Rolling Stones: l’inizio del periodo d’oro (Parte 2)

…Ma i problemi non finiscono qui. La Decca Records respinge la copertina dell’album che raffigura un cesso con graffiti scritti su muri, ritenendola offensiva, Mick Jagger manda a quel paese la label e va negli States a rimixare Beggars Banquet (fra l’altro nota di colore, a seguito dei fatti di giugno 1968 reincide una piccola parte di Simpathy For The Devil. Posticipato a novembre, finalmente esce il nuovo long playing racchiuso in una copertina che dovrebbe ricordare l’invito ad un party, (il banchetto dei pezzenti appunto), che questa volta sarà in gran parte semiacustico, riportando il sound dei Rolling Stones alle loro origini. Simpathy For The Devil è una brillante costruzione ritmica che richiama la tribalità africana ed i vodoo caraibici, brano insolito e ben strutturato, in cui si può apprezzare il sound Stones più curato: è ben intuibile ogni linea strumentale, il coro che segue la narrazione di Jagger è inquietante, l’assolo di Richard nel mezzo e al termine del brano rompono l’atmosfera altrettanto inquietante e livida, Mick racconta il diavolo dipingendolo come una persona ricca e raffinata, responsabile degli eventi scritti nella storia. Il brano contiene perle liriche tipiche del duo Jagger/Richards, non più gergale e viscerale come ai tempi dei primi singoli sulla insoddsifazione giovanile che fecero la prima fortuna della band, ma ora parte di un discorso più complesso ed insidioso (“…come ogni poliziotto è criminale, e tutti i peccatori santi…”).
A tratti sembra che il diavolo degli Stones cerchi di mettere in guardia dei suoi poteri distruttivi e diabolici (“…perchè se mi icontrerete abbiate un pò di gentilezza…o preparerò la distruzione della vostra anima”), intrecciandosi con la storia trapassata (“Ero nei dintorni quando Gesù Cristo ha avuto i suoi momenti di dubbio e di dolore”) con la loro epoca (“Chi ha ucciso i Kennedy?“). Segue il blues di No expectations con altri grandosi passaggi lirici (“Our love in like the water that splashes on the stone”), il sarcasmo del country avvinazzato di Dear Doctor, i giri minacciosi blues di Parachute Woman, l’insolita Jig Saw Puzzle con la strana storia del tipo che insieme alla sua ragazza cerca di unire il puzzle, con le solite graffianti macchiette ironiche made by Mick & Keith quali la flglia del vescovo, lo straccivendolo con i panini al mentolo, e le vecchiette caricate dal reggimento di soldati dopo il sangunario segnale di caccia alla volpe di Queen Helizabeth. Segue un’altra pietra miliare di rock, Street Fighting Man, con un intro e un giro di chitarra davvero accattivanti, essenziale e bruciante la specialità di Keith Richard che rimanda a Jumping Jack, Satisfacion e The Last Time; anche qui il brano contiene versi divenuti epici (“Cosa può fare un ragazzo povero se non suonare in una rock’n’roll band“), è l’omaggio ed il saluto agli eroi del maggio parigino, Cohen Bendit in testa. Seguono il solido country traditional di Prodigal Son, le polemiche sulle presunte passioni per ragazze un pò troppo giovani di Stray Cat Blues, il blues del gatto randagio che racconta appunto di due ragazzine che grattano la schiena a Mick Jagger, e lui che si chiede cosa direbbero le loro mamme vedendo questa scena (ricordate lo slogan che Andrew Loog Oldham aveva inventato per promuovere la band nel 1963: “Fareste uscire vostra figlia con un Rolling Stone?”) e per chiudere (tanto per cambiare) con un nuovo country accompagnato da un flauto davvero suggestivo, Factory Girl, celebrazione della ragazza operaia con i bigodini nei capelli e la lampo del vestito rotta (chissa se si tratta di qualche frequentazione sessuale di Mister Boccaccia?); il finale di The Salt On The Earth con i cori delle voci femminili, la bella chitarra acustica ed il finale in crescendo del piano del povero Nicky Hopkins che è degno epitaffio dell’album fin qui migliore della band dai tempi di Aftermath, con tanti spunti creati appositamente per la stagione live che da qui a poco la band riprenderà senza quasi interruzioni fino al 1982.
Degna menzione, visto che i session man appaiono sempre nei titoli di coda, al lavoro di grande spessore tecnico del pianista Nicky Hopkins in Sinpathy, Jig Saw Puzzle, No Expectations e The Salt On The Earh: (personalmente per ascoltare un album all’altezza ho dovuto aspettare The Joshua Three).
