovo fantasmagorico concept su tempo, scienza e religione, pervenuto alla bramosa mano del pubblico nell’aprile del successivo anno, con il nome di The Mistery Of Time. Sammet lo definisce “rock epic”, in effetti lo stile della composizione risulta evoluto verso un hard rock melodico molto deciso piuttosto che power metal, sia per le dinamiche che per la struttura armonica, che offre delle interessanti alternative rispetto ad altrimenti veloci pezzi sparati ed assoli vertiginosi oramai già ascoltati e riascoltati, fatta eccezione per alcune tracce che tuttavia non guastano affatto. Il cast di quest’opera conta, oltre ai già conosciuti Michael Kiske (Unisonic, ex-Helloween), Bob Catley (Magnum) e Cloudy Yang (Avantasia) che Tobi tiene gelosamente stretti al proprio fianco, anche nuove “reclute” il cui timbro è particolarmente piaciuto a quest’ultimo, ascolteremo infatti esponenti del metal e dell’hard rock come Mr.Big, Pretty Maids e Saxon. A coronare il tutto è l’ingaggio di una prima vera orchestra per le registrazioni, essenziale è infatti la collaborazione con la German Film Orchestra Babelsberg, presente anche in un album degli Edguy. Ma accingiamoci ora ad ascoltare il prodotto.

L’album si apre con Specters, l’orchestra crea subito la tensione e dopo pochi secondi sfocia nell’intro vero e proprio coadiuvato da batteria e chitarre, il pezzo è riccamente strutturato, e riesce efficacemente ad evocare nella mente dell’ascoltatore i suoi fantasmi, in un perfetto connubio tra strumenti classici e moderni, in particolare per le tastiere dell’inquietante intermezzo che precede l’ultimo ritornello (pianoforte, strings, sinth e persino un clavicembalo!). Il tema del ritornello sulle ultime ottave del pianoforte a mo’ di carillon conclude la traccia e lascia solo un breve attimo di silenzio prima che la frenetica The Watchmaker’s Dream cominci la sua corsa, un flusso ininterrotto di doppio pedale in dodici ottavi che fa da base all’accompagnamento su cui il timbro di Joe Lynn Turner (ex-Rainbow, ex-Deep Purple) si precipita nuovamente in un duetto con Tobias Sammet (entrambi già interpreti del primo pezzo). Anche qui l’attenzione è subito catturata dall’organo hammond che accompagna le strofe e che delizia i fan dei Deep Purple con un assolo alla Jon Lord a circa metà della canzone. È la volta di Black Orchid, l’atmosfera è resa maestosa e cadenzata dall’introduzione orchestrale che ricorda a grandi linee quella di Sign Of The Cross da The Metal Opera, che fa da preludio ad un duetto tra Sammet e Biff Byford (Saxon) adorno di cori ed armonie imponenti.

A seguire nell’ordine troviamo Where Clock Hands Freeze: i performer dell’orchestra Babelsberg hanno ancora una volta il compito di introdurre il pezzo, il pathos creato da archi e fiati annuncia l’infallibile duo del power, Sammet-Kiske all’opera in strofe veloci e dinamiche e ritornelli in cui il frontman degli Unisonic non delude le aspettative con i sempre amati acuti adamantini come solo lui sa fare. A questo punto Tobi decide di fare un break dall’adrenalina dei primi quattro pezzi e assegna al quinto posto Cloudy Yang nel suo secondo ingaggio da lead vocalist negli Avantasia, cantando con il soprano leggero in Sleepwalking, molto semplice, sentimentale, in effetti un po’ scontata ma pur sempre orecchiabile. Arriviamo ad una delle due tracce più lunghe della raccolta, Saviour In The Clockwork in cui Tobi richiama a raccolta tutte le voci maschili fino ad ora presentate (Kiske, Byford e Turner) per unirsi a lui in un’altra fantastica corsa. I dieci minuti del pezzo sono magistralmente organizzati in varie sezioni, che vanno dalle più potenti e ritmate del refrain a quelle più lente e a dinamica bassa, che servono per creare il climax che riporterà nuovamente il groove della traccia alle stelle riprendendo il ritornello per concludere. Stessa cosa dicasi per Invoke The Machine, featuring Ronnie Atkins (Pretty Maids): qui le linee di chitarra elettrica e batteria si fanno ancora più aggressive, per un brano intenso ed incalzante, magari un po’ ostico da digerire al primo ascolto ma decisamente meritevole una volta metabolizzato.

Concediamoci un altro break per assaporare un po’ di sentimentalismo in chiave rock come si deve: la consueta ballad mai assente nelle opere di Tobi ci viene offerta da Eric Martin (Mr. Big) e risponde al nome di What’s Left Of Me, pezzo araldo delle ultime due tracce che concluderanno l’album. Stiamo parlando di Dweller In A Dream in cui fa il suo ritorno Michael Kiske, nell’ultima traccia di stampo power, e di The Great Mystery, il gran finale alla quale prestano la voce Turner, Byford ed un ritrovato Bob Catley, in uno spettacolare melting pot di stili diversi amalgamati alla perfezione. Rock e musica classica sposano perfettamente musical e gospel, per la degna chiusura di una delle opere meglio riuscite al genio del leader degli Edguy, che riconferma per la sesta volta il suo talento mai obsoleto e incredibilmente versatile.

Autore: Avantasia Titolo Album: The Mystery Of Time
Anno: 2013 Casa Discografica: Nuclear Blast
Genere musicale: Power Metal Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.tobiassammet.com
Membri band:

Tobias Sammet – voce, basso

Sascha Paeth – chitarra

Miro Rodenberg – tastiere

Russel Gilbrook – batteria e percussioni

Tracklist:

  1. Specters
  2. The Watchmaker’s Dream
  3. Black Orchid
  4. Where Clock Hands Freeze
  5. Sleepwalking
  6. Saviour In The Clockwork
  7. Invoke The Machine
  8. What’s Left Of Me
31st mar2013

Avantasia – The Metal Opera Pt.2

by Massimo Macera

Ad un anno dalla pubblicazione del primo capitolo di The Metal Opera, il genio musicale di Tobias Sammet (frontman degli Edguy) fa il suo ritorno sotto le luci della ribalta per regalarci il tanto atteso finale delle vicende di Gabriel e del suo viaggio nella terra di Avantasia. Il valente cast di The Metal Opera pt.2 rimane pressoché invariato eccetto per un’ulteriore ingaggio: al già fantastico cameo di personaggi accuratamente selezionati tra i gruppi di maggior spicco del genere power (Helloween, Gamma Ray, Angra ed altri), Sammet aggiunge Bob Catley, vocalist dei Magnum, nei panni (o forse rami) di un albero della conoscenza, in stile Pochaontas di Walt Disney. Tra gli strumentisti invece fanno il loro ingresso Eric Singer (dei Kiss) alla batteria, e Timo Tolkki (ex Stratovarius) alla chitarra, già presente nel progetto ma fino ad ora soltanto come cantante. La proposta musicale dell’album rimane, ovviamente, non dissimile da quella del suo predecessore, ovvero improntata verso la potenza e la dinamicità tipiche del power metal ed arricchita da sezioni di orchestra classica e di cori maschili epici, senza disdegnare però tracce più lente e sentimentali. Si riscontra infatti che in tutti e due le raccolte sono sempre presenti almeno due ballad, una delle quali eseguita completamente al pianoforte, talvolta merlettata con dei violini.

Va sottolineato comunque, che in questo secondo capitolo, l’album perde alcuni dei tratti caratteristici che lo fanno leggermente involvere verso una “normale raccolta di pezzi” piuttosto che un’opera: sono infatti assenti intermezzi completamente strumentali, o parti recitate, ed in più diviene evidente che l’inventiva di Sammet comicia ad essere ridondante e meno originale, benchè comunque sempre piacevole (ovviamente diamo per scontato un precedente ascolto della part 1 dell’opera). Troviamo però anche pezzi di grande impatto, basti pensare a The Seven Angels, il brano di apertura, una maestosa rapsodia lunga ed articolata (la struttura non differisce molto dall’intramontabile Bohemian Rhapsody dei Queen) alla quale prende parte la quasi totalità del cast. Ad essa segue No Return, un precipitoso duetto tra Sammet e Matos, ma oltre la velocità, null’altro degno di nota caratterizza questo pezzo. È la volta di The Looking Glass e In Quest For in cui Sammet viene affiancato da Bob Catley, rispettivamente in un primo deciso e cadenzato duetto dal ritornello polifonico ed accattivante, e in una seconda ballad al pianoforte; anche qui (pur ribadendo che comunque i pezzi sono orecchiabili in generale) la sola novità ci è data dal timbro del nuovo personaggio della storia, essendo la struttura molto simile ad Inside dal primo album.

Spezziamo tuttavia una lancia a favore di Tobi per la traccia che segue, The Final Sacrifice, un cruento e frenetico duetto tra quest’ultimo e il già incontrato vocalist dei Virgin Steele, David DeFeis, il cui ringhiante e straziante timbro evoca brillantemente la tortura fisica che il suo personaggio sostiene nella storia; inoltre le sue tre ottave e mezzo di estensione vengono finalmente alla luce, conservando potenza anche nei passaggi più acuti, un fattore che aiuta a differire dagli altrimenti già sentiti gorgheggi sottili di Michael Kiske e di Andre Matos. Sempre più prossimi alla fine seguitiamo con un poker di pezzi rappresentanti l’epilogo della trama: scontri vinti con tragiche perdite, malvagi che si pentono, e il salvataggio finale della sorella tanto amata, stiamo parlando di Neverland (Sammet e Rob Rock), Chalice Of Agony (un altro immancabile terzetto firmato Sammet, Hansen e Matos) e Memory (Sammet e Ralf Zdiarstek), anch’esse caratterizzate da epici ritornelli corali. L’opera si conclude con Into The Unknown in cui la sofisticata orchestra annuncia un viaggio verso l’ignoto e fa da sfondo alle voci di Tobias e della tenera Sharon Den Adel fino ad allora rimasta dietro le quinte (nella storia dietro le sbarre), per un duetto trepidante di gioia ed avventura, di quelli che accompagnano il “the end” alla fine di una meravigliosa storia.

Per finire, malgrado qualche passabile acciacco, The Metal Opera Pt. 2 costituisce un altro importante prodotto per coloro che si sono votati al power metal, sia per completezza, che per ciò che offre la raccolta in sè, il teutonico Tobias Sammet infatti dimostra di saper risultare creativo e coinvolgente anche in una produzione musicale decisamente corposa. Con questi due album il progetto Avantasia si assicura un brillante inizio per quello che si spera essere un florido ed apprezzato percorso.

Autore: Avantasia Titolo Album: The Metal Opera Pt.2
Anno: 2002 Casa Discografica: Scarecrow Records
Genere musicale: Power Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.tobiassammet.com
Membri band:

Tobias   Sammet – tastiere, voce

Henjo   Richter – chitarra

Markus   Grosskopf – basso

Alex   Holzwarth – batteria

Tracklist:

  1. The Seven Angels
  2. No Return
  3. The Looking Glass
  4. In Quest For
  5. The Final Sacrifice
  6. Neverland
  7. Anywhere
  8. Chalice Of Agony
  9. Memory
  10. Into The Unknown
  11. Chalice Of Agony (edit version bonus track)
  12. Avantasia (single version bonus track)
20th mar2013

Helloween – Straight Out Of Hell

by Gianluca Scala

Grandissimo e gradito ritorno delle zucche di Amburgo che con questo nuovo lavoro discografico si confermano capisaldi del power metal di scuola europea. Ebbene sì, gli Helloween a distanza di tre anni dal metallifero 7 Sinners tornano a deliziare le nostre giornate con 15 nuovi brani (noi abbiamo sottomano la versione digipack condita da grandi bonus track) che non si discostano molto dal genere che propongono dalla pubblicazione di Master Of The Rings in poi, in pratica da quando l’ex singer degli hard rocker Pink Cream 69, il buon Andi Deris, ha preso in mano il microfono e la guida della band. In questo nuovo album troverete tutti gli ingredienti che messi insieme creano questa musica tiratissima e godibilissima e sempre colma di melodie eccellenti ed assoli di chitarra a quattro mani da incorniciare nella propria stanza. E qui le nostre zucche amburghesi non si sono risparmiati proprio per nulla. Il primo brano che é anche il primo singolo di lancio dell’album porta il nome di un personaggio epico che riporta al periodo Maya, Nabataea. La canzone é molto bella e ben introduce con i suoi continui cambi di tempo il resto del disco, brano perfetto sotto tutti i punti di vista.

World Of War, Live Now e la grandiosa Far From The Stars sono un perfetto tris d’assi di pregevole power metal che gli Helloween calano ad inzio delle danze ricordando a tutti che questo genere lo hanno creato e fatto crescere anche loro. Gli assoli di chitarra e la doppia cassa, lanciatissima in Far From The Stars vi faranno impazzire di estrema e metallica gioia. Una bella novità di questo ultimo lavoro sta anche nel constatare dello spazio che è stato concesso a livello compositivo e sopratutto nella stesura dei testi delle canzoni al bassista Markus Grosskopf e al chitarrista Sascha Gerstner: il bassista ha firmato ben tre brani mentre Gerstner, che in genere dava solo un apporto prettamente solistico sul lato pratico, si è qui cimentato a scrivere anche i testi di diverse canzoni. Tra queste citiamo l’esplicita già dal titolo Asshole e l’unica ballad presente in questo episodio discografico, ossia la melensa Hold Me In Your Arms. Se poi aggiungiamo che la title track è una delle canzoni più belle scritte negli ultimi anni dagli Helloween potete solo gioire leggendo queste righe.

La grafica del disco é curatissima come sempre, belle le immagini della band ed anche le zucche che fanno da tema portante sia sulla copertina che nel booklet interno, con tanto di lyrics comprese. E tante ghiotte sono anche le bonus tracks incluse, con tanto di dediche particolari come quella fatta a Freddie Mercury con la canzone Wanna Be God, o della versione hammond del brano Burning Sun  per Jon Lord dei Deep Purple (un doveroso R.I.P. per questi due grandi musicisti che ora non ci sono più). Se avete ascoltato Straight Out Of Hell noterete che per un pò di tempo sarete a posto con voi stessi. Tremate, tremate le zucche son tornate!

Autore: Helloween Titolo Album: Straight Out Of Hell
Anno: 2013 Casa Discografica: Sony Music/Columbia
Genere musicale: Power Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.helloween.org
Membri band:

Andi Deris – voce

Michael Weikath – chitarra

Sascha Gerstner – chitarra

Markus Grosskopf – basso

Daniel Loeble – batteria

Tracklist:

  1. Nabataea
  2. World Of War
  3. Live Now
  4. Far From The Stars
  5. Burning Sun
  6. Waiting For The Thunder
  7. Hold Me In Your Arms
  8. Wanna Be God
  9. Straight Out Of Hell
  10. Asshole
  11. Years
  12. Make Fire Catch The Fly
  13. Church Breaks Down
  14. Another Shot Of Life (bonus track)
  15. Burning Sun (bonus track – hammond        version)
16th mar2013

Avantasia – The Metal Opera Pt.1

by Massimo Macera

Caccia alle streghe, una sorella in pericolo, un oscuro segreto ed un’altra dimensione piena di personaggi fantastici, ingredienti perfetti per una storia fantasy, no? Fu così che nel lontano luglio 2001 l’allora ventiquattrenne Tobias Sammet leader degli Edguy, armato di pentagramma, penna ed inventiva decise che quelli sarebbero stati gli elementi perfetti per una storyline degna di un concept album, il cui successivo lavoro portò all’uscita di una pietra miliare del power metal, ora decantata (cantata, da chi può…) ed elogiata da tutti. Stiamo parlando di The Metal Opera, divisa in due raccolte omonime, rispettivamente Part 1 e Part 2. Qui parleremo di della prima parte. Ma cos’è che rende così speciale quest’album? La risposta arriva dall’ascolto delle tracce stesse. Si nota quasi subito che non è la sola voce di Tobi (Gabriel Laymann) quella che domina benché sia comunque presente in tutta la raccolta. È infatti la collaborazione tra il frontman degli Edguy e la crème di icone del power metal (quali Stratovarius, Gamma Ray, Helloween, Angra e non solo) il punto cardine che caratterizza The Metal Opera; ogni special guest presta la sua preziosa voce ad un dato personaggio all’interno della trama, sia esso più marginale come ad esempio quello di Anna Held, (interpretato dalla leggiadra Sharon Den Adel, vocalist dei Within Temptation) presente solo nello strappalacrime Farewell, o riproposto più volte, come quello di Lugaid Vandroiy, compagno di viaggio (e di acuti) del protagonista (interpretato nientemeno che da Michel Kiske, ex-front man degli Helloween, con il quale notiamo Sammet adora duettare), in Breakin’ Away e nell’epica The Tower, dove per altro fa la sua unica apparizione un tenebroso Timo Tolkki (ex-Stratovarious) nel ruolo della voce della decantata torre.

I pezzi si caratterizzano per un largo uso di orchestrazioni classiche, magari non ricchissime ma comunque efficaci ad addolcire un po’ l’atmosfera dominata altrimenti solo da veloci chitarre elettriche e doppio pedale a profusione. Sammet, inoltre, pare ritenere indispensabile l’utilizzo di cori a più voci esclusivamente maschili in quasi tutti i pezzi (in accordo con le vicende della storia), i quali sembrano dar fiato alla coscienza del protagonista, permettendoci di coglierne i disagi e le riflessioni: ne abbiamo un calzante esempio nei ritornelli di Glory Of Rome, Serpents In Paradise (quest’ultima assieme ad un espressivo David DeFeis, dei Virgin Steele) e Breakin’ Away, come anche nell’imponente Sign Of The Cross, in cui appare anche l’autoritario timbro di Oliver Hartman (ex-At vance), perfetto nel ruolo del Papa Clemente VIII e quello di Bob Rock, degli Impellitteri, che interpeta il suo sottoposto, il vescovo Von Bicken. Non mancano poi tracce che esulino un pochino dal resto dell’album: ritroviamo infatti Inside eseguita completamente al pianoforte, che fa da base alle voci di Kai Hansen (ex-Helloween, attuale leader dei Gamma Ray) nel ruolo di Regrin, il nano, e del brasiliano Andre Matos (ex-Angra) nei panni di Elderane, l’elfo, in un introspettivo e breve terzetto con il protagonista sulla fantasia.

Una critica da muovere a Tobias tuttavia è il poco spazio solistico che egli concede ai colleghi strumentisti, alcuni di loro selezionati ancora una volta da altre band. Annoveriamo tra loro il bassista Markus Großkopf, degli Helloween, e Henjo Richter dei Gamma Ray, la cui chitarra è il primo strumento dopo l’orchestra ad aprire gli inizi dell’album in Reach Out For The Light. Gli unici pezzi totalmente strumentali, ovvero Prelude all’inizio, In Nomine Patris e A New Dimention, (queste ultime due dalla durata relativamente troppo breve) sono appannaggio esclusivo dell’orchestra. Per concludere, un’ensamble svariato di voci e strumentisti, competente e azzeccato, ed una produzione musicale coinvolgente, dalle armonie mai scontate, diverse ma tuttavia coerenti sia tra loro che con la storyline, rendono The Metal Opera un prezioso manufatto da aggiungere obbligatoriamente alla playlist di chi muove ancora i primi passi nell’ambito del power metal, ed anche coloro che hanno affinato le loro orecchie nel genere non rimarranno delusi nell’ascoltare questa speciale variante più melodica, la cui inusuale ma accattivante struttura offre un alternativo ed interessante punto di giunzione tra il metal e i canoni della musica classica che differisce dal solito canto impostato su chitarra elettrica.

Autore: Avantasia Titolo Album: The Metal Opera Pt.1
Anno: 2001 Casa Discografica: AFM Records
Genere musicale: Power Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.tobiassammet.com
Membri band:

Tobias   Sammet – tastiere, voce

Henjo   Richter – chitarra

Markus   Grosskopf – basso

Alex   Holzwarth – batteria

Tracklist:

  1. Prelude
  2. Reach Out For The Light
  3. Serpents In Paradise
  4. Malleus Maleficarum
  5. Breaking Away
  6. Farewell
  7. The Glory Of Rome
  8. In Nomine Patris
  9. Avantasia
  10. A New Dimension
  11. Inside
  12. Sign Of The Cross
  13. The Tower
05th mar2013

Angra – Best Reached Horizons

by Marcello Zinno

Cambiare cantante è sempre un problema per una band. Quando una formazione sforna album epocali i fan si affezionano ai musicisti che hanno creato quelle canzoni. Ciò è tanto più vero se ci parla del singer la cui performance resta impressa anche per chi non è attento ai tecnicismi musicali rappresentando il primo fattore che si imprime nella mente di chi ascolta. Questo lo sanno tantissime band (Iron Maiden, Marillion, Judas Priest, Black Sabbath, Deep Purple, Helloween, Dragonforce, Alice In Chains, Gotthard…): si tratta di un ostacolo molto rischioso che può sancire la fine della carriera della band o altre volte, con anni e anni di lavoro, una rinascita (AC/DC su tutti). Anche gli Angra rientrano in questo discorso, raccontato nel vero senso della parola da questo Best Reached Horizons uscito a fine 2012 sotto SPV/Steamhammer. Dal 1993 al 1999 infatti la band brasiliana è stata diretta da Andre Matos, mentre al 2000 in poi dietro il microfono è stato scelto Edu Falaschi. Un cambio di rotta che ha significato molto per la band e che ha voluto essa stessa mettere a confronto con questa doppia uscita nella quale il primo album rappresenta la prima epoca della band mentre il secondo il periodo più nuovo vissuto con Edu.

Ma ciò non basta, perchè in realtà i due CD ripercorrono in ordine cronologico i successi delle due formazioni (senza considerare le sostituzioni degli altri, seppur importanti, musicisti). Il CD 1 contiene le prime quattro tracce estratte da Angels Cry (1993) la quinta e la sesta da Holy Land (1996) un estratto live da Holy Live (1997) la title track dell’EP Freedom Call (1996) e due brani di Fireworks (1998). Non abbiamo dubbi: le tracce sono davvero il meglio del meglio della produzione realizzata con Matos e rappresentano un pò una guida per chi non conosce la band per scoprire il loro fantastico mondo. Stesso discorso per il secondo CD dedicato ad Edu: le prime due tracce estratte da Rebirth (2001) la title track dell’EP Hunters And Prey (2002), due brani da Temple Of Shadows (2004), due da Aurora Consurgens (2006) e due dal più recente Aqua (2010). Tutto rigorosamente in ordine cronologico. Inutile fare una disamina dei singoli brani: è stato selezionato di proposito il meglio della loro carriera, anche per omaggiare questa release che rappresenta il primo ‘best’ a nome Angra. Curioso scoprire, tramite proprio questa scelta di ordinare temporalmente le tracce, quanto si sia evoluto il power metal della band, passando da un power/prog dalle tinte molto epiche nella prima fase ad un power/heavy comunque molto tecnico del secondo periodo. Gli stili vocali sono simili tra loro: acuti e vette altissime caratterizzano le voci di Matos e Falaschi anche se nel primo si ravvisa una spregiudicatezza maggiore. Ovviamente la differenza principale è che il primo risiede stabilmente nel cuore dei fan per le emozioni copiosamente elargite in passato.

Curiosa in chiusura la scelta di inserire una cover, si tratta di Kashmir dei Led Zeppelin, rivista profondamente secondo lo stile che caratterizza i brasiliani senza snaturarne la versione originale. In conclusione possiamo parlare di un prodotto commerciale? Non possiamo negare che si tratta di un’uscita per far rivivere ai fan le perle delle due ere e permettere a chi non conosce gli Angra di condensare in due ore veramente il top da loro prodotto in venti anni di magistrale carriera. Secondo noi è qualcosa di più…ora che anche Edu Falaschi ha annunciato di lasciare la band è possibile che con questo ‘best’ si voglia fare il punto dei due periodi precedenti e puntare ad uno nuovo con un terzo singer. Staremo a vedere.

Autore: Angra Titolo Album: Best Reached Horizons
Anno: 2012 Casa Discografica: SPV/Steamhammer
Genere musicale: Progressive, Power Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.angra.net
Membri band:

André Matos – voce

Edu Falaschi – voce

Rafael   Bittencourt – chitarra

Kiko Loureiro – chitarra

Felipe Andreoli – basso

Luis Mariutti – basso

Ricardo Confessori – batteria

Aquiles Priester – batteria

Tracklist :D isc 1

  1. Carry On
  2. Angels Cry
  3. Wuthering Heights
  4. Evil Warning
  5. Nothing To Say
  6. Holy Land
  7. Carolina IV (Live)
  8. Freedom Call
  9. Lisbon
  10. Metal Icarus

Disc 2

  1. Nova Era
  2. Rebirth
  3. Hunters And Prey
  4. Spread Your Fire
  5. Waiting Silence
  6. The Course Of Nature
  7. Salvation Suicide
  8. Arising Thunder
  9. Lease Of Life
  10. Kashmir
25th feb2013

Fatal Impact – Esoteria

by Giancarlo Amitrano

Anche dai recessi più sperduti del nostro vecchio continente possono fuoriuscire solide realtà musicali, senza che il Paese di provenienza sia di ostacolo. Essendo, anzi, nel caso di specie il luogo in esame tra i più degni e nobili ispiratori di frange estreme del metal quali il death o anche il brutal. Il combo norvegese rilascia il secondo full-lenght dopo un quinquennio dal lavoro di esordio, mostrando una apprezzabile volontà di uscire fuori dai canoni consolidati del power da esso proposto in questo disco, che comunque risente ancora di una cappa di a volte latente pressapochismo in alcune tracce, specie per quanto riguarda la base compositiva, che pare non del tutto a suo agio nell’espressione delle tonalità alte da parte del singer. Imperniato quasi completamente attorno all’arcano ed al mistero, l’album offre uno spaccato di immaginazione musicale davvero ispirata in alcuni passaggi, ma purtroppo ripetitiva in altri. La titletrack è un buon intro che serve a creare l’opportuna atmosfera d’ambiente che spiana la strada a A New Era, brano molto intenso e su cui la band si esprime al meglio anche nei legati della chitarra, che cerca di rendere al meglio l’intenzione quasi metal nel bridge centrale. Where The Alders Grove ricalca stancamente la traccia precedente, costituendone forse un ideale prosieguo, peraltro mal riuscito a causa di una produzione che incupisce troppo il sound. Silent December risalta senza meno come la gemma del disco: classica ballad in stile power, dove le asce in questa occasione realizzano un’azzeccata combinazione dei suoni e consentono al singer di esprimersi finalmente al meglio con una timbrica che spazia dalle tonalità cupe a quelle ben più pulite nello svolgimento del pezzo. Almeno in questo frangente, la band si mostra finalmente compatta, cosa che purtroppo non si riscontrerà ancora spesso lungo la durata del disco.

Endtime Theater e The Blind Mans Eye è un dittico di brani che non mette e non toglie: in ambo le tracce le premesse sono ottime con le sonorità molto velocizzate e con il singer che si danna il suo per rendere ancora più compatti i brani. Eppure, dopo un attento ascolto resta la sensazione di trovarsi di fronte ad un lavoro incompiuto, a causa della scarsa ispirazione che la band appare immettere nell’esposizione dei brani, mentre con The Arrival si risale la china per quanto concerne il trasporto e l’intensità della band. Le atmosfere si fanno nuovamente cupe e la band appare qui a suo agio nel consentire un saggio uso del growl al singer in vari passaggi. Carica ed energia trasudano qui a pieni amplificatori, grazie ai tempi ben distribuiti. A View To Hell e Under The Stars sono ennesime power song che rendono bene l’intenzione della band di tributare i titani del genere, sia pur a modo loro. Rivisitati i clichè da seguire, i brani sono strutturati secondo le intenzioni canoniche della band e non per questo il sound risulta piatto o ostico da ascoltare. The Final Solace è invece un buon brano d’impatto, in cui la voce fa da padrona e viene seguita docilmente dal resto del combo nelle sue evoluzioni, senza aggiungere nulla di nuovo che possa indirizzare a mutare opinione sul lavoro sin qui svolto.

Verity Of Splendor si caratterizza per la relativa calma e pacatezza che riesce a trasmettere con le sue atmosfere: quasi a fungere da passerella finale a Funeral, in cui la band ci dona con sorpresa un solido lavoro dell’organo che disegna un brano stavolta davvero coinvolgente e che ripaga di alcuni passaggi a vuoto precedenti. Passaggi che ci si augura non si ripetano in futuro con i prossimi lavori.

Autore: Fatal Impact Titolo Album: Esoteria
Anno: 2012 Casa Discografica: Nadir Music
Genere musicale: Power Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.fatalimpact.no
Membri band:

Jorn Oyhus – voce, chitarra, tastiere

Per Anders Olsen – chitarra

Sondres Endsen – batteria

Freddy – basso

Tracklist:

  1. Esoteria
  2. A New Era
  3. Where The Alders Grove
  4. Silent December
  5. Endtime Theater
  6. The Blind Mans Eye
  7. The Arrival
  8. A View To Hell
  9. Under The Stars
  10. The Final Solace
  11. Verity Of Splendor
  12. Funeral
20th feb2013

At The Dawn – From Dawn To Dusk

by Antonluigi Pecchia

Oggi ci troviamo a parlare degli At The Dawn, giovane realtà proveniente dall’Emilia Romagna, formatasi solo nel 2011 e che, dopo aver pubblicato solo l’anno successivo l’EP Countdown To Infinity giunge già, nel 2013, al debutto discografico con il presente From Dawn To Dusk. La fretta di questa band a pubblicare lavori potrebbe fare storcere il naso ai più, ma non facciamoci prendere da inutili pregiudizi e andiamo a scoprire insieme questo album. Il sound proposto dal combo nostrano è un tipico power metal d’impatto in stile tedesco ma dalle forti tinte epiche, il cui songwriting punta molto sulle melodie dei ritornelli e tra i brani presenti nell’opera alcuni, come Post Fata Resurgo e la conclusiva Wake Up At Dusk, di cui melodie e ritornelli una volta ascoltati difficilmente si riescono a dimenticare. La buone doti canore di Stefano De Marco vengono ben messe in evidenza grazie ai riff tirati ad opera dei due Michele della band con le loro chitarre sostenute alla perfezione dal batterista Mattia Ughi, il suo doppio pedale e dalle linee di basso di Vittorio. Inoltre ad arricchire e a rendere ulteriormente godibili le composizioni di questa opera è il compito svolto dagli inserti di tastiera, sempre piuttosto semplici ma che riescono a supportare le melodie donandogli quel tocco di atmosfera necessaria.

Insomma, ci troviamo di fronte ad un lavoro che, senza puntare in alto, fa centro nell’idea per cui è stato composto, un piacevole ascolto per un pubblico senza troppe pretese, amante delle sonorità più melodiche del metal. Per la band sembra che la strada per giungere alla personalità e alla maturità stilistica è ancora lontana ma il futuro ci potrà dire di più a riguardo, per ora possiamo constatare che la strada intrapresa da questi ragazzi sembra sia quella buona.

Autore: At The Dawn Titolo Album: From Dawn To Dusk
Anno: 2013 Casa Discografica: Buil2Kill Records
Genere musicale: Power Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://atthedawn.weebly.com
Membri band:

Stefano De Marco – voce

Michele Viaggi – chitarra

Michele Vinci – chitarra

Vittorio Zappone – basso

Mattia Ughi  –   batteria

Tracklist:

  1. Prelude
  2. At The Dawn
  3. Red Baron’s Kiss
  4. Winter Storm
  5. Balthazar
  6. Post Fata Resurgo
  7. Countdown To Infinity
  8. Louder To Heaven
  9. Sunset Rider
  10. Wake Up At Dusk
  11. Ari’s Melody
  12. Disaster Recovery Plan (Bonus Track)
12th feb2013

Revoltons – 386 High Street North: Come Back To Eternity

by Giancarlo Amitrano

La Terra Promessa (musicale) a volte non è troppo lontana: inutile sobbarcarsi voli transoceanici per scoprire tesori che magari si hanno a portata di mano a pochi passi. Ad esempio, la proposta dei nostrani Revoltons non ha nulla da invidiare alle quotate band d’oltreoceano ed oltremanica in quanto a tecnica e capacità compositiva. Missando saggiamente hard, power, thrash e progressive (?!), il gruppo si destreggia alla grande nell’affrontare generi di sicuro impegno e necessitanti di originalità. Sin dalle due iniziali intro strumentali, tra cui la titletrack, la band dimostra idee chiare soprattutto negli arrangiamenti e nelle legature delle parti strumentali. Con Jeremy Bentham la gradevole voce di Andro consente ai germani Corona di svolazzare con leggerezza su di un pentagramma sonoro di sicuro impatto, che conduce ad un’invitante cavalcata quasi epica nel refrain e nel bridge centrale. La buona sezione ritmica detta bene i tempi di battuta, su cui il singer dosa bene i tempi di entrata. Un complesso Blood Of Skynet si dipana attraverso atmosfere molto cupe, che spaziano dal metal classico al progressivo nello slancio iniziale del brano: non pare essere appena al quarto brano, stante la già numerosa variazione di stile nell’esecuzione degli stessi. La voce è qui rallentata ad arte per consentire alle due asce di mettere assieme delle sonorità davvero non artefatte e che escono spontanee dagli amplificatori. Il cantato quasi declamato in alcuni passaggi rende il brano molto ingannevole, nel senso che ad una iniziale malinconia interpretativa segue invece una linea sonora molto rocciosa e stentorea, che rendono il pezzo tra i migliori dell’album.

L’ospite Francesca Sanavro offre con la sua voce angelicata un notevole servigio al breve interludio di Souffle De Vie, declamato in francese e reso molto delicato. Ideale ponte verso Come Back To Eternity, strutturato attraverso un lungo preludio iniziale che probabilmente appesantisce leggermente l’economia del brano. Le asce qui appaiono troppo “tirate” nella loro distorsione, mentre anche il singer cerca di rendersi eccessivo nel trattenere le note sui toni alti. Probabilmente, l’intenzione di rendere il brano una ideale testa di ponte verso la seconda parte dell’album mal si concilia con la linea sonora sin qui intrapresa dalla band. Tuttavia, l’alternanza del tapping in sottofondo rende comunque il pezzo egualmente gradevole nell’insieme, sia pur con i distinguo del caso e con la piacevole semiacustica centrale che dipinge un breve e nostalgico ghirigoro medievale davvero interessante. The Ancient Dragon è l’immancabile ballad: supportata da una buona iniziale evoluzione elettrica, la canzone si rafforza con il canto trasognato del singer, qui molto ispirato. Ammiccante al power in alcuni passaggi, il brano è tuttavia un vero esempio di poliedricità; non si discosta dai dettami sinora seguiti e tuttavia riesce ad emozionare con facilità. Le asce si mettono a disposizione del testo, che qui strizza l’occhio a tematiche tanto care alla leggenda Ronnie James Dio, che idealmente dall’olimpo benedice questa performance.

Si torna in riga con Sharpened Fog, dove alcuni inserti di tastiera rendono il brano un classico hit-metal, che senza dannarsi l’anima più di tanto riesce a raggiungere lo scopo di tratteggiare le note caratteristiche della band, devota al sound tipico dei gloriosi ‘80, in cui le asce la fanno da padrone. Chameleon esula ancora una volta dagli schemi: anche qui riscontriamo toni cupi e pesanti, dovuti alla sezione ritmica molto rallentata, che indugia quel secondo in più nella battuta e nella dettatura dei tempi. Per apparire molto “dark” nella fase centrale del pezzo, il gruppo non esita a sacrificare le tonalità alte del cantato, che qui fa molto uso di growl, sia pur sommesso ad arte. Ancora un lento con London Again, lo sforzo lodevole della band di proporre un momento molto intimista cozza con l’idea che di essa ci siamo sinora fatti. La tecnica del combo è indubbia e pur tuttavia il gruppo continua a farsi preferire sulle tracce più incisive che rendono meglio la natura anche tecnica della band, tuttavia impeccabile. Nagual Touch ci riconsegna al meglio i nostri eroi: la breve intro iniziale pregna di acustica lascia presto il passo ad una sventagliata di metal classico che riporta in auge la band. Il volutamente ritardato arpeggio delle asce consente al singer di esplodere con toni ben più spiritati, che in alcuni frangenti raggiungono addirittura vette hardrockeggianti. L’ossessiva semielettrica di sottofondo consente al singer di dettare i tempi della sua durata, presente ad iosa nella fase centrale, in secondo piano nell’enunciazione finale dei testi.

La conclusiva e lunghissima Space And Time Reflex, proveniente dal loro precedente Lost Remembrance, è la summa finale delle esperienze musicali sin qui maturate dalla band. Lungo tutto il minutaggio del brano, si alternano tutti gli stili cui all’inizio abbiamo fatto riferimento: dall’iniziale momento progressivo (con tutta la strumentazione volutamente sotto tonalità), si passa alla fase tipica del metal più spassionato, dove anche il singer si imbarca su vette vocali trattate in precedenza e con successo. Caratteristica del brano è la sua interruzione a metà durata, salvo poi ripartire con un sound che pare provenire da molti metri sottoterra e che pare nulla aver a che fare con quanto sin qui sentito. Un pizzico di suspence, che indurrà molti a voler rendersi conto di persona cosa accade e che di certo, non resterà deluso, grazie alla buona intenzione del gruppo, che avrà altre ideucce come questa in seguito.

Autore: Revoltons Titolo Album: 386 High Street North: Come Back To   Eternity
Anno: 2012 Casa Discografica: My Graveyard Productions
Genere musicale: Power Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.revoltons.com
Membri band:

Andro – voce

Alex Corona – chitarra e tastiere

Matt Corona – chitarra

Roberto Sarcina – basso

Elvis Ortolan – batteria

 

Giovanni Venier – voce traccia 4

Francesca Sanavro – voce tracce 5 e 9

Aydan – chitarra traccia 3

Fabrizio Cenci – piano traccia 7

Alex Carli – basso tracce 9 e 12

Tracklist:

  1. London Gates
  2. 386 High Street North
  3. Jeremy Bentham
  4. Blood Of Skynet
  5. Souffle De Vie
  6. Come Back To Eternity
  7. The Ancient Dragon
  8. Sharpened Fog
  9. Chameleon
  10. London Again
  11. Nagual Touch
  12. Space And Time Reflex
06th feb2013

Martiria – Roma S.P.Q.R.

by Marcello Zinno

Finalmente una band in grado di creare un concept album dedicato all’Italia e in particolare alla storia romana: si tratta di Roma S.P.Q.R. dei Martiria, una band che annovera tra le proprie fila influenze e artisti di un certo calibrio. Rick Anderson (in arte Damien King III, cantante dei Warlord) è stato a lungo alimentatore del progetto Martiria, fino ad un anno fa quando si è separato dal progetto per lasciare il microfono al nuovo singer Freddy; lo stesso chitarrista Andy Menario ha partecipato ad un progetto con Carl Sentance (ex Krokus), Carlos Cavazo (ex Quiet Riot), Jeff Pilson (ex Dokken) e Vinny Appice (ex Black Sabbath e Dio) per la registrazione di un album dal titolo Dinosaurs. Ma cosa rappresentano i Martiria oggi? Dopo 25 anni dalla loro nascita si può dire che i Martiria rappresentano un loro stile compatto, senza cedimenti o indecisioni, e che con questo concept album hanno compiuto un ulteriore passo nel proprio processo di maturazione. La costruzione sonora è ben precisa e non si presentano impasti di suoni, come a volte accade per lavori di questo tipo; il songwriting viene valorizzato adeguatamente e gli appassionati di classic heavy metal posso trovare diversi spunti interessanti, pur trattandosi fondamentalmente di power/epic metal. Ovvio che il fan tipo di Helloween e di Kai Hansen (tutta la discografia, Gamma Ray inlcusi) è a rischio overdose con la quasi ora piena di Roma S.P.Q.R. ma questo non vuol dire che si tratta di un album per ‘defender’ e basta (chiedetelo ai fan dei Virgin Steele!). Anzi la forza di questo lavoro è quella di piacere ad un pubblico eclettico: pur essendo ancorato alla scuola power, l’album risulta fruibile senza presentare rinuncie ad un sound duro e deciso.

Qualche influenza dreamtheateriana in Callistus Wake e l’interlocutoria Britannia che sa molto dell’epicità dei Bathory (o anche dei Blind Guardian ai tempi di Nightfall In Middle Earth) sono solo alcune sfumature rintracciabili dal passato, ma le armi vincenti dei Martiria sono ben appuntite ed escono fuori con Tale Of Two Brothers, che rappresenta la canonica power track con pomposità annesse da gloria e conquista, con l’accoppiata The Scourge Of God/Elissa tirate e complesse al punto giusto e con la ballad Ides Of March. Qualche passaggio meno personale c’è (come The Northern Edge), ma non si tratta di riempitivi in un album che va comunque osservato da un punto di vista complessivo. A livello ideativo Roma S.P.Q.R. è creato con tantissima attenzione sviscerando i periodi più caldi della storia dell’Impero Romano non trascurando citazioni ad immagini e fonti in latino provenienti dal passato.

E Freddy? È necessario presentare la nuova voce dei Martiria quale timbro vocale dalla particolarità non eccessiva ma con delle doti che riescono in parte a renderla piacevole in un contesto in cui anche gli altri musicisti spiccano molto per idee e tecnica. In uno scenario musicale del genere, a nostro parere, una voce con un’estensione vocale maggiore avrebbe reso l’opera ancora più epica. Al di là di tutto si tratta di un album davvero ben costruito, migliorabile sotto certi aspetti, ma in grado di forgiare un interesse di rilievo tra legioni di fan appartenenti a generi diversi. Anche per questo per noi è promosso.

Autore: Martiria Titolo Album: Roma S.P.Q.R.
Anno: 2012 Casa Discografica: My Graveyard Productions
Genere musicale: Power Metal, Epic Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.martiria.com
Membri band:

Andy Menario – chitarra

Derek Maniscalco – basso

Umberto Spiniello – batteria

Freddy – voce

Marco R. Capelli – testi

Tracklist:

  1. Nihil Aliud Quam Superstitione
  2. Callistus Wake
  3. Tale Of Two Brothers
  4. Byzantium
  5. Britannia
  6. The Northern Edge
  7. Hannibal (Sons Of Africa)
  8. Omens
  9. Ides Of March
  10. The Scourge Of God
  11. Elissa
  12. Burn, Baby Burn (Magnum Incendium Romae)
  13. Are You Afraid To Die?
  14. Spartacus
03rd feb2013

Rhapsody Of Fire – From Chaos To Eternity

by Alberto Lerario

From Chaos To Eternity sancisce la fine di un’epoca, narrando l’ultimo capitolo della “The Dark Secret” saga iniziata nel lontano 1997 con il primo capitolo della serie Legendary Tales, trampolino di lancio per la band triestina oramai conosciuta e apprezzata in tutto il mondo metallaro. L’ultima fatica dei Rhapsody esce a breve distanza, circa otto mesi, dal predecessore The Cold Embrace Of Fear, dimostrando come la vena creativa di Luca Turilli e Alex Staropoli non sia affatto esaurita. Certo il lasso di tempo ridotto tra un lavoro e l’altro non ha consentito la rifinitura ottimale dei dettagli, anche se questo non ha intaccato lo stile complessivo della band. Le complesse orchestrazioni su cui si poggiano cori dal sapore epico sono squarciate da riff taglienti, la maestria alla chitarra di Turilli è pareggiata dalla voce di Lione. Da notare la presenza ufficiale di una seconda chitarra, Tom Hess, ex componente degli HolyHell e vecchia conoscenza di Turilli. From Chaos To Eternity è un album complesso, non immediato, che per essere capito e apprezzato necessita più di un ascolto. Meno melanconico di altri lavori, caratterizzato da un’energica retorica epica coinvolgente l’album si apre subito in maniera elettrizzante con Ad Infinitum in cui un poderoso riff accompagna la narrazione dell’attore Christopher Lee (impeccabile anche questa volta nel prestare la sua voce alla band). Si continua con la title track From Chaos To Eternity  sull’onda dell’energia sonora gonfiata dalla voce di Lione che esplode nel coro della traccia.

Tempesta Di Fuoco è un estratto arrangiato di Sonata per pianoforte n 1 Opera 2, quarto movimento di Beethoven. Si possono apprezzare non solo influenze neoclassiche, ma anche progressive, a dimostrazione del lavoro impeccabile dal punto di vista tecnico musicale da parte della band. La traccia risulta inoltre peculiare poiché il testo cantato da Lione è interamente in italiano. Ghosts Of Forgotten Worlds è un brano dal sapore quasi metal vintage (lontanamente ricorda i Judas Priest) per quanto riguarda la sezione ritmica, in cui si inseriscono i grandi duetti tra chitarra e tastiera. Anima Perduta è un pezzo lento, che fa perdere un po’ di ritmo all’album, cantato comunque magistralmente da Lione. In Aeons Of Raging Darkness esplode un’aggressività thrash metal rappresentato dallo screaming di Lione, una delle sfaccettature della complessa anima della band che solo di rado hanno fatto emergere durante la loro carriera. Un’altra sorpresa ce la regala I Belong To The Stars, un mid tempo di stampo hard rock, nel complesso riuscito, ma che fa storcere il naso ai puristi del metal o ai fan di vecchia data. Con Tornado si torna sulle strade sicure di metallo. Ottima sezione ritmica, potente e melodica, dove Alex Staropoli con le sue tastiere spicca tra tutti.

Heroes Of The Waterfalls’ Kingdom è la traccia conclusiva dell’album. Film-score metal allo stato puro, divisa in cinque tracce, legate insieme dalla lunga narrazione di Christopher Lee, in cui ritroviamo momenti folk medievali e l’epica sinfonica che rappresenta il marchio di fabbrica della band. La lunga durata della traccia doveva rappresentare il degno finale della saga iniziata nel 1997, ma la band ha forse finito per strafare rendendola troppo pomposa e dilatata perdendo un po’ di pathos. From Chaos To Eternity risulta nel complesso un tantino affrettato nella produzione. Doveva essere, o forse ci aspettavamo che fosse, una conclusione epocale di una saga epica lunga quattordici anni. Si tratta di certo di un buon album, impeccabile dal punto di vista tecnico, poderoso, ma che presenta alti e bassi al suo interno e raramente tocca vette di assoluto valore, complice anche una produzione non limata alla perfezione. Insomma un buon finale che merita sicuramente l’ascolto, ma non un gran finale, per una delle saghe musicali più lunghe della storia del metal.

Autore: Rhapsody Of Fire Titolo Album: From Chaos To Eternity
Anno: 2011 Casa Discografica: Nuclear Blast
Genere musicale: Power Metal, Symphonic Metal Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.rhapsodyoffire.com
Membri band:

Fabio Lione – voce

Luca Turilli – chitarra

Tom Hess – chitarra

Alessandro Staropoli – tastiere

Patrice Guers – basso

Alex Holzwarth – batteria

Christopher Lee – voce narrante

Tracklist:

  1. Ad Infinitum
  2. From Chaos To Eternity
  3. Tempesta Di Fuoco
  4. Ghosts Of Forgotten Worlds
  5. Anima Perduta
  6. Aeons Of Raging Darkness
  7. I Belong To The Stars
  8. Tornado
  9. Heroes Of The Waterfalls’ Kingdom

 

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