19th mag2013

Dead Kennedys – Bedtime For Democracy

by Piero Di Battista

Eccoci dunque arrivati all’ultimo capitolo per quanto riguarda la discografia dei Dead Kennedys. Dopo aver pubblicato il discreto Frankenchrist nel 1985, la band californiana stava attraversando un periodo di certo non positivo: il clima all’interno del gruppo non era affatto sereno anche a causa delle forti personalità presenti ed i continui problemi giudiziari fecero in modo di render ancor più fragili le fondamenta della band. Ma nonostante tutto questo, nel novembre del 1986 i Dead Kennedys pubblicano quello che sarà il quarto ed ultimo disco della loro carriera, intitolato Bedtime For Democracy. L’album era composto da ben ventuno pezzi, quindi molti di più rispetto a quanto ci avevano abituati nei dischi precedenti, ma la sostanza rimase invariata: punk-hardcore rabbioso ed energico, brani brevi e veloci, e temi che, come sempre, urlavano il loro dissenso verso i poteri forti, quindi contro il governo ed di conseguenza l’allora presidente Ronald Reagan, contro il capitalismo e contro le operazioni militari supportate appunto dallo stato americano. Bedtime For Democrazy si apre con una cover, difatti Take This Job And Shove It è un brano di David Allan Coe, rivisitato da Jello Biafra e soci con il loro inconfondibile stile; il disco prosegue con l’energia dettata dal punk-hardcore di ottimi brani come Fleshdunce e The Great Wall, quest’ultimo dal testo che non è altro che un attacco diretto contro il capitalismo.

Quindi la loro voglia di protesta risulta sempre ben presente e motivata, a tratti anche dissacrante come in occasione di One-Way Ticket To Pluto nella quale si invitano i politici a scomparir nello spazio profondo, Anarchy For Sale invece è una dura condanna verso chi considera il concetto di anarchia come una moda del momento. Come già detto, quasi tutti i brani che vanno a comporre Bedtime For Democrazy sono di breve durata, eccezion fatta per Cesspools In Eden dove i Dead Kennedys si pongono in stile un po’ più hard rock e con la schizofrenica Chickenshit Conformist, brano che, oltre ad essere forse il migliore dell’intero disco, punta il suo dito verso il finto conformismo dominante negli U.S.A.. I Dead Kennedys quindi chiusero la loro breve ma indelebile carriera con un buon disco, l’ultima cartuccia del loro fucile, infatti un mese dopo l’uscita di questo lavoro la band annunciò il proprio scioglimento, anche se i guai non finirono visto che alcuni anni dopo si ritrovarono in tribunale per questioni di royalty. Mentre Jello Biafra si dedicò ad altri progetti, per lo più politici, nel 2001 la band tentò una reunion senza appunto il loro storico leader, reunion che ovviamente non portò i successi sperati.

Meglio quindi ricordarli quando nei primi anni ‘80 facevano da megafono per protestare contro i poteri forti della politica, e lo facevano calcando palchi in modo rabbioso tramite brani storici come California Ȕber Alles o Holiday In Cambodia e tanti altri che in pochi conoscono; questi erano i veri ed unici Dead Kennedys.

Autore: Dead Kennedys Titolo Album: Bedtime For Democracy
Anno: 1986 Casa Discografica: Alternative Tentacles Records
Genere musicale: Punk Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.deadkennedys.com
Membri band:

Jello Biafra – voce

East Bay   Ray – chitarra

Klaus Flouride   – basso

D.H. Peligro – batteria

Tracklist:

  1. Take This Job And Shove It
  2. Hop With The Jet Set
  3. Dear Abby
  4. Rambozo The Clown
  5. Fleshdunce
  6. The Great Wall
  7. Shrink
  8. Triumph Of The Swill
  9. Macho Insecurity
  10. I Spy
  11. Cesspools In Eden
  12. One-Way Ticket To Pluto
  13. Do The Slag
  14. A Commercial
  15. Gone With My Wind
  16. Anarchy For Sale
  17. Chickenshit Conformist
  18. Where Do Ya Draw The Line
  19. Potshot Heard ‘Round The World
  20. D.M.S.O.
  21. Lie Detector
12th mag2013

Dead Kennedys – Frankenchrist

by Piero Di Battista

Continuiamo a raccontare la discografia dei Dead Kennedys, band capeggiata dal controverso Jello Biafra ma soprattutto band simbolo per quanto riguarda la scena punk-hardcore californiana. Ci troviamo ora nella prima metà degli anni ‘80 e i Dead Kennedys hanno nel loro curriculum due ottimi dischi, il secondo di questi, Plastic Surgery Disasters, uscì nel 1982, e negli anni seguenti il gruppo si dedicò ad un’intensa attività live che li vide calcare i palchi di più continenti, ma anche alla crescita dell’Alternative Tentacles Records, etichetta fondata da Jello Biafra ed East Bay Ray che, non solo pubblicò gli album della band, ma negli anni divenne simbolo della filosofia D.I.Y. (Do It Yourself), ovvero il rifiuto totale per le major discografiche a favore delle etichette indipendenti. Arriviamo quindi al 1985, anno di pubblicazione del terzo disco dei Dead Kennedys, intitolato Frankenchrist. Sin dal titolo si può immaginare quanti problemi causò alla band con la censura e conseguentemente con la giustizia questa uscita discografica, a causa di alcuni disegni presenti nel booklet, ma oltre a questo, Frankenchrist non rispose alle attese createsi con i successi dei primi due lavori, a causa del livello di qualità di certo inferiore a quanto i Dead Kennedys avevano abituato chi li seguiva sin dagli esordi.

I dieci brani presenti nel disco mostrarono quindi la band alla prese con le prima carenze di idee e di mordente e con alcune sperimentazioni musicali dai scarsi risultati, come, ad esempio lo spropositato uso di synth in At My Job, o i momenti “western” alla fine di MTV-Get Off The Air che non fecero altro che alimentare le voci di una sorta di stato confusionale per quanto riguarda la fase compositiva. La vena punk-hardcore era comunque sempre parte attiva nello stile dei quattro californiani, con la irriverente Soup Is Good Food, e le ruvide This Could Be Anywhere e la conclusiva Stars And Stripes Of Corruption, degni di nota ma senza infamia né lode le influenze psychobilly di Chicken Farm. I Dead Kennedys pubblicarono dunque un disco di livello sufficiente, normale, con pochi alti ed alcuni bassi, disco che anche dai fan più fedeli fu accolto con relativo scetticismo. Ma purtroppo i segnali che vedevano i Dead Kennedys avviarsi alla conclusione della loro storia iniziarono a farsi sempre più visibili, vuoi per continui guai giudiziari e soprattutto per alcune tensioni tra membri del gruppo, come approfondiremo nel prossimo, e purtroppo ultimo, episodio sulla storia di Jello Biafra e soci.

Autore: Dead Kennedys Titolo Album: Frankenchrist
Anno: 1985 Casa Discografica: Alternative Tentacles Records
Genere musicale: Punk Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.deadkennedys.com
Membri band:

Jello Biafra – voce

East Bay Ray – chitarra

Klaus Flouride – basso

D.H. Peligro – batteria

Tracklist:

  1. Soup Is Good Food
  2. Hellnation
  3. This Could Be Anywhere
  4. A Growning Boys Needs His Lunch
  5. Chicken Farm
  6. Jock-O-Rama
  7. Goons Of Hazzard
  8. MTV – Get Off The Air
  9. At My Job
  10. Stars And Stripes Of Corruption
05th mag2013

Dead Kennedys – Plastic Surgery Disasters

by Piero Di Battista

Secondo capitolo della discografia dei Dead Kennedys. Dopo aver legittimamente e giustamente elogiato Fresh Fruit For Rotting Vegetables, primo disco del gruppo californiano, proseguiamo lungo la loro carriera: siamo nel 1981 e dopo l’uscita dell’album citato poc’anzi, i Dead Kennedys ebbero a che fare con un cambiamento nella line-up, il batterista Ted lasciò il gruppo per motivi personali e fu sostituito da D.H. Peligro (Darren Henley). L’anno seguente, precisamente nel novembre del 1982, i Dead Kennedys pubblicano il loro secondo full-lenght, intitolato Plastic Surgery Disasters. Va detto però che precedentemente uscì un loro EP, dal titolo In God We Trust, Inc., EP che anni dopo fu ristampato assieme al disco di cui parleremo su un unico CD. Torniamo al nuovo disco: la matrice del sound resta pressoché invariata, punk-hardcore grezzo e ruvido, ritmiche fortemente sostenute, la chitarra di East Bay Ray che si eleva tra riff graffianti ed assoli dirompenti, e l’inconfondibile voce del leader Jello Biafra, schizzata e talvolta urlata, ed unica nel suo genere. Come già accennato, le fondamenta sonore di questo lavoro si discostano poco dal precedente, magari li troviamo più vicini al noise con Riot, abbiamo brevi accenni al surf come nelle prime note di Forest Fire e non mancano influenze rockabilly come si può notare in Halloween. Il disco scorre comunque all’insegna del dominio punk-hardcore, ma mentre ci si avvia a fine tracklist troviamo dei Dead Kennedys dalle sonorità un po’ più devote al rock, come dimostrano le conclusive Dead End e Moon Over Marin.

Gli argomenti dei loro testi restano fedeli alle causa che i Dead Kennedys hanno sposato sin dagli esordi: attacchi violenti e dissacranti contro il sistema, contro il governo americano e ciò che ne riguarda (Bleed For Me punta il dito contro la C.I.A.), quindi la loro rimane una presa di posizione sempre e comunque dalla parte dei più deboli. Molto bello e significativo l’artwork del disco, raffigurante la paffuta mano di un uomo bianco che accoglie quella fisicamente parecchio deperita di un bambino di colore. Plastic Surgery Disasters conferma tutto ciò che di positivo sostenevamo riguardo il precedente album dei Dead Kennedys, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un disco di più che pregevole qualità che, purtroppo, fa segnalare quanto Jello Biafra e soci rimangano ancora oggi un gruppo poco considerato nell’ambiente punk fuori dai confini della California. Volessimo trovare il pelo nell’uovo, forse in quest’album manca una vera e propria “hit”, termine poco gradito nell’ambito punk, e pensandoci bene, di questa eventuale “hit” poi non ce n’è così bisogno.

Autore: Dead Kennedys Titolo Album: Plastic Surgery Disasters
Anno: 1982 Casa Discografica: Alternative Tentacles Records
Genere musicale: Punk Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.deadkennedys.com
Membri band:

Jello Biafra – voce

East Bay Ray – chitarra

Klaus Flouride – basso

D.H. Peligro  – batteria

Tracklist:

  1. Government Flu
  2. Terminal Preppie
  3. Trust Your Mechanic
  4. Well Paid Scientist
  5. Buzzbomb
  6. Forest Fire
  7. Halloween
  8. Winnebago Warrior
  9. Riot
  10. Bleed For Me
  11. I Am The Owl
  12. Dead End
  13. Moon Over Marin
01st mag2013

Gerson – Generazione In Difficoltà

by Marcello Zinno

Dotatevi di cresta sparata in testa, giacche di pelle, borchie varie ed entrate nel mondo dei Gerson (se non lo avete già fatto). Il quartetto infatti omaggia la scena punk/punk rock debitamente attualizzata ai giorni d’oggi in quanto a produzione ma fisiologicamente legata al primo punk settantiano per sound ed attitudine. Ma allora dov’è la novità, per una band ormai giunta alla sesta uscita discografica? Se le idee rivoluzionarie della band ricalcano le radici punk in tutto e per tutto, le liriche scelte risultano davvero semplici arrivando dritte a chi ascolta a volte semplificando ancora di più la proprosta musicale del quartetto. Passaggi urlati come “sei appena uscito dal tunnel delle pringles, non puoi finire in un altro proprio adesso” o qualsiasi strofa di Via Da Milano sono degli esempi dell’allegria insita nei Gerson, anche un pò adolescenziale, per fortuna però migliorata in qualità grazie a pezzi più impegnati come Mai. Passando alla musica il refrain cartoon della title track così come qualche iniziativa solistica della chitarra quasi rockabilly sono elementi innovativi, anche se pezzi come Masticati e Risputati rappresentano le classiche punk (rock) song che non possono mancare in un’uscita che si dichiara appartenere a questa scena. Diverso il discorso per momenti più veloci come Pessimo Oroscopo e Fuori Tempo Limite, pezzi tipici per un party estremo, brani che fanno scatenare un pogo forsennato e incollare i punker al sound della band. Ma l’habitat naturale dei Gerson non sono i tempi velocissimi: ce lo insegna Sei Colpa In Aria con dei riff ben costruiti ed un mood umorale da headbanging…cornice e raffigurazione del vero sound della band.

Via Dal Parco rappresenta sicuramente un momento di maggiore piacere e maturità musicale: tempi più cadenzati, stacchi e influenze ska, cori inseriti con maggiore attenzione e melodie orecchiabili ma non troppo. Da passaggi come questo si evince la qualità compositiva della band sulla quale a nostro parere puntare per differenziarsi rispetto ai tanti nomi attualmente in forze. Quindi tanto divertimento ed una serata sicuramente sfrenata se passata in compagnia della loro musica, anche se poco di innovativo si cela dietro il nome Gerson, fatto questo che alla lunga potrebbe far stancare.

Autore: Gerson Titolo Album: Generazione In Difficoltà
Anno: 2013 Casa Discografica: IndieBox Music
Genere musicale: Punk Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.gerson.it
Membri band:

Paolo Gerson – voce, chitarra

Steve Gerson – chitarra, voce

Steven Beach – basso, voce

Sergio Trinità Jack – batteria

Tracklist:

  1. Il Debito Scaduto
  2. Generazione In Difficoltà
  3. Via Da Milano
  4. Pessimo Oroscopo
  5. Via Dal Palco
  6. Masticati E Risputati
  7. La Strada Di Fango
  8. Triste Risveglio
  9. Mai
  10. Sei Colpi In Aria
  11. Fuori Tempo Limite
  12. Alla Nostra Velocità
  13. Sopra Al Cielo
28th apr2013

Dead Kennedys – Fresh Fruit For Rotting Vegetables

by Piero Di Battista

La nostra rubrica riguardante il punk non conosce soste: dopo aver raccontato quel che accadde nel Regno Unito a cavallo degli anni ‘70 e ‘80 con i Sex Pistols ed i The Clash torniamo negli Stati Uniti, questa volta però nella West Coast. Siamo alla fine degli anni ‘70 ed in California comincia a germogliare il seme dell’hardcore grazie a gruppi come Black Flag e Circle Jerks principalmente, e, trascinato da questa nuova ventata, il chitarrista Ray Pepperell, più noto come East Bay Ray, crea una band che segnerà indelebilmente la scena punk-hardcore californiana degli anni ‘80: i Dead Kennedys. Folgorato dai concerti che i Sex Pistols tennero sulla costa del Pacifico, entra a far parte dei Dead Kennedys un ventenne originario del Colorado chiamato Eric Boucher, voce discreta e comunque perfetta per quel sistema e genere proposto dal gruppo, Eric Boucher che da quel momento diventò per tutti Jello Biafra. I Dead Kennedys nascono dunque nel 1978 a San Francisco e, dopo qualche cambio nella formazione, iniziano ad esibirsi in svariati locali della città suscitando sin da subito interesse e curiosità. L’interesse andava man mano crescendo e con il successo arrivarono però anche i primi guai giudiziari, a partire dal nome della band, chiaramente offensivo e provocatorio per il tipico americano medio che costò a Jello e compagnia censure varie e notevoli difficoltà nel trovare una casa discografica disposta a supportarli. Quest’ultimo problema fu però risolto con la creazione da parte di Jello e Ray della Alternative Tentacles Records, etichetta sotto la quale la band pubblicò nel 1980 il suo primo disco, intitolato Fresh Fruit For Rotting Vegetables.

La matrice musicale proposta dai quattro californiani apparve subito fresca, rabbiosa e diretta: un sound dalle radici rock‘n’roll con le tipiche ritmiche hardcore, sound veloce, ruvido e impetuoso con la voce di Jello graffiante tipica di chi vuol urlare dissenso, la chitarra di East Bay Ray dalle chiare influenze rockabilly-garage ed una sezione ritmica serrata, rapida con rari attimi nei quali riprender fiato. I testi dei loro brani affrontavano principalmente temi sociali che andavano dalla povertà raccontata in maniera dissacrante in Kill The Poor, al grido di protesta California Ȕber Alles contro Jerry Brown ovvero l’allora governatore della California, senza dubbio il più noto brano dei Dead Kennedys, ancora oggi presente anche in numerosi dj set di molti locali rock. Tramite Holiday In Cambodia anche la guerra e la superbia del governo statunitense furono ferocemente prese di mira, insomma un disco che fila liscio sotto le note di un dirompente punk-hardcore che a testa bassa continua con il sarcasmo di Drug Me e la distruttiva Chemical Warfare. Chiude Viva Las Vegas, ironica rivisitazione da parte del combo californiano del celebre brano di Elvis Presley.

Fresh Fruit For Rotting Vegetables fu dunque un disco seminale ed ancora oggi è considerato uno dei capisaldi del genere, album che interpretò perfettamente la parte dell’apripista per ottimi gruppi che nacquero negli anni a venire (es. Bad Religion, Pennywise, tanto per citarne alcuni). Se East Bay Ray fungeva da mente della band grazie alla sua ottima tecnica e fruttuosa dedizione riguardo la parte compositiva, Jello era la parte folle del gruppo come vedremo anche negli anni che seguirono l’uscita di quest’album; il suo impegno politico non veniva semplicemente sfogato nei testi, ma si impegnò attivamente, candidandosi nel 1979 a sindaco di San Francisco, arrivando addirittura alla quarta posizione su dieci candidati, grazie ad un programma di chiara matrice anarchica, con punti alla limite della follia (es. sostituire le classiche divise della polizia con vestiti da clowns). Nonostante questo ottimo disco, i Dead Kennedys al di fuori dei confini californiani rimasero quasi sempre una band sottovalutata, a nostro parere ingiustamente visto e considerato quanto hanno influenzato gruppi che, a più di trent’anni di distanza, registrano vari sold-out in molteplici club in tutto il mondo.

Autore: Dead Kennedys Titolo Album: Fresh Fruit For Rotting Vegetables
Anno: 1980 Casa Discografica: Alternative Tentacles Records
Genere musicale: Punk Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.deadkennedys.com
Membri band:

Jello Biafra – voce

East Bay Ray – chitarra

Klaus Flouride – basso

Ted – batteria

Tracklist:

  1. Kill The Poor
  2. Forward To Death
  3. When Ya Get Drafted
  4. Let’s Lynch The Landlord
  5. Drug Me
  6. Your Emotions
  7. Chemical Warfare
  8. California Ȕber Alles
  9. I Kill Children
  10. Stealing People’s Mail
  11. Funland At The Beach
  12. Ill In The Head
  13. Holiday In Cambodia
  14. Viva Las Vegas
27th apr2013

Bohèmien – Bohèmien

by Massimo Macera

Dopo 7 anni di silenzio dovuti alla tragica perdita dell’allora batterista Walter Vincenti assistiamo al ritorno di una delle band italiane che hanno affermato saldamente la loro immagine nella scena underground. Stiamo parlando dei Bohèmien che con l’omonimo album rilasciato il 14 febbraio 2013, sotto la RBL Music Italia, si rimettono in gioco e ci ripropongono il loro famigerato stile tetro ed oscuro tipico del gothic punk, sia per il sound che per i testi (completamente in italiano), fin anche all’evanescente artwork. A condurre le danze (questa volta non pagane) è ancora una volta Alessandro Buccini (in arte Alex), lead vocalist del gruppo, che nonostante gli anni sfoggia ancora il suo ciuffo corvino e il suo sfuggente sguardo da poeta maledetto; al suo fianco il veterano Luciano “Lou” Liberatore e il novizio Gianpaolo “Jean Paul” Cesarini si occupano degli strumenti a corda, rispettivamente di chitarra e basso, mentre la batteria è affidata alla nuova recluta dei Bohèmien, Valentina “Vale” Larussa, ingaggiata già dal 2010 insieme al bassista. Linee melodiche inquietanti ed armonie dissonanti sono il corpo di fondo che caratterizza i tre atti in cui è divisa l’opera, le quali ci accompagnano in un viaggio nel tempo in un’atmosfera decisamente steampunk (le foto del booklet poi non lasciano dubbi). Al primo ascolto gli improvvisi glissati di Alex possono risultare difficili da capire o addirittura ridicoli, ma la visione globale della raccolta, una volta ascoltata completamente, annulla questo pregiudizio poichè la performace del vocalist è esattamente filologica ai contenuti che non potrebbero essere espressi altrimenti.

Bohèmien si apre con Un Altro Sabato Ancora, decadente e cadenzata ode alla monotonia della vita borghese, che lascia poi spazio ai riff spigolosi ed isterici de La Macchina Del Tempo. Segue poi un intermezzo romantico datoci da Gli Occhi Degli Amanti che concede solo un piccolo momento prima che la tensione venga ristabilita da Come Un Gas e Serial Painter, dove ossessione, arte ed omicidio concludono così il primo atto della raccolta. L’inizio del secondo atto ci è dato da Dov’è Il Sublime, in cui solo chitarra e voce si avvicendano in 4:30 minuti di ricerca introspettiva. La traccia sfuma nel silenzio che la chitarra della strumentale Le Foglie Tremule spezza lentamente facendo affondare l’ascoltatore nell’inquietudine più nera, risultando la perfetta colonna sonora per ripensare agli errori del passato. Alex tace ancora una volta ed aspetta che il Prologo prepari il pubblico all’improvviso inizio di Lo Spettro Della Rosa, nevrotica ed incalzante conclusione dell’atto secondo.

L’atto terzo è caratterizzato dal sopravvento della follia, il ritmo si fa più marcato, i giri di basso e chitarra sono ostinatamente ripetuti, le linee di string e synth coronano così l’atmosfera ansiogena e delirante. L’emblema di tutto ciò è Attacco Psichico, prima traccia della sezione, seguita da Natura Morta sempre sulla caotica onda del dark ma dai particolari arabeschi. A concludere atto ed opera sono le ultime due tracce: La Diagnosi Del Dr. Bleuler, una seduta psichiatrica in forma di canzone, e Petruska, un inverosimile e orchestrato monologo in tre quarti. Per concludere il break che Bohèmien si imposero, sembra soltanto aver fatto maturare ulteriormente le loro competenze e la loro inventiva e benchè lo stile poetico e compositivo ricordi molto quello dei simbolisti francesi, l’album è un ottimo prodotto per chi cerca una valida rappresentanza del genere in territorio nazionale, capace di essere competitivo anche in panni decisamente retrò.

Autore: Bohèmien Titolo Album: Bohèmien
Anno: 2013 Casa Discografica: RBL Music Italia
Genere musicale: Gothic, Punk Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.bohemien.net
Membri band:

Alessandro “Alex” Buccini – voce, percussioni

Luciano “Lou” Liberatore – chitarra, cori

Gianpaolo “Jean Paul” Cesarini – basso

Valentina “Vale” Larussa – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Un Altro Sabato Ancora
  2. La Macchina Del Tempo
  3. Gli Occhi Degli Amanti
  4. Come Un Gas
  5. Serial Painter
  6. Dov’è Il Sublime
  7. Le Foglie Tremule
  8. Lo Spettro Della Rosa (Prologo)
  9. Lo Spettro Della Rosa
  10. Attacco Psichico
  11. Natura Morta
  12. La Diagnosi Del Dr. Bleuler
  13. Petruska
24th apr2013

Los Kamikaze – Ningùn Perdòn

by Piero Di Battista

Arranca, fatica nel crearsi visibilità: questa è la situazione attuale della scena underground italiana, ed in particolare per le giovani leve che fanno del punk rock il loro pane quotidiano. Ma la scena è comunque viva ed offre gruppi di ineccepibile valore, tra questi abbiamo i Los Kamikaze: non facciamoci ingannare né dal nome, né dalle loro liriche tutte in spagnolo, questi quattro punkers vengono da Ravenna e, tramite Rocketman Records, pubblicano il loro primo full-lenght intitolato Ningùn Perdòn. Disco di debutto che contiene quattordici brani per poco più di mezz’ora di puro punk rock cantato in spagnolo il che suscita sia curiosità che conferma che la lingua iberica si abbina molto bene con le ritmiche all’insegna del “one-two-three-four!”, e sound che sin dalle prima note fa già capire come la band romagnola sia cresciuta a pane e Ramones. Sin dai primi brani, quali K.A.M.I.K.A.Z.E., Bienvenido En Desio o Preguntar, il loro sound appare frizzante, energico e veloce; ingredienti utili a realizzare un buon punk rock, dal quale si denota l’influenza da parte delle sonorità al di là dell’Oceano che colpisce i Los Kamikaze. Ma dato che parliamo, ed in maniera positiva, di una band nostrana, all’ascolto di questo lavoro viene facile accomunarli a gruppi più noti quali Derozer, Rappresaglia o Totale Apatia, nomi fondamentali nel movimento punk rock del nostro paese.

Il disco prosegue senza mai discostarsi dallo stile che lo contraddistingue, se vogliamo esser più pignoli possiamo sostenere di trovarli leggermente più “rockeggianti” in Lucho En Mi Barrio o Cuando Vuelves. Ningùn Perdòn è una delle tante risposte verso quelli che ancora dubitano della ricchezza della nostra scena underground, in particolare nel punk ed affini, senza nulla togliere a nomi storici come quelli citati prima. I Los Kamikaze dunque entrano a farne parte, con l’intento di rimanerci a lungo, e grazie a questo buonissimo disco siamo convinti che riusciranno nel loro intento. Certo, quest’album non porterà una ventata di novità, ma indubbiamente contribuisce a rendere ancora pulsante la vena nella quale scorre il punk rock made in Italy.

Autore: Los Kamikaze Titolo Album: Ningùn Perdòn
Anno: 2012 Casa Discografica: Rocketman Records
Genere musicale: Punk Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/loskamikazeband
Membri band:

Tony – voce

Simon – chitarra

Luca – basso

Samu – batteria

Tracklist:

  1. K.A.M.I.K.A.Z.E.
  2. El Futuro
  3. Lucho En Mi Barrio
  4. Bienvenido En Desio
  5. Mi Corazòn
  6. Preguntar
  7. Montse
  8. El Perro
  9. Cuando Vuelves
  10. Mucho Mas
  11. Otra Vez
  12. Seguro
  13. Buena Suerte
  14. Sin Pensar
21st apr2013

Sex Pistols – Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols

by Piero Di Battista

“I am an antichrist, I am an anarchist..”; quanti di voi hanno sentito questo incipit di un famoso brano dei Sex Pistols? Magari qualcuno ha sentito anche la versione dei Motley Crue o dei Megadeth, ma il brano originale della band inglese è inarrivabile per svariati motivi, ovviamente stiamo parlando di Anarchy In The U.K., la canzone di certo più nota dei Sex Pistols e singolo del loro primo ed unico disco Never Mind The Bollock, Here’s The Sex Pistols. Prima di addentrarci nella recensione di questo fondamentale album, è giusto dare dei piccoli cenni biografici riguardo la band; nati nel 1975 dalle ceneri dei The Strand, band fondata da Paul Cook e Steve Jones, i Sex Pistols nel giro di nemmeno un paio d’anni si formano, sotto la regia abile di Malcolm McLaren, con gli arrivi di Glen Matlock prima e di Johnny Rotten dopo, ma sin da subito riescono ad attirare l’attenzione dei media non solo per i testi sfacciati dei loro brani, ma anche per svariati episodi che causano loro alcuni guai giudiziari; menzione particolare merita la rottura del contratto da parte della EMI (che pubblicò Anarchy In The U.K., primo singolo del gruppo) a causa della cattiva pubblicità che i Sex Pistols provocarono sia con le liriche del testo che con i loro comportamenti pubblici, spesso irriverenti ed a volte disgustosi.

Ma la cattiva pubblicità è sempre pubblicità; logica che McLaren percorre senza indugi, e dopo la rottura con la EMI, etichetta che successivamente verrà denigrata totalmente nel brano appunto E.M.I., i Pistols si accasano presso la A&M Records, con la quale pubblicano un altro brano storico: God Save The Queen. Ovviamente non si trattava di una rivisitazione dell’inno britannico anzi, fu un vero attacco contro la Regina ed il singolo fu pubblicato proprio in occasione del Giubileo d’Argento della Regina (ovvero i 25 anni di Regno), inutile raccontare le conseguenze della pubblicazione di questo singolo, se non che furono censurati dalle principali emittenti radiotelevisive inglesi ed anche arrestati per aver tentato di suonarla mentre si trovavano a bordo di una barca sul Tamigi durante il passaggio davanti a Westminster. Nel frattempo, precisamente ad inizio 1977, Matlock venne allontanato dalla band a causa di divergenze con gli altri membri, e fu sostituito da John Simon Ritchie, più noto come Sid Vicious, che entrò nei Sex Pistols non per le sue doti tecniche al basso, non ne aveva affatto di doti visto che non sapeva suonar lo strumento (si dice che Lemmy dei Motörhead tentò di insegnargli qualcosa ma senza successo), ma per la sua irriverenza e la sua attitudine da tipico punk inglese. Finalmente nell’ottobre del 1977 Never Mind The Bollocks vide la luce, il disco contiene dodici brani tra i quali quelli già citati, brani che rimangono tutt’oggi parte integrante della storia del punk più dal punto di vista sociale che tecnico-musicale.

Nel disco presenziano altri pezzi imprescindibili come Holidays In The Sun nella quale i Pistols raccontano di preferire la Berlino divisa dal Muro alla Londra grigia e soprattutto moralista di quel periodo, No Feelings svela il lato narcisista di Rotten, mentre Liar è un altro attacco, questa volta proprio contro il loro manager Malcolm McLaren. E come non citare Pretty Vacant? Brano nel quale i Sex Pistols ironizzano sulla disoccupazione giovanile e brano anche che causò loro un’altra grana: mentre erano ospiti al programma Top Of The Pops eseguirono il suddetto brano, seguito da insulti verso il presentatore, inutile dire che fu la prima ed unica partecipazione in quel programma televisivo. Never Mind The Bollocks fu una vera e proprio pietra miliare in quel periodo, i Sex Pistols incarnarono perfettamente la filosofia punk del “live fast, die young” e l’uscita di questo disco fu come una potente bomba nella scena musicale del periodo; immaginiamo che nell’Inghilterra dei tempi era un periodo magro per l’hard rock, il prog stava spopolando quindi un’uscita sia musicalmente che mediaticamente di un disco come questo non fece che smuovere il movimento da lì a venire, grazie anche ad altri gruppi fondamentali, i The Clash su tutti. Le noie della censura non mancavano mai: dal titolo del disco (bollocks=coglioni) ai testi nei quali Rotten e compagnia sputavano il loro sdegno totale verso il potere. Il disco sfatò anche una nota leggenda metropolitana cioè quella riguardo all’incapacità strumentale dei Sex Pistols, apparte Sid (per le parti di basso del disco fu richiamato in studio Matlock), gli altri erano tecnicamente preparati: la parte ritmica Matlock-Cook formava un binomio più che discreto, Jones era un chitarrista che ben si amalgamava con il sound proposto dal gruppo, e la voce sguaiata e a tratti stridula di Rotten faceva perfettamente da megafono nell’esprimere parole di sdegno citate poc’anzi.

I Sex Pistols però ebbero vita breve, si sciolsero un anno dopo l’uscita del loro unico disco, Rotten formò i Public Image Ltd ed anche gli altri si dedicarono ad altri progetti musicali. Vita, e non solo come “musicista”, breve la ebbe Sid Vicious, morto a soli 21 anni nel febbraio 1979 a causa di un overdose di eroina, vita breve ma sufficiente per diventare e restare la classica icona punk. Never Mind The Bollocks è un disco che ancora oggi resta fondamentale; fu un disco unico nel suo genere, perché rappresentava per alcuni anche come il nemico si potesse combattere dall’interno visto che fu edito da una major discografica, contravvenendo al “d.i.y” (do it yourself), credo fondamentale nel punk ma più negli U.S.A.. I Pistols non solo ci lasciano degli inni che potrebbero risultare attuali anche più di trentacinque anni dopo, ma ci lasciano uno stile che fu unico del loro genere: la loro rabbia, irriverenza e sfacciataggine sempre più crescenti proporzionalmente alle critiche ed alle censure del periodo, nichilismo e il vivere senza riferimenti allo stato puro, d’altronde le poche e semplici parole conclusive della loro God Save The Queen sono forse le più eloquenti: “no future, no future, no future for you”.

Autore: Sex Pistols Titolo Album: Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex   Pistols
Anno: 1977 Casa Discografica: Virgin Records
Genere musicale: Punk Voto: 10
Tipo: CD Sito web: http://www.sexpistolsofficial.com
Membri band:

Johnny Rotten- voce

Steve Jones – chitarra

Glen Matlock – basso

Sid Vicious – basso

Paul Cook – batteria

Tracklist:

  1. Holidays In The Sun
  2. Bodies
  3. No Feelings
  4. Liar
  5. God Save The Queen
  6. Problems
  7. Seventeen
  8. Anarchy In The U.K.
  9. Submission
  10. Pretty Vacant
  11. New York
  12. E.M.I.
20th apr2013

The Leeches – Underwater

by Marcello Zinno

A guardare l’artwork di Underwater il primo concetto che ci balza alla mente sarebbe un’inaspettata virata verso sonorità alternative e invece i The Leeches, che ormai hanno superato i due lustri dalla loro formazione, confermano le loro origini punk con tredici tracce sparate che non superano la mezz’ora d’ascolto. Pochi riff ma piazzati al punto giusto e soprattutto che suonano molto bene, grazie anche alla produzione affidata a Daniel Rey, già operativo in passato dietro ad alcuni album dei Ramones. Il richiamo non è casuale e anche il nome dell’etichetta, la Tre Accordi Records, sembra essere stato scelto ad hoc: il concetto di pochi accordi suonati in maniera graffiante e ripetitiva che i mostri sacri del punk hanno inniettato nelle nostre orecchie è qui ripetuto, con lo stesso sapore grezzo degli anni ’70. Clone quindi? Per nulla, perchè i The Leeches sanno osare in cori al momento giusto o in qualche arrangiamento che offre più valore ai brani (Feelin’ Alright Tonight) e un sound che sa talvolta anche di rock’n’roll (Vanilla Coke). Ad ascoltarli con attenzione sembrano una versione riveduta e ripulita dei Turbonegro: niente testi osceni a cui Hank Von Helvete e soci ci hanno da sempre abituati, ma le scelte stilistiche delle doppie voci e dei tempi trascinanti sono spesso comuni. Compaiono momenti anche più veloci come Stop The Clock che gioca sull’effetto ansia del tempo che passa rivolgendosi ad un’ipotetica ragazza e urlandole in faccia che non può arrestare il tempo.

La traccia più lunga di questo Underwater non raggiunge i tre minuti, ma forse la più festaiola e quella meglio costruita non raggiunge nemmeno i due minuti: ci riferiamo a Standing On My Tomb, con dei testi tutt’altro che spensierati, ma con una ricetta genuina e coinvolgente. Qualche passaggio più easy che strizza l’occhiolino ad una certa visione punk rock c’è (Too Hungry To Pray ne è un esempio) ma nel complesso si tratta di momenti piacevoli se visti nel generale copione della band. Quindi non vi aspettate dai The Leeches una nuova visione del punk, ma per gli appassionati del genere rappresentano un ascolto obbligato.

Autore: The Leeches Titolo Album: Underwater
Anno: 2012 Casa Discografica: Tre Accordi Records
Genere musicale: Punk Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.theleeches.it
Membri band:

Massi – voce, bass

Mexicano – chitarra, voce

Freddy – chitarra, voce

Mone – batteria

Tracklist:

  1. I’m Everything To Me
  2. Piranha Boys
  3. Serious
  4. Feelin’ Alright Tonight
  5. Down On My Knees
  6. Vanilla Coke
  7. Stop The Clock
  8. Nothing At All
  9. Standing On My Tomb
  10. My Life
  11. Too Hungry To Pray
  12. Me-262
  13. Into The Storm
07th apr2013

The Clash – Combat Rock

by Piero Di Battista

Continuiamo a raccontare la storia dei The Clash, band che ha segnato un’epoca con il suo “punk militante” e che, ancora oggi, attraverso alcuni storici brani, influenza buona parte della scena underground e non solo. Siamo nel 1982 ed i The Clash sono reduci da due dischi eccellenti quanto controversi ovvero London Calling e Sandinista!, album che allo stesso tempo, sono stati anche oggetto di alcune critiche per via di un evidente cambiamento di stile da parte del gruppo londinese rispetto al punk nudo e crudo che li contraddistingueva agli esordi. Reduci da un lungo tour mondiale, i The Clash iniziarono a lavorare sul loro prossimo disco, ma iniziarono anche a confrontarsi con alcuni problemi non di piccola fattura: il rapporto idilliaco tra Joe e Mick a causa di alcune divergenze riguardo lo stile da proporre, e Topper invece ha un problema di entità maggiore che riguarda la sua dipendenza dall’eroina. Ma nonostante tutto ciò, i The Clash riescono lo stesso a partorire il loro quinto album da studio, intitolato Combat Rock. La cosa che sin da subito si denota è che il disco è di “semplice” pubblicazione rispetto ai due lavori precedenti; è un LP singolo contenente “solo” dodici canzoni. La matrice sonora non cambia più di tanto: il punk rock degli inizi è ormai un antico ricordo e di rado viene rispolverato, di conseguenza trova spazio un rock molto più orecchiabile contaminato dalle sempre presenti influenze reggae ed episodi più sperimentali dove sono utilizzati strumenti come il bongo o, più costantemente, il pianoforte, già comunque presente in alcuni brani del passato.

Il disco di apre con Know Your Rights, in cui abbiamo quei rari momenti punk e dove i quattro inglesi, ancora una volta, si pongono dalla parte delle classi disagiate, contestando le ingiustizie delle quali sono vittime. Si prosegue con le ritmiche scanzonate di Car Jamming, fino ad arrivare a Should I Stay Or Should I Go?, brano storico e noto a chiunque senza bisogno di ulteriori presentazione, se non il fatto che il brano fu scritto da Mick e tratta del rapporto tra il chitarrista e la cantante Ellen Foley. Altro imprescindibile brano è Rock The Casbah, fortemente contaminato da delle sonorità “orientaleggianti”. Straight To Hell è un’altra protesta sotto note musicali prevalentemente rock, mentre Overpowered By Funk attinge molto dalla disco dance degli anni ‘70. Nel disco c’è spazio anche per orizzonti più blues come in Sean Flynn, brano quasi interamente strumentale, si arriva a fine tracklist con la melodica Death Is A Star, dove, attraverso il pianoforte, trova spazio anche un pizzico di malinconia. Anche Combat Rock risulta un disco controverso, ed anche in questo caso non mancarono le critiche, sempre a causa di ulteriore allontanamento dei The Clash dalle tematiche politiche e sociali, argomenti che da sempre hanno coinvolto Strummer e soci.

Ma nonostante i molti pareri negativi, Combat Rock divenne il disco più venduto dei The Clash pur non raggiungendo il livello qualitativo degli album passati; è comunque un disco che possiede molte frecce nel suo arco, anche se in alcuni brevi tratti troviamo i The Clash scarichi e carenti di idee. Combat Rock rimane un discreto disco, grazie anche a quei pezzi storici che contribuiscono ad elevarne il livello di qualità. Come già detto, il disco ebbe un ottimo successo riguardo le vendite, ma le tensioni all’interno della band si fecero man mano più insopportabili, e culminarono con l’esclusione di Topper a causa della sua irreversibile tossicodipendenza; per il tour che seguì l’uscita di Combat Rock fu richiamato Terry Chimes alle bacchette, nuovo capitolo dunque? No, perché, come vedremo, il cambio di batterista fu l’unica variazione nella line-up, e tre anni dopo, con Cut The Crap, i The Clash scrissero la parola fine alla loro storia, ma di tutto questo ne parleremo prossimamente.

Autore: The Clash Titolo Album: Combat Rock
Anno: 1982 Casa Discografica: Epic Records
Genere musicale: Punk Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.theclash.com
Membri band:

Joe Strummer – voce, chitarra

Mick Jones – chiarra

Paul Simonon – basso

Topper Headon – batteria

Tracklist:

  1. Know Your Rights
  2. Car Jamming
  3. Should I Stay Or Should I Go?
  4. Rock The Casbah
  5. Red Angel Dragnet
  6. Straight To Hell
  7. Overpowered By Funk
  8. Atom Tan
  9. Sean Flynn
  10. Ghetto Defendant
  11. Inoculated City
  12. Death Is A Star
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