04th apr2013

Savior From Anger – Age Of Decadence

by Marcello Zinno

Marco Ruggiero è stato sempre il mattatore numero uno dei Savior From Anger, progetto partenopeo dedito ad un heavy metal di scuola americana. Fin dai loro esordi e in particolare dal precedente No Way Out del 2007, il sound dei Savior è stato sempre incentrato sulla sei corde di Marco, precisa e graffiante, capace di coinvolgere on stage con il suo impatto distruttivo e veloce. Ai tempi dell’uscita di No Way Out feci personalmente quattro chiacchiere con Marco e notai subito quanto fosse determinato nel portare il progetto a livelli più alti e oggi, con anche la nota My Graveyard Production alla spalle, si può dire che di passi ne ha fatti. L’evoluzione della band vede il moniker stringersi nelle proprie mani visto che in questo Age Of Decadence Marco Ruggiero riveste il ruolo di chitarrista, bassista e cantante lasciando a Michele Coppola le parti di batteria (con qualche comparsata di Mario Iaccarino). Aspetto questo che condiziona direttamente l’approccio sonoro dei Savior From Anger di oggi i quali se da un lato vivono di una certa esperienza accumulata, dall’altro risultano ancora più incentrati sui suoni di chitarra e meno sugli altri strumenti che fanno un pò da contorno nella proposta musicale della band. Age Of Decadence suona come un album molto vicino a sonorità Megadeth/Anthrax, con delle linee vocali ben più alte; il thrash è composto in maniera sapiente anche se la produzione potrebbe essere migliorata per quanto riguarda basso e batteria, a cui non viene conferita meritata valorizzazione.

Un lavoro interessante ma che riesce a muoversi agevolmente tra le autoproduzioni mentre trova qualche difficoltà ad essere paragonato ad uscite più blasonate. Si distinguono comunque Inside Scream e Bloodline di ovvia scuola anthraxiana (pur pescando qualcosa dalla mente di Mustaine), Concatenation le cui influenze rock’n’roll lo rendono un piacevole diversivo da headbanging, Bullet Hole Hunger che presenta una certa varietà arrivando a toccare lidi NWOBHM. I testi cantati in un inglese non impeccabile (anche se di tecnica canora ce n’è e si nota in Warrior Princess), l’assenza di una vera band alle spalle che avrebbe conferito maggior valore (ogni elemento per il proprio strumento) e una produzione meglio bilanciata avrebbero reso Age Of Decadence più attuale e un prodotto di vanto per l’heavy italiano.

Autore: Savior From Anger Titolo Album: Age Of Decadence
Anno: 2013 Casa Discografica: My Graveyard Production
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.marcoruggiero.com
Membri band:

Marco Ruggiero – voce, chitarra, basso

Michele Coppola – batteria

Tracklist:

  1. Deathburst
  2. Hypocrite
  3. Inside Scream
  4. Living Nightmares
  5. To Fall
  6. Concatenation
  7. Bullet Hole Hunger
  8. Warrior Princess
  9. Face To Face
  10. Bloodline
19th mar2013

Megadeth – Countdown To Extinction

by Gianluca Scala

This is the countdown to extinction!” recita il chorus della title track del quinto album dei Megadeth, album che come titoli e contenuti (come tradizione vuole) parlano di guerra e distruzione, argomenti visti e trattati da Mustaine dal lato prettamente più intellettuale. Ed i titoli delle canzoni contenute in questo lavoro presagivano fin da subito gli argomenti trattati: Simphony Of Destruction, Architecture Of Aggression, Sweatitng Bullets, Ashes In Your Mouth. Countdown To Extinction ebbe pure il pregio di bissare di gran lunga il successo commerciale ottenuto da Rust In Peace ottenendo diversi riconoscimenti come una nomination ai Grammy Awards del 1993, e vendendo complessivamente nei soli Stati Uniti più di due milioni di copie, raggiungendo tra l’altro la seconda posizione in classifica di vendite nella Bilboard 200, il miglior risultato mai ottenuto dai Megadeth. Apre le danze l’ottima Skin O’ My Teeth con un riff secco e preciso come pochi che lancia le ritmiche al primo assalto sonoro guidato dalla voce del leader della band, l’unico momento dove la band pare pigiare il piede sull’acceleratore perchè dal secondo brano in poi i ritmi rallenteranno creando atmosfere sempre più pesanti. Infatti Simphony Of Destruction verrà apprezzata più per la sua compattezza e bellezza, avvicinandosi di più ad un heavy metal convenzionale che al vero e proprio thrash. Non un tradimento sonoro sia chiaro, ma si capirà al volo che le ritmiche supersoniche tipiche del thrash da questo brano in avanti verranno mano a mano abbandonate per dare spazio ad una serie di brani più pesanti ed articolati nei loro contenuti, ottenendo un buon risultato a livello qualitativo raggiungendo territtori mai toccati sino a quel momento.

L’arpeggio che introduce Foreclosure Of A Dream dimostra ulteriormente che i Megadeth sono capaci di creare delle atmosfere molto affascinanti e potenti allo stesso tempo, uno dei nostri brani preferiti. Su questo album troviamo canzoni molto varie come la contorta Sweating Bullets, che parte con un arpeggio secco per poi distendersi in una intro notevole nella sua atmosfera e in cui Dave Mustaine canta con un tono arcigno e pazzoide lanciando tutta la band nel bellissimo ritornello. Questo é uno dei brani più articolati dell’intero lavoro, possiamo trovare tutto quello che i nuovi Megadeth volevano dimostrare al mondo intero suonando un tipo di musica che nonostante mutasse la velocità di esecuzione riesce a catturarti con il pathos creato dai suoni prodotti dai vari strumenti (in questo brano l’apporto ritmico di Nick Menza é davvero notevole). Stessa cosa la si può scrivere parlando di This Was My Life, letteralmente un piccolo capolavoro sottovalutato da tanti fan, brano in grado di catturarti e di trascinarti in un vortice senza nessuna possibilità di salvezza; Mustaine in questo episodio canta con toni sempre più cattivi e con una voce tagliente come un rasoio. La stessa Countdown To Extinction si porta avanti trattando il tema dell’ecologia ipottizzando un imminente estinzione dell’umanità che ha la colpa di non essere più in grado di gestire le risorse naturali del pianeta sfruttandole solo a seconda di precisi giochi politici che ci porteranno alla rovina. Musicalmente questo é il brano più bello dell’album, ottime ritmiche con assoli di chitarra di rara bellezza.

Questo è un lavoro che si lascia ascoltare tranquillamente dall’inizio alla fine ma che con il passare del tempo perde valore. È un lavoro ben articolato e che può spiazzare chi fino a poco tempo prima considerava i Megadeth una delle migliori thrash metal band in circolazione: brani come Ashes In Your Mouth piuttosto che Psycotron, Captive Honour ed High Speed Dirt ci presentano una band totalmente diversa, più matura e sicura dei suoi mezzi. Captive Honour non gode della popolarità di una Simphony Of Destruction, ma è capace di lanciare chiunque in un headbanging fiero e spontaneo per quanto è bella la canzone in sé. Se lo prendiamo dal lato del successo ottenuto, il cambiamento intrapreso dalla band è più che giustificato, anche se l’eterna rincorsa nei confronti dei Metallica da parte di Mustaine non si placherà in questo momento della sua carriera, il Black Album dei Metallica resta comunque inarrivabile, anche se qualcosa di buono i Megadeth a distanza di pochi anni l’avrebbero comunque fatto. In definitiva ci troviamo per le mani non l’album più bello ma uno di quelli che sicuramente non può mancare nella collezione di ogni metal head che si rispetti, buon ascolto.

Autore: Megadeth Titolo Album: Countdown To Extinction
Anno: 1992 Casa Discografica: Capitol Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 8,5
Tipo: CD Sito web: http://www.megadeth.com
Membri band:

Dave Mustaine – voce, chitarra

David Ellefson – basso

Marty Friedman – chitarra

Nick Menza – batteria

Tracklist:

  1. Skin O’ My Teeth
  2. Simphony Of Destruction
  3. Architecture Of Aggression
  4. Foreclosure Of A Dream
  5. Sweating Bullets
  6. This Was My Life
  7. Countdown To Extinction
  8. High Speed Dirt
  9. Psycotron
  10. Captive Honour
  11. Ashes In Your Mouth
14th mar2013

Assassin – Chaos And Live Shots

by Giancarlo Amitrano

“L’occhio vuole la sua parte”: mai motto fu più appropriato per definire un lavoro musicale. La lussuosa confezione digipack che il combo di Dusseldorf ci offre parrebbe auspicio di riscontri sonori mastodontici e degni di menzione massima. L’artwork su cui si innesta il doppio DVD è certamente di pregio, con un booklet di spessore e molto esaustivo che rende fin nei dettagli le intenzioni della band: dividere l’opera in due momenti distinti, in cui il primo dischetto contenga una premessa visiva a quanto materialmente si ascolterà nel secondo. Peccato che, paradossalmente, proprio a causa della vastità dell’offerta promozionale si perda di vista l’originalità della proposta musicale e che il gruppo si disperda in inutili giri di immagini. Se, infatti, il primo disco contiene un ideale film-movie della band, in cui la stessa si racconta in lunghe interviste e improvvisate session alcoliche, la qualità della resa sonora e visiva non sempre corrisponde alle intenzioni della band nei confronti dell’audience. Intendiamoci, il prodotto è di sicuro interesse, ma pare perdere intensità proprio nel campo in cui dovrebbe essere maggiormente ferrato, quello della sede live. Stranamente, inoltre, la qualità audio video non è di certo delle migliori, in alcuni passaggi.

Il caos, guarda caso, in cui si dibatte la struttura del primo dischetto non rende giustizia alla band, che certo si sforza di apparire quanto più naturale possibile ma, proprio a causa della scarsa linearità delle immagini proposte che saltano di palo in frasca, non è possibile tenere presente una ideale linea di condotta attraverso la quale la band possa innestare flashback musicali che di tanto in tanto fanno capolino, estratte da varie date dei loro concerti. Probabilmente, le migliori intenzioni del gruppo sono state scavalcate da esigenze prettamente commerciali della casa discografica, ma questa è solo una nostra idea. Passando ad esaminare il secondo disco, ci si concentra finalmente sulla musica: il concerto di Osaka vede il quintetto all’altezza della situazione, proponendo una scaletta valida, potente e senza respiro che mette in evidenza la buona preparazione tecnica dei musicisti ed il loro buon affiatamento nell’esecuzione dei brani. Accompagnati da un audience ricettiva e calorosa, i cinque riescono a produrre sonorità aggressive ultra thrash e molto speed in alcune tracce, dove si segnalano buone prestazioni di tutti i singoli.

Dobbiamo rilevare, purtroppo, che anche in questo secondo DVD non vi è una corrispondenza valida tra qualità audio e video; difatti, mentre la prima si mantiene su livelli di sufficienza che garantiscono una buona valutazione sonora dei brani, la seconda appare ancora stranamente carente. Cosa inspiegabile se si pensa che lo shot del live set risale ad appena tre anni orsono, in cui le tecniche e la tecnologia erano già all’avanguardia: probabilmente, credendo di mantenere un’immagine dura e pura, in fase di postproduzione non si è pensato di limare con tecniche di studio e magari di sovra incisione alcune pecche in fase di ascolto. Come se si fosse voluto anzitutto preservare l’immagine di irriducibili del gruppo..che non ne aveva certo bisogno, manifestando già esso tutti i sintomi degli integralisti del sound. Degni di menzione maggiore sono, paradossalmente, i tre estratti bootleg nei quali la band viene colta al massimo del suo furore e della sua potenza sonora. Indulgendo ad immagini nostalgiche che curano l’aspetto sonoro, non anche quello visivo, possiamo dire che in futuro la band si guarderà di certo dal privilegiare solo l’aspetto commerciale dei loro prodotti e si dedicherà nuovamente alla musica, che è quella in cui sicuramente eccelle.

Autore: Assassin Titolo Album: Chaos And Live Shots
Anno: 2012 Casa Discografica: SPV/Steamhammer
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 6
Tipo: DVD Sito web: http://www.assassin.online.de
Membri:

Robert – voce

Micha – chitarra

Joachim – basso

Bjorn – batteria

Scholli – chitarra

Tracklist:

DVD 1 Chaos   And Live Shots – The Film

DVD 2   Live In Osaka 27/3/2010

  1. Breaking The Silence
  2. Agd
  3. Junkfood
  4. Abstract War
  5. Bushwhacers
  6. Pipeline
  7. Nemesis
  8. Assassin
  9. Baka
  10. I Like Cola
  11. Fight
  12. The Last Man
  13. Bullet
12th mar2013

Megadeth – Rust In Peace

by Gianluca Scala

Rust In Peace; il quarto album della band di Dave Mustaine, forse il primo vero capolavoro assoluto dei Megadeth. Un disco che é stato capace di segnare la storia dell’heavy metal nella maniera più assoluta. Alla fine degli anni ’80 i Megadeth stavano raccogliendo i primi frutti del loro successo commerciale, perlomeno negli Stati Uniti, e dopo avere pubblicato appena tre album studio Mustaine aveva ancora in mente l’obiettivo di diventare la più famosa metal band del mondo. I rapporti all’interno della band non erano idilliaci, tanto che dopo aver cacciato il chitarrista Jeff Young e il batterista Chuck Behler, il leader del gruppo Mustaine si mise alla ricerca di degni sostituti. Fece delle proposte, per ricoprire questi incarichi, a musicisti del calibro di Dimebag Darrel e Jeff Waters (Pantera e Annihilator le band di provenienza) come chitarristi, e batteristi come Dave Lombardo (Slayer) e Dean Castronovo (noto session man), ma la risposta fu negativa. Nonostante tutto Mustaine riuscì a trovare due brillanti musicisti da inserire nella band, un certo Marty Friedman, noto per aver militato nei Cacophony insieme ad un altro grande guitar hero, Jason Becker, e il giovane batterista Nick Menza, che era il tecnico della batteria del dipartito Behler che alla fine sostituì. Con questa nuova formazione la band si mise subito al lavoro per sfornare il disco che a detta del suo leader avrebbe cambiato il thrash metal, un disco che in parte é riuscito nella sua non facile impresa (ricordiamoci che in quel periodo militavano già mostri sacri del genere come Metallica, Anthrax, Slayer, Overkill e Testament e che anche in Europa c’erano combi musicali come i Kreator in grado di produrre dell’ottima musica e che nel loro insieme di sicuro non stavano lì a guardare fermi i progressi degli altri pubblicando lavori di tutto rispetto).

Comunque i Megadeth possono dire che con questo pregevole platter hanno davvero scritto canzoni in grado di scatenare un headbanging universale. L’inizio dell’album è di quelli con il botto, Holy Wars…The Punishment Due presenta delle ritmiche veloci formate da riff precisi e potenti quasi in conformità con il tema stesso trattato nei testi del brano, la guerra (il brano é una forma di protesta contro l’allora governo Bush che ordinò un attacco bellico contro il regime iracheno di Saddam Hussein, che di fatto scatenò la Guerra nel Golfo); la parte centrale della canzone che poi prosegue con una serie di assoli di chitarra che i due chitarristi si scambiano con disinvoltura sono memorabili, il tutto accompagnato dalla base ritmica della band formata da Ellefson e Menza che ti trascinano in un vero vortice sonoro mentre Mustaine con il suo inconfondibile ghigno canta nei versi finali frasi intimidatorie (“Mercy Killing, Mercy Killing!”). Altro classico della band lo é diventato il brano seguente Hangar 18, canzone che tratta sempre temi militari, ma quelli che il governo degli Stati Uniti spalleggiato dalla CIA terrebbe in gran segreto nella sua base militare conosciuta come Area 51 nel mezzo del deserto del Nevada, dove si vocifera da anni che all’interno dei capannoni di questa base ci siano conservati i resti (o non solo) di navicelle spaziali aliene provenienti da altri pianeti. Era il batterista Nick Menza la persona in line-up appassionato di tematiche legate agli Ufo e da questa sua passione nacque quindi il tema da trattare dal suddetto brano.

Take No Prisoners è letteralmente parlando una vera mazzata sui denti di inaudita violenza. Le altre canzoni parlano dei temi più disparati nelle quali Mustaine si sarà divertito un sacco nel scriverne i testi e le musiche, come nel caso di Five Magics dove parla di esoterismo ed occultismo, ma anche canzoni autobiografiche com nel caso di Poison Was The Cure, in cui parla della sua stessa dipendenza dalla droga, o di Tornado Of Souls dove descrive una sua relazione finita male con una ragazza. Dawn Patrol é un allarmante presagio dei danni che potrebbe arrecare al pianeta l’energia nucleare se usata in maniera irresponsabile, argomento toccato anche nell’ultimo brano del disco che dà anche il titolo all’album. Rust In Peace… Polaris è formato da delle liriche che sotto forma metaforica presentano un dialogo tra le potenze militari rappresentate dal missile polaris e la popolazione mondiale, in cui viene esposto un monologo che descrive le conseguenze che potrebbe portare una sua possibile esplosione. Questo album portava avanti tematiche politiche tanto care al leader della band come sempre in grado di trasformarle in musica e creando delle alchimie letali sotto il profilo musicale. Rust In Peace ha portato la popolarità dei Megadeth a livelli inimmaginabili facendola diventare la band rispettata ed acclamata che é ora. E che a distanza di pochi anni darà alla luce ad un altro capolavoro assoluto.

Autore: Megadeth Titolo Album: Rust In Peace
Anno: 1990 Casa Discografica: Capitol Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.megadeth.com
Membri band:

Dave Mustaine – chitarra, voce

David Ellefson – basso

Marty Friedman – chitarra

Nick Menza – batteria

Tracklist:

  1. Holy Wars… The Punishment Due
  2. Hangar 18
  3. Take No Prisoners
  4. Five Magics
  5. Poison Was The Cure
  6. Lucretia
  7. Tornado Of Souls
  8. Dawn Patrol
  9. Rust In Peace…Polaris
19th feb2013

Megadeth – Killing Is My Business….And Business Is Good!

by Gianluca Scala

Facciamo subito una premessa, con questo primo album Dave Mustaine e la sua nuova creatura chiamata Megadeth sono entrati con pieno diritto a far parte della storia dell’ heavy metal come oggi noi lo conosciamo ed apprezziamo. Senza i Megadeth il  mondo non sarebbe lo stesso. Perfetto…dopo la mia esagerata introduzione possiamo cominciare a parlare del disco che diede a Mustaine la sua prima piccola rivalsa verso la band che si prese la briga di licenziarlo a causa del carattere litigioso e sopratutto per l’uso continuo di sostanze stupefacenti e per la sua pericolosa tendenza all’ alcolismo: stiamo parlando dei Metallica. Questo allontanamento fece crescere nel rosso chitarrista una serie di rancori che si trascinerà per molti anni, alimentando una rabbia mai sopita fin dall’inizio di questo nuovo progetto musicale. Comunque i Megadeth saranno destinati a diventare una delle più importanti heavy metal band di sempre. Lasciatosi i Metallica alle spalle Mustaine non si abbatte, trova una formazione stabile unendosi al bassista David Ellefson, tutt’ora nella line up più due musicisti jazz di alto livello come il drummer Gar Samuelson ed il chitarrista solista Chris Poland. Insieme diedero alla luce un album che riuscì ad accapparrarsi una buona schiera di fan. Leggenda vuole che la band spese più soldi in droga che nella produzione del disco, cosa che giustificherebbe la non buona qualità sonora dell’album; a parte ciò bisogna però ammettere che l’insieme di brani composto da Mustaine merita più di un ascolto.

L’album si apre con il brano Last Rites/Loved To Death dove troviamo una giro di tastiera così lugubre da fare venire i brividi, pezzo molto veloce e martellante ben interpretato da Mustaine che si accinge anche a coprire il ruolo di cantante oltre a suonare la chitarra, dando modo di intendere quale sarà il suo modo di cantare da qui in avanti, in grado di creare uno stile riconoscibile e personale. Poi giunge il brano che dà il titolo all’album, altro pezzo veloce ed aggressivo; si passa a Rattlehead, canzone tra le più amate dai fan della prima ora. Venne presa anche la decisione di includere una cover di altri artisti da includere nella scaletta ed il primo esperimento fu quella These Boots… che altro non è che la parodia di These Boots Are Made For Walking, originariamente portata al successo da Nancy Sinatra negli anni’ 60. In Chosen Ones vi si possono trovare delle influenze dall’album Kill ‘Em All dei Metallica, dove Mustaine contribuì non poco in fase di composizione. E come possiamo non menzionare la celeberrima The Mechanix? Il brano conteso tra il leader dei Megadeth e la sua ex band? In pratica questa canzone venne scritta da Dave Mustaine e James Hetfield quando suonavano ancora insieme e venne inclusa nel demo dei Metallica No Life ‘Til Leather; a Mustaine venne riconosciuta la maggioranza dei diritti d’autore però i Metallica riscrissero una canzone molto simile a livello musicale ma con delle lyrics differenti, quella che poi divenne la loro The Four Horsemen e che venne inserita e pubblicata nel primo album dei Metallica nel 1983. Questo episodio di semi plagio venne rivendicato da Dave Mustaine per diversi anni a seguire, anche se adesso i rapporti tra le due parti si sono amichevolmente ristabiliti, come ben si è potuto vedere anche nel festival itinerante denominato Big 4 che è passato anche dall’Italia nel 2011.

Killing Is My Business… è stato il primo importante tassello nella storia di questa band che ha scritto pagine importanti e sopratutto indelebili della storia del metal. Una band che di lì a poco pubblicherà un autentico capolavoro del thrash, Peace Sells, But Whose Buying!

Autore: Megadeth Titolo Album: Killing Is My Business….And Business Is   Good!
Anno: 1985 Casa Discografica: Combat Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.megadeth.com
Membri band:

Dave Mustaine – chitarra, voce

David Ellefson – basso

Chris   Poland – chitarra

Gar   Samuelson – batteria;

Tracklist:

  1. Last Rites/Loved To Death
  2. Killing Is My Business…And Business Is Good!
  3. The Skull Beneath The Skin
  4. These Boots (Are Made For Walking)
  5. Rattlehead
  6. Chosen Ones
  7. Looking Down The Cross
  8. The Mechanix
03rd feb2013

Homicide Hagridden – US

by Giancarlo Amitrano

Questa volta ci spingiamo sino ai limiti della Val Padana: il solido combo piemontese di che trattasi, infatti, giunge al suo secondo full-lenght con la medesima potenza del suo lavoro d’esordio. Certo sono immarcescibili i riferimenti ai maestri del genere (Slayer in primis), tuttavia i nostri eroi riescono con una loro personalissima interpretazione a non esserne un mero clone, risultando anzi gradevoli nella proposta tecnica e compositiva. Le nove tracce denotano esplosività allo stato puro e non trovano punti di rilassamento in esse: fruendo, al contrario, di un buon arrangiamento in sede di post produzione, il suono diviene ancora più energico, fluido e pulito anche nei passaggi più arditi. Con Last Thinking, ad esempio, le tonalità sono già sparate al massimo ed il cantato è cartavetrato il giusto, sia pure con toni meno profondi quali quelli in vigore nel gergo, mentre l’ascia disegna vigorosi assoli che fungono anche da buona base ritmica grazie anche ai sapienti rallentamenti di tempo nel bridge centrale. World Decline piace molto per la sua dinamicità, grazie alle valide intersezioni ritmiche che la band riesce a disegnare sempre nel segno dell’energia spinta al massimo: il drumming è esaltato al massimo con le sue battute possenti e ben ritmate. Il singer padroneggia bene anche l’ascia, tanto che alcuni effetti dovuti al tapping risultano tecnicamente impeccabili, di modo da consentire al cantato un opportuno “rientro” su toni alti.

Con Black As War il terzetto si lancia lungo una infuocata e tiratissima cavalcata speed, dove l’ascia è distorta al massimo, la sezione ritmica è a tratti devastante grazie al sapiente combinato di rullanti e crash, e il singer si tiene stavolta in leggera sordina salvo poi ritornare ancora assetato di note lungo il breve tratto finale del brano che in pochi minuti riesce a farsi ricordare per la sua dannatamente forzata potenza sonora. La violenza di Empty Thoughts risiede esclusivamente nella sei corde, qui assolutamente impazzita nel rincorrere vette musicali sempre più estreme, tanto che lo stesso singer si trova a doversi confrontare con un muro sonoro di potenza inaudita e di riff brevi e ravvicinati tra loro. La distorsione sonora è tirata al massimo, a causa dell’uso quasi nevrotico del tapping: che tuttavia non riesce ad esser noioso nemmeno sulle lunghe distanze degli assoli. Le ritmiche di The Ones sono un inno al genere: puro thrash attraverso assoli taglienti e melodie che di melodico non hanno un bel niente. Speed metal, in questo caso, senza fronzoli ed accelerazioni ripetute che mettono a repentaglio l’ugola del singer, qui davvero “maledetto” dagli dei per la sua notevole ispirazione davvero di tendenza in alcuni passaggi, mai a vuoto. Il solo del brano è addirittura “maideniano” (?!), con una strizzatina d’occhi al mid-tempo.

Slaved From Darkness è il brano più potente dell’album (e figuriamoci gli altri): la voce diviene incontrollata nei suoi gorgheggi quasi diabolici in alcuni passaggi iniziali, mentre tutte le note vengono sparate direttamente negli amplificatori, senza sovra incisioni o overdubbing. Si arriva alla fine del pezzo senza sosta, attraverso un solido e coraggio stacco centrale in cui pare che il laser del lettore si sia incantato, tanta è la potenza ininterrotta che fuoriesce dalle casse. Molto particolare Dimension Zero, che a tratti sfocia nel death: il significativo inizio pare infatti convogliare il brano in questa direzione, che dopo poco viene spazzata via dal ritorno in fiamme del terzetto, con la batteria ormai quasi a sfondare tutto il kit. Vocalist ancora ben roco, mentre l’uso sapiente dei rullanti consente alla quattro corde di essere martellante il giusto, quasi a sopravanzare il lavoro dell’ascia stessa. Jeff Hannemann e Kerry King sarebbero fieri dell’interpretazione di Ghost Messiah: duelli sonori a non finire, mentre il drumming è sul punto di prendere il sopravvento sul resto della band. Il tenersi volutamente sotto le righe con un saggio uso delle percussioni a metà brano, dona al brano la giusta miccia per sparare un solo da brividi al centoventesimo secondo del pezzo. Con uno stile misto, che ricorda tanti axeman in uno, la band sforna probabilmente il crack dell’album che si chiude infine con una magistrale Sign Of The Death, dove ancora una volta i riferimenti ai maestri del genere non possono essere sottaciuti. Tutti sopra le righe, i piemontesi sfoderano proprio in fine di disco un brano che definire mortifero sarebbe poco: l’ingannevole inizio quasi “slow” viene presto soppiantato dall’energica doppia cassa. Il mid-tempo, qui davvero smaccato, rende energico ancora di più il brano grazie all’ingresso ben meditato dell’ascia e del lavoro molto positivo del singer. Sparato il loud al massimo, il bridge centrale si basa su piatti e rullanti ormai allo spasimo e sui quali si innesta una buona cura degli arrangiamenti sonori in fase di legatura degli interventi musicali, sempre su livelli di eccellenza. Degna chiusura per un disco che non mancherà di invogliare ad uno sfrenato pogo i fan.

Autore: Homicide Hagridden Titolo Album: US
Anno: 2012 Casa Discografica: Buil2Kill Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.homicidehagridden.com
Membri band:

Massimo Moda – voce e chitarra

Davide Ruoroch – basso

Stefano Moda – batteria

Tracklist:

  1. Last Thinking
  2. World Decline
  3. Black As War
  4. Empty Thoughts
  5. The Ones
  6. Slaved From Darkness
  7. Dimension Zero
  8. Ghost Messiah
  9. Sign Of The Death
27th gen2013

Cancrena – Hidden Depravity

by Giancarlo Amitrano

Italia, ancora Italia: un periodo gradevolmente fecondo di nuove proposte ci propone di nuovo un lavoro di sicuro interesse, che spacca letteralmente i timpani. Proveniente da una solida gavetta, il quartetto pugliese giunge all’odierno full-lenght con alle spalle una decennale attività di maciulla timpani, ben meritata. La proposta odierna ci tuffa a piene mani nel thrash che più classico non si può e che prende a più non posso dai boss del genere, rielaborati con tecnica sopraffina. Già da Serpent Skin l’atmosfera diviene rovente, con il singer che alterna lo scream più devastante ad un cantato ben dosato. La sezione ritmica è devastante, mentre l’axeman con una semplice linea di chitarra riesce a tratteggiare da solo la direzione sonora del brano che sfocia quasi nel crossover più estremo, grazie alle battute precise del drummer. The Pessimist contiene appieno la partenza sparata del vocalist che mette subito la quinta e coinvolge nella sua sfrenatezza l’intero combo. Il growling vocale è energia allo stato brado, mentre il mid-tempo che la grancassa è costretta a seguire nella fase centrale del brano consente al basso di fungere anche da virtuale seconda ascia. La potenza dispensata a pieni strumenti coinvolge anche il sin qui misurato (per così dire) basso, che decide di ritagliarsi un suo spazio di abilità tecnica, con la quattro corde che spiana la strada ai gorgheggi finali del cantante, ormai in pieno trip delirante di note. C’è anche spazio per un delicato solo centrale che per pochi momenti stempera la tensione ormai latente tra i solchi infuocati dell’album.

Pervert Priest non ha soluzione di continuità: grazie all’attacco immediato del pentagramma da parte del singer, il leggero rallentamento dei toni che pare cogliere viene subito spazzato via dal lavoro della sezione ritmica che disegna da sola l’ideale ring su cui debba avvenire il sacrificio metallico,  non senza che il singer si elevi di una spanna con il suo urlo disperato. La sei corde viene tirata al massimo per i distorsori nella fase centrale, mentre le percussioni restano ben ritmate insieme ai roventi giri di basso. Ascoltando Dark Torment non possiamo esimerci dal ricordare i maestri del genere: Max Cavallera o Alex Scolnick sarebbero fieri dell’interpretazione del brano da parte dei nostri eroi. La grancassa viene qui impiegata maggiormente con energia nella battuta stessa, mentre il largo uso dei piatti consente al drummer un dosato tempismo nell’emissione dei relativi crash. Esula dagli schemi il brano anche per la colonna portante del cantato, che stavolta è in primis a base di screaming puro, mentre l’ascia inanella un solo di intensità notevole e quasi “epic” in alcuni passaggi del bridge centrale. Probababilmente, il brano più tecnico dell’album, grazie ai numerosi cambi di tempo che la band disegna senza curarsi di troncarlo improvvisamente alla fine.

Backdraft è pertinenza esclusiva del singer: Morgese è assolutamente memorabile nell’esprimere tutta la sua rabbia nel tormentato microfono, mentre il resto della band gli si mette devotamente a disposizione nella sua cavalcata vocale. L’ascia sembra essere doppia, tanta è la virulenza del tapping estremamente duttile e mai ripetitivo; un combinato gioco di rullanti nella fase centrale dà la stura all’esplosione finale di un solo magistrale del buon Farinola. Black Underground e Ancient Strenght sono curiosamente simili nella loro antiteticità: mentre il primo, infatti, verte su di una sezione ritmica quasi rallentata ed il secondo scivola via su di una base musicale molto “speed”, hanno entrambi un passaggio comune, quallo centrale. In ambo i brani questa parte si dipana faticosamente da un viluppo di onde sonore precedentemente create dalla metodicità del drumming, molto intensa e ben calibrata grazie anche ad un ottimo arrangiamento in sede di post-produzione, naturalmente bandendo gli overdubs. La title-track è epica nel suo intro, basso e batteria sono tenute a freno il giusto, pochi secondi per consentire alla dinamite sonora della band di fare il suo dovere. Senza remore, Morgese diviene ormai irrefrenabile madman con il suo impetuoso e stentoreo incedere vocale, il combo è ormai prossimo al raggiungimento del suo apice sonoro, che puntualmente avviene nella fase finale del brano, quando la strumentazione ha il controllo sugli strumentisti che paiono procedere con il pilota automatico inserito tale è la precisione delle note.

Abbiamo tuttavia ancora il tempo per le due chicche finali. To Nerve Oneself è un sapiente mix di tecnica e violenza sonora, con il suo delicato arpeggio iniziale. Sempre grezza il giusto, la sei corde ci conduce con inusitata delicatezza attraverso 4 muniti di pura accademia, in un’atmosfera in cui fanno la loro comparsa anche inattesissimi tasti d’avorio che per alcuni secondi illuminano di luce soffusa l’intero platter. Un platter che chiude in bellezza con un brano davvero fuorilegge, essendo Under The Law l’invito alla rivolta urbana in tutta onestà. Tutti sanno, ancora, cosa fare mentre scorrono veloci una funzionale grancassa, una solida sei corde, un martellante basso e specialmente un ennesimo magistrale lavorìo vocale. Non si poteva sperare in chiusura migliore, grazie alla strapotenza debordante dei quattro. Sino all’ultimo secondo del brano, l’invito a guardare alla legge viene declamato con sottile ironia ed altrettanta energica offerta sonora, che certamente non sarà deficitaria nemmeno nei prossimi lavori dei pugliesi in questione, almeno simile a quella sganciatasi, con l’odierno lavoro, dai loro boccaporti colmi di munizioni.

Autore: Cancrena Titolo Album: Hidden Depravity
Anno: 2012 Casa Discografica: logic(il)logic Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/cancrenametal
Membri band:

Francesco Morgese – voce

Francis Farinola – chitarra

Fab Chiarazzo – basso

Ruggiero Ricco – batteria

Tracklist:

  1. Serpent Skin
  2. The Pessimist
  3. Pervert Priest
  4. Dark Torment
  5. Backdraft
  6. Black Underground
  7. Ancient Strenght
  8. Hidden Depravity
  9. To Nerve Oneself
  10. Under The Law
23rd gen2013

S.R.L. – De Humana Maiestate

by Giancarlo Amitrano

Una lunga e solida gavetta alle spalle non sempre è sinonimo di continuità ed evoluzione tecnico-artistica. Sfornare album a ripetizione a volte può condurre ad avvitarsi su se stessi in un pericoloso vuoto compositivo che porta alla sterilità musicale. Non è questo il caso dei nostranissimi S.R.L.: umbri di rodata esperienza giunti all’ennesimo full-lenght di rara potenza ed intensità. La lingua madre adottata in questa sede paradossalmente dona ancor maggiore drammaticità al lavoro, in quanto la voce stentorea di Kahynn risalta come la carta vetrata in un negozio di cristalleria di Boemia. Aggiungiamo l’idea originalissima di dividere il CD in tre atti, con tanto di prologo ed epilogo, ed il gioco è fatto: tuffati in un girone infernale dove gli inferi ci conducono per mano attraverso le tracce, tutte dai titoli magniloquenti e dal significato trascendente il giusto. Con un cupo incipit, il disco si snoda attraverso “Dolore, Rabbia e Vendetta”, che scandiscono il pathos che incendia gli animi del quintetto umbro. Come non restare basiti, ad esempio, all’ascolto di Sangue Fresco, in cui il singer raggiunge vette sonore quasi epocali, mentre la sezione ritmica e la doppia ascia mulinano fendenti in tutte le direzioni? O ascoltare restando a bocca aperta l’esecuzione di Cicatrici, sperando di giungere indenni alla sua conclusione pur passando attraverso le forche caudine della dannazione sonora? Dannazione che puntualmente giunge Nottetempo, data l’interpretazione davvero oscura del combo, che vomita letteralmente nel microfono la sua rabbia verso il mondo intero, grazie anche ad un inatteso “epic-style” che si rinviene specie nella fase centrale del brano, che mozza il respiro in gola.

La rabbia che caratterizza il 2° atto si sprigiona letteralmente nel Girotondo Dei Dannati: i testi sono da Apocalisse puro, in cui le asce si trovano a loro agio nel dettare i tempi ormai speed. Le corde vocali sono già state messe a repentaglio dal singer, che non fa una piega nemmeno di fronte al lussurioso desiderio dei due axeman di esibirsi in una prova di muscoli maledetta. Nel Nome Del Padre è una bomba atomica inesplosa, una cavalcata quasi “maideniana” negli arpeggi iniziali cede subito il passo agli stacchi impazziti delle percussioni, mentre il vocalist ormai in preda al delirio inneggia alle forze ancestrali in ognuno di noi presenti. Il ritmo è quasi impossibile da tenere per i comuni mortali, mentre la sezione ritmica ci schizza in faccia fiotti lavici di potenza devastante che inneggiano a chi di dovere senza cadere nella blasfemia più oscena e dannata dagli uomini. Il range vocale raggiunto dal singer ci conduce alla fine verso una “dolce morte” a noi ignota. A Denti Serrati continuiamo ad aggirarci in questa ideale punizione inflitta ad orecchio umano: screaming puro che lacera i condotti uditivi e coppia d’asce che macella letteralmente note su note, creando una tensione degna del miglior film noir. Non riusciamo tuttavia a restare indifferenti di fronte a cotanta virulenza sonora, il nostro subconscio viene blandito senza vergogna e ci obbliga ad assistere sino alla fine allo scempio che i Nostri fanno del brano, oramai fuori di ogni grazia divina per la sua energia senza limiti.

Giungiamo alla fase più esecranda dell’album: la vendetta che viene servita ai nemici della fede (metal) si dipana attraverso Le Ali Del Corvo, che simile al volatile tanto caro ad Edgar Allan Poe guarda dall’alto le evoluzioni della band ormai ostaggio del terrore, senza vergogna di trasmetterlo all’ascoltatore; le pulsazioni divengono ormai incontrollate ed il sangue scorre veloce nelle vene. Le sei corde sono ormai impazzite e la prestazione del gruppo procede senza freni, immaginando che sinanche in sala di registrazione la devastazione ormai imperi sovrana. Pensieri Dal Buio e Ricordatevi Di Jack rappresentano, rispettivamente, sentenza di condanna ed esecuzione della relativa pena: nel primo brano, la band non riesce più a controllare nemmeno il tapping ormai sfrenato degli axeman, cui si accoda il cantato seghettato di Kahynn. Il tutto, comunque, sempre all’insegna del sano furore demoniaco ormai pervadente i cinque. Mentre il secondo converte in pratica tutto quanto sinora elargito a pieni amplificatori: il drumming poderoso di Luca scatena un terremoto sonoro che invita a nozze il singer. Le linee musicali sono ormai pronte a deflagrare assieme al nostro lettore, ormai fresso come le fucine che dispensano metallo colante alle acciaierie riunite. Il terrore che ormai ci assale si stempera in compagnia delle grida forsennate del singer, che ci annuncia l’avvicinarsi della Fine, essendone egli l’inizio. L’Occhio Del Lupo è l’interludio, nella scaletta dell’album: nella pratica si rivela un bisturi affilato che penetra nella carne sino alle ossa per incidervi le pustole purulente dei rinnegati. I Manowar di qualche decade orsono chiedevano il trapasso per il falso metal: gli S.R.L., 30 anni dopo, si rivelano invece nella loro “turpitudine” sonora a chiedere un impossibile perdono dei loro peccati.

Si giunge alla fine dell’album con la sensazione che dopo nulla sarà più lo stesso, in primis per il nostro udito che si è offerto alla ghigliottina con insano piacere. Ed è per questo che l’epilogo ci conduce con indifferenza alla dannazione eterna: dopo aver ascoltato per intero il loro lavoro, gli S.R.L. dovranno chiedere la giusta mercede dei loro misfatti con lavori futuri altrettanto meritori di “vituperio” come De Humana Maiestate. Lungi dal deviare dalla sua impervia strada, il quintetto umbro dovrà obbligatoriamente continuare a percorrere le (gradevoli) strade dell’estremo, al servizio della vera fede (thrash).

Autore: S.R.L. Titolo Album: De Humana Maiestate
Anno: 2012 Casa Discografica: Revalve Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/srlmetalband
Membri band:

Khaynn – voce

Alcio – chitarra

Jerico– basso

Luca – batteria

Panduk – chitarra

Tracklist:

  1. Incipit,Prologo:Torto
  2. Sangue Fresco,Atto I:Dolore
  3. Cicatrici,Atto I: Dolore
  4. Nottetempo,Atto I: Dolore
  5. Il Girotondo Dei Dannati,Atto II: Rabbia
  6. Nel Nome Del Padre,Atto II: Rabbia
  7. Denti Serrati,Atto II:Rabbia
  8. Le Ali Del Corvo,Atto III: Vendetta
  9. Pensieri Dal Buio,Atto III: Vendetta
  10. Ricordatevi Di Jack,Atto III: Vendetta
  11. L’Occhio Del Lupo,Interludio: La Fredda Gloria Dell’Umana Maestà
  12. Excipit,Epilogo:        Dannazione
19th gen2013

Vexed – Void MMXII

by Rod

Tra tutte le band facenti parte del panorama thrash metal di casa nostra, una delle poche ad essere rimaste fedeli alla linea, restano sicuramente i milanesi Vexed capitanati dal granitico Mik. In questa sede ci occuperemo del loro ultimo lavoro dal titolo Void MMXII, una raccolta di ben quindici pezzi spietati ed altamente aggressivi (alcuni dei quali segnati da profonde venature black), che affondano gli artigli nella tradizione thrash più estrema, per intenderci sponda di Slayer, Sodom e soprattutto Venom, celebrati alla traccia n.8 con una cover di un loro grande classico, Black Metal. Nel concreto, Void MMXII si presenta come un album in completa adesione con il filone metal a cui s’allinea, sia nella forma che nella sostanza, presentandosi come una raccolta di brani che pongono alla loro base due fattori essenziali, la potenza sonora e la velocità d’esecuzione, specchiandosi di continuo nella crudezza esecutiva e nell’immediatezza d’intenti, elementi questi che ne fanno un album di assoluta onestà che va a ricercare le radici più sulfuree sia del thrash che della storia artistica dei Vexed.

Per chiunque sia alla ricerca di una hit o di un brano che faccia da traino all’intero full lenght, si faccia da parte, basti ascoltare brani come l’opener Void-H-Fog e Warblast MMXII o la teutonica Neurotic Crimes. Void MMXII non è un punch ball con cui sollazzarsi alle giostre con gli amici, ma un balordo incazzato che ti colpisce in pieno volto se solo provi a guardarlo male.

Autore: Vexed Titolo Album: Void MMXII
Anno: 2012 Casa Discografica: Punishment 18 Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://vexed-web.tk/
Membri band:

Mik – voce, basso

Azzi – chitarra

Umbe – chitarra

Mike – batteria

Tracklist:

  1. Ashes
  2. Void-H-Fog
  3. Bloody Fucking Thrash
  4. Black ‘N’ Roll
  5. Requiem
  6. N.B.C.
  7. Burnout Deathsmell Bloodgun
  8. Black Metal
  9. Methodic Madness / Obey!
  10. Warblast MMXII
  11. Professional Cancer
  12. Bastard Drink Faster
  13. Omicidio
  14. Blood Collection Blood
  15. Neurotic Crimes
14th gen2013

Subhuman – Tributo Di Sangue

by Piero Di Battista

Secondo disco da studio per i Subhuman, gruppo pisano attivo dal 2001, che prepotentemente si sta portando alla ribalta nell’ambito del thrash e death metal, e non solo a livello nazionale. Il loro nuovo lavoro discografico, intitolato Tributo Di Sangue, esce sotto Subsound Records, e segue Profondo Rozzo precedentemente pubblicato nel 2009, e con questo nuovo parto musicale i cinque toscani non solo confermano ciò che di positivo avevano lasciato intravedere, ma si candidano seriamente per poter diventare una solida realtà nel loro genere. Tributo Di Sangue offre circa quaranta minuti, suddivisi in dieci brani, di sound nudo e crudo, graffiante, ruvido ma soprattutto che mira dritto all’obiettivo, tutto questo senza mai apparire banali e scontati ma anzi, sia le parti strumentali che per ciò che riguarda le liriche, i nostri sembrano chiaramente avere una loro precisa identità. Nel proporre un notevole connubio tra thrash e death, influenzato come sonorità da gruppi come Testament o Kreator, i Subhuman mostrano anche una più che apprezzabile tecnica strumentale, sia nella chitarre che nella serratissima parte ritmica, aggiungiamoci poi le ottime corde vocali di Fabrizio, tutti ingredienti necessari a sviluppare ciò che stiamo ascoltando e soprattutto apprezzando.

I testi, tutti in lingua madre, toccano più argomenti: si parte da un omaggio ai b-movie “cannibalici” con Nutrimi Ancora, mentre Il Mio Nome E’ Jack tratta il tema dell’alcool. Si arriva a Tutti I Vizi Del Presidente che non è altro che un deciso attacco all’ex-premier Silvio Berlusconi (il brano è preceduto da un intro di pochi secondi in cui viene riproposta l’escort Patrizia D’Addario, note per le vicende di Arcore, mentre spiega appunto “alcuni vizi” dell’ex-Presidente”). Il disco si chiude con Santo Impostore che è un altro attacco con stavolta il mirino puntato verso Padre Pio. Argomenti non certo innovativi, ma pur sempre attuali e dai Subhuman affrontati in maniera grottesca ma soprattutto diretta e senza alcun fronzolo.

Tributo Di Sangue è un buonissimo disco, un ottimo risultato per questi cinque ragazzi di Pisa che dopo anni di gavetta, fatta anche di numerosi live assieme a band più note (Opeth e In Flames tanto per citarne un paio), si confermano un’ottima band per tutti le motivazioni già scritte. Promossi a pieni voti.

Autore: Subhuman Titolo Album: Tributo Di Sangue
Anno: 2012 Casa Discografica: Subsound Records
Genere musicale: Thrash Metal Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.myspace.com/ssubhumanweb
Membri band:

Fabrizio Ferzola – voce

Matteo Buti – chitarra

Elia Murgia – chitarra

Federico Fulceri – basso

Francesco Micieli – batteria

Tracklist:

  1. Nutrimi Ancora
  2. L’Atroce Scommessa
  3. Fassaborto
  4. In Memoria Di Me
  5. Il Mio Nome E’ Jack
  6. Tutti I Vizi Del Presidente
  7. Il Vecchio Bastardo
  8. Evoluzione Inversa
  9. La Profezia
  10. Santo Impostore
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