17th mag2013

Absolute Priority – Hunter

by Antonluigi Pecchia

Hunter è il titolo dell’opera d’esordio dei toscani Absolute Priority, concept album basato sulla storia fantasiosa di Alan, serial killer affetto da doppia personalità prossimo all’esecuzione in un carcere di alta protezione che, dopo aver avuto l’occasione di confessarsi con il parroco per l’ultima volta, ripercorre la vita del “predatore” attraverso alcuni flashback per poi trasportarlo alla morte, alla pace dell’anima. Seppur la storia non si possa definire originale, viene sviluppata molto bene nel corso degli episodi e coinvolge a pieno l’ascoltatore senza mai annoiarlo. Lo sfondo della narrazione è un progressive metal dei più classici ma fatto bene, i cui principali riferimenti si riscontrano senza dubbio alcuno nel periodo d’oro firmato dagli statunitensi Queensrÿche. I brani che compongono l’opera si presentano ben realizzati in tutto, mostrando un tocco di personalità nel sound, le atmosfere e le emozioni vengono fatte trasparire ottimamente dalla corde vocali di Valerio Voliani e degno di nota è anche il lavoro svolto da Massimo Grasso alle tastiere che, senza mai eccedere in particolari virtuosismi riesce sempre a donare ad ogni attimo l’atmosfera giusta e a dare spessore alla sezione ritmica e alle riffiche a cura della coppia Morella/Caprina, dimostrandosi tutti comunque di essere in possesso di grandi doti tecniche ma soprattutto di saperle sfruttare bene che è la cosa più importante.

Seppur si tratti di un debut album Hunter delinea una band in possesso già di una certa maturità stilistica capace di comporre già dei gran bei prodotti, molto compatti. Una realtà da tenere d’occhio per gli amanti del progressive metal.

Autore: Absolute Priority Titolo Album: Hunter
Anno: 2012 Casa Discografica: Revalve Records
Genere musicale: Prog metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/absolutepriority
Membri band:

Valerio Voliani – voce

Federico Morella – chitarra

Francesco Caprina – chitarra

Andrea Bardi – basso

Massimo Grasso – tastiere

Simone Colombo – batteria

Tracklist:

  1. The Confessor
  2. My Ordinary State
  3. Things I’ve Never Done
  4. 4:00 A.M.
  5. Tragic Reconcilation
  6. L.O.S.T.
  7. Bloody Tapes
  8. Fear Of The Night
  9. My Reflection
  10. Again
  11. Dead Man Walkin’
13th mag2013

Hypnotheticall – A Farewell To Gravity

by Rod

Ci eravamo lasciati con gli Hypnotheticall appena un anno fa, quando sulle pagine di RockGarage raccontavamo delle incredibili impressioni circa l’ottimo Dead World (recensione a questo link). Ritroviamo con piacere anche nel 2013 la band vicentina grazie alla recente uscita di A Farewell To Gravity, un disco nuovo di zecca composto da ben undici tracce di interessante e sperimentale prog metal moderno che mostra nuove facce nella line up (Marco Ciscato alla voce e Davide Pretto alle tastiere) e nuove direzioni artistiche sinora inesplorate. Nonostante i diversi punti di contatto con il suo predecessore, questo lavoro segna una decisa presa di posizione rispetto al passato, per il quale possiamo parlare più di una vera e propria evoluzione che di una mera riconferma del progetto artistico della band. From The Universe Beyond è il brano di apertura, un ottimo antipasto di prog moderno con sfumature metal decisamente graffianti e parti melodiche raffinate, che fanno di questo brano un potenziale e promettente singolo. Home appare decisamente un po’ indietro rispetto al brano precedente per via di una sorta di cupezza che gli viene conferita dall’interpretazione apparsa sofferente di Marco Ciscato. Drifting Dreamers stacca le distorsioni ed esplora strade più oniriche grazie a suoni morbidi e puliti, in cui a farla da padrone sono gli armonici di chitarra che sostengono lo schema portante del brano.

In Let Life Be An Origami, primo singolo estratto dalla raccolta, si palesa quell’attitudine a marchio Hypnotheticall che ben conosciamo, capace di sfornare brani perfetti, compatti, godibili e soprattutto potenti, con cambi di tempo e atmosfere precise e risolute che conferiscono al brano, come in questo episodio, la giusta tonicità, energia e compattezza. (Nevro) Tic, più che una canzone, è un intermezzo elettronico di pochi secondi che va ad introdurre Brainstorming Line, una traccia intricata, più aggressiva e mordente delle precedenti, in cui probabilmente l’accezione progressive si fa più preponderante, grazie ad un tempo incalzante ed ad un’attitudine tendente al metal sinfonico, ma soprattutto a certe parti strumentali che ricordano moltissimo i fasti dei Dream Theater del periodo di Awake. First Draft Of A Life, per i punti in comune, si palesa come la seconda parte di Drifting Dreamers (isolando i due brani ed ascoltandoli in paio, sembrano l’uno la continuazione dell’altro), anche se in questo episodio le atmosfere delicate e melodiche sono maggiormente spezzate da intrusioni elettriche, da una maggiore energia portata dal cantato e, soprattutto, dalla presenza di uno dei pochi assoli presenti nel disco.

When The Kraken Comes ci delizia con un’overture caratterizzata da bellissime tastiere che esplorano gli anfratti del progressive classico, accompagnando per mano l’ascoltatore in uno dei pezzi più godibili dell’album grazie all’ottimo chorus che si palesa nella seconda metà del brano. La title track A Farewell To Gravity, è il secondo episodio strumentale, un interludio di batteria e tastiere che va a precedere Crisis, un episodio che ci è apparso abbastanza confuso nella prima metà riuscendo a decollare definitivamente solo successivamente, grazie alla maggiore compattezza strumentale del combo, più orientato stavolta verso atmosfere aggressive e taglienti. Hiranyaloka è l’ultima traccia di questo lavoro, un brano sperimentale e minimalista, in cui spariscono virtuosismi e distorsioni per far posto a percussioni e cori asserviti ad una composizione dall’impostazione unlugged arricchita da una voce femminile; una sorta di canto medievale dal sapore ancestrale decisamente fuori contesto in un album come questo di ben altra prospettiva. Per le incredibili capacità tecniche sin qui mostrate, ci aspettavamo qualcosina in più dal combo vicentino. A Farewell To Gravity rappresenta comunque una raccolta di tutto rispetto,d ove però la scelta di soffermarsi troppo frequentemente sulle caratterizzazioni melodiche e su certe soluzioni marcatamente mainstream, hanno sicuramente pagato un dazio cocente alla visione dell’insieme del risultato finale.

Anche nella scelta del nuovo singer (che ben impressiona nonostante gli ampi margini di miglioramento), gli Hypnotheticall hanno optato per una timbrica che portasse in dote un registro vocale capace di rimanere sulla scia di quello del suo predecessore (Francesco Dal Barco), e pertanto più vicino ai canoni del metal (o se vogliamo del rock) che ai vocalist più in auge del movimento prog. Non un passo falso quindi, ma una di quelle sterzate che diventano prevedibili laddove intervengono cambi di personalità all’interno delle formazioni.

Autore: Hypnotheticall Titolo Album: A Farewell To Gravity
Anno: 2013 Casa Discografica: logic(il)logic Records
Genere musicale: Prog Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.hypnotheticall.it
Membri band:

Marco Ciscato – voce

Giuseppe Zaupa – chitarra

Mirko Marchesini – chitarra

Luca Capalbo – basso

Davide Pretto – tastiere, synth

Francesco Tresca – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. From The Universe Beyond
  2. Home
  3. Drifting Dreamers
  4. Let Life Be An Origami
  5. (Nevro) Tic
  6. Brainstorming Line
  7. First Draft Of A Life
  8. When The Kraken Comes
  9. A Farewell To Gravity
  10. Crisis
  11. Hiranyaloka
27th apr2013

Pain Of Salvation – One Hour By The Concrete Lake

by Marcello Zinno

Fino a qualche anno fa non molti conoscevano i Pain Of Salvation e come me si sono avvicinati a questo gruppo con molta curiosità e, perché no, anche con un po’ di diffidenza sapendo che il loro genere (quale maggiore forzatura per etichettare questi 5 ragazzi) è il prog metal. Un campo in cui si è detto molto, in cui migliaia di persone sono convinte che nessuno potrà dire più dei Dream Theater, un campo in cui da anni non si riesce ad aggiungere qualche idea che faccia credere ancora, che faccia sognare. Questo era il pensiero di molti prima di ascoltare i Pain Of Salvation, ma dopo aver varcato l’ingresso del loro mondo bisogna avere veramente fegato per parlare di declino del prog. I nostri nascono nel lontano 1984, già allora guidati dal superbo Daniel Gildenlöw, voce e chitarra, che rappresenta la mente pulsante del gruppo. Il loro esordio (Entropia) avviene 13 anni dopo, quando ormai la band era matura e pronta per lasciare il segno, per essere identificata tra i nomi emergenti di maggior impatto. Con l’esordio i Pain Of Salvation (che prima prendevano il nome di Reality) non potevano passare inosservati. Da qui emergono le radici funky dei 5 ragazzi, che puntano molto sull’atmosfera del brano (molto forti sono i richiami a passaggi in pieno stile pinkfloydiano) e sui cambi di tempo che per gruppi anche di maggior calibro sembra ormai troppo oltraggioso proporre. Il basso la fa da padrone (il bassista Kristoffer è il fratello di Daniel quasi a conferma delle doti sovranaturali di famiglia) ma non è mai oltraggioso, compie la sua parte in modo eccellente senza snaturare gli altri strumenti.

La domanda è di rito: “cosa si può scrivere dopo un capolavoro?” Ovviamente un altro capolavoro! E così viene pubblicato alle soglie del millennio One Hour By The Concrete Lake attraverso il quale i 5 ragazzi raggiungono vette altissime, di qualità, di impatto, di straordinaria caparbia, ma soprattutto di intensità musicale, quello che manca a molti dei gruppi attualmente in giro. Le linee vocali sono veramente articolate, si intrecciano con gli echi ed i cori degli altri componenti (ad eccezione del tastierista che riesce a tessere melodie emozionantissime), le atmosfere cambiano a volte lasciando l’ascoltatore totalmente spiazzato, altre volte cullandolo verso un status di meditazione/riflessione. A tutto ciò non mancano momenti di headbanging e di carica emozionale, ma di quella che ti prende da dentro. I più attenti noteranno che così come nel primo album i Nostri avevano proposto una parentesi jazzata, in questo secondo capolavoro si destreggiano in un ispiratissimo accenno death metal, un presente che viene apprezzato per chi cerca elementi inaspettati. Questo a conferma del fatto che i Pain Of Salvation non tentano di interpretare meglio un genere cristallizzato da altri, ma si impegnano a scrivere le regole di un qualcosa poco definibile affinché queste regole non ci siano, cercano di andare oltre ciò che può essere considerato un limite musicale del singolo genere e questo in modo slegato dal livello tecnico dei componenti che, nonostante sia eccellente, viene offuscato dalla loro originalità.

Inutile fermarsi a citare i brani, l’album è un pezzo unico in ogni suo ingrediente, in ogni sua nota. Una chicca: il titolo dell’album corrisponde proprio all’ultima strofa cantata dal toccante Daniel ma perché parlano di “one hour”?Probabilmente perchè la durata del lavoro è di 60 minuti precisi.

Autore: Pain Of Salvation Titolo Album: One Hour By The Concrete Lake
Anno: 1998 Casa Discografica: InsideOutMusic
Genere musicale: Progressive Voto: 9,5
Tipo: CD Sito web: http://www.painofsalvation.com
Membri band:

Daniel Gildenlöw – voce, chitarra

Johan Hallgren – chitarra, voce

Johan Langell – batteria, percussioni, voce

Kristoffer Gildenlöw – basso, voce

Fredrik Hermansson – tastiere

Tracklist:

  1. Spirit Of The Land
  2. Inside
  3. The Big Machine
  4. New Year’s Eve
  5. Handful Of Nothing
  6. Water
  7. Home
  8. Black Hills
  9. Pilgrim
  10. Shore Serenity
  11. Inside Out
23rd apr2013

Dream Aria – Fallen Angel

by Marcello Zinno

I Dream Aria sono una band canadese che hanno riscosso un certo successo oltreoceano, soprattutto in rete. Questa è di per sè una notizia in quanto il quartetto proprone un genere tutt’altro che nuovo: Fallen Angel, la loro autoproduzione, consta di nove tracce che alternano le influence progressive rock dei soliti mostri sacri con la durezza del prog metal, il tutto contornato da un abbraccio epico e in parte gothic grazie anche alla voce suadente e appunto agelica di Ann Burstyn. La produzione non è di certo all’altezza di uscite ben più blasonate, pur restano di livello apprezzabile considerando che si tratta di un’autoproduzione (prevalentemente il missaggio andrebbe migliorato), però bisogna riconoscere che le singole tracce propongono delle idee ben congeniate. La ricetta non risulta per nulla banale ma anzi c’è molta variabilità nello stile compositivo della band, le atmosfere pur restando ancorate alle loro radici si vedono inniettare scelte differenti: gli effetti quasi psichedelici di Abstract Relations o anche le pseudo nacchere in Gypsy Heart stupiscono e piacciono. La titletrack, che dovrebbe esaltare il concetto dei due lupi visti come due forze interiori l’una contraria all’altra possedute da ciascuno di noi, finisce per indebolire in parte le sonorità rock/metal a favore di qualcosa di più pacato, ma si tratta di uno spaccato. Le tastiere esprimono una rilevante creatività nei vari passaggi, sia per scelte sonore che per inserimenti e tavolta anche una certa attenzione agli arrangiamenti (The Illusionist) si fa notare.

Profondamente prog Carnival Of Souls, mette in luce varie sfumature targate Dream Aria: i tempi dispari, i diversi strumenti che vanno a braccetto, il legame con la melodia, tutti aspetti che appartengono alla band e che la rendono interessante. Quello che manca è un certo confezionamento nella proposta musicale della band. Non ci riferiamo assolutamente al packaging ma a come le idee sono assemblate, incastrate l’una dopo l’altra invece che lasciate digerire come in una trama di un film. L’impressione che si avverte è che l’ascoltatore non sia condotto per mano nel mondo dei Dream Aria ma anzi che ci sia un pò troppa fretta nel mettere in campo le proprie idee per dimostrarle e riconoscere una differenza rispetto al resto. Questo è di certo un elemento positivo perchè è indice di entusiasmo e di padronanza dei propri mezzi ma siamo sicuri che con la maturità musicale conquistata nel tempo il sound diventerà ancora più convincente.

Autore: Dream Aria Titolo Album: Fallen Angel
Anno: 2011 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Progressive, Epic Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/dreamariacanada
Membri band:

Don Stagg – tastiere

Garry Flint – batteria

Ann ‘Aria’ Burstyn – voce

Jon Casselman – basso, voce

Tracklist:

  1. Fallen Angel
  2. Gypsy Heart
  3. Abstract Relations
  4. Tale Of Two Wolves
  5. The Illusionist
  6. Carnival Of Souls
  7. Healer
  8. The Gift
  9. Winter Storm
09th mar2013

Fates Warning – Perfect Simmetry

by Marcello Zinno

Grande band i Fates Warning, tanto influente quanto sottovalutata nell’intera scena prog/heavy/rock. Il gruppo gira intorno alla figura carismatica e molto preparata di Jim Matheos, chitarrista davvero estroso che successivamente parteciperà anche ad un side-project dei Dream Theater (gli Office Of Strategic Influenze, meglio noti come OSI, con l’eclettico Mike Portnoy alla batteria e l’incomparabile Kevin Moore alla tastiera, presente anche in un album successivo dei Fates Warning). Abbandonate le sonorità “classic heavy” delle origini, i Nostri sfornano nel lontano 1989 questo capolavoro che prende il nome di Perfect Simmetry e che permette al combo del Connecticut di assumere delle sembianze proprie e evidenziare la propria personalità veramente forte nella scena prog dell’epoca. Mentre molto gruppi ostentavano a percorrere la strada dell’evoluzione, i Fates Warning puntavano a delle sonorità dannatamente ottantiane che risultano essere uno dei tanti contributi grazie ai quali oggi si ragiona in modo inverso, ricercando di tornare indietro nel sound di quel periodo. L’interessantissimo full-lenght dei 5 si apre con Part Of The Machine che introduce un sound ispiratissimo per gli attuali Pain Of Salvation e per altri gruppi che contribuiscono (a volte riuscendo, altre volte no) a scrivere ottime pagine progressive. La voce di Ray Alder subito si presenta in modo caldo ma tagliente: spacca le ritmiche molto intricate ed arricchisce il brano in modo inquantificabile. La batteria è un passo avanti e le parti di basso riescono a dir la loro; i tempi divengono sofisticati, le idee sono tantissime, la carne a cuocere messa su da questa traccia darebbe pasto sicuro ad un plotone pronto all’assalto, la noia è lontana anni luce dal travolgerci. Anche le doppie linee vocali convincono molto ed affascianano per le atmosfere create insieme ad un rullante che elogia gli anni ’80 con tutto ciò che ci hanno offerto; a tratti si nota un tocco di batteria simile a quello di Scott Rochenfield (Queensryche) e non a caso stiamo parlando di grandissimi esponenti.

Through Different Eyes è una canzone che da sola vale l’acquisto dell’album: l’apertura di chitarra dimostra che Jim ha il mondo nelle sue mani, il giro di basso fa perdere la testa ed è a prova di solfeggio, il ritornello è ruffiano quanto basta ma lungi dall’essere scontato, la voce carica di disperazione dà significato a tutto ciò che non può essere previsto, l’assolo è puro hard rock (e anche qui Chris De Garmo ne sa qualcosa). Il brano termina in fader lasciando spazio a Static Acts che, con delle battute di tamburi, apre le danze ad una sfuriata di riff in tipico stile power e con carica lanciati verso la strofa inizialmente blanda. Solo quando si entra nel pieno della canzone le chitarre si fanno risentire ed anche il buon vecchio Ray interpreta il brano in modo ineguagliabile: con il cuore dell’ascoltatore nelle proprie mani lo conduce in un sogno travolgente, una ballad mistica che fa breccia ed in cui si raggiungono picchi di acuti inarrivabili. Jim Matheos non è da meno e senza fretta si accinge ad introdurre le sue dolcissime note all’interno del bridge, non c’è che dire anche questo è un pezzo di valore. A World Apart ha le idee molto chiare, si continua sulla stessa onda per aggiungere sempre di più e riuscire nell’intento di scrivere qualcosa di irripetibile.

Molto più oscura delle precedenti, è un’agonia che viene trascinata per parole e parole, il doppio assolo porta dolore con sè ma è suonato con una sicurezza cementata e domata dai due egregi chitarristi; solo il termine della canzone fa intravedere uno spiraglio di luce, rappresentato da At Fate’s Hands. Già solo considerando che tutte le parti lente dell’album sono composte senza alcun uso della tastiera (solo a volte di un violino) ci fa capire quanto valga questa composizione. A questo punto si potrebbe dare spazio alla semplicità, cercare di catturare interesse optando per una via più diretta visto che se ne posseggono tutte le qualità…ed invece no: le ritmiche divengono sempre più complesse, dando un senso di sicurezza difficile da trasmettere e dei tempi che non sono mai suonati con superficialità ma sempre attentamente studiati e profondamente sentiti oltre che eseguiti. At Fate’s Hands non è una semplice traccia, bensì un’opera. Caratterizzata, oltre tutto, da una parte strumentale di notevole spessore e che porta con sè dei significati prog molto spiccati (ben ripresi dagli stessi Dream Theater per lo più in Metropolis Pt.2). Anche qui 7 minuti bastano per farci sognare. La carica ci porta The Arena e The Arena ci porta alla carica, con un Ray che non perde ispirazione nemmeno per un attimo e una coppia di chitarre che sanno bene ciò che vogliono e lo pretendono. Davvero una nota di pregio al cantato, sempre preciso, d’impatto e intenso di emozioni e di significati.

Parte Chasing Time, altra ballad che riprende le classiche sonorità lanciate da Perfect Simmetry ricalcando le orme delle atmosfere cupe di A World Apart ma aprendosi ad un intermezzo intensissimo: il charlestone sembra parlare, dire qualcosa, ma ben preso lascia spazio ad un violino che, come una piuma su un foglio bianco, lascia traccie indelebili nel tempo, negli anni. Nothing Left To Say è un misto di quello che si può trovare nell’intero album, prima con tempi scanditi e note intense ed impattanti, poi con calma ed incisione ci conduce verso la fine di un sogno che mai avremo immaginato tale. La voce di Ray sembra non avere confini, il potere sprigionato da Jim sembra spaccare la cassa armonica pur restando nei limiti di un prog molto classico. Il tempo cambia ben presto e da lontano giunge una ventata di tecnicità che dà nuova aria: fino all’ultimo il sogno sembra realtà e non è in noi il desiderio di delucidarne i confini, di chiarirne il significato né il motivo. Perché questo? perchè non si può conoscere il prog senza essere passati per i Fates Warning. Vi sembra di esagerare? Vuol dire che non li avete mai ascoltati.

Autore: Fates Warning Titolo Album: Perfect Simmetry
Anno: 1989 Casa Discografica: Metal Blade
Genere musicale: Progressive Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.fateswarning.com
Membri band:

Ray Alder   – voce

Jim   Matheos – chitarra

Frank Aresti – chitarra, voce

Joe   Dibiase – basso

Mark   Zonder – batteria

Tracklist:

  1. Part Of The Machine
  2. Through Different Eyes
  3. Static Acts
  4. A World A Part
  5. At Fates Hands
  6. The Arena
  7. Chasing Time
  8. Nothing Left To Say
06th mar2013

Geminy – The Prophecy

by Marcello Zinno

Dopo due EP è giunto anche per i Geminy (italianissimi al dispetto di tutto ciò che di loro li fa immaginare stranieri) il momento di un primo album completo. Sì perchè ad essere sinceri risulta davvero difficile immaginare di entrare a pieno nel concept musicale dei Geminy tramite una manciata di minuti. Il loro prog metal infatti difficilmente si accosta a qualcosa di semplicistico e come tutti i lavori progressive vanno interiorizzati con la dovuta calma. Nulla di rivoluzionario nasconde questo The Prophecy, lo stile delle classiche uscite prog metal c’è tutto (con anche qualche sprazzo di sinfonia come in Trinity Necklace o in Empty Streets) e si ripercorrono un pò i successi del passato con la giusta corrente di tecnica che il sestetto dimostro di avere. La proposta musicale ci ricorda molto da vicino quella dei DGM, con il loro prog infarcito di tastiere e con una sei corde molto ben presente, anche se la caratteristica essenziale era ed è quella dell’attenzione alla composizione. Alcune tracce rappresentano degli intermezzi sonori che accentuano l’attenzione verso l’opera tutta, come se ci fosse una visione unica alla base che viene rappresentata tramite momenti differenti. Non a caso arriva immancabile il momento della ballad, Abyss, bella quanto attendibile.

Il cantato, pur essendo acuto e inflessibile, non ci ha convinti in termini di personalità: i brani vengono più cantati che interpretati ma a nostro parere si tratta solo di esperienza da maturare sul campo e non di lacune di tecnica. Punto guadagnato invece con Mind Control nella quale la band di esprime tutta e mostra anche una certa rabbia ideativa ed espressiva, una forma di decisione che mette in luce dei gusti soggettivi dei singoli musicisti che qui lavorano all’unisono (cambi di tempo e incastro di tutte le diverse sezioni del brano). Poco di veramente innovativo da segnalare, seppur suonato con tanta dovizia: la parte strumentale di Evil Eye spicca in quanto a tecnica mentre la conclusiva The Prophecy è la classica suite che oltrepassa i dieci minuti alternando parti lente a passaggi più veloci. Davvero ok ma non siamo assolutamente nuovi a questo tipo di soluzioni. Quindi un prog metal piacevole ma eccessivamente legato a quanto già detto nel passato. Ormai nel secondo decennio del XXI secolo possiamo aspettarci di più senza correre il rischio di essere percepiti come eccessivamente esigenti.

Autore: Geminy Titolo Album: The Prophecy
Anno: 2012 Casa Discografica: Nadir Music
Genere musicale: Prog Metal Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.geminyproject.com
Membri band:

Francesco Filippone – voce

Marco Manzani – chitarra

Ivano Lavezzini – tastiere

Alessio Pucciano – chitarra

Francesco Molinelli – basso

Maurizio De Palo – batteria

Tracklist:

  1. Into The Prophecy
  2. Nordic Sea
  3. Running Away
  4. Escape
  5. Trinity Necklace
  6. Drowning
  7. Abyss
  8. Empty Streets
  9. Mind Control
  10. Captured
  11. My Fellow Prisoner
  12. Through The Spirits
  13. Temple Of Heroes
  14. Evil Eye
  15. The Profecy
21st feb2013

Flying Colors – Flying Colors

by Andrea di Carpegna Varini

Sin dalle prime note, si riconosce subito l’amore per la musica, la voglia di fare qualche cosa di bello, da dire al cuore. Si avverte l’anima di tutti. Per chi conosce Steve Morse può riconoscerlo alla primo suo tocco. Lo stesso per Mike Portnoy, musicista fortemente versatile ma con una forte inclinazione per il prog metal, data la lunga carriera con i Dream Theater. Si inizia con Blue Ocean, sonorità molto anni ‘70 mischiate ai primi ’80, la devastante Shouda Coulda Woulda, heavy aggressiva ma dai ritmi semplici, mentre Kayla è stupenda, con piacevoli melodie classiche. Tutti i componenti del gruppo hanno una perfetta complicità, quasi fossero un musicista solo. In alcuni momenti le corde vocali pare siano il “direttore d’orchestra”. Casey McPherson è cantante principale e chitarrista, la melodia della sua voce, detta le regole anche al ruolo di chitarrista che egli stesso ha. Le melodie di base sono semplici e cantabili. Si ha la sensazione di vedere di mille colori che fanno stare bene l’anima. Forever In A Daze ha un basso crescendo con cambi di ritmo irregolari…parecchio coinvolgente. Lezione Beatles in Love Is What I’m Waiting For, che secondo noi è tra le migliori. Semplice, dinamica, tranquilla ma incalzante. Una forte base ritmica.

Everything Changes, valida, parecchio, ma chitarra a parte, non ci ha coinvolto. Ed ecco dopo un lento elegante come Better Than Walking Away, un pezzo che sembra scritto per gli Helloween, All Falls Down, un power metal travolgente, inaspettato rispetto alle radici musicali di tutti i membri del gruppo. Fool In My Heart lento, molto semplice, con lievi sfumature jazz, soprattutto alla voce, alla quale nuovamente tuti gli strumenti sottostanno. Ultimo pezzo Infinite Fire, l’influenza di Portnoy balza all’orecchio, ma il country di Steve Morse si destreggia alla grande, e la tastiera risulta davvero particolare. Grinta e calore al servizio della musica. Che dire, il fuoco divampa come le idee e i colori, ottimo disco, equilibrato e suonato magistralmente, con gusto. Da ascoltare totalmente, più volte e lasciarsi trasportare.

Autore: Flying Colors Titolo Album: Flying Colors
Anno: 2012 Casa Discografica: Mascot Label Group
Genere musicale: Progressive, Hard Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://flyingcolorsmusic.com
Membri band:

Mike Portnoy – batteria, voce

Dave LaRue – basso

Neal Morse – tastiere, voce

Casey McPherson – voce, chitarra

Steve Morse – chitarra

Tracklist:

  1. Blue Ocean
  2. Shoulda Coulda Woulda
  3. Kayla
  4. The Storm
  5. Forever In A Daze
  6. Love Is What I’m Waiting For
  7. Everything Changes
  8. Better Than Walking Away
  9. All Falls Down
  10. Fool In My Heart
  11. Infinite Fire
16th feb2013

Earthcry – Where The Road Leads

by Marcello Zinno

In un contesto musicale mosso sempre dalla modernità e da una spinta che si vuole infondere al rock, tale da creare mille evoluzioni su di esso per innovare e differenziarsi, sono poche le band che puntano su generi legati al passato senza volerne stravolgere i canoni. Il progressive e tutta la scena annessa e connessa sono per lo più lasciati nel baule dei ricordi ed è un vero piacere per noi occuparci di un’uscita davvero interessante per quanto riguarda il prog metal tecnico. Si tratta dell’album di esordio di una band italiana, gli Earthcry, davvero dotata, non molto diversa da quanto ascoltato in passato ma con le idee ben chiare (cosa che conta di più). Ci ha riportato indietro al 2005 quando una giovane e totalmente sconosciuta band dal nome Circus Maximus era riuscita con il proprio debut album, The First Chapter, a far impallidire gruppi ben più noti della scena: stessa reazione all’ascolto di questo Where The Road Leads che presenta passaggi ben composti e realizzati, grazie anche ad un lavoro dietro al mixer di tutto rispetto. Un lavoro che rimanda ai classici del genere (Dream Theater su tutti, anche nelle scelte di alcuni effetti e di alcune armonie) ma che lo fa in modo saggio, non saccheggiando creazioni musicali già incise anni addietro bensì offrendo qualcosa di nuovo che può attecchire fortemente (anche a seguito della debolezza delle ultime uscite delle grandi band a livello internazionale).

A livello concettuale Where The Road Leads non può non ricordare Metropolis Pt. 2 dei Dream Theater, con la sua impostazione teatrale secondo la quale in ogni brano ciascuna voce rappresenta un personaggio ed ha un ruolo specifico nel quadro. Ma la somiglianza non imbarazza sia perchè i riff e i refrain sono trascinanti al punto giusto, sia per la presenza di tantissimi musicisti di spicco del nostro panorama prog/power italiano: si va da Roberto Tiranti (Labyrinth/New Trolls) a due componenti dei DGM, così come è presente il bassista dei Trick Or Treat (storica cover band italiana degli Helloween, da anni apertasi ad una carriera fatta di inediti) e la voce dei Threshold Damian Wilson (senza nulla togliere agli altri nomi). Il rischio “commistione sonora” però è assolutamente sventato perchè nonostante le varie menti a lavoro su questa opera, il prodotto viaggia sullo stesso binario per tutto il corso della sua durata, un binario fatto di sano heavy metal (dimenticate le influenze progressive settantiane) con tempi dispari solo se strettamente necessario, brani lunghi e ben strutturati. Non a caso in Hospitality le linee vocali cercano di conferire quella melodia mancante al brano, in quanto i riff heavy sovrastano il tutto creando al tempo stesso un effetto trascinamento notevole; ancora più coinvolgente è Recall che passa dalle tastiere barocche alle aperture con cori, citazione quasi evidente dei Symphony X dell’epoca d’oro (The Divine Wings Of Tragedy).

Sì, le tastiere e gli assoli di Into The Asylum sono di dreamtheateriana memoria ma che piacere ascoltare qualcosa di italiano che possa essere accostata ai maestri del genere. Anche Uncharted non sbaglia un colpo con i suoi ritmi affilatissimi e i diversi timbri vocali che danno varietà al brano; una corsa contro il tempo fatta con irruenza e con una sapiente esecuzione. Meno convincente musicalmente risulta il brano Strangers, fuori traccia rispetto al contesto, ma si sa che comporre una ballad struggente e al tempo stesso impattante è compito arduo e non da tutti. Bella la strumentale The Temple anche se si poteva osare ancora di più dato il livello tecnico dei musicisti, un livello molto alto, già di per sé ingrediente importante per dare alla luce un album di prog metal potente. Ma non basta, servono anche le idee. Quelle ci sono ma noi siamo sicuri che matureranno ancora di più, insieme alla band. Intanto li ringraziamo per aver riportato l’attenzione sul prog metal nostrano.

Autore: Earthcry Titolo Album: Where The Road Leads
Anno: 2012 Casa Discografica: Revalve Records
Genere musicale: Prog Metal Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.enricosidoti.eu
Membri band:

Enrico Sidoti – batteria

Bruno Di Giorgi – chitarra

Tommi Delfino – tastiere

Leone Villani Conti – basso

 

Special   guest:

Oliver   Hartmann – voce

Mark Basile  – voce

Zak Stevens  – voce

Marco Sandron – voce

Damian Wilson – voce

Roberto Tiranti  –   voce

Diego Reali – chitarra

Simone Mularoni – chitarra

Tracklist:

  1. Sailing On
  2. New Fading Sun
  3. Hospitality
  4. Recall
  5. Into The Asylum
  6. Landscapes
  7. Strangers
  8. Uncharted
  9. The Temple
  10. Inside
15th feb2013

TBP – Universe Of Emotions

by Antonluigi Pecchia

I TBP sono un progetto messo in piedi dalla mente di Mario Contarino, ex-percussionista della band pop-rock Ladri Di Carrozzelle, gruppo musicale formato per lo più da ragazzi affetti da distrofia muscolare di Duchenne, tra cui lo stesso Mario. Successivamente la malattia di Mario ha riscontrato peggioramenti impendendogli di continuare a suonare e, abbandonata la band per motivi personali, da vero artista, non ha voluto abbandonare la musica e così, dopo aver appreso il funzionamento di alcuni programmi del computer, il giovane, ha messo in piedi questo nuovo progetto con lo scopo di riuscire a rendere le sue emozioni in musica. Dopo questa emozionante premessa giungiamo pure alla musica proposta dal presente Universe Of Emotions, full-leight di debutto del progetto che rappresenta un’opera di progressive rock totalmente strumentale, dalle variopinte sfumature: dal metal si passa al blues e dall’hard rock classico per giungere fino alla fusion e al funky, il tutto legato insieme da una chitarra solista che dipinge linee melodiche facilmente seguibili su una tela su cui vengono colorate le diverse emozioni che un ragazzo può provare. Senza dubbio alcuno Mario Contarino possiede una cultura musicale più che ampia e questa ne è la prova più pura. I brani seppur siano totalmente strumentali riescono a scorrere alla perfezione, grazie all’utilizzo di un songwriting complesso e mai ripetitivo e banale, la noia non sopraggiunge durante il suo ascolto e presto giunge la fine dei dodici brani contenuti nel disco.

Non rappresenterà di certo un lavoro rivoluzionario per il genere, ma gli amanti della musica strumentale di sicuro apprezzeranno la musicalità di Universe Of Emotions. È anche vero che magari i cultori della musica suonata potranno storcere il naso per il fatto che si tratta di semplici suoni sintetizzati, ma in alcuni casi un’eccezione può anche essere fatta, in fondo si tratta di un buon lavoro, genuino, in cui la musica riesce a trasmettere realmente qualcosa, senza scadere in tecnicismi gratuiti, provare per credere. Bravo Mario!

Autore: TBP Titolo Album: Universe Of Emotions
Anno: 2012 Casa Discografica: Nadir Music
Genere musicale: Progressive Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: www.facebook.com/TBPofficial
Membri band:

Mario Contarino – musica

Tracklist:

  1. That’s Enough
  2. Is For You
  3. Bluesy Screams
  4. Universe Of Emotions
  5. The Mistery Crop Circles
  6. Jungle Island
  7. Reneè
  8. Life Is Joy
  9. Smiling Soul
  10. Damn War
  11. The Power Of Mind
  12. Monthman
29th dic2012

Vanden Plas – The God Thing

by Marcello Zinno

Apriamo la sagra dei Vanden Plas, band che è rimasta sempre in sordina rispetto ai celeberrimi nomi noti del genere (che vantano scuola e fama senza limiti), ma che ha comunque regalato notevoli pagine nell’encomiabile libro del prog metal tramite delle song dalla pregevole fattura. La band tedesca, diretta da un Andy Kuntz con una voce davvero appassionante, non si prefigge l’obiettivo di stravolgere i paradigmi del prog né di reinventare un genere che ha delle origini ben più antiche della loro prima uscita (1994), bensì esce fin dall’inizio a carte scoperte con il solo fine di caratterizzare, tramite un’anima personale, quanto di prog metal sia stato detto fino agli anni ‘90. Infatti dopo le prime apparizioni in cui molti li hanno accostati ad una band hair metal, i nostri teutonici giovanotti hanno sprigionato le loro forze all’insegna di un prog tecnico ma non funambolico, emozionale quanto basta (grazie anche al vocalist davvero esuberante), lanciando amorevoli citazioni nascoste a band culto (Symphony X per primi – forse non a caso hanno ingaggiato il medesimo produttore in varie uscite discografiche). Un loro apice assoluto è, a buon ragione, riconosciuto in questo The God Thing caratterizzato da tempi tipici del genere, abbinati sempre ad arrangiamenti notevoli e che senza pomposi fronzoli (come ogni band tedesca che si rispetti evita) raggiunge direttamente l’ascoltatore per colpirlo laddove il cuore riesce ad ascoltare.

Marchiati indelebilmente nello stemma di fabbrica dei Vanden Plas troviamo riff prog cadenzati da headbanging, come nella stoppatissima è aurea Garden Of Stones che delizia ogni progster che si definisce tale e che pur restando fedele a sé stessa nel ritmo centrale riesce a giungere ad una metamorfosi esteriore tutta da gustare. Il tutto senza sorvolare l’empatica Rainmaker che può entrare diritto nei classici del prog metal senza timore alcuno di finire in fondo alla lista. Le variazioni ci sono e si fanno sentire, soprattutto in una In You I Believe che a primo acchito sembra orecchiabile quanto un brano da cantare sotto la doccia ma che riserva dei tocchi tempisitici dalla precisione di un cecchino, senza parlare del riff centrale con un controtempo capace di fa salire direttamente l’occulto ed infero suono del basso fin su per la gola. Molto più catchy nel ritornello Day I Die, la più introspettiva del lotto, che mette in bella mostra come i VP riescono a rivoltare come un guanto il concetto di “struttura canzone” ed inserire degli intermezzi prog come sanno fare pochi. Ma i punti forti di questa song risiedono nel mantello di melodie dark sventolato dai vari bridge e dalle capacità di Kuntz nel giocare con la sua voce dando lezione di una padronanza unica delle proprie capacità (inserendo anche un ingrediente non presente finora, la rabbia, che non evita accostamenti con il vecchio ed immortale Ronnie James Dio).

La pseudo-ballad Crown Of Thorns rappresenta l’amore dei VP per le atmosphere orchestrali (che dopo questa uscità permetterà loro di addentrarsi sempre di più in queste sonorità fino a forgiare il concept album Christ 0) con uno stralcio dell’assolo che anticipa vagamente la tematica principale di Metropolis Pt.2 (a quei tempi ancora nella mente dei Dream Theater e non già sul mercato) ed un approccio in tipico “Petrucci-style”. E dopo una inutile, seppur ben fatta, We’re Not God, i tempi si rallentano con una tutt’altro che imprevedibile Salt In My Wounds con un Kuntz che ci ricorda più che mai Andrè Matos nell’interpretazione della sofferenza in musica. Il passo in avanti compiuto dai Vanden Plas si conclude con You Fly che attraversa vari stadi: il romanticismo ipnotizzante dell’arpeggio, la turbolenza dell’assolo e del theateriano bridge prima che gli acuti si innalzino, la cadenza della parte centrale imbrattata da un alone bellico, la malinconica della tastiera affettata dalla robusta grancassa di Andreas, il tutto in metafora ad un piatto freddo rispetto alle calde e succulente pietanze delle prime portate.

I Nostri dimostrano delle ottime doti e soprattutto le capacità di saperle gestire al meglio, che non è fattore comune nella scena. Speriamo che non ci si accorga di questo “mito nascosto” quando solo le registrazioni audio potranno far parlare di loro.

Autore: Vanden Plas Titolo Album: The God Thing
Anno: 1997 Casa Discografica: Inside Out
Genere musicale: Progressive Metal Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.vandenplas.de
Membri band:

Andy   Kuntz – voce

Stephan Lill – chitarra

Günter   Werno – tastiere

Torsten Reichert – basso

Andreas   Lill – batteria

Tracklist:

  1. Fire Blossom
  2. Rainmaker
  3. Garden Of Stones
  4. In You I Believe
  5. Day I Die
  6. Crown Of Thorns
  7. We’re Not God
  8. Salt In My Wounds
  9. You Fly
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