26th set2011

Rolling Stones: l’inizio del periodo d’oro (Parte 2)

by Stefano Mancuso

 
…Ma i problemi non finiscono qui. La Decca Records respinge la copertina dell’album che raffigura un cesso con graffiti scritti su muri, ritenendola offensiva, Mick Jagger manda a quel paese la label e va negli States a rimixare Beggars Banquet (fra l’altro nota di colore, a seguito dei fatti di giugno 1968 reincide una piccola parte di Simpathy For The Devil. Posticipato a novembre, finalmente esce il nuovo long playing racchiuso in una copertina che dovrebbe ricordare l’invito ad un party, (il banchetto dei pezzenti appunto), che questa volta sarà in gran parte semiacustico, riportando il sound dei Rolling Stones alle loro origini. Simpathy For The Devil è una brillante costruzione ritmica che richiama la tribalità africana ed i vodoo caraibici, brano insolito e ben strutturato, in cui si può apprezzare il sound Stones più curato: è ben  intuibile ogni linea strumentale, il coro che segue la narrazione di Jagger è  inquietante, l’assolo di Richard nel mezzo e al termine del brano rompono l’atmosfera altrettanto inquietante e livida, Mick racconta il diavolo dipingendolo come una persona ricca e raffinata, responsabile degli eventi scritti nella storia. Il brano contiene perle liriche tipiche del duo Jagger/Richards, non più gergale e viscerale come ai tempi dei primi singoli sulla insoddsifazione giovanile che fecero la prima fortuna della band, ma ora parte di un discorso più complesso ed insidioso (“…come ogni poliziotto è criminale, e tutti i peccatori santi…”).

A tratti sembra che il diavolo degli Stones cerchi di mettere in guardia dei suoi poteri distruttivi e diabolici (“…perchè se mi icontrerete abbiate un pò di gentilezza…o preparerò la distruzione della vostra anima”), intrecciandosi con la storia trapassata (“Ero nei dintorni quando Gesù Cristo ha avuto i suoi momenti di dubbio e di dolore”) con la loro epoca (“Chi ha ucciso i Kennedy?“). Segue il blues di No expectations con altri grandosi passaggi lirici (“Our love in like the water that splashes on the stone”), il sarcasmo del country avvinazzato di Dear Doctor, i giri minacciosi blues di Parachute Woman, l’insolita Jig Saw Puzzle con la strana storia del tipo che insieme alla sua ragazza cerca di unire il puzzle, con le solite graffianti macchiette ironiche made by Mick & Keith quali la flglia del vescovo, lo straccivendolo con i panini al mentolo, e le vecchiette caricate dal reggimento di soldati dopo il sangunario segnale di caccia alla volpe di Queen Helizabeth. Segue un’altra pietra miliare di rock, Street Fighting Man, con un intro e un giro di chitarra davvero accattivanti, essenziale e bruciante la specialità di Keith Richard che rimanda a Jumping Jack, Satisfacion e The Last  Time; anche qui il brano contiene versi divenuti epici (“Cosa può fare un ragazzo povero se non suonare in una rock’n’roll band“), è l’omaggio ed il saluto agli eroi del maggio parigino, Cohen Bendit in testa. Seguono il solido country traditional di Prodigal Son, le polemiche sulle presunte passioni per ragazze un pò troppo giovani di Stray Cat Blues, il blues del gatto randagio che racconta appunto di due ragazzine che grattano la schiena a Mick Jagger, e lui che si chiede cosa direbbero le loro mamme vedendo questa scena (ricordate lo slogan che Andrew Loog Oldham aveva inventato per promuovere la band nel 1963: “Fareste uscire vostra figlia con un Rolling Stone?”) e per chiudere (tanto per cambiare) con un nuovo country accompagnato da un flauto davvero suggestivo, Factory Girl, celebrazione della ragazza operaia con i bigodini nei capelli e la lampo del vestito rotta (chissa se si tratta di qualche frequentazione sessuale di Mister Boccaccia?); il finale di The Salt On The Earth con i cori delle voci femminili, la bella chitarra acustica ed il finale in crescendo del piano del povero Nicky Hopkins che è degno epitaffio dell’album fin qui migliore della band dai tempi di Aftermath, con tanti spunti creati appositamente per la stagione live che da qui a poco la band riprenderà senza quasi interruzioni fino al 1982.

Degna menzione, visto che i session man appaiono sempre nei titoli di coda, al lavoro di grande spessore tecnico del pianista Nicky Hopkins in Sinpathy, Jig Saw Puzzle, No Expectations e The Salt On The Earh: (personalmente per ascoltare un album all’altezza ho dovuto aspettare The Joshua Three).

23rd set2011

Rolling Stones: l’inizio del periodo d’oro (Parte 1)

by Stefano Mancuso

Beggars Banquet è uno degli album che incarna di più lo spirito sessantottino, con Mick Jagger ancora insieme a Marianne Faithfull nella fase politicizzata, prima di gettarsi nel solo rock’n’roll dei ‘70, per intenderci l’era in cui i quattro londinesi dell’Hinterland e il ragazzo del Kent divennero “The Greatest Rock’n’Roll Band In The World”. La band usciva dall’anno più controverso della loro ancor breve carriera: erano stati abituati a tutto dai loro esordi, ma quel 1967 disastroso rischiava di segnarli per sempre. Prima lo scandalo di Sunday Night at London Palladium, abilmente orchestrato dal sistema e dalla tv britannica (si ricordi dei recenti trascorsi della casa reale Windsor per comprendere quale sia l’abilità dei mass media britannici di  metter in primo piano persone o celebrita’, salvo poi farle a pezzi), poi la vicenda dell’Ed Sullivan Show (il popolare conduttore gay americano disse ai cinque di cantare Let’s Spend Some Time Together al posto di The Night Together perchè allusivo alla pratica del sesso collettivo da parte della  band, Bill Wyman e Charlie Watts a parte!), poi ancora gli arresti per droga di Mick Jagger, Keith Richard e Brian Jones, la tiepida accoglienza dell’ambizioso ed avveneristico 45 giri We Love You (ironico titolo dedicato a Scotland Yard ed alla giustizia britannica) oltre che Dandelion ed il tracollo commerciale dell’album psichedelico sperimentale Their Satanic Majesties Request, che dopo essersi  issato molto in alto nelle classifiche in fase di prenotazione, si dimostrò un vero e propio flop (peraltro ingiustamente perchè seppur registrato frettolosamente rappresentava un’interessante inversione di tendenza rispetto a quanto fatto fino al quel momento dalla band, mai così spintasi in avanti in fase di studio.

Come citava il Casamonti nella sua biografia sulla band del lontano 1980 “la stampa inglese, sempre pronta a gettare fango e sputi contro gli Stones, considerandoli vecchi, sessisti e violenti, questa volta “inventa” il plagio Pink Floyd, in quell’anno con Arthur Brown eccezionali nuovi alfieri della scena underground britannica, o ancora tentativo “sbilenco” di imitare Sgt. Pepper dei Beatles”. In realtà né l’uno e né l’altro, ma semmai: Mick e Keith già avevano intuito che il rock da allucinogeni della West Coast aveva un suo corrispondente rock da eroina sulla East coast, e l’allusione è alla factory di Andy Warhol e alla New York dei Velvet Underground e dei Fugs, il tutto riflesso nella potente lente surriscaldata e ispirata dalla negatività e dall’ironia sarcastica dei Glimmer Twins (soprannome del duo di compositori e leaders degli Stones per l’appunto) è ben evidente ai fans più attenti ed alla stampa realmente competente.

Il 1968 sarà l’anno del riscatto per la band. In mezzo alle vicissutidini dell’anno precedente i fans sono ancora affezionati alla musica e all’immagine sfrontata e provocatoria dei cinque, ormai diventati la spina nel fianco del movimento giovanile britannico e non contro la classe dominante arroccata su posizioni conservatrici e chiuse ad ogni dialogo con le nuove generazioni, tanto che nel consueto sondaggio di una delle tre più importati riviste pop  rock d’Albione dell’epoca, il New Musical Express, gli Stones vengono eletti band dell’anno (il “referendum” fra l’altro riguarda l’attività live e discografica dell’anno precedente). Al concerto che si teneva ad inizio anno per la consegna dei premi, Mick Jagger si toglie una scarpa e la lancia verso il settore della stampa accreditata. I Rolling Stones da mesi non suonano dal vivo, e dall’aprile del 1966 (ben due anni prima) non hanno un singolo al numero 1 delle classifiche di vendita. È il maggio 1968 e mentre gli studenti montano barricate contro la polizia a Parigi e il governo si appresta a trattare con i sindacati, Jumping Jack  Flash, una delle più grandi canzoni rock di tutti i tempi esplode come la bomba H svettando al numero 1 di Melody Maker, come per Sgt.Pepper il rock chiude un capitolo e ne apre un altro. È la risposta più efficace verso chi non sapendo leggere fra le parole, confonde l’attore con il suo ruolo, e predica in realtà la profanazione del tempio. Lo stesso tempio che sei anni dopo autocelebrerà gli ex ragazzi maledetti, arrapati e drogati del rock britannico.

L’appuntamento con la storia è agli Olimpic Studios di Barnes, Londra, e questa volta a rendere tutto più avvincente e a scortare la band nel mito è addirittura Jean Luc Godard, regista d’avanguardia francese, che filma la band durante le interessantissime prove e takes di registrazione di uno dei brani  traino del nuovo lavoro a 33 gri del gruppo. Simpathy For The Devil. Godard fa respirare la tensione del periodo e costruisce una storia metaforica con tanto di pantere nere e invenzioni di fantasia strampalate e protagonisti i grandi del mondo del periodo. Mick Jagger intanto in studio dirige i lavori,  nel mentre ogni tanto Charlie va fuori tempo, Keith prova la costruzione acustica e armonica, Wyman asseconda gli altri con consueta disponibilità e Brian ha troppe sostanze in circolo dentro di sè e troppi problemi in testa per poter pure concentrarsi sulle invenzioni che in fase di arrangiamento lo avevano tanto reso celebre (ormai è un corpo estraneo che si nutre di droga e  paranoie, tant’è che Richard finisce a registrare da sè tutti gli interventi di chitarra e relative sovraincisioni.