Tool – Salival
2000. Il nuovo millennio ha inizio. A distanza di 4 anni dalla pietra miliare Ænema, i Tool si muovono in due direzioni apparentemente opposte. La band prima fa circolare voci di un presunto scioglimento, che manda in crisi isterica i fan, e subito dopo rilascia un box set in edizione limitata, con Vhs o Dvd (ora introvabili se non usati e a prezzi altissimi), da dare in pasto ai famelici fan, già in spasmodica attesa per l’uscita del nuovo disco. Come per ogni produzione legata al loro nome anche questa volta niente viene lasciato al caso: un booklet di 56 pagine, due versioni separate, packaging impeccabile e chicche come se piovesse. Salival viene introdotto dal monologo di Timothy Leary, poeta lisergico per antonomasia, mentre lentamente prende forma Third Eye, inquietante mastodonte sonico qui in una versione definitiva. Il sound claustrofobico scelto dà l’idea di una rivoluzione che si abbatte addosso all’ascoltatore con movimento continuo e inarrestabile. Su tutto svettano la straordinaria voce di Keenan e l’impareggiabile sezione ritmica di Danny che aumenta a dismisura il suo lavoro ma senza inflazionare la struttura, né sembrare ridondante. Insomma la band californiana dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la capacità di manipolare la materia sonora piegandola al proprio volere per una rilettura fedele e allo stesso tempo innovativa del proprio repertorio. Violenta e diretta la seconda traccia Part Of Me, è una cover dei Peach in cui militava Justin Chancellor, alla seconda chitarra si può ascoltare l’apporto significativo di King Buzzo (Melvins). Le accelerazioni di questi tre minuti sono una finestra sul passato più vicino a Undertow.
La tensione iniziale cala nella successiva e psicotropa Pushit. Dimenticate tutto ciò che conoscevate del brano: Maynard chiede il permesso e il supporto del pubblico invitando tutti a rilassarsi per un nuovo viaggio diverso. Pushit diventa una ballata psichedelica, prosciugata della sovrastruttura per i primi 2/3 e affidata solo all’ipnotica voce di Keenan sostenuta da poche leggere note arpeggiate della chitarra. Lentamente la sezione ritmica prende forma attraverso le mani di Aloke Dutta qui impegnato nelle percussioni associate al drumming imponente di Carey che nel frattempo trascina l’intera band in una cavalcata ritmica da cardiopalmo. Un cambio così drastico d’atmosfera non fa che accrescere lo stupore dei fan ritrovatisi ancora una volta con le mascelle serrate di fronte a tanta eleganza. Message To Harry Manback II è una gemella in cui le parti del piano sono affidate al violino di David Botrill. Impossibilitati a ripetere l’effetto sorpresa i Tool optano per un brano più corto con il solito italiano che augura il peggio all’interlocutore dall’altra parte del telefono. You Lied è pura materia tooliana che parte da un riff sabbathiano, molto noto, ma che si trasforma in andamento pendolare. Il canto a mo’ di nenia, le distorsioni di Jones rilasciate con precisione chirurgica e l’urlo liberatorio di Maynard gli conferiscono un irresistibile effetto ipnotico. Merkaba, originariamente studiato come intro di Sober, è una fucina in cui Carey si diletta a dimostrare le sue capacità tecniche mentre il resto della band spara bordate sonore fatte di samples, delay, feedback e diavolerie varie per un effetto stordente.
Ma il meglio arriva con la rilettura geniale e temeraria di No Quarter dei Led Zeppelin. Ebbene sì la cover, termine inadatto per questo lavoro, risulta il fulcro dell’intero progetto. I dieci minuti sono un’entità dei Tool, un alieno in terra atterrato per dimostrare quanto siamo piccoli e indifesi di fronte alla sua potenza di fuoco. Riletta, e riscritta perfino nei testi, No Quarter conserva solo quell’aura oscura e sibillina che fu degli zeps. Letta attraverso la lente policromatica dei 4 cavalieri californiani diventa un diamante dalla bellezza accecante. Maynard, nuovamente centro assoluto insieme a Carey, intarsia potenti arabeschi vocali, la chitarra acustica si sdoppia nell’elettrica di Adam Jones che con quel cognome è un degno sostituto di Jones(y). Nel finale la velocità aumenta a dismisura andando a trasformarsi in una calvacata potentissima che non lascia spazio a dubbi. Sul finire L.A.M.C. (acronimo di Los Angeles Municipal Court) non è altro che l’ossessiva ripetizione della voce registrata in segreteria, intrappolata fra rumori da presa idraulica, mentre le dita del malcapitato digitano furiosamente i numeri fino all’esaurimento nervoso. Pochi minuti dopo il silenzio invece arriva Maynard’s Dick (bisogno di traduzione?), un easter eggs registrato molto tempo prima e chiaramente legato al periodo grunge della band. La chitarra acustica introduce una melodia fin troppo tranquilla che sul finire diventa un’orgia di chitarre elettriche ritmiche pressante, rutti, peti e urla scorticanti che invitano a trastullarsi con lo strumento di Maynard.
Nel supporto Vhs*/Dvd potrete trovare Hush (solo in Dvd), Sober, Prison Sex, Stinkfist, Ænema con le innovazioni video studiate dal meticoloso Adam Jones.
* Per i più curiosi, o meticolosi che dir si voglia, la versione in Vhs è piena di errori tipografici legati ai nomi di Aloke Dutta e Paul d’Amour mentre la tracklist è riportata in ordine cronologico contrario a quello d’esecuzione.
| Autore: Tool | Titolo Album: Salival |
| Anno: 2000 | Casa Discografica: Volcano Entertainment/Tool Dissectional |
| Genere musicale: Rock | Voto: 7,5 |
| Tipo: CD | Sito web: http://www.toolband.com |
| Membri band:
Mayanard James Keenan – voce Adam Jones – chitarra Justin Chancellor – basso Danny Carey – batteria, percussioni |
Tracklist:
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