by Giancarlo Amitrano
Italia, ancora Italia: un periodo gradevolmente fecondo di nuove proposte ci propone di nuovo un lavoro di sicuro interesse, che spacca letteralmente i timpani. Proveniente da una solida gavetta, il quartetto pugliese giunge all’odierno full-lenght con alle spalle una decennale attività di maciulla timpani, ben meritata. La proposta odierna ci tuffa a piene mani nel thrash che più classico non si può e che prende a più non posso dai boss del genere, rielaborati con tecnica sopraffina. Già da Serpent Skin l’atmosfera diviene rovente, con il singer che alterna lo scream più devastante ad un cantato ben dosato. La sezione ritmica è devastante, mentre l’axeman con una semplice linea di chitarra riesce a tratteggiare da solo la direzione sonora del brano che sfocia quasi nel crossover più estremo, grazie alle battute precise del drummer. The Pessimist contiene appieno la partenza sparata del vocalist che mette subito la quinta e coinvolge nella sua sfrenatezza l’intero combo. Il growling vocale è energia allo stato brado, mentre il mid-tempo che la grancassa è costretta a seguire nella fase centrale del brano consente al basso di fungere anche da virtuale seconda ascia. La potenza dispensata a pieni strumenti coinvolge anche il sin qui misurato (per così dire) basso, che decide di ritagliarsi un suo spazio di abilità tecnica, con la quattro corde che spiana la strada ai gorgheggi finali del cantante, ormai in pieno trip delirante di note. C’è anche spazio per un delicato solo centrale che per pochi momenti stempera la tensione ormai latente tra i solchi infuocati dell’album.
Pervert Priest non ha soluzione di continuità: grazie all’attacco immediato del pentagramma da parte del singer, il leggero rallentamento dei toni che pare cogliere viene subito spazzato via dal lavoro della sezione ritmica che disegna da sola l’ideale ring su cui debba avvenire il sacrificio metallico, non senza che il singer si elevi di una spanna con il suo urlo disperato. La sei corde viene tirata al massimo per i distorsori nella fase centrale, mentre le percussioni restano ben ritmate insieme ai roventi giri di basso. Ascoltando Dark Torment non possiamo esimerci dal ricordare i maestri del genere: Max Cavallera o Alex Scolnick sarebbero fieri dell’interpretazione del brano da parte dei nostri eroi. La grancassa viene qui impiegata maggiormente con energia nella battuta stessa, mentre il largo uso dei piatti consente al drummer un dosato tempismo nell’emissione dei relativi crash. Esula dagli schemi il brano anche per la colonna portante del cantato, che stavolta è in primis a base di screaming puro, mentre l’ascia inanella un solo di intensità notevole e quasi “epic” in alcuni passaggi del bridge centrale. Probababilmente, il brano più tecnico dell’album, grazie ai numerosi cambi di tempo che la band disegna senza curarsi di troncarlo improvvisamente alla fine.
Backdraft è pertinenza esclusiva del singer: Morgese è assolutamente memorabile nell’esprimere tutta la sua rabbia nel tormentato microfono, mentre il resto della band gli si mette devotamente a disposizione nella sua cavalcata vocale. L’ascia sembra essere doppia, tanta è la virulenza del tapping estremamente duttile e mai ripetitivo; un combinato gioco di rullanti nella fase centrale dà la stura all’esplosione finale di un solo magistrale del buon Farinola. Black Underground e Ancient Strenght sono curiosamente simili nella loro antiteticità: mentre il primo, infatti, verte su di una sezione ritmica quasi rallentata ed il secondo scivola via su di una base musicale molto “speed”, hanno entrambi un passaggio comune, quallo centrale. In ambo i brani questa parte si dipana faticosamente da un viluppo di onde sonore precedentemente create dalla metodicità del drumming, molto intensa e ben calibrata grazie anche ad un ottimo arrangiamento in sede di post-produzione, naturalmente bandendo gli overdubs. La title-track è epica nel suo intro, basso e batteria sono tenute a freno il giusto, pochi secondi per consentire alla dinamite sonora della band di fare il suo dovere. Senza remore, Morgese diviene ormai irrefrenabile madman con il suo impetuoso e stentoreo incedere vocale, il combo è ormai prossimo al raggiungimento del suo apice sonoro, che puntualmente avviene nella fase finale del brano, quando la strumentazione ha il controllo sugli strumentisti che paiono procedere con il pilota automatico inserito tale è la precisione delle note.
Abbiamo tuttavia ancora il tempo per le due chicche finali. To Nerve Oneself è un sapiente mix di tecnica e violenza sonora, con il suo delicato arpeggio iniziale. Sempre grezza il giusto, la sei corde ci conduce con inusitata delicatezza attraverso 4 muniti di pura accademia, in un’atmosfera in cui fanno la loro comparsa anche inattesissimi tasti d’avorio che per alcuni secondi illuminano di luce soffusa l’intero platter. Un platter che chiude in bellezza con un brano davvero fuorilegge, essendo Under The Law l’invito alla rivolta urbana in tutta onestà. Tutti sanno, ancora, cosa fare mentre scorrono veloci una funzionale grancassa, una solida sei corde, un martellante basso e specialmente un ennesimo magistrale lavorìo vocale. Non si poteva sperare in chiusura migliore, grazie alla strapotenza debordante dei quattro. Sino all’ultimo secondo del brano, l’invito a guardare alla legge viene declamato con sottile ironia ed altrettanta energica offerta sonora, che certamente non sarà deficitaria nemmeno nei prossimi lavori dei pugliesi in questione, almeno simile a quella sganciatasi, con l’odierno lavoro, dai loro boccaporti colmi di munizioni.
| Autore: Cancrena |
Titolo Album: Hidden Depravity |
| Anno: 2012 |
Casa Discografica: logic(il)logic Records |
| Genere musicale: Thrash Metal |
Voto: 7 |
| Tipo: CD |
Sito web: http://www.myspace.com/cancrenametal |
| Membri band:
Francesco Morgese – voce
Francis Farinola – chitarra
Fab Chiarazzo – basso
Ruggiero Ricco – batteria |
Tracklist:
- Serpent Skin
- The Pessimist
- Pervert Priest
- Dark Torment
- Backdraft
- Black Underground
- Ancient Strenght
- Hidden Depravity
- To Nerve Oneself
- Under The Law
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