22nd gen2013

Intervista ai Kreator

by Antonluigi Pecchia

I Kreator rappresentano la punta di diamante del thrash metal teutonico, tornati in forma con “Phantom Antichrist”, la band ha intrapreso un fortunato tour europeo affiancata dagli americani Morbid Angel che ha previsto in programma anche alcune date italiane. Per l’occasione siamo stati sul tourbus della band a porre qualche domandina al chitarrista Sami Yli-Sirniö, artista finnico che presta servizio nella formazione teutonica dal 2001, anno della loro “rinascita” con l’uscita di “Violent Revolution”.

R.G.: Ciao Sami, andiamo subito al sodo. “Phantom Antichrist” è in commercio ormai da diversi mesi, cosa ne pensi a riguardo? Sei soddisfatto del risultato ottenuto?
S.Y.: Esattamente è uscito per l’inizio di giugno scorso e sì, credo che tutti noi della band siamo soddisfatti del successo riscosso dal disco. Nel corso del 2011 abbiamo preso la decisione di non programmare tour per avere tempo a nostra disposizione per poter lavorare al meglio a questo nuovo album, decidendo di prendere parte solo ad alcuni festival europei. Ora Phantom Antichrist è un disco ormai rodato avendolo proposto per bene dal vivo e la risposta del pubblico è più che positiva. Abbiamo lavorato molto sui brani del disco, ho avuto modo di trascorrere molti dei miei weekend in Germania, dato che io abito in Finlandia mentre tutti gli altri ragazzi vivono in Germania, ho viaggiato molto per prendere parte alle sessioni per la fase di composizione del disco. Dopodiché ci siamo tutti spostati in studio in Svezia dove anche lì ci siamo impegnati al massimo per dare del nostro meglio e sembra che i nostri sforzi offerti all’opera siano stati ben ripagati, quindi non potremmo non essere soddisfatti della sua produzione. Il risultato rappresenta proprio l’idea che avevamo per questo album.

R.G.: Riteniamo sia stata piuttosto strana la scelta del brano Civilization Collapse come secondo singolo estratto dall’opera, essendo un brano piuttosto old school, lontano dalle vostre classiche e melodiche hits. Alcuni esempi lampanti sono Violent Revolution o Dying Race Apocalypse, brani concettualmente più vicini a From Flood Into Fire, sempre presente nell’ultimo “Phantom Antichrist”…non ce lo saremmo mai aspettati che venisse pubblicato come singolo. Come mai avete preso questa decisione?
S.Y.: Sì, effettivamente è proprio così. Durante i nostri ultimi live ci siamo accorti che la maggior parte delle nostre nuove canzoni presenta questo tipo di brutalità messa un po’ da parte nel corso degli ultimi album. La scelta è caduta su Civilization Collapse in quanto rappresenta una delle canzoni del nuovo disco che meglio viene accolta durante i nostri ultimi live, è diretta e brutale e Mille ha fatto un gran bel lavoro con il testo del brano che riesce a rappresentare al meglio ciò che sta accadendo alla nostra società. Inoltre il singolo è stato stampato in vinile e il lato-b è rappresentato dal brano Wolfchild, che doveva essere parte del nostro ultimo album e poi scartato per motivi di durata complessiva dell’opera.

R.G.: Nel complesso “Phantom Antichrist” rappresenta una sorta di ritorno al passato, forse si tratta dell’album più violento dal tuo ingresso nella band, sembra quasi che sia stato tu a portare la tipica melodia “made by Kreator” dell’ultimo decennio di attività, di cui la ballad From Flood Into Fire può rappresentare un tipico esempio.
S.Y.: Sì, probabilmente in parte sono io la causa di questa melodia. Anche se il principale compositore dei Kreator resta sempre Mille. Il mio compito è di aggiungere, posso cambiare leggermente qualcosa, posso comporre armonie, cambiare leggermente qualche passaggio ma la struttura del brano viene sempre ideata da Mille, poi dipende dai brani, qualcuno vede maggiormente il mio contributo, mentre altri un po’ meno.

R.G.: Ultimamente circola la notizia di un possibile tour in compagnia di Sodom, Destruction e Tankard. Secondo te, avremo mai modo di assistere realmente a questo vostro tour Europeo?
S.Y.: Siamo già stati in tour in compagnia dei Sodom e Destruction nel 2002 e devo ammettere che è stato molto divertente e l’idea ha riscosso molto successo. Per quanto riguarda questo tour di cui si sta parlando, Schmier (frontman dei Destruction, ndr) vorrebbe tanto che si organizzasse, la sua risposta affermativa è giunta senza condizioni. Chi forse non è convinto a pieno dell’idea è Tom con i suoi Sodom, non chiedermi il perché dato che non ho avuto modo di parlarci, probabilmente, penso che per prendere parte un evento del genere desidererebbe avere troppo (ride, ndr). Sarebbe un modo per far capire che dopo dieci anni da quel tour queste band sono ancora attive, inoltre in questi giorni ho ascoltato l’ultimo disco dei Destruction e l’ho apprezzato molto. A me personalmente piacerebbe l’idea di fare questo tour, quindi se venisse messa in piedi, che ben venga!

R.G.: Ormai la tua vita da musicista viene impegnata in modo principale dalle attività dei Kreator, ma vorrei ricordare che sei parte anche di due band decisamente più sperimentali: Waltari e Barren Earth. Avremo mai modo di vederti in tour per l’Europa con queste altre?
S.Y.: (Ride di gusto, ndr) Con i Barren Earth abbiamo avuto modo di organizzare un tour americano oltre a qualche apparizione durante i festival estivi e qualche data in Finlandia. Sì, è vero che l’attività con i Kreator mi occuperà la maggior parte del prossimo anno tra vari tour, ma ti posso dire con certezza che realizzeremo un terzo album con i Barren Earth,  siamo tutti rimasti colpiti dai risultati riscontrati dai nostri due album, soprattutto la nostra etichetta Peaceville Records. Purtroppo non posso sapere quando avremo modo di lavorarci per bene ma al momento abbiamo già in cantiere sei brani su cui lavorare. Mentre per i Waltari lo scorso anno (2011, ndr) abbiamo avuto modo di festeggiare il 25esimo anniversario della band con una data evento che ha visto la partecipazione di molti ospiti a condividere il palco con noi come per esempio gli Apocalyptica.

R.G.: Grazie mille Sami per la chiacchierata, in bocca al lupo e a presto.
S.Y.: Grazie a voi.

20th dic2012

Intervista ai Papa Roach

by Matteo Iosio

Serata esplosiva quella che si è tenuta lunedì 26 Novembre presso l’Alcatraz di Milano, l’occasione era di quelle ghiotte ovvero il concerto di due band che da sempre sono in grado di mobilitare ed incendiare il pubblico nostrano. Stiamo parlando dei californiani Papa Roach che hanno suonato di spalla agli headliner Stone Sour capitanati dal talentuoso Corey Taylor, già frontman dei cattivissimi Slipknot. Lo show è stato assolutamente degno delle aspettative con due esibizioni davvero incalzanti e molto potenti, locale stracolmo ed animi su di giri per uno spettacolo da ricordare. Qualche ora prima delle “ostilità” ci siamo furtivamente introdotti all’interno del backstage per chiacchierare con Jerry Horton, chitarrista dei Papa Roach che ha fatto il punto della situazione a riguardo della band e del tour in corso. Vediamo insieme cosa ci ha detto.

 

R.G.: Ciao Jerry! Cosa ci puoi raccontare sul nuovo album “Connection” ?
J.H.: Abbiamo iniziato a lavorare su questo progetto a novembre dell’anno scorso, è stato registrato con la supervisione di James Michael, eravamo alla ricerca di qualcuno che ci aiutasse con la realizzazione dei brani in studio e che ci desse una mano anche con la strumentazione presente. L’album è stato registrato nella nostra città natale Sacramento dove non avevamo mai lavorato prima d’ora, ci sono voluti sei mesi per completare l’opera, visti i problemi che hanno afflitto Jacoby (Shaddix, il frontman ndr.) è stato abbastanza difficile essere lì a supportarlo cercando di incoraggiarlo nella scrittura dei testi ma tutto alla fine ha funzionato a dovere. Appena concluse le registrazioni abbiamo avuto solo tre giorni di pausa prima di partire immediatamente con l’attuale tour proprio per permettere alle corde vocali di Jacoby di ritornare in piena forma dopo l’intervento chirurgico subito (asportazione di alcuni noduli ndr.) ora la sua voce è tornata potente e graffiante come e forse più di prima.

R.G.: Qual è il messaggio che si cela dietro questo nuovo progetto?
J.H.: Negli album passati avevamo sempre un tema o un messaggio ben preciso da comunicare agli ascoltatori, questa volta tutto è nato in maniera molto spontanea ed immediata; le canzoni trattano quasi tutte della lotta che Jacoby stava portando avanti dentro se stesso, il processo di creazione è stato una sorta di terapia per lui, l’unico modo di combattere i demoni che si portava dentro era esternare come un fiume in piena questa moltitudine di sensazioni attraverso le canzoni. All’inizio non voleva assolutamente scrivere un disco di questo tipo ma noi lo abbiamo incoraggiato molto vedendo quanto grave fosse il suo conflitto interiore.

R.G.: Cosa c’è di nuovo per quanto riguarda il sound all’interno dell’album?
J.H.: Qualcosa di nuovo è stato inserito, ma in generale non volevamo discostarci troppo dalle nostre radici, abbiamo fatto in modo di rimanere ancorati ai nostri suoni cercando ovviamente di perfezionarli il più possibile Nella canzone intitolata Burn abbiamo inserito qualcosa di elettronico che rappresenta un autentica novità rispetto ai nostri canoni, si tratta di una traccia che ci intriga molto e di cui andiamo fieri.

R.G.: Quali sono le maggiori differenze che avete riscontrato nel lavorare con il nuovo produttore James Michael rispetto al precedente Jay Baumgardner?
J.H.: James sicuramente è un musicista molto esperto ed anche un grandissimo comunicatore, è in grado di entrare in modo più approfondito nelle questione tecniche che si presentano ogni giorno in studio; Jay invece era il classico produttore che ti diceva cosa non funzionasse in un determinato pezzo ma non ti dava nessun aiuto o suggerimento per correggere questi problemi, lasciandoti nel panico più assoluto. Con James questo non è mai accaduto, è sempre stato in grado di trovare una soluzione a qualsiasi problema in tempi rapidi aumentando enormemente il nostro livello di autostima.

R.G.: C’è un grande legame tra i Papa Roach e altre forme di intrattenimento come ad esempio i videogames, il wrestling e la televisione, parlaci di queste particolari relazioni.
J.H.: Tutto è nato quasi per caso, per quanto riguarda la federazione Wrestling non siamo mai stati dei fan accaniti di questo spettacolo, ne eravamo attratti da giovanissimi ma poi l’interesse è scemato; quando però ci hanno contattato per utilizzare un nostro pezzo all’interno del programma abbiamo aderito subito con entusiasmo giusto per fare qualcosa che uscisse dai classici schemi. Il discorso è nettamente differente per quanto riguarda il mondo dei videogiochi, siamo tutti degli “hardcore gamer” ed appena la Konami ci ha chiesto di scrivere un pezzo per il famosissimo gioco di guida Gran Turismo ci siamo sentiti onorati ed estremamente esaltati nell’accettare la sfida.

R.G.: Dove pensi si stia dirigendo il mondo dell’hard rock ?
J.H.: In questo particolare momento la scena hard rock vive un periodo di crisi, mentre altri generi musicali come la dubstep o la musica elettronica stanno andando per la maggiore. Penso comunque che questa situazione sia destinata a mutare radicalmente nel prossimo futuro. L’hard rock tornerà alla ribalta più forte che mai soppiantando i falsi eroi creati a tavolino dall’industria discografica, mi riferisco a quei mediocri musicisti pop creati per durare l’arco di una stagione e per far guadagnare il più possibile nel minor tempo possibile.

R.G.: Che musica ascolti quando non sei impegnato a suonare?
J.H.: Dipende molto dal mio stato d’animo in quel preciso momento, genericamente mi piace ascoltare band come Meshuggah, Lamb of God, Refuse, Eagles Of Death Metal ma anche Norah Jones e musica jazz in generale, non ho confini delineati, le mie sensazioni mi portano ad ascoltare qualsiasi cosa senza particolari pregiudizi.

R.G.: La vostra band ha iniziato a suonare all’epoca della highschool, pensi che questa profonda amicizia e fratellanza vi abbia portato a sviluppare un sound più accattivante e complesso con una maggiore semplicità nel trasmettere i sentimenti provati?
J.H.: Penso che tutto ciò rappresenti la verità, il fatto di essere amici veri prima dell’essere una band ci ha permesso di esprimerci in modo più sincero e schietto tra di noi, alcune sensazioni sono percepite all’istante da ogni membro del gruppo rendendo la comunicazione a volte superflua, se qualcosa non funziona spesso non dobbiamo neanche esternarlo, riusciamo a capire immediatamente i sentimenti di ciascuno di noi e questo senza dubbio rappresenta un grosso vantaggio dal punto di visto espressivo.

R.G.: Raccontaci un episodio divertente che vi è capitato in questi anni, qualcosa che ogni volta che lo raccontate vi fa ridere di gusto.
J.H.: Certo! Mi ricordo una volta in cui dovevamo suonare ad Atlanta, Tobin (Esperance, bassista ndr.) la sera prima si era dato alla pazza gioia facendo festa tutta la notte come se non vi fosse un domani, noi dovevamo suonare a questo festival nel pomeriggio prima dei Black Eyed Peas. Un ora prima del concerto tutti eravamo già presenti tranne lui, nessuno sapeva dove fosse e il suo cellulare risultava spento, tutti erano nel panico più assoluto, dieci minuti prima dello show Tobin si presenta in uno stato pietoso ancora visibilmente alterato, durante lo show sembrava totalmente assente fino a quando non ha avuto la brillante idea di far roteare il basso per creare una sorta di mossa scenica ad effetto, purtroppo lo strumento gli si è sfilato durante la rotazione volando nel backstage tra le risate generali nostre e di tutto il pubblico presente, una scena veramente comica! (ride di gusto ndr.).

R.G.: Grazie ancora per il tempo che ci hai concesso Jerry, in bocca al lupo per il proseguimento del tour, ti aspettiamo sotto al palco!
J.H.: Grazie a voi ragazzi, mi raccomando vi voglio carichi!

12th dic2012

Intervista a Stef Burns

by Matteo Iosio

La maggior parte delle persone pensano al musicista Stef Burns come al chitarrista spalla del Vasco nazionale, ma si dai! Quello che ha sposato l’ex velina Maddalena Corvaglia. Queste persone si fermano in superficie e non comprendono appieno che il personaggio in questione è un artista dalle doti tecniche enormi e dal talento più che cristallino. Questo “ragazzo” di 53 anni percorre una carriera da sogno avendo collaborato assieme alla fida sei corde con i più grandi artisti rock della scena mondiale, personaggi come Alice Cooper, Berlin, Judas Priest, Motörhead, Ozzy Osbourne, Megadeth, Faith No More e moltissimi altri. Nell’ultimo periodo oltre a suonare con il ‘Blasco’, il nostro eroe ha intrapreso il sentiero solista accompagnato dai fidi scudieri Roberto Tiranti al basso e Juan Van Emmerloot alla batteria. In occasione del dinamico concerto svolto al Legend Club di Milano lo abbiamo raggiunto per farci raccontare le ultime novità che riguardano l’uscita del nuovo album e i progetti in cantiere per il  prossimo futuro. Vediamo insieme cosa ci ha raccontato.

R.G.: Ciao Stef, partiamo subito con una domanda semplice, cosa puoi dirci sul nuovo album di imminente uscita?
S.B.: Domanda semplice solo all’apparenza! Il nuovo album è sicuramente molto rock, ci siamo divertiti un mondo nel registrarlo, vi troverete una grande energia al suo interno. Abbiamo impiegato moltissimo tempo nel comporre le canzoni e nell’arrangiarle. Si tratta certamente di una grande evoluzione del suono, capace di trasportarmi verso le antiche radici pop a cui non attingevo da parecchio tempo. La produzione è stata curata da me in persona e dal grande Masaki Liu che ne ha curato alcuni aspetti; il disco è stato registrato in molti luoghi: Trieste, Rotterdam, Milano e San Francisco.

R.G.: Quali sono le maggiori differenze tra questo album e World Universe Infinity?
S.B.: Ci sono un paio di canzoni in World Universe Infinity che anticipano in qualche modo questo nuovo progetto, la base rock\pop è simile, ma nel nuovo album il tutto è portato ad un livello differente e molto più articolato, come se qualcuno avesse preso una manciata di  tracce dei Rolling Stones, Foo Fighters e Led Zeppelin e le avesse centrifugate creando un meraviglioso frappè rock.

R.G.: Da dove hai tratto ispirazione per la creazione di questo disco?
S.B.: L’ispirazione generalmente proviene da qualsiasi cosa, a volte descrivi come ti senti e quali sono le tue emozioni. Per questo album la luce mi è giunta da mia moglie Maddalena e dalla bambina appena nata, il lieto evento ha prodotto una gamma di emozioni così intense che tradurle in musica è stato qualcosa di estremamente semplice e lineare.

R.G.: Parlaci della nuova formazione, com’è la chimica all’interno del gruppo?
S.B.: Ho conosciuto Roberto Tiranti relativamente da poco tempo, ci siamo sentiti via internet ed abbiamo fatto qualche show assieme, penso che sia un ottimo cantante ed un grande bassista, ho capito sin da subito che ci saremmo divertiti molto a suonare assieme. Juan è il mio batterista da molto tempo, ha collaborato alla realizzazione dell’album in modo egregio come sempre. Posso dire che siamo tutti entrati in perfetta sintonia quasi istantaneamente, come se avessimo suonato assieme da sempre e questo ci ha dato modo di creare un sound preciso ed estremamente solido.

R.G.: Parlaci del particolare concerto che si terrà a Roma con l’orchestra di chitarre PMCE.
S.B.: Si tratta di un progetto estremamente interessante, qualcosa di cui non ho mai sentito parlare prima: un’orchestra composta da 80 chitarre elettriche e 20 bassi elettrici dove io sarò il solista, un live molto particolare, sono sicuro che ne scaturirà un suono davvero eccellente, non vedo l’ora di fare le prime prove per capire come il tutto prenderà forma. Mi sto esercitando molto sul materiale che mi ha inviato il compositore Michele Tadini e la mia curiosità sale di giorno in giorno.

R.G.: Quali sono le sensazioni che provi quando lavori con il grande Vasco?
S.B.: Lavorare con Vasco è un autentico sogno, la prima volta che abbiamo collaborato assieme mi sono detto: accidenti, questo artista è veramente di un altro livello! Suonare assieme è sempre una gioia immensa, non esistono parole per descrivere queste sensazioni; grazie a lui ho scoperto il vostro incredibile paese ed ho conosciuto mia moglie, ho avuto anche la possibilità di suonare sul palco del mitico stadio di San Siro di fronte ad ottanta mila fan in delirio. Vasco mi ha dato modo di esprimermi liberamente senza costrizioni e per questo gli sono eternamente grato. In questo momento è in fase di recupero e sono sicuro che sta preparando qualche magnifico progetto per il prossimo futuro.

R.G.: Con chi avresti il piacere di lavorare in futuro? E nei tuoi sogni?
S.B.: Mi piacerebbe continuare a collaborare con Vasco questo è sicuro, nel prossimo futuro vorrei lavorare ancora con Pino D’Agostino su qualcosa di nuovo mentre nei miei sogni vorrei che Paul McCartney mi chiamasse per suonare con lui, questa sì che sarebbe qualcosa da raccontare ai miei figli! (ride ndr.).

R.G.: La cosa migliore dell’essere un musicista professionista?
S.B.: Sicuramente il poter fare quello che si ama per la stragrande maggioranza del tempo. Fare musica e suonare in molti paesi è qualcosa di assolutamente incredibile, le emozioni che si provano sono difficilmente descrivibili, esistono anche diversi aspetti negativi come in tutte le cose, ad esempio il non poter stare con i propri cari quanto si vorrebbe per via delle lunghe trasferte in giro per il mondo. Mi considero comunque una persona estremamente privilegiata, vivere di musica è sicuramente una delle cose più belle che ci siano.

R.G.: Raccontaci un episodio divertente avvenuto durante i tuoi innumerevoli viaggi, qualcosa che ti fa sorridere ogni volta che lo riporti alla mente.
S.B.: Certo! Mi ricordo di quella volta a Santiago del Cile in cui dovevo suonare assieme ad Alice Cooper, la folla allo stadio era molto vicina alla cultura ed allo stile di vita punk e per tutta la durata della nostra performance il pubblico ha continuato a sputarci addosso, è stata la cosa più disgustosa ed allo stesso tempo esilarante che mi sia mai capitata! Ogni volta che ripenso a quegli istanti sono percorso da brividi di disgusto, un’esperienza che definirei assolutamente terrificante. 

R.G.: Grazie mille per la tua disponibilità Stef ed in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.
S.B.: Grazie a voi ragazzi è stato un vero piacere!

29th nov2012

Intervista ai Bad Bones

by Matteo Iosio

I Bad Bones, la band hard & heavy originaria di Cuneo, ha organizzato il 15 novembre scorso un interessante ed apprezzato showcase per presentare alla stampa e al pubblico, la loro terza ed ultima creatura nata in studio dal nome Snakes And Bones di cui abbiamo già ampiamente avuto modo di trattare poco tempo fa sulle nostre aggiornatissime pagine. Il piccolo set live oltre ad averci fatto apprezzare i nuovi pezzi è stata anche la fruttuosa occasione per poter scambiare quattro chiacchiere con i componenti stessi della band che senza farsi pregare ci hanno illustrato i loro progetti futuri ed il lavoro certosino compiuto per la creazione del loro ultimo progetto. Leggete qui di seguito per scoprire com’è andata.

R.G.: Raccontateci qualcosa riguardo il nuovo album Snakes And Bones.
B.B.: Snakes And Bones è il nostro terzo album ed è il primo che registriamo a casa nostra in quel di Cuneo, presso lo studio di registrazione “Modulo” con l’ausilio fondamentale del nostro grande amico Ricky Parravicini. Era da tanto tempo che volevamo collaborare assieme, ma per una miriade di circostanze diverse le cose non si erano mai messe in pratica, ora finalmente siamo riusciti ed eseguire questo progetto assieme e siamo veramente molto felici per il lavoro svolto.

R.G.: Quali sono le novità che possiamo trovare al suo interno?
B.B.: Innanzitutto la band da un power trio che era è diventato un quartetto, è stata aggiunta una voce che sicuramente porta una notevole evoluzione del sound, i brani sono quasi tutti stati scritti da Steve (Stefano Balocco ndr) che possiede una vena compositiva davvero formidabile. L’album possiede la nostra ricetta tipica: hard rock vecchio stampo fatto con la testa e con il cuore. Penso che questo sia un disco eseguito estremamente bene che si porta appresso i cinque anni di vita della band concentrandone tutte le esperienze fatte finora. I testi parlano di noi, delle nostre emozioni, dei nostri stati d’animo, di quello che ci sta più a cuore e di quello che ognuno di noi ha visto o ha provato. Le ossa nel titolo rappresentano noi, sempre duri e puri, i serpenti invece hanno un significato molteplice, rappresentano il cambiamento avvenuto, il mutare la pelle ma nello stesso tempo mostra anche la saggezza raggiunta assieme.

R.G.: Quali sono i vostri progetti per l’immediato futuro?
B.B.:  L’obiettivo principale è sicuramente suonare il più possibile, quindi faremo diverse date in giro per l’Italia e all’estero per promuovere il più possibile l’album. Torneremo quasi certamente negli Stati Uniti per qualche data visto che siamo molto apprezzati oltreoceano.

R.G.: Voi siete una band che nasce in un piccolo paesino di provincia, eppure state facendo passi avanti notevoli, che consigli vi sentireste di dare a chi come voi cresce in piccole realtà locali e desidera emergere? Qual è la vostra ricetta segreta?
B.B.: Non esiste una ricetta unica e ben definita, bisogna cercare di essere il più trasparente possibile, mettere in gioco le proprie emozioni senza alcun tipo di filtro, questa politica fa in modo che venga trasmesso un messaggio chiaro e preciso, facendo capire a chi ascolta che il gruppo è sincero ed in grado di aprire il proprio cuore in modo totale ed incondizionato. Chi si nasconde dietro falsi proclami o messaggi distorti creati solo per fini commerciali non potrà mai andare da nessuna parte poiché la gente sa riconoscere immediatamente la falsità di chi non impiega l’anima in quello che fa.

R.G.: Quali sono le band che più hanno influenzato il vostro modo di interpretare la musica?
B.B.: Sono veramente tantissime! Tutta la scena metal vecchio stampo come Thin Lizzy, Metallica, Pantera, Iron Maiden e tantissime altre, adoriamo anche il rock degli anni settanta, mostri sacri come Led Zeppelin o i Rolling Stones e tutti quei musicisti che hanno fatto la storia della musica. Ad ogni ascolto riescono sempre a trasmetterti qualcosa che ci spinge a guardarli come esempi di perfezione da replicare.

R.G.: In un’ipotetica dimensione parallela quale band o musicista vorreste essere?
B.B.: Bella domanda! Io personalmente (Raffaele Balocco ndr.) vorrei essere una sorta di Frankestein musicale con le braccia di John Bonham, la testa di John Lennon ed il cuore di Rod Steward, questo sì che sarebbe un mix davvero incredibile anche se molto brutto a vedersi! (ridono tutti ndr)

R.G.: Raccontateci la vostra esperienza negli Stati Uniti che ha avuto il suo culmine con l’esibizione nel mitico locale Whiskey a Go Go.
B.B.:  La storia che si cela dietro ai nostri concerti negli States è veramente incredibile, possiamo dire che tutto è nato dal caso in concomitanza con una serie di avvenimenti fortuiti che ci hanno permesso di vivere questa magnifica esperienza. Nel 2007 con i proventi accumulati dalla pubblicazione del primo album Smalltown Browlers decidiamo di prenderci una vacanza tutti assieme a Los Angeles sulla costa Ovest degli Stati Uniti. Una delle prime sera facciamo tappa al famosissimo locale Whiskey a Go Go per ascoltare qualche band locale, portandoci dietro un nostro demo, una mossa che si è rivelata a posteriori veramente geniale, grazie all’amicizia nata con una cameriera del locale il nostro CD finisce nelle mani della band manager del locale che, entusiasta, decide di farci suonare. Per noi è stato come sognare ad occhi aperti, riuscire ad esibirsi in un locale tanto celebre non ci pareva vero, in men che non si dica ci siamo trovati sul quel mitico palco a suonare con strumenti noleggiati visto che eravamo lì esclusivamente per fare una vacanza e non per scopi promozionali. Lo show è andato così bene che siamo stati in grado di rimediare altre date a Los Angeles. L’anno dopo poi siamo riusciti a tornare questa volta con un tour più articolato ed organizzato in modo migliore, da allora cerchiamo di andare negli U.S.A ogni volta che se ne presenta l’opportunità.

R.G.: Cosa pensate della scena musicale nostrana? Qual è la situazione secondo voi?
B.B.: Il movimento underground rock\metal nostrano è diventato veramente notevole, ci sono moltissime band dotate di enorme talento che stanno spopolando non solo tra i nostri confini. Sempre più spesso riusciamo ad imporci all’estero con seguito di pubblico veramente importante, tutto ciò non fa che riempirci di orgoglio ed elimina il “gap” che avevamo con le formazioni straniere. Allo stato attuale alcuni dei nostri gruppi sono di molto superiori a formazioni europee che possiedono nomi importanti, tutto ciò non può che servire come ulteriore stimolo al nostro già florido panorama musicale.

R.G.: Raccontateci qualcosa di divertente che vi è capitato, un episodio che vi fa sorridere ogni volta che lo riportate alla mente.
B.B.: Certo! Un episodio divertente che ci viene in mente è quando andando ad un concerto negli States abbiamo fuso il motore del nostro furgone, il meccanico messicano che ci ha soccorso ha deciso di trainare il bus direttamente verso il palazzetto dove si sarebbe svolto lo show. Passando di fronte ai fan che aspettavano di entrare all’interno del locale il meccanico decide brillantemente di abbassare il finestrino gridando ai ragazzi in coda “Entrada triunfal!” facendo scoppiare dalle risate  tutti i presenti, davvero una situazione surreale! ( ridono tutti di gusto ndr.)

R.G.: Grazie ragazzi ci avete fatto veramente divertire, in bocca al lupo per il vostro tour e per il nuovo disco, a presto!
B.B.: Grazie a voi!

16th nov2012

Intervista agli Hot Head Show

by Matteo Iosio

A volte creare un ibrido con qualcosa appare una forzatura: assemblando differenti oggetti non sempre si ottiene il risultato sperato e spesso ciò che ne scaturisce è un qualcosa senz’anima, che possiede molte qualità prese in prestito da differenti realtà ma che risulta priva di una propria e ben definita personalità. Una specie di spaventoso Frankenstein, uno scherzo della natura creato per compiacere l’ego del proprio creatore. Questo non accade con la musica degli Hot Head Show, che si presentano come una dinamica fusione di differenti stili musicali addizionati da una sana dose di incoscienza e da un pizzico di follia. Jazz, Punk e Funk si completano vicendevolmente dando vita ad uno stile innovativo ed estremamente originale, proprio come quando ci si ferma ad ammirare una bellissima orchidea creata tramite complessi innesti programmati. La loro musica è stata in grado di sedurre il grande Les Claypool, anima dei grandissimi Primus, che ha deciso di ingaggiarli come support band per il loro tour europeo. Siamo stati in grado di scambiare qualche parola con loro prima dell’atteso concerto svoltosi il 2 Novembre a Milano presso il circolo Arci Biko, ne è così scaturito un interessante scambio di idee che ci ha permesso di tracciare un quadro riguardo la loro personalità e quella del loro leader Jordan Copeland (figlio di Steward ex batterista dei mitici Police).

R.G.: Cosa potete dirci a riguardo del nuovo album di prossima uscita?
H.H.S.: Il nuovo album si chiama Perfect nella vostra lingua credo si dica “perfetto” ed in effetti si tratta proprio di ciò, è veramente perfetto! ( ridono tutti ndr.) La produzione è stata affidata a Brian Bogdanovic un leggendario professionista in Serbia alquanto eccentrico, con lui si poteva lavorare solo dalle dieci di sera alle otto della mattina dopo, credeva che durante le ore notturne si sviluppasse maggiore creatività. Ha svolto un lavoro davvero eccezionale mixando e indirizzando il nostro sound in maniera davvero mirabile.

R.G.: Pensate che ci sia stata un’evoluzione per quanto riguarda il sound?
H.H.S.: Sì indubbiamente ci siamo sentiti influenzati dall’ambiente e dalla cultura che abbiamo trovato in quella terra. Abbiamo cercato di tradurre questa energia nella musica creata; la natura, l’aria che si respirava e persino la luna che potevi ammirare durante le sessioni notturne di registrazione hanno creato un mood che abbiamo cercato di riprodurre all’interno delle varie tracce, questo sicuramente ha fatto sì che il nostro suono si evolvesse e diventasse qualcosa di più emozionale ed intimo.

R.G.: Qual è il messaggio che volete trasmettere con questo nuovo progetto?
H.H.S.: Il messaggio all’interno dell’album riguarda la nozione di perfezione e di che cosa si tratti in fondo. Ad esempio la natura nonostante presenti molti problemi appare come qualcosa di assolutamente perfetto, regolata dalla proprie leggi e regole. Il messaggio non si ferma solo a questo, all’interno del  progetto vogliamo trasmettere anche ciò che riguarda la libertà nel mondo musicale, la possibilità di esprimersi in infiniti modi; per quanto ad una prima analisi tutto ciò appaia caotico e confusionario in realtà mostra come la musica sia perfezione allo stato puro, non importa in che modo ci si esprima, se la tua musica riflette il tuo stato d’animo in quel momento allora sarà perfetta ed assolutamente pura.

R.G.: Come giudicate il vostro live tour fino ad adesso? Quali considerazioni potete fare a riguardo?
H.H.S.: Il tour procede ottimamente, suonare in Italia è un qualcosa di assolutamente differente rispetto ad ogni altro posto nel mondo, siete alimentati da un combustibile inesauribile che deriva dalla vostra terra e dal vostro cibo, questo tipo di carburante è possibile trovarlo solo qui da voi. L’energia che si respira è qualcosa di magico, tutti si fanno trasportare dalla musica ballando dalla prima all’ultima nota con una partecipazione ed un calore assolutamente incredibili, solo in questo paese è possibile sentire una particolare energia nell’aria che rende ogni live un’esperienza davvero profonda.

R.G.: Diteci qualcosa a proposito dell’EP registrato a Roma.
H.H.S.: La storia che si cela dietro questo EP si può definire interessante: ci trovavamo a Roma per una data, il giorno successivo al concerto  tutti i nostri strumenti “storici” ovvero quelli con cui avevamo iniziato a suonare agli esordi della nostra carriera sono stati rubati. Immediatamente quello che prima appariva come un normalissimo concerto si è tramutato nel nostro show più importante, qualcosa da bloccare e rendere perpetuo poiché non avremmo mai più suonato con la stessa strumentazione, abbiamo deciso che non potevamo non condividere questa esperienza con il nostro pubblico e così abbiamo creato questo importantissimo EP.

R.G.: Come giudicate l’esperienza con i blasonati Primus? Cosa avete imparato dal tour condiviso con loro?
H.H.S.: La nostra musica sicuramente è molto influenzata dai Primus, loro sono un grande esempio da seguire, suonare insieme ogni sera ci ha insegnato come impattare meglio con il pubblico. Il modo in cui riescono a mantenere l’interesse verso lo show è davvero incredibile, la struttura stessa del loro live fa sì che il pubblico non perda mai interesse nella performance, ed anche il modo con cui i membri della band riescono ad interagire con i fan è mirabile, ci hanno insegnato veramente molto. La tipologia di musica che produciamo ci mostra come il tempo di attenzione del pubblico sia intorno ai 15 minuti ma sarebbe insensato viaggiare per tutta l’Europa proponendo uno show così breve, i Primus ci hanno mostrato come mantenere il pubblico vivo per tempi molto più lunghi e questo ci ha permesso di progredire enormemente.

R.G.: Qual è la musica che ascoltate di solito e che influenza il vostro modo di comporre?
H.H.S.: Ammiriamo molto il musicista cileno Victor Jara, un chitarrista davvero eccezionale che purtroppo fu odiato dal dittatore Pinochet che fece di tutto per ostacolarlo e per distruggere tutte le sue registrazioni. Il suo modo di suonare e di fondere i suoni assieme era davvero incredibile. Ci piace molto anche il compositore Raymond Scott, un architetto in origine che è passato alla musica grazie al fratello pianista. Il modo in cui tramuta le forme architettoniche in jazz ha influenzato la nostra percezione sonora, qualcosa di assolutamente originale e complesso.

R.G.: Qualcuno tra di voi porta un cognome che si potrebbe definire “pesante” cosa si prova ad essere il figlio di Steward Copeland?
H.H.S.: Posso dire di avere un ottimo rapporto con mio padre, è come se fosse un amico per me, mi sento più intimorito dalla sua personalità rispetto alla brillante carriera che ha avuto. La mia vita non è stata come quella della figlia di Madonna per fare un esempio, mio padre non è così famoso, ho avuto un’infanzia tranquilla lontana dalla celebrità o dal clamore. Le persone tendono a ricordarsi chi sono io rispetto a “sono il figlio di…” se riesco a rendere l’idea, qualcuno ha alcune aspettative sulla mia musica ma come tutte le cose ci sono aspetti positivi ed aspetti negativi. Mio padre apprezza la nostra musica e mia mamma è anche lei leader di una band che proprio questa sera si esibisce a Roma, un giorno sarebbe bello e spaventoso allo stesso tempo creare una band assieme ai miei genitori, anche se devo dire che la cosa mi terrorizza! (ridono tutti di gusto ndr.)

R.G.: Grazie mille ragazzi per aver accettato di passare un po’ di tempo con noi e in bocca al lupo per tutto!

30th ott2012

Intervista agli Heaven’s Basement

by Matteo Iosio

La nostra webzine da sempre non è solo attenta ai grandi nomi del panorama musicale, ci piace scoprire e coltivare artisti che faticosamente cercano di raggiungere la notorietà attraverso il duro lavoro ed il sacrificio. Questo è sicuramente il caso degli Heaven’s Basement. La band inglese nata nel 2008 ha attraversato periodi estremamente difficili caratterizzati da numerosissimi cambi di line-up ma ora sembra aver trovato la formazione definitiva capace di affermarsi sui grandi palcoscenici mondiali. Siamo stati in grado di scambiare qualche opinione con loro durante la tappa italiana del tour che li ha visti sul palco dei Magazzini Generali a Milano, condividere la scena con altre due promettenti band come gli Zico’s Chain e gli Halestrom; ciò che ne è scaturito è un esauriente quadro generale sullo stato di forma di questa promettente formazione e sui contenuti del loro nuovo album di imminente uscita intitolato Filthy Empires.

R.G.: Parlateci dello stato generale in cui si trova la band in questo momento.
HB.: Siamo estremamente carichi ed eccitati, abbiamo appena concluso il nuovo album e siamo nuovamente in tour. Essere di nuovo in viaggio verso nuove avventure in Europa ci rende entusiasti e pronti a fare ciò che più amiamo, suonare il più possibile. La scorsa notte abbiamo avuto modo di apprezzare appieno la vostra incredibile nightlife e i vostri ottimi alcolici come la buonissima grappa (ridono tutti di gusto ndr.).

R.G.: Cosa ci potete raccontare a riguardo dell’album di imminente uscita Filthy Empires?
HB.: Possiamo definire il nuovo album come un’iniezione di pura adrenalina, contiene tutto il nostro stile, al suo interno potrete trovare potenza, pericolo, ritmo e tanto hard rock come piace a noi; ci siamo divertiti  molto nel registrarlo e speriamo che anche il nostro pubblico riesca a divertirsi altrettanto nell’ascoltarlo. Rispetto al nostro precedente album Umbreakable, quest’ultimo progetto appare un notevole passo in avanti, mentre nei precedenti album ci eravamo concentrati quasi maniacalmente sul giusto sound cercando di settare gli amplificatori adatti al suono voluto, in questo nuovo album abbiamo deciso di suonare e basta, cercando di incanalare l’energia e la spontaneità in un sound più rude e diretto. Sicuramente non si tratta di qualcosa di totalmente alieno al nostro marchio di fabbrica ma sicuramente rappresenta un notevole “upgrade” per il gruppo.

R.G.: Chi si è occupato della produzione e dove è stato registrato ?
HB.: Il produttore è John Feldmann (già chitarrista dei Goldfinger ndr.), un lavoratore incredibilmente attento ad ogni minimo dettaglio, il tutto è stato registrato a Los Angeles, da subito si è creata un’atmosfera unica che ci ha permesso di dare il meglio da noi stessi. La città è assolutamente incredibile, ogni sera ci sono migliaia di concerti interessantissimi, il riverbero della scena rock degli anni ‘80 è ancora percepibile chiaramente. Abbiamo notato come in Europa ci sia uno zoccolo duro di appassionati di musica hard rock davvero incredibile, mentre negli States si percepisce come questo interesse sia più vasto e globalizzato, a cominciare dalle radio o semplicemente dalla musica che senti nel market sotto casa, tutto ciò rende questo continente davvero affascinante e pieno di sorprese.

R.G.: Da quando il gruppo ha preso vita ci sono stati innumerevoli cambi di formazione, pensate che questo abbia fatto sì che la band sviluppasse maggiore maturità ed un carattere più  sfaccettato?
HB.: Sì crediamo proprio di sì, ogni volta che la band sembrava avesse raggiunto la piena maturità artistica ci sono stati dei cambi profondi e radicali, questi accadimenti hanno fatto sì che sviluppassimo un carattere globale più forte e complesso. Abbiamo imparato a fare i conti con questi imprevisti e su di essi siamo stati in grado di impiantare radici più solide. Ogni volta questi cambiamenti ci hanno dato una motivazione maggiore a dimostrare che la nostra musica nonostante gli imprevisti era in grado di rimanere genuina, originale ed estremamente veritiera.

R.G.: Come giudicate l’esperienza che avete avuto nel suonare in grossi festival come ad esempio il Sonisphere assieme ai pesi massimi della musica odierna?
HB.: È  stato qualcosa di stupefacente ed incredibile, fin da piccoli fantasticavamo su come sarebbe stato un giorno suonare di fronte a migliaia di persone e in breve tempo questo sogno si è tramutato in realtà. Condividere il palco con band pazzesche è sempre qualcosa di unico, come l’atmosfera che si respira nel backstage di questi grandi eventi dove si ha modo di condividere le proprie opinioni con grandissimi artisti, davvero qualcosa di straordinario. Amiamo suonare ed ogni posto in cui lo facciamo ha caratteristiche uniche che ci esaltano, piccoli club o mega arene non fanno differenza per noi l’importante è sempre e solo esserci!

R.G.: Come è stato lavorare in passato con il grande producer Bob Marlette?
HB.: Bob è un grande, per noi è come se fosse un membro della nostra famiglia, con lui ci troviamo sempre a meraviglia ed ogni volta riusciamo a divertirci come matti! C’è una magnifica chimica tra di noi, lavorare insieme è così naturale e spontaneo che collaborare con lui è sempre un autentico piacere.

R.G.: Gruppi che vedete come un vero e proprio modello a cui ispirarsi?
HB.: Sicuramente guardiamo a quelle band che sorpassano qualsiasi moda e che rimangono coerenti nel tempo, gruppi in grado di trasmettere messaggi importati, fedeli a loro stessi ed in grado di non piegarsi a nessuna legge di marketing, capaci di creare canzoni strutturate e complesse come ad esempio Rolling Stones, AC\DC, Aerosmith, Metallica miti senza tempo da cui si può solo cercare di imitare.

R.G.: Quale è stato il concerto che vi ha trasmesso le emozioni maggiori?
HB.: Suonare al Download Festival è stato qualcosa di unico, il pubblico e l’atmosfera che si percepiva è difficile da definire a parole, un susseguirsi di emozioni davvero intensissime. Non avevamo idea di fronte a quanta gente ci saremmo trovati, così siamo andati dagli organizzatori per chiedere come fosse la situazione, appena siamo riusciti a vedere oltre il palco siamo rimasti spiazzati per la quantità di gente presente nella struttura a diverse ore dall’inizio della manifestazione, unico e nello stesso momento terrificante!

R.G.: Raccontateci una storia divertente, qualcosa che ricordate sempre con estremo gusto e che ogni volta vi fa ridere.
HB.: Certo! Un paio di anni fa eravamo dalle parti di Amburgo per uno show, finito il concerto per qualche oscura ragione il bus su cui viaggiavamo ha deciso di partire verso Londra senza di noi a bordo, così all’uscita ci siamo trovati di fronte ad una bella sorpresa e siamo stati costretti a raggiungere la nostra città con mezzi di fortuna (ridono tutti di gusto ndr.)

R.G.: Grazie mille ragazzi per la piacevole intervista, in bocca al lupo per l’uscita del nuovo album e per il vostro tour.

19th ott2012

Intervista ai My Dying Bride

by Antonluigi Pecchia

È difficile riuscire ad incontrare i My Dying Bride, band di punta del doom metal mondiale che ha fatto della propria riservatezza, il proprio punto di forza. L’attitudine da persone timide e chiuse che viene mostrata on stage, sembra sia per loro lo specchio della propria vita reale. A circa un mese dalla pubblicazione del loro ultimo capitolo discografico, Aaron Stainthorpe e la piuttosto taciturna Lena Abé (rispettivamente voce e basso della band), in vista anche di un breve tour europeo che effettuerà nel mese di dicembre, hanno avuto modo di incontrare la stampa italiana. Noi di RockGarage non potevamo farci sfuggire questa rara occasione di incontrare la band e allora ci siamo fiondati immediatamente e qui trovate i risultati.

R.G.: Ad ottobre vedrà luce la vostra ultima fatica studio “A Map Of All Our Failure”, altra perla oscura che impreziosisce la vostra discografia, dal gusto più diretto ma senza mai abbandonare l’introspezione tipica del vostro sound. Come la introdurreste brevemente ai nostri lettori?
L.: A Map Of All Our Failures rappresenta il successore naturale del nostro EP The Barghest O’ Whitby che però deriva a sua volta dell’album precedente For Lies I Sire, presentando uno sguardo ben attento al nostro passato per quanto riguarda le atmosfere e senza alcun dubbio il riferimento in questo caso è rappresentato da The Angel And The Dark River. Insomma per farla breve, rappresenta il romanticismo di The Angel… fuso al tiro dalle nostre ultime produzioni.

R.G.: Andrew (il chitarrista della band, ndr) lo ha semplicemente definito come: “la totale distruzione delle nostre speranze”. Crediate che questa affermazione possa definire al meglio il vostro nuovo disco?
A.: Penso che Andrew abbia dato la definizione migliore non solo al nostro ultimo disco, bensì all’intera musica da noi composta. Non siamo mai stati la tipica heavy metal band che ascoltando la loro musica infonde gioia e carica all’ascoltatore, dalle tipiche entrate in scena on stage con: “Are you ready for meeeetaaal???” (imita vocalmente un tipico frontman hard rock/heavy metal e seguono le risate generali, ndr). La nostra musica è diversa, è un genere che va ascoltato in solitudine e dona atmosfera a chi, in solitudine necessità di un sottofondo per pensare. Tornando alla definizione data da Andrew, nessuno può dargli torto. Quando suoniamo la nostra musica sento di ossessionare gli ascoltatori, toccarli nel cuore e nell’anima e trasportarli verso attimi tragici, ma il nostro intento non è semplicemente questo, dato che alla fine di questo oscuro viaggio sentiamo di dare anche la forza a chi ci ascolta. Io sono un fan della musica dei Dead Can Dance, è un genere triste e malinconico, ma dopo aver ascoltato loro ti senti pronto per affrontare qualsiasi cosa.

R.G.: Quindi, cosa si dovranno aspettare i vostri fan da questo vostro ultimo disco?
A.: Come dicevo esso rappresenta la progressione naturale di For Lies I Sire, nel corso di questi tre anni abbiamo cercato di dare il nostro meglio, migliorando il nostro songwriting donandogli un tocco di progressive, le nostre liriche e il nostro sound, quindi dovrebbe essere un prodotto migliore rispetto al precedente. Ovviamente tutte le band dicono questo del loro ultimo album e lo pensiamo anche noi, perché lo abbiamo creato noi e dato del nostro meglio nel suo processo di composizione. Quindi, se avete amato il nostro For Lies I Sire,  allora sicuramente amerete anche quest’ultimo perché è caratterizzato dagli stessi ingredienti: stesso feeling, le stesse emozioni e un soggetto piuttosto simile suonando anche meglio. La registrazione delle parti di chitarra è avvenuta in modo prettamente old school, con un feeling migliore che richiama alla mente il nostro The Angel And The Dark River anche per il nuovo modo di comporre le parti di chitarra da noi adottato. I “die hard fans” dei My Dying Bride sicuramente ameranno questo nuovo album, ma non solo, in fondo rappresenta un prodotto piuttosto accessibile, non credo che si tratti del disco più oppressivo da noi composto. Penso che anche coloro che non hanno mai amato particolarmente la nostra musica, potrebbero apprezzarlo. Abbiamo anche girato il videoclip, che verrà pubblicato in contemporanea all’uscito del disco, per la sua promozione, della seconda traccia dell’album, The Poorest Waltz, che presenta un ottima storia. Credo sia uno dei brani più accessibili da noi composti in assoluto, il video mostra ragazze che ballano e tutto è pervaso da un’atmosfera romantica, che mette in risalto lo stile gothic del brano che si può tranquillamente definire commerciale pur presentando qualcosa di assolutamente magico.

L.: Penso che concettualmente, quest’ultima opera si accosta molto all’idea del nostro capolavoro The Angel And The Dark River ma con la maturità musicale, stilistica e lirica acquisita nel corso di tutti gli anni trascorsi dalla sua pubblicazione.

R.G.: Ma ora facciamo un passo indietro, tornando a “For Lies I Sire”. L’album contiene una traccia intitolata “Santuario Di Sangue”, parole che non vengono citate nel corso del testo di questo brano, come mai avete deciso di dargli un titolo italiano?
A.: La risposta perfetta sarebbe: “perché no?!?”. Noi abbiamo un legame con l’Italia rappresentato dalla nostra tour manager, che è italiana, siamo venuti anche qui in Italia a festeggiare il suo compleanno, ed è stata una gran serata all’insegna dell’alcool. Ho deciso di inserire un brano dal titolo non inglese nei nostri dischi, ho chiesto a Debora Moretti come si dicesse in italiano “Blood’s Sanctuary” e l’abbiamo intitolato così. In quest’ultimo album non è stato inserito un brano dal titolo svedese che sarà invece contenuto in un EP che vedrà la luce il prossimo anno. E quando uscirà il nostro EP ci chiederanno “perché proprio in svedese?”. L’unico mistero non è rispondere alla domanda “perché questa scelta?”, bensì rispondere alla domanda “in quale linguaggio intitoleremo uno dei brani presente nel nostro prossimo album?”.

R.G.: E per quanto riguarda il verbo “to sire” (“essere padre” in italiano, ndr) presente nel titolo dell’opera, si tratta di un verbo in antico inglese, come mai questa scelta?
A.: Perché credo che sia un linguaggio molto affascinante, anche se nessuno a questo mondo parla ancora con questi gerghi, ormai il linguaggio giovanile si è spostato ad accorciare le parole ed è volgare, come aggiungere “what the fuck?!?” in ogni frase. Credo che l’antico linguaggio inglese sia più romantico, suona in modo migliore. Che sia chiaro, non vado in giro a parlare in questo modo, altrimenti mi scambierebbero per matto, ma adoro questo tipo di linguaggio.

R.G.: Quale è il segreto per scrivere ottimi album dopo tutti questi anni di carriera?
A.: Il segreto è molto semplice: scrivere ciò che senti di scrivere, ciò che viene espresso dal tuo cuore. Il forum sul nostro sito internet è pieno di consigli da parte dei fan e tanto altro, con questo non voglio dire che i pareri dei nostri fan non vengano neanche notati. Per scrivere un ottimo album, con ispirazione reale, bisogna seguire i propri sentimenti e non dare attenzione a ciò che il mercato discografico richiede. Fondamentalmente la nostra etichetta, Peaceville Records, è un’ottima etichetta perché non ha mai dato ascolto alle mode del momento, alle richieste radiofoniche mettendoci pressione per rilasciare singoli commerciali, ha sempre lasciato libero spazio alla creatività delle sue band e questo credo che sia una grande cosa per un’etichetta discografica.

L.: Il segreto credo che sia piuttosto semplice: dare il meglio di sé stessi. Se i My Dying Bride continuano a suonare sotto lo stesso nome dopo tutti i cambi di line-up avuti durante il corso di questi anni è perché noi membri della band cerchiamo di dare sempre il meglio di noi stessi.

R.G.: Come mai avete deciso finalmente di programmare ciò che potrebbe essere definito come “tour europeo” il prossimo dicembre? Credete per caso che la fine del mondo avverrà durante quel mese e avete deciso di concludere la vostra vita con un tour?
A.: (risate, ndr). Noi non siamo mai stati una delle band che programma cinquanta, sessanta, settanta o più date all’anno, dando un occhio al nostro sito internet, nella sezione “live” potete notare che da gennaio a dicembre trovate solo dieci o massimo dodici date confermate. Il fatto è che se tu vai a vedere una band dal vivo nel corso di un tour di grossa portata, girando ogni giorno una nazione differente e club diversi ti rendi conto che i membri della band non avranno neanche la concezione di dove siano realmente quel giorno. Possiamo immediatamente renderci conto di quanto una band sia stanca e molto probabilmente non darà il suo massimo durante le sue performance. Mentre noi preferiamo confermare poche date singole tra festival e club, in modo da poterci concentrare totalmente su quella data e dare il massimo, anche perché la nostra musica deve essere riproposta ricca di passione, perché è musica romantica e richiede tanta concentrazione. Oltretutto quando una band è sempre in tour rischia di diventare una cosa comune vederla suonare in una nazione quando conferma date a distanza di soli pochi mesi una dall’altra, la tipica reazione del pubblico è: “ah va bene ma preferisco stare a casa a vedere un po’ di TV, tanto ritornerà presto!”. Mentre avere una data dei My Dying Bride in città rappresenta un evento vero e proprio per i fan della band a cui rispondono gridando con entusiasmo: “fuck me! Moglie, bambini! Io vado al concerto!”.

12th ott2012

Intervista a Doro Pesch

by Matteo Iosio

Doro Pesch, nata a Düsseldorf il 3 Giugno 1964, può essere considerata senza ombra di dubbio una vera e propria icona della musica rock. Nel corso della sua incredibile ed infinita carriera ha calcato tutti i palchi e le arene più famose del globo terracqueo, cantando di fronte a milioni di persone, in principio come front woman dei famosi Warlock, durante l’età dell’oro negli anni 80 e poi come solista collaborando a più riprese con artisti del calibro di Kiss, Motörhead, Metallica, Ozzy Osbourne, Ronnie James Dio e moltissimi altri. Da sempre la sua voce potente e graffiante è stata in grado di infiammare le platee più esigenti elevandola ad autentica “regina” dell’heavy metal mondiale. Noi di RockGarage, con immenso piacere, siamo stati in grado di scambiare con sua maestà, alcune riflessioni in occasione della tappa milanese di promozione della sua ultima fatica discografica di prossima uscita, chiamata Rise Your Fist. La nostra eroina del metal si è presentata sprizzando un’energia ed un entusiasmo da debuttante, raccontandoci alcuni gustosi retroscena riguardanti la sua stratosferica carriera ed il suo diciassettesimo studio album.

R.G.: Innanzitutto grazie mille per aver accettato di concederci quest’intervista, cosa ci puoi raccontare a riguardo del tuo nuovo album Rise Your Fist?
D.: Grazie a voi per la vostra infinita pazienza! Il nuovo album uscirà nei negozi ad ottobre ma abbiamo voluto donare ai nostri fan un piccolo antipasto facendo uscire qualche settimana fa il singolo Rise Your Fist In The Air, un pezzo veloce e molto potente che sicuramente sarà apprezzato dal pubblico. Sono veramente molto soddisfatta del progetto, al suo interno vi sono numerose canzoni potenti, veloci e di grande impatto che mi riportano ai fasti passati con i Warlock, ci sono anche numerosi collaborazioni con altri grandi artisti come Lemmy dei Motörhead, Gus G, chitarrista di Ozzy Osbourne e molti altri. Nel complesso si tratta di un album di nuova concezione che strizza però l’occhio ai gradi dischi del passato.

R.G.: Quali sono le sensazioni che hai provato nel lavorare con il grande Lemmy?
D.: Io e Lemmy ci conosciamo praticamente da una vita, siamo amici fraterni, abbiamo collaborato e suonato insieme moltissime volte. Nel 2000 ha scritto per me la bellissima ballad intitolata Alone Again e noi (con i Warlock ndr) abbiamo fatto una cover di un classico dei Motörhead intitolato Love Me Forever. Per quanto riguarda la canzone che lo vede ospite nell’album posso dire che subito dopo averla scritta ho pensato che lui sarebbe stato perfetto per cantarla, quando l’ho sentito per proporgliela si è dimostrato immediatamente entusiasta e da lì alla realizzazione il passo è stato brevissimo. Lemmy è una persona meravigliosa, estremamente intelligente e con un grandissimo humor.

R.G.: Dove è stato registrato l’album e a chi è stata affidata la produzione?
D.: L’album è stato registrato in numerosi luoghi: New York, Amburgo, Scandinavia, Danimarca e Los Angeles. La produzione è stata affidata a Jacob Hansen già produttore dei Volbeat che ha eseguito un lavoro veramente magnifico e ad Andreas Brun con cui collaboro da diversi anni. Alcuni pezzi poi, sono stati affidati ad Alexander Krull che già aveva svolto un lavoro egregio con gli Atrocity. Un paio di tracce sono dedicate a Ronnie James Dio che per me era un grandissimo amico, la notizia della sua morte mi ha sconvolto e mi sono sentita in dovere di scrivere qualcosa in suo onore.

R.G.: Cosa ci puoi dire a riguardo del sound? Sei rimasta fedele al passato oppure ti sei concentrata per sviluppare qualcosa di nuovo?
D.: Ho cercato di imparare dai progetti precedenti, volevo creare un giusto equilibrio tra le ballad lente e le canzoni più veloci, creando un suono che risultasse abbastanza “old school” e nello stesso tempo fresco e potente.

R.G.: Qual è il messaggio che ci vuoi trasmettere con questo nuovo progetto?
D.: Il messaggio è tutto contenuto nel titolo, Rise Your Fist è un modo per far prendere coscienza alla gente di tutte le ingiustizie che vengono perpetrate quotidianamente, piccole o grandi che siano. Dobbiamo avere il coraggio di opporci ad esse levando metaforicamente i nostri pugni al cielo ed abbandonando l’apatia ed il menefreghismo che a volte prendono il sopravvento. Alcune tracce poi trattano i diritti dell’uomo e sono state scritte per rendere sensibile il pubblico su questa importantissima tematica. L’ispirazione mi arriva da qualsiasi cosa: dai fan, dalla vita, dal mondo che vedo e che percepisco ogni giorno.

R.G.: State pianificando di fare un tour mondiale?
D.: Sì certo, partiremo con il nuovo tour a novembre in Europa con qualche data, poi ci sposteremo negli Stati Uniti per partecipare alla metal-crociera “70000 Tons Of Metal” e per eseguire altri concerti, quindi ci sposteremo nuovamente in Europa, sicuramente verremo a suonare in Italia con estremo piacere visto che durante lo scorso tour la tappa italiana venne cancellata; non vediamo l’ora di rimediare con degli show memorabili nel vostro magnifico paese.

R.G.: In molti anni di carriera hai collaborato con i migliori musicisti esistenti, qual è l’artista che ti ha dato le sensazioni più forti? Colui che ti ha fatto esclamare “ok, ho realizzato uno dei miei sogni”?
D.: Trovo magnifica ogni persona con cui ho avuto modo di lavorare, ma se devo proprio fare una scelta penso che collaborare con Gene Simmons  sia stata una delle esperienze più intense della mia vita. Fin da piccola mi considero una fan sfegatata dei Kiss e poter interagire con loro è stato qualcosa che ancora adesso mi provoca i brividi. Gene è un grandissimo produttore ed una persona veramente splendida, non avrei mai immaginato nemmeno nei miei sogni più reconditi di incontrarlo, figuriamoci lavorarci assieme fianco a fianco! (ride ndr)

R.G.: Rimaniamo sempre in tema, qual è il concerto che ti ha provocato i sentimenti più intensi?
D.: Sicuramente posso dire che il Monster Of Rock a Castle Donington nel 1986 è stato uno show davvero pazzesco, abbiamo suonato di fronte a 80 mila persone in delirio con una line-up davvero mostruosa, ero così terrorizzata che le mie gambe tremavano come foglie al vento e subito prima di salire sul palco ho rimesso di stomaco per la tensione, ma appena uscita, dopo qualche minuto, mi sono dimenticata di tutto e lo show è stato veramente memorabile.

R.G.: Che cosa pensi della scena metal attuale? Chi pensi guadagnerà successo nell’immediato futuro?
D.: Sicuramente i gruppi della vecchia scuola rappresentano ancora i maestri a cui guardare, nonostante gli anni sono ancora in grado di creare spettacoli magnifici che le nuove leve difficilmente sono in grado di replicare, anche per questioni di periodo storico, band come AC\DC e Metallica rimangono dal mio punto di vista ancora irraggiungibili. Tra i nuovi musicisti apprezzo molto i Rammstein, i Children Of Bodom e gli In Flames.

R.G.: Raccontaci un episodio divertente che ti è capitato, qualcosa che ti strappa sempre un sorriso ogni volta che lo ricordi.
D.: Ah certo! Quando vivevo a New York un giorno chiesi al mio manager di farmi incontrare con Gene Simmons che da sempre rappresenta uno dei miei più grandi miti, lui rispose immediatamente che la cosa non era possibile, Gene era molto indaffarato e non avrebbe mai avuto tempo per incontrare un’artista come me. Mi misi il cuore in pace e dissi che avevo capito la situazione. Qualche giorno dopo richiamai di nuovo il mio agente proponendogli di fare una cover di un pezzo dei Kiss ma lui rispose che non gli sembrava una grande idea ed allora abbandonai a malincuore anche questa opzione. Dopo qualche settimana ricevetti una chiamata dal mio agente che mi esortava a raggiungerlo presso un hotel del centro; senza chiedere troppe spiegazioni lo raggiunsi per scoprire con enorme stupore che Gene era nella stanza a fianco pronto ad incontrarmi! Per me fu uno shock immenso, non ero vestita nel modo adatto ed ero totalmente impreparata, dovetti correre per 20 minuti attorno all’isolato per smaltire la tensione che avevo accumulato ma lui fu molto paziente e mi accolse con estrema cordialità, rivelandosi una persona estremamente alla mano, simpatica e molto cordiale. Mi sentivo come una bambina al primo giorno di scuola! ( ride di gusto ndr)

R.G.: Grazie ancora per la tua disponibilità, siamo ansiosi di ascoltare la tua ultima fatica e di partecipare ad uno dei tuoi mitici concerti.
D.: Grazie ancora a voi, in bocca al lupo per tutto ci vediamo presto.

04th ott2012

Intervista agli Elvenking

by Matteo Iosio

Il 13 Settembre 2012 presso gli spazi amici del Rock N’Roll di Milano si è svolto un interessante incontro con la stampa per il gruppo pordenonese degli Elvenking, la talentuosa formazione power\folk metal che già in passato è stata in grado di farsi apprezzare per gli ottimi progetti. Il gruppo ha deciso di presentare l’ultima fatica discografica denominata Era in grande stile, eseguendo uno showcase acustico che ha saputo rapire l’interesse dei presenti grazie alla grande atmosfera creatasi. Dopo alcuni rimaneggiamenti riguardanti la propria line up, la band sembra aver trovato finalmente la cosiddetta “quadratura del cerchio” presentandosi in modo compatto ed entusiasta. Prima del suddetto mini-show siamo stati in grado di avvicinare Jacob e Aydan, rispettivamente bassista e chitarrista del gruppo per farci descrivere la genesi del nuovo progetto. I ragazzi carichi ed entusiasti sono stati felicissimi di condividere assieme a noi alcune riflessioni davvero interessanti.

R.G.: Salve ragazzi e grazie per essere qui, iniziamo subito con una domanda facile, cosa ci potete raccontare a riguardo del vostro nuovo disco Era?
J.\A.: Grazie a voi per il tempo concessoci, questo lavoro rappresenta il settimo album della band e possiamo dire che conclude un ciclo di numerose sperimentazioni da noi portate avanti nel corso degli anni. Dopo l’album del 2006 The Winter Wake, che è stato considerato da quasi tutti un nostro progetto al 100 % abbiamo deciso di intraprendere alcune strade differenti; una prima sperimentazione caratterizzata da un metal più estremo è ascoltabile nell’album The Schyte, un secondo percorso ci ha portati poi, al progetto più acustico di Two Tragedy Poets, l’ultimo capitolo ci ha spinti invece verso un rock più melodico con il disco Red Silent Tides. Era vuole invece prendere per mano tutta la carriera degli Elvenking creando una sorta di summa di tutti i nostri lavori passati, ripercorrendo a ritroso la nostra esistenza. 

R.G.: Dove è stato registrato quest’album e a chi vi siete affidati per la produzione?
J.\A.: Il disco è stato registrato in gran parte ad Helsinki presso i Sonic Pump Studios, la produzione è stata affidata alle sapienti mani di Nino Laurenne già chitarrista dei Thunderstorm; Nino si è occupato di gran parte delle registrazioni e del mixing. Lavorare con lui è stato un piacere visto che già avevamo collaborato assieme per gli ultimi due dischi, sapevamo molto bene la marcia in più che avremmo acquisito grazie alla sua collaborazione.

R.G.: Qual’è l’evoluzione che avete raggiunto attraverso questo progetto?
J.\A.: Come il titolo stesso del disco vuole suggerire vogliamo aprire ad una nuova “era”, un momento in cui si imposta la rotta verso il futuro recuperando però tutto ciò che è stato fatto di buono nel passato. Abbiamo ricevuto anche una grossa spinta di entusiasmo grazie ai nuovi elementi che si sono aggiunti al gruppo recentemente.

R.G.: Secondo voi quindi, dove dovrebbe portare questa nuova era? Qual è l’obiettivo che si delinea nella vostra mente?
J.\A.: Ma, noi pensiamo che questo progetto chiuda un cerchio, un doveroso riassunto che racchiude l’anima stessa della band concentrando tutto ciò di buono ed importante fatto nel passato, un’opera che ci rappresenti e che funga da solide fondamenta capaci di farci ripartire verso l’ignoto.

R.G.: Parlateci delle collaborazioni presenti all’interno dell’album.
J.\A.: Certo, in due pezzi, I Am The Monster e Forget Me Not, è presente la collaborazione con il grandissimo Jon Oliva (ex cantante dei Savatage e frontman dei Jon Oliva’s Pain ndr) che ci ha dato un contributo incredibile non solo tecnico e vocale ma sopratutto dal punto di vista emozionale. Nella traccia denominata Walking Dead poi, abbiamo collaborato con Teemo Mäntysaari dei finlandesi Wintersun. Infine, tutti gli strumenti Folk presenti all’interno dell’album sono stati suonati ed arrangiati dal bravissimo Maurizio Cardullo membro dei nostri carissimi amici Folkstone. Insomma tantissime collaborazioni in grado di soddisfare proprio tutti i gusti! (ridono ndr.).

R.G.: Come accennato già prima sappiamo che ultimamente due nuovi elementi sono entrati a far parte della band nel corso del 2011, come credete che questi nuovi elementi abbiano influito all’interno del gruppo? Che cosa hanno portato all’interno di esso?
J.\A.: La parte che è stata sostituita riguarda la sezione ritmica composta da basso e batteria, credo che i nuovi elementi abbiano portato in primis una grandissima carica di entusiasmo. Dopo dieci anni inserire elementi nuovi vuol dire apportare freschezza e vigore e nel nostro caso, elevare notevolmente anche il tasso tecnico globale.

R.G.: Parlateci dei vostri progetti per l’immediato futuro.
J.\A.: Ovviamente dopo l’uscita di un nuovo album si cerca di promuoverlo il più possibile, quindi il 20 Settembre partiremo per un tour con quattro date in Spagna, proseguiremo poi per il Lussemburgo e Olanda per approdare finalmente in Italia. L’obiettivo è promuovere la scuola metal italiana in Europa in modo da supportare il movimento di cui orgogliosamente facciamo parte.

R.G.: Siete un gruppo che preferisce suonare nelle grandi manifestazioni come ad esempio i festival o preferite esprimervi in piccoli club dove l’atmosfera risulta più raccolta?
J.\A.: Si tratta sicuramente di due aspetti differenti; suonare nei grossi festival è sempre un’emozione enorme, esprimersi di fronte a tanto pubblico dona grandissime sensazioni che ci appagano enormemente come band. All’interno dei piccoli club invece, troviamo bellissimo il contatto che si crea con la gente assiepata vicino al palco, si sviluppa un calore ed un’intimità altrettanto emozionanti. Dal punto di vista professionale però tutto ciò che comporta il suonare all’interno di un grande festival con tempi molto stringati e attraverso il contatto con altre band rendono questa esperienza un’autentica palestra formativa difficilmente raggiungibile all’interno dei piccoli club.

R.G.: Cosa pensate della situazione in cui verte il mercato discografico? Che cosa fareste voi per incrementare le vendite?
J.\A.: Sarebbe bello possedere una ricetta efficace, purtroppo il nostro mercato vive una crisi profonda e radicata che porterà la musica ad evolversi in qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che siamo abituati ora. Ci accorgiamo, parlando con i ragazzi giovani, che la loro cultura musicale risulta estremamente differente e in alcune situazione quasi distorta. Ci si imbatte in troppa superficialità, le etichette discografiche tendono ad investire su musicisti mediocri ma più redditizi, fenomeni di largo consumo ma di brevissima durata, facendo così non si investe mai sulla crescita degli artisti creando situazioni effimere che durano un breve lasso di tempo pronte a lasciare il posto a “cloni” della stessa tipologia.

R.G.: Che musica ascoltate quando non siete sul palco?
J.\A.: Pensiamo che uno dei punti di forza della nostra formazione sia anche le innumerevoli influenze musicali che affascinano i singoli membri; ci consideriamo tutti abbastanza aperti verso qualsiasi espressione musicale in grado di ampliare il nostro bagaglio culturale. Non abbiamo paura a trarre spunti da tutto ciò che riteniamo “musica di qualità”. Uno di noi ad esempio ha seguito dal vivo Samantha Fox con grande entusiasmo qualche settimana fa (ridono di gusto ndr).

R.G.: Grazie ancora per la piacevole chiacchierata ragazzi ed in bocca al lupo per l’imminente tour!
J.\A.: Grazie mille a voi e crepi il lupo!

30th set2012

Intervista ai Katatonia

by Antonluigi Pecchia

I Katatonia sono ritornati da poco sulla scena con Dead End Kings, un album dalla poetica crepuscolare, che ribadisce il concetto del precedente Night Is The New Day ma con un occhio di riguardo al passato e, principalmente, a ciò che può essere definito il loro capolavoro del secondo periodo, ovvero Viva Emptiness. Dopo vari problemi, abbiamo avuto modo di farci una chiacchierata con Anders Nystrom, chitarrista e compositore della band svedese.

R.G.: Il titolo del vostro ultimo disco potrebbe descrivere al meglio questo nuovo periodo di crepuscolo per la musica o qualsivoglia dell’arte in genere, cosa rappresenta per te? Chi indentificheresti come “re” di questo periodo che sta giungendo alla morte e perché?
A.: Si riferisce alla posizione che attualmente ricopriamo nella nostra vita e carriera. Siamo attivi sulla scena da più di 20 anni, che è un tempo lunghissimo. A causa di questo fatto molte persone si aspettano da noi di avere più successo in termini di fama e fortuna. Quello che non capiscono è che il solo fatto di mantenere una band in vita per 20 anni rappresenta il raggiungimento del successo in sé, ma con la convinzione di seguire la propria visione senza compromessi, conforme alle esigenze e alle aspettative degli altri. Questo ti rende un re in quello che la gente potrebbe definire semplicemente come un vicolo cieco (“dead end” in inglese, ndr).

R.G.: Non potremmo darti torto, potrebbe essere una strada chiusa, ma non sembra che questo “Dead End Kings” soffra di carenza di idee, anzi, tutt’altro. Come presenteresti, in breve, quest´opera ai nostri lettori?
A.: Beh, è il nostro nono album ed è stato registrato e mixato presso la The City Of Glass (che è il nostro luogo) e ai Ghost Ward (medesimo posto dove abbiamo registrato e mixato Night Is The New Day) per un periodo di quattro mesi. David Castillo è stato ancora una volta dietro al mixer e Jonas ed io siamo stati i produttori. I nostri membri per la sessione Sodo’ Eriksson (chitarre) e Niklas ‘Nille’ Sandin (basso) hanno suonato e partecipato all’album. È difficile poter tracciare una linea di demarcazione tra la scrittura e il processo di registrazione di questo album, siccome si è trattato di un lavoro unico e composito ed è questo il modo in cui ci piace lavorare. Agendo in questo modo, riusciamo a creare un certo tipo di magia per l’intero flusso di lavoro. Naturalmente siamo sempre preparati con frammenti ed idee da un album all’altro, ma non abbiamo mai tempo per rilassarci anche quando un intero album viene scritto molto tempo prima di entrare in studio. Gli arrangiamenti sono sempre l’ultima cosa da fare. Quando entriamo in studio, anche se molti riff sono stati scritti tempo addietro, mi può capitare di trovare che delle canzoni non sono complete e finalizzate, fino a quando non avviene il missaggio cambiamo qualcosa. In studio può ed accade di tutto. La prima sensazione è sempre la migliore da seguire. Lo stile del disco continua là dove s’è concluso l’album precedente, ma abbiamo ancora una volta cercato di affilare la spada in termini di prestazioni e suono. Il resto è compito dei nostri ascoltatori scoprirlo. 

R.G.: Nel corso dell’ascolto del disco, possiamo udire una forte influenza derivante dall’elettronica. Attualmente come si potrebbe descrivere la musica targata Katatonia? C’è possibilità che in un futuro abbandoniate totalmente il metal?
A.: Io non sono interessato a trasformare i Katatonia in una band di musica elettronica a tutti gli effetti, perché non è il nostro patrimonio e non rappresenta le nostre radici. Non riusciremo mai a sostituire una chitarra con una tastiera , ma credo che le influenze elettroniche ci servano a rendere più pesante il nostro sound e che suonino realmente bene miscelate alla nostra musica.

R.G.: Da dove avete tratto ispirazione per questo nuovo disco?
A.: La maggior ispirazione per Dead End Kings deriva da Night Is The New Day, soprattutto nell’arco dei due anni passati in tour. Sapevamo quello che volevamo e come farlo, ma più che rimarcare lo stile di Night Is The New Day, abbiamo provato ad alzare il tiro, soprattutto cercando di scrivere canzoni sempre più varie e forti. Tutto questo mantenendo l’identità e il sound molto vicino a quello che metteva in mostra l’album precedente.

R.G.: Per concludere ti pongo una domanda frutto della mia curiosità personale ma che credo svelerà un segreto anche a qualche vostro fan. Facendo un salto nel tempo, vorrei tornare al disco “Viva Emptiness”. Una volta acquistato il disco in questione ed estratto dalla confezione ho notato che esso nasconde una divertente conversazione sullo sperma. Come mai avete deciso di inserire questa conversazione all´interno dell’artwork? E, soprattutto, sempre se ci è dato saperlo, chi sarebbero i due personaggi di questa conversazione?
A.: Si tratta di alcune conversazioni in chat tra il nostro webmaster e alcune ragazze della Turchia che noi abbiamo ritrovato divertenti, interessanti e quasi artistiche allo stesso tempo. Eravamo ben a conoscenza che la cosa avrebbe suscitato reazioni differenti: qualcuno si sarebbe potuto offendere, qualcun altro divertirsi, ci sarebbe stato chi non avrebbe capito di cosa si stesse parlando e chi avrebbe anche potuto, forse, trovare all’interno di queste parole qualcosa di poetico.

Pagine:«12345»