20th mag2013

Legless – Till That Morning

by Piero Di Battista

Secondo disco per i Legless, quartetto proveniente da Bologna che dà alla luce al suo secondo disco, intitolato Till That Morning. Il disco segue Pleasure Paranoids And Parties uscito nel 2010, e tre anni dopo ritroviamo dunque questa band bolognese indubbiamente più matura e soprattutto più consapevole dei propri mezzi artistici. Till That Morning offre dodici brani dove si può tranquillamente apprezzare un sound incentrato su un rock lineare, ma spesso contaminato da momenti più pop-punk, da rock‘n’roll, ma anche da qualche atmosfera un po’ più brit. Si parte con la frizzante Liar, influenzata leggermente da sonorità rock‘n’roll; rock che, come già detto, funge da colonna portante nello stile dei Legless, un rock orecchiabile e scanzonato che si fa apprezzare in brani come Persia o Waiting Game. I momenti più “punkeggianti” e dove le ritmiche appaiono leggermente più sostenute li troviamo in D.I.L.D.O. e Just A Frame in cui il gruppo felsineo si propone in modo leggero ma allo stesso tempo frizzante a chi li ascolta, con risultati più che positivi. Il disco scorre liscio, e si arriva a I Need To Get Away, accostabile un po’ ai Green Day dei tempi di Warning, ed a On The Couch, a nostro parere la migliore dell’intero album, dove i Legless mostrano ancor di più una pregevole vena melodica.

Till That Morning non si pone certamente come capolavoro, ma è senza ombra di dubbio un disco ben suonato, ben realizzato, di facile ascolto e di più che discreta qualità. Consigliato a chi non disdegna affatto una mezz’ora e poco più di spensieratezza sottoforma di sonorità rock leggere e frizzanti.

Autore: Legless Titolo Album: Till That Morning
Anno: 2012 Casa Discografica: Front Of House Records
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://legless.bandcamp.com
Membri band:

Billy – voce, basso

Franco – chitarra

James – chitarra

Giulio – batteria

 

Tracklist:

  1. Liar
  2. I’ll Never Learn
  3. D.I.L.D.O.
  4. Persia
  5. Baby Don’t Put Down This Sound
  6. She’s The Queen
  7. Waiting Game
  8. Shoes
  9. Of The Week
  10. Just A Frame
  11. I Need To Get Away
  12. On The Couch
15th mag2013

Black Mamba Rock Explosion – Black Mamba Rock Explosion

by Giancarlo Amitrano

Stavolta, la bora triestina ci porta in dono una ventata di sano e robusto rock‘n’roll. Il terzetto in questione non lesina certo sudore ed energia circa l’interpretazione di questo album che si rifà ai migliori epigoni del genere. Nella doppia veste, ad esempio, il singer-axeman sfodera una prestazione di autentico valore, mentre la sezione ritmica non lesina di un grammo circa potenza e melodia interpretativa. Grazie anche ad una buona produzione, il full-lenght dispensa una serie quasi continua di buone armonie sonore, dove la voce molto grezza del vocalist consente ai brani di acquisire maggiore spessore in ogni passaggio. Sin dall’opener track possiamo notare che la modernità del suono che i tre propongono non disdegna di trarre solide ispirazioni dalle radici del genere, quasi occhieggiando al glam. Il falsetto di Day After è una piacevole novità nell’economia del pezzo, con il trio molto scanzonato nella proposta musicale, senza tenere da parte la qualità del suono. My Drug e Sexy Legs ci offrono i nostri eroi quasi al top, per la cadenza molto interessante data al brano e le sonorità molto “catchy” negli arpeggi della sei corde, con i cori sempre ben azzeccati. La mistura (gradevole) di rock‘n’roll con stilemi blues la possiamo notare tra le tracce di Hypocrisy, laddove la band, pur seguendo clichè consolidati, non rinunzia al suo stile godibile e sanguigno. Acclarato che in quanto ad energia, la band è seconda a nessuno, l’esecuzione di Thanks Lady ci sorprende ancora per la pulizia con cui le note vengono offerte dal singer, che come detto si districa bene nella doppia veste strumentale ed interpretativa.

Bella anche Pollution, di certo tra gli episodi migliori del disco: lo stile molto cadenzato della band risalta ancora meglio nei momenti più aggressivi come questa traccia. Il terzetto riesce ad eludere bene anche i passaggi apparentemente a vuoto, quale quello centrale del brano, in cui i tre paiono per un attimo scollarsi tra essi. Temptation non brilla certo per originalità (come detto, la band è devotamente legata al passato), tuttavia lo stesso brano riesce ad essere godibile per l’intensità ed il trasporto che il terzetto ci mette nella sua esecuzione. Con una buona sezione ritmica, la band consente al brano di salire di intensità, sia vocale che compositiva. Con Ramblin’Rose e Line Of The World, il disco si avvia verso la sua meritata conclusione, con due brani che potrebbero ad occhi chiusi rientrare nella più nobile tradizione “glam” degli anni ’80. Infatti, la timbrica sonora impressa ai pezzi dona essi quella venatura più “trendy” che in altre tracce la band non era riuscita ad inserire. Mentre la voce risulta calda e gradevole, tutti gli strumenti sono nella giusta tensione musicale, per donare la meritata chiusura alla cavalcata che il trio ci ha sin qui proposto. E che si spera possa proseguire sulla stessa falsariga nei prossimi lavori.

Autore: Black Mamba Rock Explosion Titolo Album: Black Mamba Rock Explosion
Anno: 2013 Casa Discografica: Kornalcielo Records
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.reverbnation.com/blackmambarockexplosion
Membri band:

Andrea Belgrado – voce, chitarra

Peter Nadlisek – basso

Marco Mattieti – batteria

Tracklist:

  1. Sold Our Soul
  2. Day After
  3. My Drug
  4. Sexy Legs
  5. Hypocrisy
  6. Thanks Lady
  7. Pollution
  8. Temptation
  9. The River
  10. Ramblin’Rose
  11. Line Of The World
03rd mag2013

iVenus – Dasvidanija

by Carlo A. Giardina

Dasvidanija è una parola russa (usata spesso dal parente di turno reduce da un viaggio in russia) che letteralmente significa “arrivederci”. Ed è anche il titolo del nuovo album dei savonesi iVenus. Viene scelto il russo anche nella copertina nella quale svetta una torre in stile tipico dell’Est: una sorta di cono gelato striato bianco e blu. Non si capisce bene quale sia il motivo di questa scelta, ma stranamente ci sta. Dasvidanija è formato da 9 brani molto simili l’uno dall’altro (ascoltando l’album si percepisce una certa “monotonia frizzante” pur sempre piacevole), ma comunque unici soprattutto nelle storie raccontate. E sono proprio queste a fare la differenza: piccole storielle di gioventù esposte con una certa ironia tendente al grottesco che, alla fine dei conti, trasmette malinconia. Malinconia di una giovinezza ripetitiva, fatta di piccole disgrazie, di cattiverie, del solito bar, del solito luogo. Una sorta di lungimiranza troncata sul nascere. Ma ora veniamo alla musica. Come detto precedentemente i brani appaiono molto ripetitivi, ma comunque unici: ognuno di essi ha una piccola particolarità che lo contraddistingue, una variazione di tono, un ritmo più o meno cadenzato. Questa ripetitività si protrae per 8 brani così da arrivare alla title track Dasvidanija: una lenta cantilena molto affascinante, quasi decadente sia nel suono che nel testo (“Mi perdonerai, ma non vali niente per me, scusa. Mi perdonerai se farò brandelli di te. Scusa cara”).

iVenus suonano un bel rock tendente al power pop il tutto accompagnato da ritmi elettronici che pervadono l’intero album. Divertono e coinvolgono senza però sorprendere più di tanto. I brani sono da radio, nel senso che sono semplici da ricordare e, solitamente, vengono lanciati singolarmente, il che permette di non accentuare la somiglianza dei brani stessi. A questo punto non resta che salutare i iVenus, sperando che nei loro futuri lavori possano migliorare qualche piccolo difetto sopra esposto. Allora arrivederci, o meglio, “dasvidanija”.

Autore: iVenus Titolo Album: Dasvidanija
Anno: 2013 Casa Discografica: Dreamingorilla Records
Genere musicale: Rock, Elettronica Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/spaziovenere
Membri band:

Cash nella Pelliccia – voce, tastiere, chitarre

Michail Pavlovic Psalmanazar – chitarre

Suliman Razzaq Al-Coxon – basso

Sigmund Franz von Radetzky – batteria

 

Tracklist:

  1. P.O.P. (Persistent Organic Pollutant)
  2. The Great Capitombolo
  3. Settembre
  4. C’est La Vie, Mon Amie
  5. Mangianastri
  6. Grazielle
  7. Ventricoli
  8. Rembrandt
  9. Dasvidanija
02nd mag2013

Lava Lava Love – Au Printemps

by Amleto Gramegna

È difficilissimo per un recensore dire quando un disco “merita” oppure no. Così come è difficile poter dire “Wow!!” di un lavoro al primo ascolto. Qui ci siamo. E ci siamo di brutto! I Lava Lava Love, dopo il titubante A Bunch Of Love Songs And Zombies del 2012, pubblicano 12 pezzi a “presa rapida”, che in un ascolto ti si piazzano nel coppino e lì rimangono. Il riffone di Both mette le carte sul tavolo: melodie cool, voce sexymuthafucker di Florencia Di Stefano e botta di energia garantita, insomma tutto al suo posto. La stessa Both ci ha colpito particolarmente, lo confessiamo. Sarà il riff rubacchiato al videogioco degli anni ’80 Double Dragon (lo abbiamo scoperto perchè in fondo siamo dei nerd!), sarà che la Di Stefano gioca a fare la Patsy Kensit in acido del 2013 (e che nessuno parli male della Patsy!) ma ci conquista subito. Che dire di Before You Were Born? Che è un bel giro sulla giostra dei ricordi. Un vecchio 45 giri surf rock rotondasulmare sottratto alla collezione privata della mamma e mashuppato con moderne vibrazioni. Ah dimenticavamo, siamo innamorati persi di (Your Heart Is) Beating The Wrong Time. Ma qui ci son chitarre. E suonate bene. Lo dimostra Don’t Try To Get In My Life con il suo chorus assassino.

Qualche stanchezza con It Snow In Hell e All The Children Want Thier Milk, non all’altezza di ciò che abbiam appena ascoltato. The Light And The End Of The Tunnel presenta un testo stranamente simile a I Will dei The Beatles (almeno la prima strofa, ma sui The Beatles siamo dei precisini della fungia). Annie Serena Malahus si fischietta insieme al gruppo, liberi, felici e contenti. Chiudono il disco Worth The Lie e Another Love Song, degne conclusioni. Bellissimo lavoro, pop al punto giusto con puntine di indie e alternative rock. Ma nell’anima una calda colata lavica di rock.

Autore: Lava Lava Love Titolo Album: Au Printemps
Anno: 2013 Casa Discografica: The Prisoners Records
Genere musicale: Rock, Indie Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://lavalavalove.tumblr.com
Membri band:

Florencia di Stefano – voce

Massimo Florio – basso, voce

Vittorio Pozzato – voce, chitarra, tastiere

Andrea Sbrogiò – batteria

Oliviero Farnetti – tastiere, chitarre

 

Luca Valentini – chitarra resofonica

Matias di Stefano – chitarra

Tracklist:

  1. Both
  2. Before You Were Born
  3. (Your Heart is) Beating The Wrong Time
  4. Don’t Try To Get In My Life
  5. It Snow In Hell
  6. All The Children Want Thier Milk
  7. Right Time
  8. The Light And The End Of The Tunnel
  9. I Hate The Summer
  10. Annie Serena Malahus
  11. Worth The Lie
  12. Another Love Song

 

30th apr2013

Panama Road – Road To Panama

by Marcello Zinno

Il percorso verso il brano inedito è spesso costellato da tanta gavetta fatta di cover e live con cambi di line up inclusi. Questa la storia di moltissime formazioni emergenti ed anche dei Panama Road che prima di divenire tali ne hanno passate di cotte e di crude. Però il tempo dell’EP è giunto e nel corso del 2012 pubblicano Road To Panama, un buon prodotto di sei tracce non banali. L’Ep si apre con una citazione al film School Of Rock che coincide perfettamente con le prime note di Faccia Da Sveglio, pezzo potente e che prende le distanze dal classico rock italiano pur presentando testi in lingua madre. La produzione è di livello davvero elevato e questo valorizza un pò il tutto, il lavoro delle chitarre è di pregio purtroppo un pò appannato da quello delle liriche, da migliorare nelle soluzioni a doppia voce e negli ingressi. Graffianti gli assoli che mettono in mostra, insieme al songwriting tutto, buone doti e una certa originalità del quintetto. Già con Da Qui la ricetta diventa più complessa: se i riff del ritornello convincono, quelli delle strofe risultano un pò troppo slegati dal tutto, forse per un’eccessiva ricerca dell’atmosfera giusta; molto meglio la seconda parte con un attacco in crescendo della sezione ritmica che presagisce un tuffo nel rock più deciso. Vivo rappresenta lo schiaffo al rock italiano morbido, quello fatto di musicisti ultraosannati in grado di riempire stadi componendo canzonette con riff semplici e melensi. Basta poco per convincere: una certa dose di carica, delle idee giuste e divertirsi suonando, fattori di cui i Panama Road sono portatori sani.

Il momento della ballad giunge in chiusura di EP con Fuori Tempo Massimo che sicuramente tra qualche anno, con più maturità, potrebbe essere reinterpretata in maniera diversa dagli stessi Panama Road. Tanta passione per il rock internazionale, tantissimi anni trascorsi ad ascoltare AC/DC e Iron Maiden: queste le impressioni che i brani comunque originali ci trasmettono, oltre alla tanta carica della mezz’ora scarsa di questo EP. Probabilmente con un pò di attenzione in più nelle parti vocali (lingua stranierao una una scrittura più sapiente dei testi in italiano?! Forse meglio puntare sulla seconda) si parlerebbe davvero di un ottimo prodotto tutto made in Italy e noi non possiamo che sentirci orgogliosi per averlo anticipato e scoperto.

Autore: Panama Road Titolo Album: Road To Panama
Anno: 2012 Casa Discografica: Tunecore
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: EP Sito web: http://www.reverbnation.com/panamaroad
Membri band:

Fabio Piersigilli – voce

Enrico Aniasi – basso, voce

Federico Mele – chitarra

Francesco Frizzarin – chitarra

Diego Barbera – batteria

Tracklist:

  1. Faccia Da Sveglio
  2. Da Qui
  3. Mind Of Your Time
  4. Treno Per Panama
  5. Vivo
  6. Fuori Tempo Massimo
28th apr2013

Giacomo Castellano – Cutting Bridges V.2.0

by Federico Cacciatori

Questo Cutting Bridge V 2.0 è la versione remixata a rimasterizzata del primo album solista di Giacomo Castellano, apprezzato maestro di chitarra che ha collaborato con molti artisti italiani, pubblicato nel 2004. Non è possibile inquadrare l’album con uno stile e con un’influenza predominante: è un piccolo pot-puorri musicale, una composizione realizzata con vocalizzi e passaggi che vanno dal funky al soul, dal dall’hard rock alle suggestioni esotiche, utilizzata per ammaliare i sensi. Non azzardiamo paragoni con altri artisti, lasciamo a voi il confronto. Su tutto, è la sonorità decisa, mai scontata e sempre pronta a sorprenderti, ciò che spicca, ed è difficile annoiarsi con questo album, grazie  all’alternanza di brani strumentali e cantati, al ricorso a veri musicisti e non (esclusivamente) ai computer, all’uso di strumenti a fiato, alle melodie evocative. Volendo fermarsi su quale brano in particolare possiamo citare di Environmets, orientaleggiante e mistico, The Dream Laying On My Bed, sognante e stralunato e Garbage con un arrangiamento degno di nota. Le dodici tracce di Cutting Bridge V 2.0 vi catapultano nel mondo di un musicista eclettico, che dire, un’esperienza unica.

 

Autore: Giacomo Castellano Titolo Album: Cutting Bridges V.2.0
Anno: 2013 Casa Discografica: Red Cat Records
Genere musicale: Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.giacomocastellano.com
Membri band:

Giacomo Castellano – musica

Tracklist:

  1. Gaztambide
  2. L.F.L.
  3. Music (Part One)
  4. The Dream Laying On My Bed
  5. Music (part Two)
  6. Garbage
  7. Little Elves
  8. Big As A Key
  9. Ariete
  10. Try To Save Yr Song
  11. Environments
  12. Cutting Bridges #1

 

20th apr2013

Last Rebels – Bite Tonight

by Giancarlo Amitrano

“Forza Italia”, inteso nel senso più “patriottico” del termine. L’augurio di lunga vita al panorama musicale nostrano sgorga ancora più intenso ascoltando lavori quali quello degli odierni marchigiani. Lungi dall’indulgere (ci scusino il gioco di parole) a false promesse, il terzetto in questione sforna un album diretto, che tocca le corde del morale e soprattutto dell’udito, il tutto, condito da una sana dose di autoironia che viene messa al servizio della loro immagine di bad boys. Sin dalla opener track la band sguinzaglia tutto il “peggio” del repertorio, inteso come asce infuocate, voce cartavetrata e pelli pestate a sangue. Il brano rende l’idea della presenza di un Lemmy (!) qualsiasi dietro il microfono, che con le sue note stridule dona velocità e spessore al brano che fila liscio senza cedimenti di sorta. Metal Smoker picchia sodo sui tempi accelerati del drumming: mantenendo costante la battuta, il gioco delle percussioni consente al singer di dosare ad arte i tempi di entrata e le strofe che tra di loro si susseguono senza requie: la sei corde basa il lavoro su un semplice accordo che ruota attorno alle melodie del cantato, il quale mirabilmente cattura bene l’attenzione in ogni suo intervento. Senza sosta e senza ritegno, le distorsioni vengono applicate con perizia sopperendo ottimamente alla mancanza di una seconda ascia, che anzi consente una maggiore visibilità alla perizia solistica dell’axeman. Sex, Drinks At Rock Cafè è il classico brano da locale malfamato: le atmosfere sono cupe, il fumo che putrido sale dai sottoscala di un virtuale garage rock sono ben resi dal sound molto poco curato, anzi grezzo come raramente si ascolta. L’assolo del guitarist giunge abbastanza presto, ma non abbastanza presto da non essere apprezzato nella sua rocciosa interpretazione, mentre il singer si sgola il giusto per renderci partecipi delle nuvole di fumo che il brano alza nel calderone di trucidi bikers.

Giungiamo alla titletrack: un gancio di rara intensità ci coglie sin dalle prime note, con un brano molto articolato e che ha di peculiare una spettacolare accelerata di metà pezzo, in cui il trio mortifero si rende protagonista di una jam tellurica che potrebbe ben gareggiare con i classici dei gloriosi anni ’80 grazie alla potenza esecutiva e ad una inattesa linea melodica nella preparazione della fase finale del pezzo, tra i top del disco. Rock’n’Roll Milf si caratterizza per una “sana” aggressività del testo e per la splendida linea che il gruppo dà al brano: molti cambi di marcia su cui innestare le tematiche stradaiole tanto care al combo, che qui dà da riflettere anche sulla copertina, in pieno trasporto alcoolico-virile. Come le sonorità, d’altronde, non possono che adeguarsi alla piega poco incline alle morbidezze, ma anzi mirante alla convulsa tirata finale, degna del miglior lavoro di un famoso quintetto proveniente dalla terra dei canguri…Ascoltando Wild And Free, ci rendiamo conto che il disco sta prendendo una piega sempre più aggressiva ed ormai dedita allo speed più sregolato, in cui gli strumentisti non lesinano sudore ed impegno, con l’aggiunta di una potente base vocale, più che mai incisiva e sulla quale poter giostrare senza limiti, grazie all’estensione vocale del singer. Da menzionare, inoltre, il delicato arpeggio di metà brano, in cui l’ascia sostiene da sola l’architettura del pezzo, che poi riprende sparato verso la dannazione musicale.

Dangerous Love non raggiunge le precedenti vette: anche in questo brano, intendiamoci, la band ce la mette tutta per squassare, senza però riuscirvi del tutto, in virtù di una base sonora stavolta molto elementare che se nei brani passati è stato il punto di forza, in questo frangente invece pare avulsa dal contesto, purtroppo qui ripetitivo e privo di mordente anche nei soli, pur validi tecnicamente. I tempi di Lobo sono interessanti: molto varii, grazie al buon lavoro delle percussioni, che fanno un uso sagace della doppia cassa e del pedale. Ci si è ormai incamminati verso la fase finale del disco e la band spara le ultime cartucce rockeggianti e metallizzate nel riffing, oltre che nel drumming molto energico che detta i tempi all’ascia, qui piena di distorsione e tapping il giusto. Diretto ed efficace, The Wolfpack consente di apprezzare la timbrica molto roca del singer, adattissima forse a sonorità più thrash in alcuni passaggi: ancora è il drumming in evidenza e l’ascia su tutti con il suo metronomo a sei corde a scandire i tempi, invero molto allungati e saggiamente mirati ad un solo tra i più notabili del disco. Album che si chiude con un Indian’s Revenge dai toni quasi “epic” nella struttura iniziale, salvo poi ricredersi con una lunga cavalcata metallica e molto intensa nel solo donatole dall’axeman. Conclusione degna dei lavori, con un coro che pare inneggiare ad una imminente danza della pioggia, in puro stile apache: azzeccata scelta conclusiva, che poi cede il passo all’ultimo colpo di coda in puro metal-style, di cui il terzetto marchigiano può ergersi a fiero epigone italico.

Autore: Last Rebels Titolo Album: Bite Tonight
Anno: 2013 Casa Discografica: My Graveyard Productions
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/last_rebels
Membri band:

Cius Mefisto – voce, basso

Alex Ricciuletor – chitarra

Ronny Falker – batteria

Tracklist:

  1. Last Rebels
  2. Metal Smoker
  3. Sex, Drinks At Rock Cafè
  4. Bite Tonight
  5. Rock’n’Roll Milf
  6. Wild And Free
  7. Dangerous Love
  8. Lobo
  9. The Wolfpack
  10. Indian’s Revenge
13th apr2013

Lenula – Profumi d’epoca

by Carlo A. Giardina

Prendete un bel pezzo di Capovilla (Teatro degli Orrori), una spolverata di Capossela, una manciata di Steppenwolf e Wolfmother per poi chiudere il tutto con un filo di Baudelarie. Fate cuocere il tutto negli inferi per una quarantina di anni ed ecco a voi, caldi, caldi, i Lenula. La band brindisina, con l’album d’esordio Profumi d’epoca, promette bene. Il disco é veramente ben fatto e dotato di un’originalità che ultimamente, in Italia, sta facendo capolino. Finalmente dei bei testi corposi, pieni, potenti, malinconici e sorprendentemente poetici. Caratteristiche che la stessa musica rispecchia: psichedelia fine anni ‘60 fatta bene (esatto, Steppenwolf docet), riff originali che seguono il testo, interpretandolo al meglio. Testi recitati dalla voce rauca e saggia di Gabriele Federico Paparella, quasi come se fosse un padre un po’ alticcio che insegna le disavventure dark della sua vita ai figli: il pubblico. All’interno di Profumi d’epoca si respira un’aria strana, eccentrica, malinconica e, a tratti, eccitante. I demoni, gli elfi, l’amore, il sesso, la morte, l’ebrezza, la vita. Incredibile come i testi seguano la musica. Uno su tutti, Stato Confusionale: ascoltandolo sembra quasi che ci si confonda, aiutati dal ritmo cadenzato e “ubriacante” della batteria, l’eco di voci in lontanaza e, sporadicamente, il suono limpido, da scossa, della chitarra elettrica.

Naufragio é un’altra perla: coinvolgente, di ottima fattura e in pieno stile psich rock da route 66, organetto compreso. L’album viene chiuso dalla title track, Profumi D’epoca, che ha proprio quel profumo. Un’epoca lontana, vintage, buia, di un buio cupo illuminato a spazzi dalla danza dei fulmini. Una notte che, però, sa di rivincita: “la Donna Morte apre le cosce e s’arrende….“. Come esordio non c’é male.

Autore: Lenula Titolo Album: Profumi d’epoca
Anno: 2012 Casa Discografica: La Fabbrica
Genere musicale: Rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/lenulaband
Membri band:

Gabriele Paparella – voce, chitarra

Ciro Nacci – piano, basso, hammond, rhodes, synth

Gabriele Conserva – batteria

Tracklist:

  1. Notte D’inferno
  2. All’interno
  3. La Dea Dell’amore
  4. Corsa Al Mondo
  5. Promessa
  6. Il Naufragio
  7. Stato Di Confusione
  8. Fondo
  9. Senza Tempo
  10. Modellando La Notte
  11. Profumi D’epoca
10th apr2013

Oslo Tapes – Oslo Tapes

by Marcello Zinno

È troppo riduttivo interpetare la musica come un insieme di note. Anche chi limita questo fantastico mondo a riff, strofe e ritornelli incastrati saggiamente non fa altro che commettere lo stesso errore di chi paragona il calcio ad un insieme di strategie e tattiche di gioco tralasciando l’emozione di tirare e far gol. Le sensazioni ultrarazionali sono il miglior frutto che la musica può regalarci e per fortuna c’è qualcuno che in passato se ne è accorto (Pink Floyd su tutti) e che oggi continua nel solco della sperimentazione. Da questa premessa bisogna partire per presentare gli Oslo Tapes, una via di mezzo tra un side project di una folta schiera di musicisti italiani e un esperimento del guru di un’etichetta discografica che insieme al supporto di altre label dà la luce a questo debutto. Un lavoro pensato e sentito, lungi dall’essere ostico e psichedelico, ma in grado di mettere a fattor comune tutte quelle formazioni che hanno voluto portare il rock verso una nuova, più moderna, frontiera. Si possono trovare vari elementi, dalla poetica grigia de Il Teatro Degli Orrori e di Bologna Violenta al grunge sudicio opportunamente importato nel nostro Paese dai Verdena, dalle costruzioni sonore e ritmiche rupetute allo sfinimento tipiche del doom, ad un pizzico di shoegaze, il tutto colmato da una buone dose di concezione alternative e di acustica raffinata.

L’asse centrale dell’omonimo lavoro degli Oslo Tapes poggia sulla ricerca di qualcosa di diverso senza renderlo inascoltabile, armonie ed arrangiamenti ricercati che presentano un gusto amaro e dolce allo stesso tempo fruibile tramite un ascolto di certo non disinteressato ma nemmeno asfissiante. Per comprendere gli Oslo Tapes è necessario avvicinarsi pacatamente a questo mondo e tentare di comprendere il punto in cui ogni singola traccia inizia a prendere forma; impossibile trovare un’ispirazione comune per delle musiche comunque differenti ma da scartare di volta in volta. La sfuriata energica di Le Élites En Flammes in un francese che solo in teoria richiamarebbe quell’eleganza difficilmente riscontrabile nel rock, il sapore crudo e quasi stoner di Alghe, la dolce agonia di Distanze (che ricorda le Hole più ispirate) fino ai passaggi un pò più ostici di Elogio e Crocifissione Privée. Un album vario e piacevole, intricato, saggio ed introspettivo quanto basta che spinge ad aspettarsi ancora di più da questo moniker.

Autore: Oslo Tapes Titolo Album: Oslo Tapes
Anno: 2013 Casa Discografica: DeAmbula Records, Acid Cobra Records, Dischi Bervisti, Overdrive Records,   Dreaming Gorilla, Atelier Sonique
Genere musicale: Rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.deambularecords.com/artists/oslo-tapes
Membri band:

Marco Campitelli – voce, chitarra, organo, basso, synth,   batteria

Amaury Cambuzat- chitarra, basso, organo, synth,   metallofono

 

Altri musicisti:

Nicola Manzin – violino, chitarra, piano

Gioele Valenti – chitarra

Francesco D’Elia – violino

Andrea Angelucci – chitarra

Ferruccio Persichini – chitarra

Stefano Venturini – chitarra

Alessia Castellano – violoncello

Irene Antonelli – cori

Luca Di Bucchianico – basso

Mauro Spada – basso

Valerio Anichini – batteria

Tracklist:

  1. Alghe
  2. Attraversando
  3. Distanze
  4. Nel Vuoto
  5. Imprinting
  6. Nove Illusioni
  7. Impasse
  8. Marea
  9. Le Élites En Flammes
  10. Elogio
  11. Crocifissione Privée
08th apr2013

Gli Sportivi – Black Sheep

by Piero Di Battista

La scena underground italiana è indubbiamente vasta ed è di certo ricca di più che valide band che però faticano, per molteplici motivi, ad ottenere meritata visibilità. Ma la passione e la voglia di mettersi in gioco non devono mai mancare ed è questo che, molto probabilmente, pensano Gli Sportivi, duo veneto nato nel 2008 dalle ceneri di diversi gruppi che, tramite Flue Records, danno alla luce il loro primo disco, intitolato Black Sheep. La matrice sonora de Gli Sportivi ha diverse radici, il piccolo combo propone un rock che spazia nel garage, attinge dalle sonorità 70’s cercando di non cadere nello scontato. Gimme Gimme Your Hand e I’m A Cop fanno subito capire le indubbie qualità dei due componenti della band, e nella fattispecie si capisce che il sound degli anni ‘70 ha particolarmente influenzato il genere proposto dal gruppo. In Black Cat trovano spazio episodi più devoti al blues, senza però discostarsi più di tanto dal buon rock che Gli Sportivi ci propongono. Il disco prosegue lisco, l’ascolto risulta semplice e senza particolari intoppi, la radice garage si fa più viva in Talking About e con How Does It Feel? si passa anche a momenti più melodici e rilassanti, connotabili in un più che apprezzabile power-pop. La conclusiva Commit Suicide pone il suo sguardo verso lo stile grunge esploso nei primi anni ‘90, sia per la parte strumentale dove la chitarra distorta fa da padrona, che nelle corde vocali di Lorenzo Petri le quali vagamente possono ricordare la voce del compianto Kurt Cobain.

Black Sheep è quel tipico disco partorito con la dovuta passione, o meglio, dedizione, ma anche spensieratezza, è un lavoro discografico che di certo non ha la pretesa di apparire come un album che segnerà un’epoca, e non porta neanche quella ventata di originalità, ma si pone come disco ben realizzato e di facile e soprattutto piacevole ascolto. Esordio dunque sopra la sufficienza per Gli Sportivi che oltretutto dimostrano di avere notevoli margini di miglioramento, ma per ora ci accontentiamo di questo disco e del loro conseguente buonissimo debutto.

Autore: Gli Sportivi Titolo Album: Black Sheep
Anno: 2012 Casa Discografica: Flue Records
Genere musicale: Rock Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.glisportivi.com
Membri band:

Lorenzo Petri – voce, chitarra

Nicola Zanetti – batteria

Tracklist:

  1. Gimme Gimme Your Hand
  2. I’m A Cop
  3. Black Cat
  4. Go Back
  5. Talking About
  6. I’m, Going To Mexico
  7. How Does It Feel?
  8. Commit Suicide