20th apr2013

Pink Floyd – Atom Heart Mother

by Amleto Gramegna

Il progressive rock, o l’art rock, aveva l’abitudine di illustrare nei suoi brani concetti spaziali, astratti, ben lontani dalla realtà terrena. Esempi possono essere il  kosmic rock dei Tangerine Dream, che portavano con i loro lavori l’ascoltatore aldilà dei bastioni di Orione, o le atmosfere alla Lewis Carrol dei Genesis. I Pink Floyd, dopo essersi imbevuti di lsd e allucinazioni perverse del folle pifferaio Barrett, decisero di allontanarsi da questa forma di “astrattismo musicale” per tornare con i piedi in terra e portare il nuovo rock a una dimensione più vera. Ecco spiegato il perchè della copertina con la sua  bella immagine di una mucca. Lulubelle III, questo il nome della frisona, rappresentò per il progressive inglese un nuova icona: al posto dell’urlo kingcrimsoniano una pensosa mucca su un prato verde smeraldo. Autori di importanti manifesti psichedelici nei favolosi anni ’60, i Pink Floyd affrontarono i violenti anni ’70 con un’unica certezza: Syd Barrett, il vero genio, perso nei meandri della follia. Il vecchio folle diamante è stato definitivamente spento, soffiandoci su come si fa con un fiammifero. Senza di lui, direttore di orchestra, conduttore, manipolatore di idee, le cose necessariamente dovevano cambiare; non più fiabe, visioni, allucinazioni (così come era la natura del buon vecchio Syd) ma paranoie, visioni magniloquenti e tetre così come dettava il carattere lunatico del nuovo deus ex machina Roger Waters. Il disco a ben vedere è un’opera ambiziosa ma spesso confusa, dove due grosse suite vengono contrappuntate da tre piccoli brani di contorno.

La title track nasce in sala di registrazione come uno scarto della colonna sonora di Zabriskie point di Michelangelo Antonioni. È noto che per quella pellicola il regista emiliano contattò il gruppo e lo convinse a venire in Italia per “buttar giù” qualche brano, ma le cose andarono differentemente. Nonostante il quartetto si sforzasse in ogni modo, Antonioni finiva con l’addormentarsi in sala prove. Tra le tante idee proposte vi era anche una “cosa” di Waters composta di “pochi accordi, più adatta ad un film western”. Chiusa la parentesi cinematografica, il gruppo si ritrova in sala di registrazione per creare un nuovo lavoro e Waters decide di recuperare quei quattro accordi, anche grazie alla sapiente collaborazione di Ron Geesin, amico di Mason e compositore sperimentale. Il brano fu sottoposto ad una nuova vita: ampliato, diluito in ben sei parti, arricchito di un coro. Quasi un “concerto grosso” ante-litteram con evidenti spunti neoclassici. Inizialmente nota come Untitled Epic, la suite fu rinominata da Mason che, dietro suggerimento di Geesin, trasse spunto da articoli di giornale. Uno che attirò la sua attenzione era riferito all’applicazione di un pace maker atomico su una donna incinta ed il titolo era proprio “Atom Earth Mother”. Piccola curiosità: Stanley Kubrick richiese il brano per il film Arancia Meccanica ma il gruppo, forse per l’esperienza negativa con Antonioni, non diede il permesso. Però, se fate attenzione, nella sequenza in cui Alex si reca al negozio di dischi potrete notare una mucca seminascosta tra gli altri vinili.

La poetica If è il secondo brano. Piccolo brano dove svetta un delicato arpeggio di chitarra acustica e un vigoroso assolo di elettrica. Il testo esprime i sensi di colpa provati da Waters per la maniera in cui si era comportato con il vecchio leader e amico Syd Barrett. Una prova d’orchestra per ciò che sarà Wish You Were Here. Nel 2003 il brano sarà riproposto in italiano da Morgan nel suo “canzoni dell’appartamento”. Summer ’68 e Fat Old Sun scorrono veloci, senza lasciare nulla nella memoria. L’ultimo brano è un’altra suite, Alan’s Psychedelic Breakfast, questa volta in tre parti. Il brano nelle intenzioni degli autori doveva rappresentare il risveglio e la relativa colazione di un uomo di nome Alan (in realtà un roadies di nome Alan Stiles) e, sebbene con titolazione diversa, il brano era presente nel loro repertorio già da parecchi anni. Lo stesso Syd, negli ultimi concerti con la band, inscenava un siparietto dove si cucinava un uovo sul palco facendo ben attenzione a microfonare il tutto. Scenette simili proseguirono dopo Syd, anche se in maniera più discreta, con il gruppo impegnato a mimare risvegli e colazioni. Il disco fotografa il gruppo inglese in un momento cruciale per la sua storia, ad un bivio tra perdere tutto o conquistare il mondo. La storia darà ragione alla conduzione di Roger Waters, autore dei capolavori The Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here o The Wall, che deciderà di mettere la parola fine alla sua creatura nel momento di maggiore successo.

Per il momento accomodiamoci in poltrona, mettiamo su il vinile (noialtri siamo audiofili!) e ascoltiamo questo lavoro che fotografa una band che prosegue il suo cammino con la paura del domani non sapendo quale strada sia giusto prendere. E lo fa “inseguendo una vacca in un prato un giorno che aveva rotto col passato” (scusa Lucio!).

Autore: Pink Floyd Titolo Album: Atom Heart Mother
Anno: 1971 Casa Discografica: Emi/Harvest
Genere musicale: Progressive, Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.pinkfloyd.com
Membri band:

Roger Water – basso, voce, synth, chitarra

David Gilmour – chitarre, voce

Rick Wright – tastiere, voce

Nick Mason – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Atom Heart Mother
  2. If
  3. Summer ’68
  4. Fat Old Sun
  5. Alan’s Psychedelic Breakfast

 

16th mar2013

Pink Floyd – The Dark Side Of The Moon

by Amleto Gramegna

Considerato umanamente come uno dei capolavori assoluti del gruppo inglese, The Dark Side Of The Moon compie questo mese 40 anni esatti. Quale migliore ricorrenza per riascoltare insieme questo lavoro, dove i temi principali sono l’alienazione, la follia, lo scorrere del tempo e la ricerca continua del denaro. Tutti temi, a ben vedere, ispirati dal deus ex machina per eccellenza: Syd Barrett. La leadership del gruppo ormai è saldamente nelle mani di Roger Waters che, grazie all’apporto fondamentale degli altri musicisti, ha spostato l’asse compositivo da canzonette (vedi il primo periodo psichedelico) a vere e proprie composizioni. Basti pensare a Atom Heart Mother, vera e propria “opera rock” o alle lunghe digressioni musicali di Meddle. Fondamentale per la riuscita dell’album è anche l’apporto del loro tecnico del suono Alan Parson che, innovativo in questo, concepì lo studio di registrazione come un ulteriore strumento musicale. Molti brani, già rodati in tournée, vennero arricchiti di nuova luce e di nuovi straordinari effetti. Il successo è reale e concreto tanto che in questi quaranta anni è risultato al terzo posto tra i dischi più venduti di sempre con le sue cinquanta milioni di copie vendute. Waters decise di creare una serie di brani che avessero un unico tema di riferimento, in questo caso il “far arrabbiare la gente” e gli altri tre musicisti si dissero d’accordo con l’idea di creare un concept album. Traendo spunto dalle loro esperienze personali e dalla vicenda del buon vecchio Syd, Waters creò una preziosa collana di perle che a tutt’oggi risuona in tante case.

L’apporto di Alan Parson fu fondamentale. Tra un brano e l’altro, sommersi da assoli o da strumenti, si odono delle voci, risultato di una serie di interviste rilasciate da chiunque si trovasse nei paraggi di Abbey Road, che “dicevano la loro” sul tema dell’album. Tra gli intervistati anche Paul e Linda McCartney, ma il loro intervento non fu inserito nel disco in quanto Waters lo trovò inutile. I brani, come detto, erano stati già suonati dal vivo con un diverso titolo o diverso arrangiamento, e in studio le cose cambiarono. Il gruppo passava ore intere solo per riprodurre un particolare effetto sonoro. In Money, ad esempio fu utilizzato un metro per misurare varie sezioni di nastro, ognuna delle quali riproduceva un effetto sonoro particolare, come una cassa o un sacchettino di monete fatto cadere per terra, o un foglio di carta strappato, e poi ogni pezzettino di nastro contenente uno di questi effetti sonori veniva collegato all’altro, in maniera da formare un loop della durata di 7/4. Un altro esempio è il lavoro introduttivo di Time. Per l’intro fu utilizzata una registrazione del suono di tante sveglie e di tanti cronometri sincronizzati con un registratore multitraccia. L’album si apre con Speak To Me, piccola introduzione ad opera di Nick Mason. Un battito cardiaco rappresenta un fase di pre-nascita ove tutto tace, per poi scoppiare nell’urlo primordiale che funge da raccordo per Breathe, primo vero brano dell’album. Il testo è un invito alla calma, a respirare dopo una grossa fatica. Strumentalmente abbiamo una bellissima chitarra slide, suonata da Gilmour, e un’atmosfera pacata e rilassata.

Atmosfera che cambia totalmente in On The Run. Possiamo definire questo lavoro come ambient, quasi alla Brian Eno di Music For Airports. Infatti lo strumento utilizzato è un sintetizzatore Vcs 3 che crea un ipnotico pattern ritmico sul quale si stagliano voci e rumori registrati in un aeroporto oltre la chitarra di Gilmour che mima un treno. Il brano simboleggia la paura di morire durante uno spostamento. Di Time abbiamo detto dell’intro. Tutto il resto è una selvaggia “cosa” rock, con l’aggressività vocale di David in primo piano mentre i ritornelli sono affidati alla voce più placida di Rick Wright accompagnato da cori femminili. Ovviamente il solo di chitarra è uno di quelli che restano impressi nella memoria. Il testo è diviso in due grandi parti: nella prima è un giovane che si fa scorrere il tempo addosso mentre nella seconda lo stesso protagonista, ormai invecchiato, si rende conto che “…il sole è sempre lo stesso, relativamente parlando, ma tu sei più vecchio, con il fiato più corto e con un giorno in meno da vivere”. Time è collegata a un reprise di Breathe. In questa versione è introdotto il tema della religione come panacea alla morte. Ed infatti una canzone di morte e religione è la successiva, The Great Gig in The Sky. Di questa traccia ne abbiam già parlato in un precedente articolo (lo trovate cliccando qui). Saltiam quindi a piè pari alla seguente canzone, Money. Difficile brano in 7/4 caratterizzato da gagliardo riff di basso. Il testo è una critica all’eccessivo attaccamento al denaro, uno dei “lati oscuri” della natura umana, cause di disagio e sofferenza. È opinione comune che il denaro sia “la radice di tutti i mali odierni”, osserva Waters, ma nessuno è mai davvero disposto a privarsene. Piccola curiosità: nel film The Wall il piccolo Pink è punito per aver perso tempo in classe a scrivere dei versi piuttosto che ascoltare la lezione. Il maestro lo deride innanzi a tutta la classe leggendo quei versi, ossia il testo di Money.

Us & Them, dalle atmosfere lounge e jazzy è un residuo delle vecchie session per il film Zabriskie Point. Il tema del brano è la paura e l’inutilità delle guerre, tema che ritornerà  nel loro successivo lavoro The Wall. Interessanti le voci registrate che trattano l’argomento:“quando sei stato violento l’ultima volta?”. Any Colour You Like è uno strumentale che riconduce alla copertina dell’album, raffigurante un fascio di luce che si scompone nei sette colori dell’arcobaleno attraversando un prisma. Brain Damage tratta della follia e il soggetto è proprio Syd: “…Il pazzoide è nella mia testa..”. Ultimo brano è Eclipse che è la prosecuzione, dal punto di vista melodico, della traccia precedente. Il testo è uno dei più pregni di significato di tutto il corpus pinkfloydiano. Lo si può riassumere come la presenza dell’uomo atta a rovinare la completa armonia della natura. “…Tutto ciò che fai, tutto ciò che ti circonda sotto il sole è in sintonia, ma il Sole è eclissato dalla Luna”. Dunque, Luna intesa come follia e non come elemento astronomico. Alla fine del brano ricompare il battito cardiaco di Speak To Me accompagnato dalla famosa frase del portiere degli Abbey Road Studios: “…In realtà non c’è nessun lato oscuro della Luna. Di fatto è tutta scura. L’unica cosa che la fa sembrare luminosa è il sole”.

Piccola curiosità: negli anni è montata la leggenda metropolitana che il disco fosse una sorta di colonna sonora del film Il Mago Di Oz. Effettivamente, sincronizzando al film il disco, vi sono delle curiose analogie. Il viaggio dal Kansas al mondo fatato è accompagnato dal “viaggio lisergico” di On The Run mentre la fuga di Dorothy è accompagnata dalla frase “…nessuno ti ha detto quando iniziare a correre”. Inutile dire che è solo una fortunata coincidenza, smentita da tutto il gruppo compreso Alan Parson. Roger Water, in ogni caso, l’ha sempre trovata molto divertente.

Autore: Pink Floyd Titolo Album: The Dark Side Of The Moon
Anno: 1973 Casa Discografica: EMI/Harvest
Genere musicale: Progressive, Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.pinkfloyd.com
Membri band:

Roger   Water – basso, voce, synth, chitarra

David Gilmour – chitarre, voce

Rick Wright – tastiere, voce

Nick Mason – batteria, percussioni

Clare Torry – cori

Dick Parry – sassofono

Tracklist:

  1. Speak To Me
  2. Breathe
  3. On The Run
  4. Time – Breathe (reprise)
  5. The Great Gig In The Sky
  6. Money
  7. Us And Them
  8. Any Colour You Like
  9. Brain Damage
  10. Eclipse

 

12th ago2012

Wish You Were Here: il lungo addio Parte II

by Amleto Gramegna

Il gruppo si ritrova in studio per tentare un nuovo, particolare, difficile album. L’idea è musica concreta secondo lo stile di Stockhausen, Varese e John Cage. Grazie al loro tecnico del suono Alan Parson (sì, quello degli Alan Parson Project…mica il primo che passa!) i ragazzi passano più di un mese cercando di creare musica con strumenti inusuali come lattine, elastici, bottiglie. Un po’ come l’intro di Time o Money, per capirci. Ma nonostante tutto il progetto viene abbandonato in quanto “…stavamo finendo al manicomio” come dirà in seguito Parson. Meglio tornare agli strumenti tradizionali a questo punto e lavorare su quello che già si ha. Sin dal 1974 la band compone e porta in tour tre nuovi brani. Dei tre solo uno, Shine On, verrà ampliato, diluito, liquefatto, mentre gli altri due dovranno aspettare il 1977 e il nichilistico Animals per trovare la loro definitiva forma (e titolo). E in quel periodo così confusionario nella mente di Waters si affacciava sempre di più la figura di Syd, fino a desiderare che lui fosse lì. E a tanto nominarlo, tanto desiderarlo che alla fine il pifferaio si fa davvero rivedere. Una mattina, precisamente il giorno del matrimonio di Gilmour, la band decide di fare un salto ad Abbey Road, giusto per sentire i missaggi di Shine On come procedevano. Ed in sala trovano un omone grasso, completamente rasato, con in mano una busta della spesa ed uno spazzolino: “un tecnico?” pensano i ragazzi e invece no. È Syd Barrett. Grosso, grasso e completamente matto che, forse per uno strano gioco del destino si è materializzato proprio lì, quando la sua presenza si era fatta sempre più ricercata.

Un po’ in imbarazzo la band lo accoglie, lo fa accomodare, gli fa sentire proprio quel lavoro che è ancora in fasce. Syd ascolta. Non sappiamo se vedesse gli elefanti rosa, come in quel cartone animato della Disney, ma a metà suite sorride ed esclama “mi sembra un po’ datato, non vi pare?”. Waters è in lacrime, Gilmour e gli altri, per stemperare quel clima, invitano il caro vecchio Syd alla festa del matrimonio. “perché no?” esclama questi, ma in un momento brevissimo scompare così come era apparso. E allora che vada tutto in gloria! Questo disco è per te, Folle Diamante, e dopo il best seller Dark Side Of The Moon si ritorna a giocare con la follia. Così, giorni dopo quella visita, Roger prende in mano una chitarra acustica a 12 corde e ci gioca. Un accordo qui, un altro là, un riff portato da Gilmour, il quarto, la quinta, il minore abbassato, il maggiore alzato ed il re confuso crea la title track. Nei negozi il 15 settembre 1975, viene consegnato il nuovo lavoro della band inglese. Completamente imballato in un packaging di plastica nera, che occultava la reale copertina, con su stampato un logo di due mani robotiche che si stringono. Aperta la busta nera la cover si presenta ovviamente in linea con il lavoro e creata da Storm Thorgerson: due uomini che si danno la mano in mezzo allo slargo di una fabbrica, mentre uno di essi va a fuoco. Ancora all’interno del disco vi è una cartolina raffigurante un tuffatore che si specchia in un lago, sul retro vi è la scritta “Wish You Were Here”.

L’idea di base è una lunga suite-concept ed i Floyd non erano nuovi a questo lavoro. Basti pensare alla vecchia Atom Heart Mother, consistente in un lungo brano orchestrale spalmato su tutto il primo lato dell’album, o il successivo Meddle che conteneva Echoes. Ma adesso il gioco si faceva duro, Shine On (ora diventata Shine On You Crazy Diamond) era diluita in ben nove parti! Quindi lato A e lato B dovevano essere occupati così. I restanti tre brani avrebbero accresciuto maggiormente l’idea di base del concept: l’alienazione (già sperimentata in Dark Side…) , il successo crescente, l’essere pedine nelle mani delle persone sbagliate e, guarda un po’, l’idea di creare un muro! Spaziali Synth aprono la prima parte della suite per poi fare da tappeto alla tagliente Fender Stratocaster di David Gilmour che disegna un tema malinconico e crudo. Nella seconda parte entra la ritmica di Waters e Mason per dare spazio poi al cantato della quarta parte. Ovviamente colui che “…ha raggiunto il segreto troppo presto, hai pianto alla luna” è Syd. Un bellissimo assolo di sax conclude la prima parte del brano e dà via a Welcome To The Machine. Il brano è una critica ferrea a tutta l’industria discografica in grado di divorare l’artista nel momento in cui l’accoglie. I freddi sintetizzatori di Wright danno bene l’idea della glaciazione imperante, dei freddi burocrati e forse a ben vedere questo sarà l’ultimo lavoro di Wright realmente all’opera; nei successivi Animals e The Wall sarà solo una comparsa elegante, quasi un anonimo session man. L’accordo minore sventagliato dalla chitarra di Gilmour sembra un freddo colpo di vento. Tutto è freddo in questo album, tutto è moribondo.

Giriamo il vinile e siamo accolti dalla funkeggiante chitarra di Have A Cigar. Qui il disco si arricchisce di un ospite, in quanto la voce del laido discografico è di Roy Harper. “Avanti figlioli prendetevi un sigaro. chi di voi è Pink?” (domanda realmente fatta ai quattro ragazzi all’inizio della loro carriera). Il brano non finisce, bensì sfuma. Magicamente il suono si comprime come se uscisse dall’altoparlante di una vecchia radiolina monofonica. Ed infatti l’idea è proprio quella. Ascoltiamo un cambio di stazioni radio, un passaggio veloce del Re Lear del grande Bardo, un veloce frammento de la Sinfonia n. 4 di Čajkovskij ed ecco il famoso riff di Wish You Were Here. Qualcuno lo ascolta al di là della radio, ma chi? Syd sei tu? L’ascoltatore tossisce, tira su col naso, accompagna il riff, che si sente in sottofondo, con un breve assolo di chitarra acustica. Parte il brano, una ballata triste e sconsolata affidata alla voce di Waters. Il brano, nella sua concezione originale, era impreziosito da un assolo del violinista francese Stephane Grappelli, negli anni ’50 braccio destro del mitico chitarrista manouche Django Reinhart, ma, stranamente a dir la verità, la sua partecipazione fu sepolta tra dagli effetti di vento che sfumano nella parte VI di Shine On rendendola praticamente inudibile. L’ultima parte è occupata, dicevamo, dalle parti restanti della lunga suite. Da notare la ripresa del tema, verso la fine del brano, di See Emily Play, uno dei primi singoli del gruppo, quasi come un lungo addio all’amico perduto.

Il disco è finito. Dopo una lunga notte torna il giorno, ma i fantasmi non si sono ancora dileguati. Roger Waters ha concepito ormai la sala di registrazione come uno studio di psicanalisi, quindi, dopo la parentesi rabbiosa dei “Punk Floyd” con l’Orwelliano Animals, ecco concludere la loro storia prima con The Wall (di cui abbiamo già parlato, ricordate?) e poi con il conclusivo The Final Cut. Ritorneremo sugli altri lavori dei Floyd ma, per il momento, abbandoniamoci ai ricordi, pensiamo a quell’amico/a con il quale abbiamo discusso delle cose più futili (ad esempio perché nei cinema sia tornato Arancia Meccanica sapendo di volerlo vedere comunque), sino ai massimi sistemi quali il calcio (senza capirne assolutamente nulla) e il cinema espressionista tedesco (che ti ha sempre fatto schifo), a quell’amico che ormai non vediamo più senza sapere neanche il motivo, sorridendo e, perché no?, commuovendoci alla frase “…How I wish, how I wish you were here. We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year, running over the same old ground. What have we found? The same old fears, wish you were here”. Vi autorizziamo ad asciugare la lacrima.

07th ago2012

Wish You Were Here: il lungo addio Parte I

by Amleto Gramegna

Se volessimo fare il gioco delle assonanze di parole, per i Pink Floyd non ci sono dubbi: pazzia. Essa è la protagonista assoluta della loro storia, che inizia e termina con una sola persona: Syd Barrett. La figura del pifferaio Roger Keith Barrett, per gli amici Syd, non poteva (né doveva) essere dimenticata, data la sua importanza. La meravigliosa creatura Pink Floyd era stata creata da lui nei favolosi ’60, il primo incredibile album lo aveva scritto lui, le favolose e mai dimenticate serate all’Ufo Club erano state dirette ed interpretate (è il caso di dirlo) da lui. Ma dov’era Syd? Perso, sempre di più, nella sua personale follia derivante da usi e abusi di ogni tipo di droga. Da prima auto-esiliatosi in una fattoria nella campagna inglese in compagnia di due hippy, che praticamente lo nutrivano a the e Lsd, successivamente a casa della madre. Il luminescente diamante si era spento, la band lo aveva abbandonato. Nonostante avesse tentato, timidamente, una carriera solista, ormai la sua strada era segnata dalla follia. Opel, The Madcap Laugh erano ottimi lavori ma quando la testa l’hai persa non puoi fare molto. La stessa band tentò da principio di farne il suo Brian Wilson, sul modello Beach Boys, affiancandogli all’inizio il suo migliore allievo David Gilmour come solista e dopo mettendo il volume del suo amplificatore più basso per arginare il danno. Ma Barrett non era né Brian Wilson, né Syd Vicious (un altro figurante dello strumento). Spesso i live andavano a farsi benedire in quanto, nella sua logica malata, Syd alzava l’amplificatore e suonava un unico accordo. La situazione diventò presto insostenibile e, come riferisce Waters, un giorno, mentre si recavano in un locale per esibirsi, semplicemente “…non lo passarono a prendere”.

Così finisce l’avventura di Syd Barrett con la sua creatura. In colpa tutto il gruppo, nel secondo album A Saurceful Of Secrets, decide di richiamarlo anche solo per una piccola partecipazione. Il risultato è una scheletrica parte di chitarra slide in Remember A Day, un’ultima jam session in Set The Controls For The Heart Of The Sun (piccolo sconosciuto capolavoro ripreso dal vivo da un’infinità di gruppi, basti pensare ai Tiamat), qualche coro in Corporal Cregg e chitarra e voce in Jugband Blues. La storia finisce qui. Addio dolce Syd, benvenuto David, d’altra parte la chitarra chi te l’ha insegnata a suonare? Ma nonostante tutto, il nuovo leader Roger Waters no, non lo aveva dimenticato. Certo che da quando questi aveva preso le redini del gruppo i successi non erano mancati. Prima quel bellissimo disco con la mucca in copertina, poi quell’album con quella strana immagine sopra (un orecchio?) e quel brano di apertura con quel basso così ostinato. Poi primi in classifica col disco del prisma e da lì la strada cominciava a essere in discesa. Ma quando incidi i lati oscuri non te la cavi con così poco. La porta è aperta signori, accomodatevi, le paure sono a buon mercato oggi! “…tutto quanto sotto il sole è in sintonia ma il sole è eclissato dalla luna.”. E la Luna somiglia sempre di più ad un caro amico abbandonato.

Le alchimie tra la band cominciavano a sfaldarsi. Dopo il successone di The Dark Side Of The Moon Gilmour e Waters erano spesso in disaccordo nella qualità di co-leader, Wright si arroccava sui suoi synth incapace di imporsi in questa lotta e Mason, come farà per i successivi trent’anni, cercherà di mediare tra tutti. Che bello allora abbandonarsi ai ricordi, pensa Roger… ed i ricordi sono Syd o la spensieratezza dell’infanzia. E allora dopo aver visto il lato oscuro della Luna era necessario continuare…

16th mar2012

The Wall: fantasmi e demoni (Parte 2)

by Amleto Gramegna

Pink è Roger Waters. Pink è anche il vecchio amico Barrett, tant’è che in Empty Spaces è presente un messaggio nascosto ove ci si congratula con la scoperta e si chiede di mandare la risposta al messaggio al “vecchio Pink” presso “Funny Farm”, Chalfont.  Le“Funny Farms”, nello slang inglese, sono i manicomi. Il disco è compatto nella sua struttura: dall’opening In The Flesh? fino alla conclusiva Outside The Wall non si assiste ad una sbavatura, un brano riempitivo. La storia prosegue fluida e chiara con momenti davvero eccelsi. Il tema portante di 4 note torna in più occasioni dalle tre parti di Another Brick In The Wall a Hey You fino a parti di The Trial. Ben coadiuvato dal suo sodale Dave Gilmour (alla voce nonché al basso elettrico in alcune occasioni), il dittatore Waters mette in secondo piano uno stanco Nick Mason alla batteria, per emarginare definitivamente Rick Wright, il quale interverrà sporadicamente alla composizione nonché ai sintetizzatori (abbandonerà il gruppo da lì a poco) e si avvale di una grandiosa orchestrazione di Bob Ezrin. I brani memorabili non si contano così come i piccoli brani di raccordo (Vera o Bring The Boys Back Home) che brillano di luce propria.

L’anno dopo, non contento del successo ottenuto, Waters, grazie alla regia di Alan Parker, si produrrà sul grande schermo con la partecipazione, nei panni di Pink, della rockstar Bob Geldof. Il film, delirante nel suo contenuto, darà sia visione alle fobie personali messi su vinile sia la possibilità a tutti di vedere le animazioni di quel genio di Gerald Scarfe, appannaggio solo di pochi eletti che accorrevano ai concerti. Le animazioni? Dio, le animazioni! Chiunque abbia visto il film ha ancora negli occhi i martelli giganti che marciano con passo marziale nelle strade. La lotta tra i due fiori in What Shall We Do Now (su disco, più breve, è incisa con il nome di Empty Spaces) con relative trasformazioni, il fantastico processo. Nella pellicola è presente un inedito (When Tigers Broke Free escluso dal vinile). I concerti di quel periodo erano una gioia per gli occhi. L’album veniva suonato interamente e ogni concerto iniziava con la “surrogate band” (citazione da In The Flesh): quattro musicisti con maschere sul viso riproducenti le fattezze dei membri dei Pink Floyd, da Another Brick In The Wall Part II in poi, veniva sollevato un muro di mattoni di polistirolo che nascondeva completamente il gruppo dai suoi fan. Molti brani erano suonati interamente dietro il muro (dunque come primo esempio di spettacolo multimediale era rafforzato il concetto, alla base del disco, di incomunicabilità) con le già citate animazioni di Scarfe riprodotte su di esso e su schermi circolari. Solo con Confortable Numb si rivedeva in scena Roger Waters, nella parte del medico incaricato di salvare il povero Pink, mentre David Gilmour veniva innalzato al di sopra del muro dove eseguiva il suo celebre assolo.

Al termine di The Trial il muro veniva fatto violentemente crollare (rispettando la sentenza del Verme) e il gruppo eseguiva l’ultima canzone Outside The Wall nuovamente davanti al pubblico. In scena si rivedeva anche Algie, il maiale gonfiabile protagonista di Animals, questa volta interamente dipinto di nero, con il logo dei martelli incrociati su un fianco. Waters sarà sempre molto affezionato alla sua creatura tanto da portarlo interamente dal vivo nonostante lo scioglimento del gruppo. Memorabile l’evento del 9 novembre 1989 in Potsdamer Plaz a Berlino, subito dopo la caduta del muro, con numerosi ospiti pronti ad affrontare i brani del quartetto. Dall’allucinata Another Brick In The Wall Part. II ad opera di Cindy Lauper, alla bellissima Confortable Numb con il vocione di Van Morrison e i due fantastici assoli di Snowy White, già seconda chitarra nei Floyd e Rick Di Fonzo, dalla superlativa Goodbye Blue Skyes con l’eterea Joni Mitchell ed il flauto di James Galway a piccole cadute di tono come Mother ad opera della sopravvalutata Sinead O’Connor insieme agli stonati reduci della The Band, o gli inutili interventi degli Scorpions o di Bryan Adams). Nonostante il successo ottenuto, il fantasma del padre non abbandonerà facilmente il novello Amleto Waters: sarà necessaria un’ulteriore prova con The Final Cut interamente dedicata ad Eric Fletcher Waters, ma questa, decisamente inferiore rispetto a tutti gli altri album del gruppo, sarà il definitivo canto del cigno. Wright, già esausto per le registrazioni precedenti, abbandonerà la band. Gilmour, non accettando il volere di un paranoico Roger Waters, che reclamava i Floyd morti ad un suo comando, deciderà di prenderne le redini, imbarcandosi in una lunga battaglia legale con l’ex sodale, lasciando Mason unico filo conduttore tra l’ex leader ed il resto del gruppo.

I fantasmi si dilegueranno sono nel giugno del 2005 con la loro fantastica partecipazione al Live Aid dove saluteranno definitivamente il loro pubblico ed i loro demoni, proprio con Confortable Numb. LIGHTS!!!!

 

07th mar2012

The Wall: fantasmi e demoni (Parte 1)

by Amleto Gramegna

Premessa: analizzare un lavoro come questo è un duro compito. Non si tratta di recensire un disco di una nota rock band quanto di affrontare i fantasmi di un passato lontano. Il doppio album in questione, uscito il 30 novembre del 1979, affronta un periodo molto particolare della storia dei Pink Floyd. Il gruppo, ormai da anni saldamente nelle mani di Roger Waters, veniva da una serie di successi mondiali. Atom Heat Mother, Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here erano realtà ancorate ai vertici delle classifiche mondiali e stabilendo, come nel caso di Dark Side Of The Moon, addirittura nuovi standard nel mondo della registrazione (basti pensare che il tecnico addetto era Alan Parson il quale, più tardi, conoscerà un personale successo con gli Alan Parson Project). Ma nella mente di Waters qualcosa continuava a non andare. Due fantasmi continuavano ad aggirarsi tra i membri del gruppo. Il primo era un pesante fantasma. Il fantasma di folle diamante: Syd Barrett. Evocato il tema della pazzia in Dark… ed il tema dell lungo addio in Wish…, ora sembrerebbe andare tutto per il verso giusto ma scoperchiare quel vaso di Pandora di paure, pazzie ed ossessioni ha significato aprire una porta sul baratro.

Un ultimo fantasma doveva essere eliminato anche a costo di chiudere definitivamente la storia dei Pink Floyd. Un fantasma personale questa volta. Lo spettro di Eric Fletcher Waters: suo padre. Verso la fine degli anni ’70, a seguito delle continue tournée in giro per il mondo inizia a maturare, in un sempre più esaurito Waters, l’idea di costruire un muro ideale tra sé ed il suo pubblico, specie dopo il “famoso” concerto di Montreal del 6 luglio 1977. In quel periodo i Floyd avevano dato alle stampe Animals uno dei dischi più difficili della loro carriera, quasi punk nel messaggio (d’altra parte l’anno era quello) sebbene i brani fossero lunghe suite simil-prog. Portare in tour un disco così difficile diede conto a molti screzi tra un gruppo ormai assoggettato a due (uno?) leader carismatici e fan che volevano sentire i pezzi più semplici e commerciali del primo periodo. All’ennesima richiesta di Money un ormai distrutto Waters non trovò miglior modo di sfogare la sua rabbia che sputare su un fan particolarmente esagitato. Da qui ad edificare il muro il passo fu breve. Waters scrive, arrangia, esegue ciò che la band si ritrova a mettere su vinile nell’autunno del 1979. Il risultato sarà un doppio album con un titolo ed una copertina minimale: dei mattoni neri su sfondo bianco e la scritta The Wall. Ennesimo concept album dunque. Questa volta doveva essere più intenso. Più rabbioso. Doveva affrontare le paure nascoste del proprio io. Doveva distruggere ogni sorta di buonismo. Doveva uccidere i suoi incubi più nascosti. ACTION…LIGHTS…

La storia parla di Pink. Costui è un’affermata rock star, apprezzata dalla critica e ricercata dai suoi fan. Pink cresce nel dopoguerra. Il padre, da lui mai conosciuto, è morto in battaglia. Lui vive con la madre, una donna iper protettiva. Pink diventa famoso. Sposa la sua ragazza dai tempi del liceo e va continuamente in tour vessato da un manager con ben pochi scrupoli. Pink è stanco di questa vita, di questi lustrini, delle adulatrici che fanno di tutto per entrare di nascosto nel suo camerino o nella sua stanza d’albergo. Il suo matrimonio va a rotoli a causa della incomunicabilità che ormai lo attanaglia. Una sera, complice un film di guerra visto alla tv, inizia a ricordare scampoli del suo passato, della sua infanzia, di coloro che lo hanno, inconsapevolmente, aiutato a mettere un muro tra sé e il resto del mondo: dai maestri che ai tempi della scuola  non esitavano a renderlo ridicolo di fronte al resto della classe per sfogarsi di propri fallimenti; della madre che, per proteggerlo da ogni avversità, lo ha cresciuto isolandolo da tutti; della moglie, sua unica ragazza sin dai tempi dell’infanzia, che non esita a tradirlo con uno scombinato oratore adducendo la colpa alla sua continua assenza e al silenzio che si ergeva tra loro. Pink dice basta e, spaventata a morte una povera groupies, che si era introdotta nella sua camera con la speranza di sesso facile, distrugge ogni suppellettile per tentare, con un’overdose, di lasciare le sue paure terrene. Il suo piano va a monte a causa del suo manager che, grazie ad alcuni medici, lo rimette in salute per affrontare un nuovo spettacolo e recitare sul palco il ruolo della rockstar.

Il vecchio Pink è lontano ormai. Al suo posto vi è un nuovo Pink che trasforma un suo show in un suo personale Reichstag con lui novello Hitler a ricevere onori e tributi da folle entusiaste. Questo delirio avrà vita breve. Il Verme sta per entrare. Pink, ormai folle ed ebbro di potere, finisce imputato in una “nuova” Norimberga. Nella sua mente subirà da parte del Verme, Giudice Supremo, un processo dove tutti i suoi già citati nemici si trasformeranno in suoi accusatori. Alla fine Sua Eccellenza il Verme emetterà la più terribile delle sentenze: l’imputato dovrà essere nuovamente esposto, nudo, ai suoi simili…che sia abbattuto il muro! Questa è in sintesi la trama. Chi è Pink?…

15th set2011

Pink Floyd – Wish You Were Here

by Giovanni Paciello

Nella vita spesso ci si trova a viaggiare. Alcune volte non si conoscono i motivi dell’inizio del viaggio, come ci siamo arrivati o dove finirà, ma stiamo viaggiando e la nostra mente non pensa ad altro. Ci immergiamo nel cammino, senza pensare più a niente, lasciandoci abbagliare da ogni singola minima cosa che ci circonda. Il nostro viaggio inizia così, con un tappeto sintetico leggermente accennato, con delle note glissate e riverberate che rilassano i sensi. Wish You Were Here è un album mastodontico, un viaggio allucinante, una lunga dedica poetica intrisa di disumana bellezza. Per molti, i Pink Floyd sono soprattutto Dark Side of The Moon o The Wall. Chapeaux, tanto di cappello; ma per me, lo spirito dei Floyd è qui, racchiuso in solo 5 tracce. Ascoltare quest’album, comprenderlo, capirlo, non è affatto semplice. Per amarlo, bisogna affondare nei riff e negli assoli blues di Shine On You Crazy Diamond, nelle fredde e ghiacciate note di Welcome to The Machine, nella tristezza e nel ricordo di Wish You Were Here. Le varianti in gioco sono tante, soprattutto quella di commettere l’errore più grande: pensare che sia solo un tributo al diamante pazzo Syd Barrett. Beh! Credetemi non è così.

Quest’album è poesia, è melanconia, è una tragedia shakespeariano che si esprime potente quando intorno a noi non c’è nulla. Quando i nostri occhi sono chiusi e la mente è il ventre pronto ad accogliere. Per capire di cosa vi stia parlando provate ad ascoltare l’intero album una sera, d’estate, sulla spiaggia deserta, con il mare di fronte, sdraiati sotto la luna ad occhi chiusi. Allora, solo allora capirete il senso del viaggio. Con questo album i Pink Floyd, dimostrano tutta la loro corale capacità di band psichedelica, uno space rock ultraterrestre. Un tributo adamantino che fonderà il vostro cervello, rendendo quelle note indelebili. L’assolo iniziale di Shine On You Crazy Diamond (parts 1-5), è la massima espressione del suono di chitarra, una capacità di sintesi straordinaria, che in un secondo, con la sola prima singola nota a2’ e09” ti cattura e ti fa per sempre suo. In 3’e50”, Gilmour e Wright si impossessano dei tuoi sogni, della tua anima, ti conducono in una dimensione allucinante, lasciandoti in estasi con la consapevolezza che da li in poi, nulla saprà come prima.

Shine On You Crazy Diamond è un abbraccio, un coro, dove tutti i membri della band danno il massimo, in ogni singolo accento, in ogni plettrata, in ogni accordo. Come non godere appena tutta la band si esprime, come non sentire le vene vibrare e scuotersi sugli accenti di Gilmour o sulle rullate di tom di Mason. È tutto qui! E basterebbero solo i primi 8’ e 40” per chiudere e farti esclamare di aver visto Dio! Ma il tributo dei Floyd è più profondo. È un agghiacciante risveglio in Welcome To The Machine, un urlo contro lo show biz e la droga che ha portato via un genio. Una traccia spettrale e pur semplice nella sua struttura (voce, synth e chitarra), che agghiaccia i sensi, ti paralizza all’istante, dove la voce di Waters si erge come un eco in un buco nero. Gelida e vibrante al tempo stesso, scandita da disumani ritmi meccanici e sospinta dai piccoli accordi di una chitarra acustica, è il grido di un mostruoso automa che sonda i desideri e i sogni del giovane Syd. Have A Cigar, affidata alla voce di Roy Harper, è un rock tirato che completa l’inganno, fagocita il ragazzo fra i lustrini e le false promesse di successo. Il groove è incandescente, è un ritmo seducente, che ti scopa violentemente come un’amante insaziabile strafatta di LSD.

Ma l’amore, quello vero e profondo, quello che provi quando ti sciogli tra le gambe e le braccia della tua amata è li, appena dietro l’angolo. Come nei ricordi di bambino o in una vecchia foto sbiadita, la traccia si presenta al passato, come in un vecchio grammofono, attraversando in un attimo le epoche, catapultandosi nel presente. Una dedica d’amore concentrata in non poco più di 70 parole. Sì! Perché infondo, per dire di aver amato qualcuno, per dire che ti manca qualcuno, basta solo “How I wish, how I wish you were here”.

Ma come ogni viaggio, tutto ha una fine. A volte, il viaggiatore trova la pace, l’illuminazione. Altre volte il viaggio ci lascia vuoti, perché ciò che vorremmo è impossibile da ottenere. Allora è meglio tornare indietro, ripartire dall’inizio. Meglio ripercorrere la strada, caso mai spostando i passi, la direzione, lo sguardo. E così ecco abbattersi su di noi Shine On You Crazy Diamond (parts 6-9), ma questa volta le cose sono cambiate. Il viaggio è diverso, il ritmo è più veloce perché si ha voglia di ripartire e non importa se finisce in modo triste, con note che hanno il suono di un epitaffio, dopo la tempesta arriva sempre il sole e lo sanno anche i Floyd che al minuto 11 e20”, sono ormai felici e consapevoli che il loro amico Syd in un modo o nell’altro abbia trovato la pace.

Qualcuno una volta ha detto che in un viaggio, l’importante non è arrivare ma semplicemente viaggiare. Questo è ciò che vi auguro quando premerete play e vi lascerete immergere in quell’universo parallelo che è Wish You Were Here.

Autore: Pink Flyd Titolo Album: Wish You Were Here
Anno: 1975 Casa Discografica: Harvest Records
Genere musicale: Psychedelic Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: www.pinkfloyd.com
Membri band:

David Gilmour – chitarra, steel guitar, armonica, voce

Roger Waters – basso elettrico, voce

Rick Wright – tastiera, sintetizzatore, pianoforte, voce

Nick Mason – batteria, percussioni

Tracklist:

  1. Shine On You Crazy Diamond (parts 1-5)
  2. Welcome To The Machine
  3. Have A Cigar
  4. Wish You Were Here
  5. Shine On You Crazy Diamond (parts 6-9)