Black Sabbath – Tyr
Sono trascorsi “appena “ 20 anni: un tempo relativamente breve, se riferito alla carriera musicale. Ma già enorme, per un gruppo che ha attraversato due decadi fra cadute, resurrezioni e momenti interlocutori. Il Sabba Nero, lungi dal suo canto del cigno, affronta a muso duro l’ultimo decennio del ventesimo secolo: reclutato il validissimo Neil Murray alla 4 corde, confermatissimi Powell, Martin ed il fido Nicholls, ecco rilasciato il potente Tyr. Un concept album ideato da una band ai suoi antipodi? Possibilissimo per il baffuto leader. Sebbene solo il trittico centrale se ne occupi a pieno, l’intero album è permeato di atmosfere nordiche, con sonorità accentuate e tematiche quasi empiree. L’opener Anno Mundi è intrisa di melodia coristica su cui si staglia la stentorea voce di Martin: basato su di un solido accordo di chitarra, il brano si snoda con melodia e potenza saggiamente dosate anche nell’intermezzo centrale, in cui oltre alla sei corde a far da padrona, si distingue la sezione ritmica superbamente ispirata. The Law Maker è uno dei piloni del disco: metal, hard, trash tutti insieme appassionatamente. Martin ci conduce per mano con voce titanica, Powell è davvero il martello degli dei, Iommi rilascia una cascata di note per un arcobaleno sonoro da sogno e da urlo. Il mid-tempo centrale consente ad Iommi di scatenarsi in tre distinti e separati mini-riff, di potenza indicibile sparata al massimo attraverso ideali Marshall, che lasciano alfine senza respiro. Ed ancora, verso il finale, il quintetto rilascia negli ultimi trenta secondi una jam di spaventosa potenza.
La ballad pressoché immancabile ci viene servita su di un piatto d’argento: Jerusalem potrebbe essere definito un brano quasi “biblico”, in aperta contrapposizione ai temi vichinghi trattati. Da par suo, tuttavia, il brano risponde ai canoni del brano di “intermezzo”, mantenendo tuttavia il giusto tempo di energia specie nelle linee sonore centrali, in cui la sei e la quattro corde riescono a tratteggiare un’alternanza sonora davvero d’effetto. Memorabile il solo centrale che, cronometrato in esatti 18 secondi, sprigiona potenza, classe, energia e sentimento al tempo stesso, il tutto, per un altro grande brano. Il momento debole del disco lo rinveniamo, purtroppo, nella fase centrale del disco: The Sabbath Stones, per quanto ben modulato ed anche orecchiabile fa calare di colpo la tensione anche a causa degli arrangiamenti non di alto valore. La voce di Martin è stranamente sotto le righe ed anche il resto del gruppo si limita ad eseguire lo scialbo compitino, come si fosse trovato lì per caso. Degna di menzione solo la fase centrale del brano, in cui le linee melodiche prevalgono.
Ed eccoci al trittico di cui avevamo accennato: piena mitologia vichinga in The Battle Of Tyr, dove un superbo Nicholls disegna appieno il futuro scontro tra titani. Preannunziato dalla slide di Iommi e dai tasti d’avorio, Odin’s Court rievoca la mitologia del dio supremo nella tradizione nordica. Martin è di nuovo grande nel renderci l’atmosfera di tensione che prelude alla battaglia finale in cui il quintetto è pronto a scendere in campo e a restarci con le sonorità ottimamente tenute sotto controllo per consentire al cantante di ergersi novellamente al ruolo di “screamer”. La resa dei conti, Walhalla, ci spinge a forza nell’arena con la potenza musicale del quintetto. Il ritornello scandito a pieni polmoni costruisce il tappeto sonoro su cui il gruppo si scatena; monumentale ed indimenticabile Powell nelle sue rullate che preludono l’assolo davvero mortifero di Iommi. Breve, ma tagliente, l’assolo si snoda velocissimo per consentire il “rientro” vocale di Martin sulle note appena lasciate in sospeso. E ancora, il finale è tutto della sei corde assecondata dalla perfetta sezione ritmica. Dopo la battaglia, il riposo del guerriero: Feels Good To Me induce ad essere misericordiosi con il nemico sconfitto…ma non troppo. Il quintetto si erge protagonista al completo nell’offrirci il loro spaccato più intimo: la iniziale melodia sognante cede presto il passo alla fase centrale di improvvisazione più completa, perché possa poi su di essa innestarsi il potente solo di Iommi, pur dosato nella sua delicatezza. Il tutto “nonostante” Martin che, quasi estraniandosi dal contesto, continua ad emettere vocalizzi di rara potenza anche in un ambito più rilassato come quello del brano in questione, che si conclude con la voce infinita di Martin, quasi a superare il termine del pezzo, con la sua potenza vocale, apprezzata ancor più nel video che all’epoca lo accompagnava.
Il disco si conclude con una cavalcata “classica” del gruppo, Heaven In Black, si dipana come una lunga jam che permette ad ogni singolo componente di esibirsi con il suo tocco magico: il refrain resta ben stampato in mente, con Powell davvero indemoniato che conduce il gruppo attraverso due distinti stacchi di batteria, che portano alla distorsione massima della chitarra nel primo e ad un terremoto sonoro finale con il secondo, per chiudere degnamente l’ennesimo ottimo lavoro del gruppo. Lavoro che di qui a breve ci sorprenderà ancora inaspettatamente.
| Autore: Black Sabbath | Titolo Album: Tyr |
| Anno: 1990 | Casa Discografica: I.R.S. Records |
| Genere musicale: Heavy Metal | Voto: 8 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.black-sabbath.com |
| Membri band:
Tony Martin – voce Tony Iommi – chitarra Neil Murray – basso Cozy Powell – batteria Geoff Nicholls – tastiere |
Tracklist:
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