04th mag2013

Melvins – Stoner Witch

by Alessio Capraro

Aggressivo, diretto, sporco. Stoner Witch si può sintetizzare così. Questo album è senz’altro uno dei migliori lavori dei Melvins. Composti da Buzz Osborne (King B), Mark Deutrom (Mark D) e Dale Crover (Dale C), la band ha saputo realizzare melodie orecchiabili senza però rinunciare al groove che li contraddistingue. Il loro sludge metal, come gli esperti del settore lo definiscono, è profondo, tanto da farti sobbalzare dalla sedia. Pubblicato nel 1994 per la Atlantic Records il disco si può suddividere in due parti: una di facile ascolto, con pezzi di breve/media durata, l’altra intrisa di sperimentazioni dove la durata dei brani si allunga. L’album ti travolge da subito, con un intro, Skweetis, di puro stoner e feedback, per continuare poi a smuoverti le membra con Queen e Sweet Willy Rollbar, in quest’ultimo la batteria è superlativa e trascinante. Il gioiello di questo disco, nonchè singolo, è senza dubbio Revolve. La ritmica del riff è di quelle che ti arrivano al cervello senza passare dal cuore, è inquietante, ammaliante, e la voce è più che mai incisiva. Da Goose Freight Train in poi, il sound si ammorbidisce, diventa psichedelico. Questo brano sembra trasportarti in una camera di motel, dove una sinuosa donna è lì per te, pronta ad esibirsi in un avvolgente striptease. Cambiando sound nello stesso album, i Melvins corrono il rischio di stonare; dimostrano invece, se ce n’era bisogno, di essere artisti a 360°, di essere in grado di far buona musica pur uscendo dai loro canoni e dal loro genere.

Ad eccezione di June Bug, pezzo strumentale hardcore, il resto dei pezzi sono sperimentali, quasi delle ballate rock, come Roadbull e At The Stake, per poi immergersi nella pura psichedelia (Magic Pig Detective, Shevil). L’album si chiude con Lividity, un pezzo che non ti aspetti dai Melvins: introspettivo, lento, che adagio ti accompagna alla fine. L’azzardo di Osbourne e soci è di quello che fa riflettere, è un ulteriore spartiacque verso la maturità artistica, infischiandosene di deludere in parte alcuni fan. La musica è anche questo: libertà di espressione fuori da qualsiasi canone.

Autore: Melvins Titolo Album: Stoner Witch
Anno: 1994 Casa Discografica: Atlantic Records
Genere musicale: Sludge, Stoner Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.melvins.com
Membri band:

King B – voce, chitarra, basso

Dale C – batteria, chitarra, voce

Mark D – basso, chitarra, voce

Tracklist:

  1. Skweetis
  2. Queen
  3. Sweet Willy Rollbar
  4. Revolve
  5. Goose Freight Train
  6. Roadbull
  7. At The Stake
  8. Magic Pig Detective
  9. Shevil
  10. June Bug
  11. Lividity
01st mag2013

King Bravado – King Bravado

by Piero Di Battista

Continua il nostro lungo e fruttuoso percorso all’interno della vasta scena underground italiana, percorso il cui scopo è di dare visibilità a valide band nostrane e di conseguenza suscitare verso di loro il giusto interesse ed apprezzamento. Ci troviamo a Trieste e parliamo dei King Bravado, gruppo nato nel 2008 che, dopo un EP autoprodotto, realizza il suo primo full-lenght. Il disco, omonimo, è composto da dieci brani ed il genere proposto dai cinque triestini si impronta su un classico stoner rock, con un sound incentrato su un polveroso hard-rock con varie contaminazioni, come si appura durante l’ascolto. Le chitarra sono subito ruvide ed accattivanti sin dalla open-track King Size e mantengono questo trend lungo tutta la track-list di King Bravado. Le influenze musicali sono molteplici e di diverso genere; Drags You In è una delle tante dimostrazioni delle capacità delle corde vocali del cantante Joseph che, nel brano citato può a tratti ricordare la voce del compianto Layne Stanley. Coadiuvate da una notevole parte ritmica, le chitarra risultano comunque la parte dominante nel sound dei King Bravado, chitarre grazie alle quali la band tocca diversi orizzonti, dal doom di Ask Your Mind, alle tinte blues di Doomsday, passando per i lunghi e gustosi assoli di Asshole.

Senza dubbio siamo di fronte ad un esordio di notevole fattura da parte dei King Bravado. Questo loro disco mostra che anche in terra nostrana vi sono gruppi in grado di proporre un genere portato alla ribalta in passato da nomi del calibro di Kyuss o Orange Goblin, ma che in Italia è spesso risultato di difficoltosa digestione. Meritevoli di ogni consenso, continuiamo a tenerli sotto attenta osservazioni aspettandoci per il futuro un loro nuovo lavoro, per confermare quanto di buono c’è in questo debutto discografico.

Autore: King Bravado Titolo Album: King Bravado
Anno: 2013 Casa Discografica: Kornalcielo Records
Genere musicale: Stoner Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.kingbravado.com
Membri band:

Joseph Volpicelli – voce

Andrea Belgrado – chitarra

Giulio Gregoretti – chitarra

Michele Chiesa – basso

Sandro Spirale – batteria

 

Tracklist:

  1. King Size
  2. Long Race
  3. Drags You In
  4. Nets
  5. Ask Your Mind
  6. Asshole
  7. Circus Of Liars
  8. Doomsday
  9. Sunday Mourning
  10. White Line
25th apr2013

Karma To Burn – Live At Sidro Club

by Alberto Lerario

Morgantown, West Virginia, 1996. Tre amici musicisti, il chitarrista William Mecum, il bassista Rich Mullins e il batterista Rob Oswald, decidono di riunirsi per uno scopo: suonare stoner rock strumentale, nudo e crudo, senza compromessi. Una scelta netta che cozza contro i larghi orizzonti commerciali delle majors, come si può ben immaginare. Infatti la Roadrunner Records, la prima etichetta della band, per promuovere il disco di debutto esige la presenza di un cantante nel gruppo. I Karma To Burn chiamano l’amico Jay Jarosz e con lui incidono il primo disco nel 1997. Ma i Karma To Burn hanno un unico amore nel cuore e nei loro pensieri, suonare stoner rock strumentale, a costo di qualsiasi conseguenza. Decidono quindi di escludere dal loro progetto il cantante Jarosz, ben consci delle ripercussioni, che da lì a poco non tarderanno ad arrivare da parte della Roadrunner Records che li licenzia. La band riesce ad incidere altri due dischi per poi separarsi nel 2002 per seguire progetti solisti. Nel 2009 decidono di riunirsi per tornare alla loro vera passione, lo stoner, intraprendendo un’infinita attività live in giro per il mondo. Live At Sidro Club, registrato il 26 aprile 2012 presso il Sidro Club di Savignano sul Rubicone, esprime perfettamente la storia e l’anima della band.

Prendendo il disco tra le mani si trovano solo poche notizie riguardo l’album e l’indicazione che all’interno ci sono solo due tracce, intuendo subito che si ha a che fare con una band che se ne frega delle convenzionalità, e che sembra voler dire “se sei con noi bene, altrimenti vai per la tua strada e lasciaci suonare in pace”. Bello l’artwork di copertina in cui una zampa di un caprone schiaccia il pedale del fuzz ed ai lati è rappresentato un fumo infuocato. Le due tracce, della durata di 25 minuti circa ciascuno, sono in realtà un collage di molti brani che ricoprono tutto il repertorio della band. Per poco più di 50 minuti i Karma To Burn suonano senza sosta, una canzone dopo l’altra, un muro sonoro che attinge dall’hard blues e dal rock targato seventies, naturalmente il tutto rivisitato in chiave stoner, senza fronzoli e lunghi assoli. Considerando che si tratta di un live, la band suona in modo pulito e preciso, facendo trasparire tutta la carica e la potenza dello stoner forgiato in anni di live in giro per il mondo. I Karma To Burn suonano con passione e senza risparmiarsi, perchè amano lo stoner e provano a condividere questo amore con l’ascoltatore. La produzione (molto buona essendo un live) di questo disco da parte della nostrana Go Down Records è stata sicuramente una scelta coraggiosa e per certi versi da ammirare, decidendo di promuovere un genere e soprattutto una band di nicchia.

Per chi non è appassionato di stoner rock sarà difficile avvicinarsi ad un disco del genere, considerando anche che trattasi di stoner strumentale. Ma per gli appassionati del genere i Karma To Burn sono un riferimento e questo album è il sunto del loro essere.

 

Autore: Karma To Burn Titolo Album: Live At Sidro Club
Anno: 2012 Casa Discografica: Go Down Records
Genere musicale: Stoner Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.k2burn.com
Membri band:

William Mecum – chitarra

Rich Mullins – basso

Rob Oswald – batteria

Tracklist:

  1. One
  2. Two
11th apr2013

Christopher Walken – I Have A Drink

by Alberto Lerario

I Have A Drink, un titolo un po’ dissacrante con cui i Christopher Walken forse vogliono darci un messaggio, visti i tempi che corrono: beviamoci sopra e non prendiamo le cose troppo seriamente. Questa visione a tinte nichiliste è espressa validamente dal sound stoner-alternative che lascia trasparire una certa inquietudine di sottofondo dovuta all’incertezza, come già si nota dalla scelta di alternare brani in lingua inglese a quelli in lingua italiana (che non sfigurano affatto al cospetto degli altri). L’album composto dalla band genovese, formatasi nel 2005, trae forza dalla ridotta durata dei brani (35’ circa in totale), che scivolano via lisci senza lasciare particolarmente il segno, ma evitando di stancare l’ascoltatore. Prodotto dalla conterranea Taxi Driver Records, il lavoro propone un sound volutamente retrò caratterizzato da suoni acidi ed aridi, in cui la voce del singer Davide Marrazzo si confonde talvolta nella polvere degli arrangiamenti asciutti. I Have A Drink si apre con Nell’Abisso Del Tempo, una sorta di ibrido in cui pare di sentire Piero Pelù alla voce accompagnato dai Queens Of The Stone Age. In questo brano possiamo sentire alla chitarra Mathias Traverso, primo chitarrista del gruppo che poi ha successivamente lasciato la band, e che qui come nella seguente Blue Drifter (dove esegue l’assolo) si presta per una collaborazione in onore dei primi tempi con cui militava con la band.

Walken è un bel pezzo potente sostenuto da un riffing valido tecnicamente ed interessante per quanto riguarda le linee melodiche. Rock’n'roll è un brano dinamico che corre sulle pentatoniche con sound stoner. Camion Babylon è un’altra traccia stoner con testo in italiano surreale, che ben si sposa con questo genere musicale, segue poi senza infamia e senza lode Sankara. Martina procede sulla tracce di Camion Babylon, ma pur contenendo al suo interno un bel riff iniziale che viene poi ripreso più volte, risulta maggiormente sconnessa con linee vocali un po’ confuse. Long Way To Fall, grazie alla collaborazione alla chitarra di Riccardo Armeni dei Meganoidi, risulta più corposa con un bel climax iniziale. Bella sorpresa Winter Love possiede un’anima a tratti heavy, che cattura grazie alla linea ritmica dettata dal basso. Si chiude in bello stile con la title track I Have A Drink, potente come la precedente ed impreziosita dalla collaborazione di due membri dei Meganoidi: Riccardo Armeni con la sua chitarra, e Mattia Cominotto (l’album è infatti registrato presso i Greenfog studios) coproduttore dell’album, che in questo brano si sbizzarrisce con il sintetizzatore.

Si trovano spunti interessanti nelle tracce di questo I Have A Drink, album stoner rock con venature heavy. Purtroppo gli spunti rimangono solamente tali facendo risultare l’album non completamente strutturato e forse un po’ monotono nel complesso, ma come già detto la durata non eccessiva aiuta in questo senso. Forse i Christopher Walken devono decidere con chiarezza se puntare al cantato in lingua inglese o italiana, seguire poi la decisione e procedere a testa bassa, perché l’album si presenta comunque interessante facendo capire che alla base di tutto ci sono buone idee ed un progetto. Un debutto interessante quindi quello dei Christopher Walken. Siamo sicuri che se continueranno così, sapranno stupirci ancora di più.

Autore: Christopher Walken Titolo Album: I Have A Drink
Anno: 2012 Casa Discografica: Taxi Driver Records
Genere musicale: Stoner, Alternative Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.facebook.com/pages/Christopher-Walken-Band/293368014066668
Membri band:

Davide Marrazzo – voce

Davide Andreta – chitarra

Federico Olia – basso

Giuseppe Maritati – batteria

Tracklist:

  1. Nell’Abisso Del Tempo
  2. Blue Drifter
  3. Walken
  4. Rock’n'roll
  5. Camion Babylon
  6. Sankara
  7. Martina
  8. Long Way To Fall
  9. Winter Love
  10. I Have A Drink
27th feb2013

Ornaments – Pneumologic

by Marcello Zinno

Se dovessimo scegliere una “musica del futuro”, concepita per essere digerita tra qualche centenario, non oseremmo immaginare una musica estrema come la interpretiamo noi oggi bensì sicuramente qualcosa di più riflessivo, in grado di contemplare le migliaia di sfumature che in quell’era potrebbero essere utilizzate. Gli Ornaments (italianissimi) si avvicinano a questo concetto incastrandosi nella scena post-metal (filone che ha avuto un discreto successo grazie a nomi come Sunn O))), Isis e gli echi di ciò che hanno fatto i Tool) inserendo qualche influenza stoner a ritmiche profondamente lente figlie del doom di sabbatiana memoria. Pazienza e solitudine sono indispensabili per poter apprezzate Pneumologic, loro primo full lenght composto da 7 brani per 55 minuti di lunghezza totale, il che spiega già molto. Il rullante tellurico in Pulse fa da contraltare con i ritmi quasi psichedelici insiti nel sound della band per svegliarsi solo negli ultimi minuti quando tom e piatti prendono il sopravvento. Ma le influenze doom/stoner scompaiono già con la successiva Breath che varia maggiormente e si avvicina di più alla forma canzone spendibile in contesti più prettamente metal, grazie anche ai suoi più abbordabili sei minuti.

Molto umorale la musica degli Ornaments, come ogni formato quasi strumentale che si rispetti e non incentrato su riff o parti alternate strofe-ritornello. La band punta sull’alternarsi di stati d’animo messi in musica dimostrando un’accentuata capacità compositiva e un certo coraggio data la proposta non semplice. In questo è maestra Aer che spazia dai lidi aridi a passaggi energici, consapevoli della propria forza e dell’impatto che da essa ne scaturisce. Le influenze orchestrali di Galeno e il concentrato di chitarra acustica nella breve Spirit sono altri aspetti che conferiscono più particolarità al lavoro, fin quando non entra in scena l’ultimo brano, L’ora Del Corpo Spaccato, che vive di un approccio hardcore contaminato però dalla lentezza tipica del loro approccio.

Un sound ostile per le nostre abitudini musicali, che mescola la freddezza della tradizione nordeuropea con le scelte ritmiche del doom ottantiano e delle più lente composizioni dell’heavy metal del passato rese più graffianti da chitarre sgraziate usate con oculatezza.

Autore: Ornaments Titolo Album: Pneumologic
Anno: 2013 Casa Discografica: Tannen Records
Genere musicale: Post-Metal, Stoner, Doom Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.ornamentsmusic.com
Membri band:

Davide Gherardi – chitarra

Alessandro Zanotti – chitarra

Enrico Baraldi – basso

Riccardo Bringhenti – batteria

Tracklist:

  1. Pulse
  2. Breath
  3. Aer
  4. Galeno
  5. Pneuma
  6. Spirit
  7. L’ora Del Corpo Spaccato
11th ott2012

Le Capre A Sonagli – Sadicapra

by Antonella Cerbone

Bergamo è la città da cui proviene un gruppo di capre totalmente fuori dal gregge. Per gli estimatori di buona musica e per gli amanti delle band non convenzionali ci sono loro, Le Capre A Sonagli. Questo singolare quartetto ha alle spalle ben sei anni di attività col nome di Mercuryo Cromo, da cui nel 2011 prende vita appunto la loro nuova identità. Sadicapra è il secondo album della band che suggella appunto questa trasformazione espressiva oltre che nominale. Sono chiare le influenze stoner e rombanti alla Queens Of The Stone Age, ma pensare di prendere come riferimento un unico genere musicale è davvero molto riduttivo. La pluriennale esperienza artistica su cui poggia il lavoro compositivo del gruppo, permette a questo singolare quartetto di elaborare in maniera efficace un sound molto personale e compatto nella sua eterogeneità. La prima traccia La Capra E Il Bastone è un intro che fa respirare un’atmosfera folk, con la chitarra acustica accompagnata dal banjo a cui vengono in supporto ora l’armonica ora i flauti. Caronte esprime egregiamente un’aria tetra e inquietante con la voce di Stefano che da questo momento in poi sarà più grottesca. Il testo vede un richiamo ai riti pagani, elemento che attraversa del resto l’intero lavoro. La Triste Mazurca Della Morte si apre con un bel riff distorto di chitarra e prosegue nella resa del tono macabro, mentre con Dove You Go? siamo repentinamente trasportati in un travolgente garage punk volutamente low-fi.

La quinta traccia, Note D’Amor è il primo singolo estratto dall’album, un bel folk da saloon americano. Elefante invece procede con ritmo cadenzato e più grave, proprio come a simulare il passo lento del pachiderma (gradevole il finale dalle tinte quasi psichedeliche). Pirata Della Strada è un brano strumentale dalle ritmiche spezzate che ci porta alla terzultima traccia Dio Non Sa. Segue un ulteriore paragrafo strumentale dal titolo Fuori Dal Cono che richiama alla mente lo stile eccentrico e caleidoscopico del nostrano Capossela. Conclude il disco la scoppiettante Ringo che addirittura si riversa in sonorità elettroniche nel finale. Sadicapra è un disco che sorprende e che in meno di mezz’ora ci trasporta da un estremo all’altro dell’emisfero musicale. Se l’intento della band è quello di impedire una rigida classificazione del loro “genere”, bisogna ammettere che l’obiettivo è stato raggiunto.

Autore: Le Capre A Sonagli Titolo Album: Sadicapra
Anno: 2012 Casa Discografica: Appropolipo Records
Genere musicale: Stoner, Alternative Rock Voto: 7,5
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/lecapreasonagli
Membri band:

Stefano Gipponi – voce, chitarra

Matteo Lodetti – basso

Enrico Brugali – batteria, percussioni, elettronica

Giuseppe Falco – chitarra, banjo, elettronica

Tracklist:

  1. La Capra E Il Bastone
  2. Caronte
  3. La Triste Mazurca Della Morte
  4. Dove You Go?
  5. Note D’Amor
  6. Elefante
  7. Pirata Della Strada
  8. Dio Non Sa
  9. Fuori Dal Cono
  10. Ringo
25th lug2012

Elevator To The Grateful Sky – Elevator To The Grateful Sky

by Amleto Gramegna

Iniziamo da una constatazione di imagine: già osservando la cover del cd si intuisce quali siano gli obiettivi del gruppo siciliano, una superficie lunare simile al miglior deserto dalle parti di Joshua Tree, un font che ricorda i Grateful Dead e tutto l’acid rock…il tutto virato da un filtro “caliente”. Fatta andare la prima traccia abbiamo la conferma di quanto ci aspettavamo. Uno stoner rock alla Kyuss, Fu Manchu con reminescenze dei primi, monolitici, Black Sabbath fino agli ultimi Sunn O))) per raccordarsi, appunto, ai Grateful Dead per qualche appuntamento più “psichedelico”. Per quello che riguarda le note biografiche fa sorridere pensare che i due leader del progetto, ossia Sandro e Giuseppe, provenivano, il primo dai death metallers Undead Creep e il secondo dal progetto brutal death metal Omega. Un deciso cambiamento di rotta. Sei tracce sei, chitarre pesantissime, fuzz Big Muff perennemente accessi, voce ora profonda ora urlata anche se ben distante dalla potenza di un John Garcia (periodo …And The Circus Leaves Town per capirci).

Ci sono ottimi momenti come le stilettate selvagge di Technicolour Widow, con quel wah lisergico, la monumentale Electric Mountain, omaggio agli Electric Wizard, con quella voce effettatissima e dilatata che rimbomba nelle orecchie anche dopo la chiusura del pezzo, o ancora Ganesha, massiccia come un elefante e orientaleggiante come la divinità rappresentata. Provate ad ascoltare Cosmic Dust pensando fosse cantata da un giovane Ozzy. Sabbattiana non è vero? Confermiamo che il disco si fa ascoltare piacevolmente quindi lo promuoviamo in attesa di sentire un full leght.

Autore: Elevator To The Grateful Sky Titolo Album: Elevator To The Grateful Sky EP
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Stoner, Rock Psichedelico Voto: 7
Tipo EP Sito web:http://www.facebook.com/ElevatorstotheGratefulSky
Membri band:

Giulio – batteria

Giuseppe – chitarre

Giorgio – chitarre, basso

Sandro – voce

 

Tracklist:

  1. Technicolour Widow
  2. White Smoke
  3. Electric Mountain
  4. Cosmic Dust
  5. Ganesha
  6. Burned By A Million Quasars
12th giu2012

Dübby Düb – Sorry, No Dub!

by Marcello Zinno

Nella corsa verso l’originalità bisogna ammettere che i Dübby Düb tengono un passo deciso. Ci si aspetterebbe un album appunto dub da questa band, almeno dato il nome scelto, e invece il suono è rock duro e puro (infatti il moniker è ripreso dagli Hüsker Dü); probabilmente si saranno evoluti a partire dalla loro genesi, e invece il loro esordio Rock’n’Roll Head era implicato in strane faccende hardcore (ancora una controsenso se vogliamo); il suono ovattato dei quattro ragazzi fa immaginare in alcuni momenti un basso pieno e ruvido che scalfisce il fondo della sezione ritmica, ma anche questo è un altro errore visto che le quattro corde sono assenti in questo lavoro. Ma allora chi sono i Dübby Düb? Al di là delle presentazioni che li vedono grandi fautori dell’approccio vintage alla musica (con registrazioni in presa diretta e sala prove in una ex scuola elementare come sorta di richiamo alla vena ideativa/compositiva), questo quartetto si posiziona egregiamente al centro tra la scena grunge degli anni ’90 e quella post-grunge nata in un’epoca successiva creando una crepa che però invece che spaccare funge da collante per i due generi. Infatti Foo Fighter e Queens Of The Stone Age (quindi per certi versi anche Kyuss) si incontrano agevolmente con gli esordi del grunge dove qualcuno (non solo il Dave Grohl del caso) si stava facendo le ossa.

Parti con una batteria incalzante come Pleasure si fanno breccia, mentre Settle Down richiama direttamente le camice a quadrettoni pur non cambiando le carte in tavola; noi preferiamo molto di più l’impostazione rock di Space Centrol e l’energia brulicante di Flipper che fa molto Queens Of The Stone Age appunto. Ascoltando l’intero album ci è chiaro che se dovessimo trovare un territorio assolutamente comodo per fondere le idee di questa band quello sarebbe senza dubbio lo stoner. Non vanno tralasciate le divagazioni fuori traccia come Possibility che spiazza con il suo ukulele e una chitarra che sostituisce il basso (una sorta di iniziativa non calibrata che però piace) e Whatever che suona semplicemente rock. In generale l’album però vive di ritmi lenti che se velocizzati a nostro parere potrebbero mettere a frutto i suoni graffianti e rendere il tutto ancora più coinvolgente e magari più rock’n’roll. L’attenzione alla fase di songwriting c’è tutta e dati i presupporti non ci resta che consigliarvi un ascolto di questo album.

Autore: Dübby Düb Titolo Album: Sorry, No Dub!
Anno: 2012 Casa Discografica: Alka Record, Ammonia Records
Genere musicale: Stoner, Post-Grunge Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.dubbydub.com
Membri band:

Andrea Pulga – voce, chitarra

Mauro Pulga – chitarra, voce

Enrico Negri – batteria, voce

Flavio Tomei – chitarra, voce

Tracklist:

  1. Love Kills
  2. Pleasure
  3. Settle Down
  4. Space Control
  5. My Heaven Is Far
  6. Possibility
  7. Flipper
  8. Lock The House
  9. Whatever
  10. Oh Liar!
  11. Envelope
30th mar2012

Sick Monkey – Sick Monkey

by Marcello

Se c’è una domanda a cui è difficile rispondere è quella sul futuro del rock. Di decennio in decennio esso cambia pelle ma se dobbiamo immaginare quale sembianza il rock possa assumere nei prossimi anni e quale radici possa sviluppare più di tutte, questo non è dato sapere. Dei solchi sono ormai stati tracciati e ci sono dei generi che non si estingueranno mai, ma il vero concetto di sviluppo, di innovazione che prenderà il sopravvento, questo be’ ce lo chiediamo spesso. Probabilmente se lo sono chiesti anche i Sick Monkey che iniziano la loro carriera solista con questo EP omonimo richiamando la tradizione stoner, un pò di moda in questo periodo ma non per questo scelto come bandiera della band. Bastano infatti pochi minuti (in realtà questo EP ne dura solo 15) per capire la purezza di questi ragazzi: certo le influenze si notano e non solo tra le band moderne, i Nostri infatti scomodano anche i Black Sabbath in persona con i loro riff cupi e imprescindibili. Molto forte il trademark grazie al cantato in italiano, fattore davvero raro per questo genere, ma resta più di tutti da apprezzare la rilevante varietà stilistica delle quattro tracce che lascia intuire un pozzo di idee dietro le menti dei quattro artefici e un interessante potenziale full-lenght prossimo a venire.

La rabbia intrisa dalle parti vocali di Ridi Ruggine richiama qualcosa alla Marlene Kuntz, mentre l’opener Anatomia Dell’Essere ci trascina negli oscuri inferi dell’heavy più tenebroso e del suo wah-wah asfissiante; un cambiamento ancora di vestiti con Entiende
che assume sostanze dall’effetto rallentante, inniettando groove e riff sporchi. Senza Testo invece sa di quel rock irriverente tipico di quando i Litfiba facevano il loro dovere, con testi sputati in faccia ed il vocione del singer che conquistava la scena, anche ben oltre i tecnicismi della sei corde. Una band sicuramente interessante ma da approfondire sulla lunga distanza.

Autore: Sick Monkey Titolo Album: Sick Monkey
Anno: 2012 Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Stoner Voto: s.v.
Tipo: EP Sito web: http://www.sickmonkey.tk
Membri band:

Antonio Bonizzato – voce, basso

Marco Fila – batteria

Claudio Luce – chitarra

Pierpaolo Modena – voce, chitarra

Tracklist:

  1. Anatomia Dell’Essere
  2. Entiende
  3. Ridi Ruggine
  4. Senza Testo
23rd feb2012

Allhelluja – Pain Is The Game

by Marcello Zinno

Come riuscire nel giro di due album a creare una spaccatura nel mondo musicale rock/metal, far parlare di sé senza ricorrere ad oscenità o ad armi scontate (violenza e censura) e creare un forte seguito, di stampa e di fan, semplicemente rimescolando le carte dei generi senza avventurarsi in strade nuove. Bè un bel quesito, quasi da “Premio per enigmista dell’anno”, ma che questa volta va assegnato non ad un singolo bensì ad un gruppo di 4 musicisti dal nome “Allhelluja”. Sì perché i Nostri (non totalmente inteso in senso nazionalista, visto che 3/4 della band è italiana mentre l’elemento straniero è costituito da “un certo” Jacob Bredhal, ex-comandante del plotone thrash/death Hatesphere) a ben vedere non creano nulla di nuovo, nessun elemento apporta infatti un contributo in termini di innovatività, ma riescono a mischiare differenti ingredienti (derivati direttamente dalle loro influenze principali) capace di offrire un piatto prelibato non solo per il popolo metal ma anche per ogni dirty rockin’ guy presente sulla faccia del globo. E così si trova l’approccio sporco dei Motörhead, parti parlate e riff rock/blues in stile Down/Unsane, un gusto (hard) rockeggiante alla Foo Fighters/Black Label Society e una coda nu metal alla Stone Sour totalmente offuscata da un carattere prepotentemente stoner. Ma la lista non è certo esaustiva per descrivere il frutto ottenuto dall’albero Allheluja: ciò che lo rende significativo non sta nelle radici ma nelle dimensioni che sta assumendo e nella oscurità che riesce a produrre ed a riprodurre ad ogni ascolto.

Ebbene sì, si tratta proprio di un senso di pessimismo (probabilmente originato da una vicenda personale di Stefano Longhi, autore dei testi e del progetto) che lega a doppio filo ogni singola traccia e che tramuta un album non-concept (a differenza della prima uscita Inferno Museum) in una vera e propria visione di vita, qualcosa che va oltre la semplice ottica e che vuole offrire un’interpretazione genuina e pesantemente oscura della nostra permanenza sulla Terra. Gli Allheluja non si proclamano salvatori del genere umano (come fanno in tanti) ma anzi intendono spalancarci gli occhi: la vita è un gioco (di dolore, da qui il titolo dell’album) e noi siamo tutti dei perdenti con dei peccati da confessare, senza alcun eroe che ci possa salvare (Superhero Motherfucker Superman) attendiamo la fine dei nostri giorni. Hanno dichiarato: “Tutti siamo condannati alla fine, la vita è il dono più prezioso e pure la più orribile delle tragedie, non è malato tutti ciò? Siamo uomini morti che camminano […] e poi qualcuno si sorprende ancora quando in giro per il mondo vengono catturati degli psicopatici o degli assassini seriali…chi è il primo vero serial killer? Colui che ci ha creati”.

Sicuramente una visione cupa causata anche da questioni personali ma si tratta di una filosofia che la band vuole portare avanti con pezzi tosti, poco tecnici molto impattanti. Demons Town parla di un lutto con un tono angosciante che resta appiccicato alla nostra pelle, un colpo secco alla nostra sensibilità ed una rabbia interpretata benissimo sul finale da Jacob. Ogni brano si fa apprezzare almeno per un chicco di emozione (seppure nera) che provoca: Hey J, invocazione a Gesù, con quel “Burn, Burn…” ovattato che traduce bene in rassegnazione l’amore e la pietà che sono ormai lontani dal proprio destino; I’m Not The One con il suo chorus molto Black Sabbath ispira amarezza e conferma la struttura tipica dei testi, ripetitivi ma soprattutto diretti, come le loro idee; Soul Man, canto disperato di un serial-killer in crisi con la propria identità, privo di certezze ma interpretate con un’attitudine stoner/doom indelebile; Big Money, Sweet Money che richiama il riff centrale di Superhero… e si fa apprezzare per l’anima rock ‘n’ roll oltre allo spaccato centrale demoniaco. Il tutto, seppur semplice, conciso e rappresentato da una copertina a dir poco inquietante (opera di Chad Michael Ward), non riesce a far stancare minimamente e spinge ancora più avanti l’aspetto interpretativo-artistico-concettuale-musicale rispetto a riff fini a sé stessi. Allheluja!

Autore: Allhelluja Titolo Album: Pain Is The Game
Anno: 2006 Casa Discografica: Scarlet Records
Genere musicale: Stoner Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.allhelluja.com
Membri band:

Jacob Bredahl – voce

Massimo Gaje – chitarre

Roberto Gelli – basso

Stefano Longhi – batteria

Tracklist:

  1. Are You Ready? (Ready For Your Massacre)
  2. Superhero Motherfucker Superman
  3. Hey J
  4. I’m Not The One
  5. Demons Town
  6. Soul Man
  7. Big Money, Sweet Money
  8. The Devil, Me, Myself And I
  9. Hell On Earth
  10. The King Of Pain
  11. Amen
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