30th apr2012

Napoli Centrale – Qualcosa Ca Nu’mmore

by Amleto Gramegna

Terzo ed ultimo capitolo, prima della lunga pausa che durerà fino al 1992, targato Napoli Centrale. Abbandonato sia il mood naif del primo omonimo lavoro sia l’eccessivo perfezionismo del secondo Mattanza, Senese e Del Prete affrontano pieni di dubbi ed incertezze il terzo album. Rodati da continue tournée il gruppo doveva decidere se abbandonare le tentazioni progressive del primo periodo, continuare con il discorso fusion abbozzato nel secondo o tentare strade nuove, financo distruggere il progetto. Rimaneggiata nuovamente la formazione, con l’ingresso del nuovo bassista Ngtù Mabula (probabilmente un giovane Pino Daniele in incognito), vengono finalmente alla luce le idee musicali: pur senza abbandonare il prog, il progetto unitario del duo Senese/Del Prete rappresenta un viaggio purificatore nelle acque e tradizioni che si rispecchiano nel mediterraneo, fuori dalla gabbia del sempre crescente pop italiano (ormai nella società italiana incombeva il riflusso e gli edonistici anni ’80 erano in agguato). Purtroppo il disco ormai esce quando il gruppo non esiste più. Da lì a poco Senese seguirà Pino Daniele nella sua carriera solista, diventando a sua volta uno dei protagonisti del filone Neapolitan Power, per poi dare anche alla luce tre buoni album jazz rock a suo nome.

Qualcosa Ca Nu’mmore si presenta con una copertina molto particolare: una cornice di uno specchio senza il vetro. Un oggetto dunque apparentemente inutile, privo di ogni sua funzione ma in realtà carico di significato. Abbiamo detto che il gruppo era ormai finito e il dinamico duo lo sapeva perfettamente. Quale migliore occasione per guardarsi in uno specchio rotto cercando il futuro? Il disco si apre con O Nemico Mio. Dure percussioni scandiscono un tempo sghembo, rotto, sul quale si stagliano i duri versi di Senese, una dichiarazione di guerra contro chi lo ha tradito. La frase “Lo vedi? Sono stato buono” (traduciamo dal napoletano) si ripete più volte confermando il tradimento “…mi convincesti e dalle mie carni nacque Cristo” fino alla beffarda conclusione “…sono stato bravoma ora mi sono rotto il cazzo”. Dopo questo assolo batteria-voce parte il brano con una scansione ritmica molto violenta soprattutto grazie al Mitch Mitchell d’oltreoceano Franco Del Prete. Napoli chiama Harlem, Miano (quartiere di origine dei due) chiama il Bronx. Otto minuti senza respiro. Segue O Specchio Addò Me Guardo strumentale con una bella linea di basso (bravo Ngtù… o Pino?) e influenze partenopee che si stagliano dal tema principale. Può ricordare la vecchia Pensione Floridiana dal primo, fantastico, album. La title track Qualcosa Ca Nu’mmore è la terza traccia. Un pianoforte malinconico fa da tappeto agli aspri sassofoni di James, con la batteria che assume un tempo marziale portando il brano alla sua naturale conclusione. Un’altra grande strumentale.

Entra il capolavoro del disco A Musica Mia Che R’è. James dialoga con se stesso tra le sue urla e il suo sassofono torturato, devastato. È una dichiarazione d’amore per quella musica tanto cercata, tanto inseguita, “…lo specchio dove mi guardo”, mezzo sangue come il suo autore. Coltrane dove sei? James ti sta chiamando! A Musica Si Tu è una ennesima strumentale. Ennesima ma sempre di alta classe. Chiude l’album Nun Song Na Vacca: canto di protesta simile al vecchio Campagna. I Napoli Centrale non sono vacche che abbassano la testa, davanti al macello, pronte a morire e lo hanno dimostrato. Anche in questo brano i sax di Senese, sempre aiutati dall’ottima sezione ritmica, rappano, parlano, ragionano, sapendo che un’epoca si è chiusa. Addio anni ’70, benvenuti lustrini anni ’80.

Piccola nota: il disco è praticamente introvabile nel supporto cd. Fu ristampato intorno la metà degli anni ’90 dalla Ricordi e da allora è fuori catalogo. Inutile dire che si trova nel campo dell’usato, anche se ormai è molto raro, ma a qualche fiera del disco lo si trova. Più semplice da trovare è il vinile, che ogni tanto salta fuori su ebay. il prezzo non dovrebbe superare i 40 €.

Autore: Napoli Centrale Titolo Album: Qualcosa Ca Nu’mmore
Anno: 1978 Casa Discografica: Ricordi
Genere musicale: Progressive Voto: 9
Tipo LP Sito web: http://www.jamessenese.it
Membri band:

James Senese – sassofoni, voce

Franco del Prete – batteria, percussioni

Ngtù Mabula – basso

Pippo Guarnera – piano acustico, Hammond C3

Tracklist:

  1. Nemico Mio
  2. Specchio Addo’ Me Guardo
  3. Qualcosa Ca Nu’mmore
  4. A Musica Mia Che R’è
  5. A Musica Si Tu
  6. Nun Song Na Vacca
12th apr2012

Napoli Centrale – Mattanza

by Amleto Gramegna

Un anno dopo l’exploit del loro primo, omonimo album, i Napoli Centrale ritornano con un nuovo lavoro. Questa volta Senese e Del Prete, unici titolari del nome, rimaneggiano la formazione sostituendo, alle tastiere, Mark Harris con Pippo Guarnera e ingaggiando dopo numerosi provini con vari musicisti, tra cui un giovane Pino Daniele e Kelvin Bullen al basso. Forte di una produzione praticamente perfetta e levigata sin nei minimi dettagli, dalla copertina alla registrazione, effettuata dal noto Bobby Solo, il gruppo partenopeo presenta nuovi cavalli di battaglia, alcuni già rodati nei continui e numerosi live in giro per lo Stivale. Già dal titolo, Mattanza, si capisce il tenore del disco: questa volta non si fanno prigionieri. Così come essa rappresenta la strage dei tonni, ormai bloccati e senza via di uscita, da parte delle tonnare, lo stesso James Senese intende rappresentare il periodo storico nel quale si viveva. Mattanza di una parte della popolazione inerme schiacciata dal peso del potere, mattanza di idee, di classi sociali, valori. Quindi reagire? E se sì, come? Il sassofono tenore di James qui urla molto di più di quanto facesse nel lavoro precedente, dialogando con la batteria di Franco Del Prete, presente in maniera maggiore rispetto al passato e, grazie anche ai due nuovi membri, il loro lavoro ha una presenza completamente nuova.

Il disco si apre così come si chiudeva il precedente: Simme Iute E Simme Venute. vociare da mercato del pesce puteolano (tanto più che si sente lo stesso Senese urlare “alici alici”), urla, risate sguaiate che si trasformeranno in una banda di paese, da processione del Santo la domenica mattina. Forte il lavoro ai piatti di Del Prete, qui accompagnato da Agostino Marangolo (ex-Goblin) alla batteria. Subito dopo tale presentazione il lavoro sfuma in un genere più consono al gruppo, atmosfere prog, rock, fusion con i soliti testi al veleno sputati da un James più arrabiato che mai. Segue Sotto A’ Suttana strumentale guidato da una groovosa bass line di Bullen che funge da tappeto ai virtuosismi dell’intera band. Verso la fine James si produce in un assolo vocale scat degno dei grandi jazz men del passato. Sotto E ‘N Coppa è un bell’esercizio jazz rock molto simile a certi lavori dei primi Weather Report, quado questi erano ancora lontani dalle follie di Jaco Pastorius, fusion dunque ma con richiami ancora al prog. Segue la triste ‘O Nonno Mio costruita su un giro di chitarra acustica.  Un Senese commosso fino alle lacrime racconta delle ultime parole del nonno ormai prossimo alla morte. Pochi minuti, grande emozione.

Il capolavoro del disco è Sangue Misto. Basso e batteria straripanti, un rhodes effettato quasi psichedelico, tema suonato da più sassofoni sovra incisi. Cambi di tempo, di atmosfere, di rabbia. In fin dei conti il sangue misto è il loro. James suona pensando a John Coltrane, all’America lontana, ad Harlem, a gente del suo colore. Così come Bullen, anch’esso emigrante da isole lontane. Forse Sto Capenno si chiede Senese. Ma cosa? Il suo sax qui è pensoso, medita sulle frasi da suonare, si avvicina al jazz di A Love Supreme del suo Mentore Coltrane, ma se ne sposta praticamente subito. In ogni caso il protagonista del brano è proprio il suo strumento, il suo sassofono tenore. Chi Fa L’Arte E Chi S’Accatta è l’ultima traccia del disco. Il discorso precedente viene ribadito: le liriche sono come già accadute violente, senza speranza. Il groove funk del basso si sposa perfettamente con l’andamento prog “old-school” della batteria e del pianoforte Fender. Nel complesso un ottimo disco, quasi un volume II° rispetto al loro lavoro precedente anche se in minor tono rispetto al loro terzo, ed ultimo lavoro, degli anni settanta. Ma non per questo da dimenticare…anzi!

Autore: Napoli Centrale Titolo Album: Mattanza
Anno: 1976 Casa Discografica: Ricordi
Genere musicale: Progressive Voto: 9
Tipo CD Sito web: http://www.jamessenese.it
Membri band:

James Senese – sassofoni, voce

Franco del Prete – batteria, percussioni

Kelvin Bullen – basso

Pippo Guarnera – piano elettrico Fender

Tracklist:

  1. Simme Iute E Simme Venute
  2. Sotto A’ Suttana
  3. Sotto E ‘N Coppa
  4. ‘O Nonno Mio
  5. Sangue Misto
  6. Forse Sto Capenno
  7. Chi Fa L’Arte E Chi S’Accatta
11th apr2012

Banco Del Mutuo Soccorso – Banco Del Mutuo Soccorso

by Amleto Gramegna

Incredibile esordio discografico per il Banco Del Mutuo Soccorso, una delle formazioni italiane progressive più interessanti di sempre. Il gruppo, nato per volontà del tastierista Vittorio Nocenzi, si presenta al pubblico con una cover che rimarrà negli annali del prog, spesso rappresentativa proprio del movimento: una sofisticatissima cover sagomata a forma di salvadanaio, dalla feritoia si estraeva un cartoncino con i volti dei membri del gruppo e all’interno era presente una bella immagine opera di Mimmo Mellino. Questa per rimarcare nuovamente le grandi, se non enormi differenze, tra la magia del disco in vinile e la misera controparte del compact disc (per non parlare dei digital download!). Il gruppo poteva contare sul vocione, nonchè sulla presenza scenica, del “grande” Francesco Di Giacomo, forse una delle voci più pulite in assoluto del prog italico così differente dallo sperimentatore Demetrio Stratos. Prima traccia è In volo: un sogno ispirato ad Ariosto, un invito a lasciare “lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo..” lasciarsi cullare in questa astosfera antica, arcaica poter vedere realmente “…ciò che si vede è” per poi piombare in quella bolgia violenta di R.I.P (Requiescant In Pace). Qui l’atmosfera cambia decisamente, si parla di una guerra e la musica in sottofondo lo ricorda perfettamente.  Il brano è suddiviso in due parti, una prima, come dicevamo, violenta, improvvisa ben diversa da quella filastrocca che l’ha preceduta. L’effetto che dà, anche tenendo conto del periodo storico in cui fu rilasciato il disco, è di “teletrasporto” da un’epoca placida direttamente agli anni di piombo. Un hard rock zeppeliniano con influenze quasi proto-metal. La seconda parte, più delicata, rappresenta l’agonia precedente la morte di un soldato. Ulteriore angosciante tensione che renderà più arioso il requiem finale.

Subito dopo arriva Passaggio. Vittorio Nocenzi sosteneva che l’album era formato di varie stanze tutte collegate tra loro e il brano in questione era un cunicolo, un passaggio musicale “segreto” ideale, un po’ come le varie Promenade di Pictures At An Exhibition dei EL&P (o meglio di Modest Petrovič Musorgskij) che rappresentavano il collegamento tra un quadro e l’altro. Molto bello questo passaggio, suonato con un clavicembalo, simbolo di quanto il progressive fosse legato a doppio filo alla musica barocca o classica. Metamorfosi è uno dei punti più alti dell’album, dove viene in rilievo la maggiore volontà di sperimentazione del gruppo romano. Qui vi è di tutto di più: jazz rock, prog, musica classica. Più di otto minuti di follie per fare spazio nuovamente alla voce di Di Giacomo che declamando gli ultimi versi introduce il capolavoro dell’album, Il Giardino Del Mago, lunga suite di oltre diciotto minuti dove convivono i virtuosismi musicali del combo: basti pensare alla chitarra elettrica suonata con l’archetto, il clarinetto suonato con l’effetto wha, l’organo Vox Continental suonato nell’eco Binson. Momenti tesi si alternano a momenti rilassati, veri e propri scoppi d’ira vengono tenuti subito dopo a freno. Magica forse è l’unico aggettivo per definire questa suite, anche per via del fatto che oggi siamo abituati ai “3-minuti-3” di ogni canzone.

Conclude l’album Traccia. Una danza campestre, una sagra della primavera ricca di riferimenti colti, ricercati. Basti pensare che l’organo finale cita addirittura il secondo preludio in do minore del Clavicembalo Ben Temperato di Bach. Questo disco fu considerato un ottimo esordio ma con il successivo i B.M.S si espressero come non mai. Incombevano i dinosauri di Darwin, il primo concept album italiano di sempre.

Autore: Banco Del Mutuo Soccorso Titolo Album: Banco Del Mutuo Soccorso
Anno: 1972 Casa Discografica: Dischi Ricordi
Genere musicale: Progressive Voto: 9
Tipo CD Sito web: http://www.bancodelmutuosoccorso.it
Membri band:

Vittorio Nocenzi – organo, clarino, voce

Gianni Nocenzi – pianoforte, clarinetto,voce

Marcello Todaro – chitarre, voce

Renato D’Angelo – basso

Pierluigi Calderoni – batteria

Francesco Di Giacomo – voce

Tracklist:

  1. In Volo
  2. R.I.P (Requiescant In Pace)
  3. Passaggio
  4. Metamorfosi
  5. Il Giardino Del Mago
  6. Traccia
07th apr2012

Napoli Centrale – Napolit Centrale

by Amleto Gramegna

Napoli, 1975…Napoli crocevia di culture, incontri, razze. Napoli che ribolliva di Neapolitan Power, di ragazzi che volevano cambiare l’immagine della città, che volevano lasciarsi alle spalle il “sole-pizza-mandolino” che tanto ammorbava l’aria. Oltre la facciata dei Peppino di Capri, dei Mario Merola, dei Nino D’Angelo, delle canzoni di mala, degli “sciusià” ormai invecchiati, qualcuno si metteva d’impegno per cambiare la giostra. James Senese, Mario Musella, Franco del Prete, già con gli Showmen, dimostrarono che il soul non è solo patrimonio dei Neri americani, ma anche dei “neri a metà”: Senese soprattutto, faccia da americano mancato e parlata da chi è nato, cresciuto e pasciuto a Miano, quartiere popolare di Napoli. Per non parlare di Mario Musella, indimenticato frontman degli Showmen, bassista anzitutto ma di fatto la più bella voce italiana dopo Demetrio Stratos, prematuramente scomparso a soli 34 anni, anche lui di più razze (precisamente pellerossa). Ma non erano i soli che si aggiravano nella antica Partenope. Già Eduardo Bennato si era preso il titolo di rinnegato dal fratello minore per aver abbandonato la tradizione musicale. Gli Osanna mostravano in Italia il teatro di Strada, I Rovescio delle medaglia, I Cervello, I Saint Just diffondevano il verbo del prog dalla città a tutta Italia e un piccolo Pino Daniele stava iniziando ad accordare bene la propria chitarra per comporre il proprio repertorio (ironia della sorte il suo primo ingaggio serio sarà come bassista dei nostri Napoli Centrale).

Dunque il nostro James, dopo la fine degli Showmen, salutato il suo compagno ai fiati Elio D’Anna, forma i Napoli Centrale insieme al suo sodale Franco del Prete. Il nome, suggerito dal Dj Raffaele Cascone, esprime l’anima del gruppo musicale che rappresenta. Napoli Centrale fa pensare alla stazione ferroviaria, ai bagagli, agli arrivi e alle partenze, allo scambio di culture, ma anche alla città di Napoli, passionale e carnefice nello stesso momento. Già dalla cover dell’album capiamo che qualcosa di strano si muove nell’aria. Una campagna post-atomica, quattro figure di spalla, nuvole gravide di pioggia al posto del “sole napulitano”. Insomma capiamo che della Napoli da cartolina, del Pino di Posillipo non ci sta nulla. Inserito il disco veniamo accolti da una placida e breve intro dove James annuncia i musicisti ma in pochi secondi addio calma: parte l’epica Campagna. Prog selvaggio, un piano rhodes che tiene le fila, poche note di basso elettrico una batteria selvaggia che dirige il brano e lo porta dove Senese vuole con quei suoi sassofoni, che urlano, sbraitano, ragionano. Il testo è senza speranza. Si racconta dei braccianti di San Nicola (provincia di Napoli) che si spezzano la schiena per poche lire mentre “la padrona fa la signora e si ingrassa sempre di più”, del figlio del bracciante che non ha alcuna speranza di migliorare la propria vita, già segnata, e quindi si troverà schiena a schiena tra le terre con il padre. Testi vomitati in un dialetto stretto, di difficile comprensione anche per un napoletano, di rivolta, di impegno. Pregni di quell’impegno politico tipico di un epoca che ormai è passata, di feste del proletariato, di re nudi.

A gente ‘e Bucciano, all’epoca buon successo,  non fa che esasperare il discorso già intrapreso. Ritmica serrata, basso elettrico presente e invadente e addii al proprio paese per lavorare al nord Italia nelle fabbriche (Bucciano è un piccolo paese in provincia di Benevento). Ma non è di certo un addio ai monti di Manzoniana memoria. È uno sputo in faccia al proprio paese, alla propria Città.  Pensione Floridiana da un pò di respiro. È uno strumentale delicato, jazz rock (oggi diremo fusion) con una linea di basso che rimane nella memoria. Funge da aria fresca per il prossimo attacco. Viecchie Mugliere, Muorte E Criaturi. Groove funk scurissimo, un Del Prete e Wamsley mai così in forma come in questo pezzo, con Senese che declama le liriche accompagnato dal tappeto sonoro del piano di Mark Harris. Il brano non fa altro che continuare il discorso di Campagna e ‘A gente ‘e Bucciano quasi come un concept. In questo capitolo il bracciante prende coscienza dell’impossibilità di sfamare se stesso e la propria famiglia con il lavoro della terra e va in fabbrica a lavorare lasciando nel paese solo anziani, mogli, deceduti e bambini. Nonché alcune figure quasi da paese del terzomondo come lo scemo del paese, l’anziano sciancato e il cane rognoso con costole in bella vista. Vico Primo Parise N.8 è un altro strumentale jazz/prog/rock di buona fattura. In fin dei conti se si trattava di improvvisare Senese e soci non erano secondi a nessuno. Ultima traccia è ‘O Lupo S’ha Mangiato ‘A Pecorella. Voci folkloristiche come in un antico mercato, risate sguaiate e un massiccio attacco satirico al potere che divora il debole.

La Nuova Napoli è qui ed avanzava cercando di lasciarsi alle spalle il manico “funiculì funiculà”, che già in No grazie, il caffè mi rende nervoso uccideva James stesso, perchè esso stesso incapace di comprendere le novità. Novità come questo album che, sebbene del 1975 sembra uscito oggi.Uno dei dischi fondamentali del prog rock italiano.

Autore: Napoli Centrale Titolo Album: Napoli Centrale
Anno: 1975 Casa Discografica: Ricordi
Genere musicale: Progressive Voto: 9
Tipo LP Sito web: http://www.jamessenese.it
Membri band:

James Senese – sassofoni, voce

Franco del Prete – batteria, percussioni

Tony Walmsley – basso

Mark Harris – tastiere

Tracklist:

  1. Campagna
  2. ‘A Gente ‘E Bucciano
  3. Pensione Floridiana
  4. Viecchie Mugliere, Muorte E Criaturi
  5. Vico Primo Parise N.8
  6. ‘O Lupo S’ha Mangiato ‘A Pecorella
01st apr2012

New Trolls – Concerto Grosso per i New Trolls

by Amleto Gramegna

Premessa: la versione originale, edita su vinile nel 1971, conteneva l’opera Concerto Grosso. A causa della breve durata, alle successive ristampe in cd venne aggiunto anche il Concerto Grosso n.2 del 1976. In questa recensione verranno analizzati solo le prime cinque tracce costituenti il Concerto Grosso n.1. Rock e musica classica. Violino e chitarra elettrica. Contrabbasso e basso elettrico. I due mondi, sebbene così distanti, hanno avuto più volte vari flirt. Tutto iniziò con i Deep Purple che nel 1969 decisero di infrangere il tabù dei musicisti classici e accomunare la Fender Stratocaster al più nobile primo violino, grazie alla passione di Jon Lord per la musica sinfonica. In Italia i New Trolls furono i primi a tentare la strada “classica”. Complice il compositore Luis Enriquez Bacalov, il gruppo si trovò in sala di registrazione con una vera e propria orchestra, pronto ad affrontare un concerto grosso di chiara ispirazione barocca. L’opera consta di tre movimenti e, a ben vedere, dura decisamente poco: meno di venti minuti più il brano Shadows (per Jimi Hendrix).

Anzitutto una piccola precisazione. Il disco nasce come colonna sonora (queste informazioni le trovate solo nel vinile) del film La Vittima Designata, un bellissimo noir diretto da Maurizio Lucidi e interpretato da un istrionico Tomas Milian. Gli stessi brani li trovate, con la soundtrack composta dagli Osanna, anche nel capolavoro poliziesco (o meglio “poliziottesco”) Milano Calibro 9, del quale chi scrive ritiene sposino meglio la trama. Dunque analizziamo il disco. La prima traccia, Allegro, funge da introduzione. Bellissimo il tema rock, di chiara derivazione Jethro Tull, che si interseca con la maestosa orchestra, fino al solo di chitarra che riporterà l’Allegro sui binari giusti. Segue l’Adagio, ispirato dalle opere di Albinoni, con una chitarra che si leva dagli scudi e introduce il tema. Da notare, così come riportato anche nelle note, che il suono delle elettriche di Di Palo e de Scalzi assume sonorità da violoncello, effetto ottenuto dopo vari tentativi. Certo è un suono molto particolare, ma se volete realmente sentire la famosa “chitarra-violoncello” dirigetevi sul solo di Love Of My Life dei Queen (album A Night At The Opera). Assolutamente splendide le voci che tra falsetti e armonie vocali declamano il testo, scritto da Shel Shapiro dei Rokes, che si conclude con le famose frasi “To die, to sleep, perchance to dream” tratte dall’Amleto di Shakespeare. Carino il finale dove la chitarra si confonde con gli archi trasformandosi in un primo violino

Terzo movimento, Cadenza, inizia con una cadenza di violino, in perfetto stile barocco, che innesca un moto perpetuo in cui gli strumenti del gruppo svettano alti. Solo verso il finale ritornano le voci del gruppo ripetendo, in maniera contrappuntistica, il testo di derivazione shakespeariana. Shadows (per Jimi Hendrix) è distaccata dal Concerto Grosso in quanto, pur riprendendo il tema dell’Adagio, se ne distacca proponendosi come tributo a sua maestà Jimi Hendrix, morto l’anno prima, musicista fonte di ispirazione dal gruppo. Qui Nico di Palo, considerato l’ “Hendrix italiano” da tutto se stesso per riprodurre tecniche e suoni del genio mancino di Seattle. Non da meno l’accompagnamento sia di un isterico de Scalzi al flauto (a tratti sembra quasi di sentire un duetto tra Jimi e Ian Anderson dei Jethro Tull) sia di Maurizio Salvi all’organo (sebbene non accreditato sul disco). Così si chiude la facciata A del vinile.

L’intera facciata B è occupata da una complessa improvvisazione del gruppo nella sala ormai priva di orchestra. Il gruppo, libero dalla direzione del maestro Bacalov, sfoga tutta l’energia repressa in una lunga jam tra il prog e l’hard rock più sanguigno. Finalmente la chitarra elettrica di Di Palo, imbevuta di Fuzz, può librarsi magnificamente ben sorretta, o meglio spalleggiata, dal demoniaco flauto traverso di Vittorio de Scalzi che canta, bestemmia, impreca, urla proclami, pare “rappare”. Belleno e D’Adamo, rispettivamente alla batteria e al basso, non sono da meno. Hanno tutto il peso ritmico sulle loro spalle e, sapendolo perfettamente, sostengono quel peso monumentale con maestria ed eleganza non disdegnando soluzioni ritmiche quasi punk (nel 1971!). La parte cantata è relativa al brano Il Sole Nascerà, uscita pochi mesi prima su 45 giri. Tentazioni lounge si manifestano verso il nono minuto grazie ad un grosso assolo di organo hammond che porta in gloria tutto il resto del disco.

Nella ristampa in cd è stato inserito anche il Concerto Grosso n.2, disco del 1976, che ebbe un successo inferiore al primo, sebbene di assoluto valore, dove spicca Le Roi Soleil, piccolo tributo del gruppo ai Gentle Giant. Consigliamo di recuperare la versione in vinile, sia del primo che del secondo concerto, per per gustarli meglio!

Autore: New Trolls Titolo Album: Concerto Grosso per i New Trolls
Anno: 1971 Casa Discografica: Fonit- Cetra
Genere musicale: Progressive Voto: 8
Tipo LP Sito web: http://www.newtrolls.it
Membri band:

Nico di Palo – chitarra, voce

Vittorio de Scalzi – chitarra, flauto, voce

Gianni Belleno – batteria, voce

Giorgio D’Adamo – basso

Luis Enriquez Bacalov – direzione d’orchestra

Tracklist:

  1. Allegro
  2. Adagio (Shadows)
  3. Cadenza – Andante con Moto
  4. Shadows (per Jimi hendrix)
  5. Nella Sala Vuota, Improvvisazioni dei New Trolls registrate in diretta
31st mar2012

Dream Theater – Systematic Chaos

by Marcello Zinno

Sfatiamo subito il primo mito: con Systematic Chaos, nono album studio, i Dream Theater intendono lasciarsi alle spalle i recenti Train Of Thought ed Octavarium (dai quali mantengono solo un po’ di ruvidità di sound, soprattutto del primo) e ripartire da quel Six Degrees Of Inner Turbolence che aveva segnato un taglio netto nella discografia post millennio dei 5 musicisti. Infatti l’uscita del 2007, sotto l’egida della nuova potentissima casa discografia Roadrunner Records, vuole rappresentare un misto tra aggressività e sperimentazione il tutto impacchettato dalla vena dolce e romantica imparata tramite il colossale Metropolis Pt.2; proprio ciò che Six Degress… voleva rappresentare. Secondo mito da sfatare: Systematic Chaos rappresenta sicuramente un passo avanti sia rispetto a TOT, nel quale i Nostri avevano perso qualsiasi appiglio di creatività, sia di Octavarium nel quale lo smarrimento compositivo li aveva indubbiamente vinti, ma pur sempre resta un album “aficionado” prevalentemente per i nuovi fan, che si allontana sempre più dall’anima prog e folle degli esordi, richiamando qua e là qualche ingrediente già adottato 5 anni or sono.

Fatte queste degne ed obbligatorie premesse possiamo gustarci tutta l’enorme attenzione spesa sugli arrangiamenti di questi 8 pezzi, comprese le parti ipertecniche di cui i Dream Theater non potrebbero mai privarsi e che enfatizzano tutta la loro ‘self-indulgence’. I tratti salienti e capaci di riassumere tutti i 78 minuti totali di ascolto risalgono all’anthem In The Presence Of Enemies, soprattutto per ciò che ci regala nelle due parti iniziali (con una partenza in pieno Rush-style, grandi maestri dei DT) e nella quinta, The Reckoning, strumentale di grosso calibro, insieme all’ispiratissima Forsaken che si posiziona direttamente all’altezza di The Glass Prison: dura, diretta, priva di fronzoli e con un chorus reso ancora più epico dal contributo validissimo di Jordan Ruddes che impatta con un organo da sogno. Crudissimo ma molto saporito anche il singolo che divampa da mesi prima dell’uscita sul web, Constant Motion, in cui esplode tutta la ribelle forza di un Portnoy a cui piace ancora fare headbanging come un ragazzino; in questi 7 minuti si possono godere anche attimi davvero prog e solos in pieno abitat Scenes From a Memory convogliando tutto il nostro piacere, ormoni compresi.

The Dark Eternal Night aggiunge poco se non forti dosi elettroniche, un ritornello ancora epico ed avvolgente, un intermezzo strumentale da bocca spalancata e l’unica iniziativa dell’ormai sottoutilizzato Myung, protagonista di un debole e tipido slap (per quest’album si è limitato ad utilizzare un 5 corde con l’immenso dispiacere dei più fanatici suoi sostenitori). Per il resto ai più non è chiaro perché i DT si ostinino a proporre parti vocali reppate che nulla hanno a che fare con la loro natura. Il resto viaggia di una spanna sotto. Repentance (che inizia con una citazione di Regression, “so glad to see you my friend…”) vuole collocarsi a metà strada tra una ballad ed un pezzo sperimentale, con poco esito pur considerando l’intermezzo parlato; Restitution, in cui alcuni tra i più grandi musicisti (tra cui Daniel Gildenlow, Joe Satriani, Steve Vai, Steven Wilson e Neal Morse) esprimono delle proprie confessioni, collocate in un collage di emozioni; Prophets Of War con le sue doppie vocals iniziali rende molto effetto Village People oltre alla vicinanza di LaBrie con Matthew James Bellamy (Muse) in alcuni passaggi (cosa già nota a chi conosce Panic Attack); molto metal invece la scelta di invitare un gruppo di fan in studio per realizzare i cori da concerto.

E invece The Ministry Of Lost Souls?! Smielatissima ballad che farebbe impallidire persino se collocata in un album come Falling Into Infinity (magari dopo la rilassante seppur bellissima Anna Lee); salvata sicuramente la parte centrale (strumentale). Consigliata la Special Edition, con il DVD comprensivo dell’album registrato in dolby surround e filmati con interviste e spezzoni in sala di registrazione (incredibile quanto gli Avatar Studios assomiglino agli One On One in cui venne registrato Awake) della durata di 1 ora e mezzo durante i quali John Myung non proferisce verbo. Con quest’album si consacra ancora di più la direzione stilistica della band e le speranze ad un ritorno alle origine sono oramai sepolte. Questi sono i Dream Theater del 2007, prendere o lasciare.

Autore: Dream Theater Titolo Album: Systematic Chaos
Anno: 2007 Casa Discografica: Roadrunner Records
Genere musicale: Prog Metal Voto: 6,5
Tipo: CD Sito web: http://www.dreamtheater.net
Membri band:

James LaBrie – voce

John Petrucci – chitarra, voce

Mike Portnoy – batteria, percussioni, voce

John Myung – basso

Jordan Rudess – tastiere, continuum

Tracklist:

  1. In The Presence Of Enemies – Part I
  2. Forsaken
  3. Constant Motion
  4. The Dark Eternal Night
  5. Repentance
  6. Prophets Of War
  7. The Ministry Of Lost Souls
  8. In The Presence Of Enemies – Part II
26th mar2012

Il Tempio Delle Clessidre – Il Tempio Delle Clessidre

by Amleto Gramegna

Esistono dischi che sono delle vere e proprie “macchine del tempo”: li inserisci nel lettore cd e BAM! Ti trovi improvvisamente catapultato in un’altra epoca. Anche l’omonimo album di esordio de’ Il Tempio Delle Clessidre funziona da “DeLorean” virtuale. La band genovese, autrice di un prog-rock old school, nasce da un’idea della tastierista Elisa Montaldo, vero e proprio deus ex machina del progetto, che decide di “ritornare al futuro”, in questi anni musicalmente confusi, con un pugno di brani di sano vecchio prog abbracciando in pieno i lavori di mostri sacri quali Balletto Di Bronzo, Le Orme e, annoverando, tra le sue file, il veterano Stefano “Lupo” Galifi, ex Museo Rosenbach (di cui va menzionato il fondamentale Zarathustra, album storico, del prog italiano). Già dalla copertina del cd si evidenzia la volontà di riproporre in pieno quelle atmosfere: un suggestivo ed esoterico logo, opera della citata tastierista, rappresentante il tempo dominato da clessidre o strumenti analoghi creati dalla mano dell’uomo.

La regola non scritta di ogni disco prog è che, come prima traccia, vi sia una introduzione strumentale ed il primo brano del nostro disco non sfugge a tale obbligo. Verso L’Alba costruita su un bel riff di organo hammond, che rimanda al caro armadillo Tarkus degli Emerson, Lake & Palmer, apre le danze, fissa l’atmosfera e introduce al secondo brano. Tastiere vintage a manetta, batteria e basso straripanti come arieti e chitarra ossessiva il giusto fanno da cornice a Insolita Parte Di Me: moods a là Nice e EL&P (ancora?) che sfumano, appena entra il cantato, con eterei pads (quanto avrebbe giovato un Mellotron!) in atmosfere agrodolci con il “Lupo” Galifi a declamare i versi della Montaldo. Quest’ultima, risponde a tono un bel assolo di synth analogico P.F.M.-style. Boccadasse, dedicato all’omonimo borgo marinaro genovese, è una ballata che si caratterizza per una vigorosa batteria: dolce il testo anche se forse la canzone è un pochino slegata con il resto del disco. Il successivo brano è la poetica Le Due Metà Di Una Notte: pianoforte da brivido, astmosfera notturna (ma va?) testo poetico e finalino alla Banco Del Mutuo Soccorso. Peccato per la voce che a tratti sembra in difficoltà, sopratutto nei chorus. I Banco ritornarno anche nella particolare La Stanza Nascosta. Pianoforte e voce cantano insieme accompagnati da un curioso violoncello. Notevoli i virtuosismi della Montaldo al pianoforte così come la potente voce del “lupo”. La chitarra acustica di Giulio Canepa è una piccola perla che ci conduce delicatamente per mano fino ai maestosi cori.

Danza Esoterica Di Datura è un sinistro strumentale. Molto presente il basso elettrico di Fabio Gremo che ben si dipana tra le folli partiture della “strega” Montaldo. Il testo, velocemente recitato, è tratto dal Macbeth del Sommo Bardo Shakespeare. Da brividi! Faldistorum continua a spingere l’accelleratore sulle atmosfere dark e neopagane. D’effetto la voce recitante di Max Manfredi, ospite di lusso. Qui si cita Samhain, se non lo conoscete approfondite pure. Il disco si avvia alla conclusione con L’attesa, brano con notevoli spinte hard rock, e Il Centro Sottile. Questa è la vera gemma dell’album: una suite di quasi dieci minuti che richiama nuovamente i grandi maestri nazionali e internazionali del prog rock. Davvero bella. In chiusura una bonus track Antidoto Mentale che si distacca da tutto il resto dell’album: un brano decisamente solare con un ficcante moog che dà allegria  richiamando pericolosamente Lucky Man degli El&P (ma credo che sia una citazione voluta).

In conclusione un bellissimo esordio discografico. Ottime le prestazioni di tutti i musicisti con “Lupo” Galifi e Elisa Montaldo in stato di grazia, sopratutto quest’ultima svetta con i suoi synth vintage. Speriamo che il nuovo lavoro de Il Tempio Delle Clessidre possa essere una conferma di quanto hanno espresso in questo disco. Ma siamo sicuri che sarà così.

Autore: Il Tempio Delle Clessidre Titolo Album: Il Tempio Delle Clessidre
Anno: 2011 Casa Discografica: Black Widow Records
Genere musicale: Progressive Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.iltempiodelleclessidre.com
Membri band:

Stefano “Lupo” Galifi – voce

Elisa Montaldo – pianoforte, tastiere

Fabio Gremo – basso

Giulio Canepa – chitarra

Paolo Tixi – batteria

Tracklist:

  1. Verso L’alba
  2. Insolita Parte Di Me
  3. Boccadasse
  4. Le Due Metà Della Notte
  5. La Stanza Nascosta
  6. Danza Esotica Di Datura
  7. Fadistorum
  8. L’attesa
  9. Il Centro Sottile
  10. Antidoto Mentale
16th mar2012

Spettri – Spettri

by Amleto Gramegna

Anzitutto una precisazione: parliamo di un disco nuovo (non una ristampa) registrato nel…1972! Esatto. Il disco in questione fu registrato nel 1972 ma la bobina fu messa in un cassetto e mai commercializzata. Solo grazie alla caparbietà di un giovane speaker radiofonico, e naturalmente ai ragazzi della Black Widow, il lavoro fu riscoperto, masterizzato e portato alle nostre orecchie. Gli Spettri erano i tre fratelli Ponticiello più Melani all’organo e Di Ruvo alla batteria, lo stile portato avanti, come quasi tutte le band (anzi complessi) italiane di metà ’60 è il beat derivante dall’invasione inglese. Solo nei primi ’70 suoneranno un hard rock più “sanguigno” a là Led Zeppelin, Deep Purple, Uriah Heep e Iron Butterfly, facendosi notare nelle esibizioni in terra toscana e laziale anche per la loro “potenza” sonora. Questo cambiamento si rispecchia nel loro unico lavoro Spettri, nato nel 1970/1971 e registrato, in un’unica sessione, nel 1972. L’opera è una suite in quattro parti (più un’introduzione parlata): tratta di un uomo che, avvilito dalla società egoista ed ipocrita che lo circonda (e stiamo solo negli anni ‘70!), decide di avviare un contatto con l’aldilà tramite un medium, ma non ottenendo alcuna risposta ai suoi quesiti, deluso, impazzisce.

Ottimo l’artwork: bella la copertina con un dipinto di Fèrida (La Vita Oltre La Morte) che ben illustra il concept. Ottime le note interne con preziose foto e curiose informazioni. Musicalmente siamo in terra hard rock più che prog (anche se nel 1970 non si parlava ancora di prog) con le lunghe suite scosse da riff di ispirazione Led Zeppelin e Black Sabbath (la parte prima ricorda istintivamente Black Dog) e lunghi dialoghi/duelli tra chitarra/organo. Belle le parti di chitarra acustica, così vintage, con arpeggi che richiamano anni lontani. L’ultima parte, Incubo, è più riconducibile al prog vero e proprio con la bella voce di Ugo Ponticiello che dialoga sia con la Gibson Sg del Fratello Raffele che con il potente Hammond di Melani. Simpatico il richiamo al blues negli ultimi secondi. La registrazione di per sé è un po’ scadente ma teniamo presente che le registrazioni italiane dell’epoca erano tutte sotto tono (specie per gli standard attuali). Basti pensare al primo album della P.F.M. o addirittura ai primi album di Frank Zappa (che erano inascoltabili per quanto registrati male).

Il disco appare sicuramente un po’ datato ma ciò che conta è proprio la sua importanza storica: parliamo di un complesso formato da ottimi strumentisti che, purtroppo, non ha lasciato altre tracce della propria esistenza. Ed è un vero peccato, perché considerato il periodo storico poteva tranquillamente porsi a pari grado affianco a band più blasonate (Le Orme, New Trolls, Area) non solo nazionali ma internazionali. Merita un attento ascolto.

Autore: Spettri Titolo Album: Spettri
Anno: 1972 Casa Discografica: Black Widow Records
Genere musicale: Progressive Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://it-it.facebook.com/spettri.official
Membri band:

Ugo Ponticiello – voce

Raffaele Ponticiello – chitarra

Vincenzo Ponticiello – basso

Stefano Melani – organo Hammond

Giorgio Di Ruvo – batteria

Tracklist:

  1. Introduzione
  2. Parte Prima: Stare Solo
  3. Parte Seconda: Medium
  4. Parte Terza: Essere
  5. Parte Quarta: Incubo
01st mar2012

Sancta Sanctorum – Black Sun

by Marcello Zinno

Chissà perchè è sempre più comune che artisti, accreditati fautori di generi estremi del rock/heavy metal, giunti ad una certa maturazione nella loro carriera si dedichino a lidi musicali inesplorati puntando sulla sperimentazione finalizzata alla scoperta di nuovi suoni. Ancora più comune è il ritorno alle origini e dopo decenni di proposta musicale all’insegna di un genere maestro, l’artista di turno decide di omaggiare i propri idoli adolescenziali e risuonare partiture che si ascoltavano da ragazzino (ci vengono in mente di Chrome Division, giusto per fare un esempio). I Sancta Sanctorum rientrano in questa descrizione, progetto nato nel lontano 2007 da tre nomi conosciuti per aver militato nei noti Death SS: il batterista Thomas Hand Chaste, il bassista Danny Hughes e il cantante e leader Steve Sylvester si presentano qui in una nuova veste. Il progetto infatti vuole omaggiare le sonorità hard prog anni ’70 ad i tre musicisti care e lo fa con un EP composto da quattro brani di cui due sono cover. Rainbow Demon è tratta dalla discografia degli Uriah Heep e precisamente dalla prima era, quella con il grande David Byron alla voce: il pezzo qui è stravolto, scompaiono le atmosfere incantevoli di Demons & Wizards ed il tutto è costruito intorno ad uno scenario apocalittico, dove il suono di basso e la chitarra lisergica la fanno da padrone mentre un ritmo quasi doom ci tiene con il fiato in gola. Steve assume taltolva le sembianze di un James Hetfield del periodo Load/Reload, in simbiosi con il rock ma già padrone delle proprie capacità.

La seconda cover è l’immortale 21st Century Schizoid Man dei King Crimson, anch’essa molto lontana dall’originale ma non per questo poco interessante: in realtà le parti vocali quasi in growling si scontrano con i suoni di chitarra ovattati, mentre le tastiere richiamano profondamente la versione originale; anche le parti di basso, completamente distorte, puzzano di ecatombe. Un’ottima rivisitazione, a patto che non reputiate i King Crimson intoccabili. Spezzano i due brani ben conosciuti l’unico vero inedito dell’EP, Crash: un breve rilascio di doom al vetriolo, con un riff portante deciso e dagli echi valvolari ed una voce, quella di Steve, che sa di inferno puro. Troppo breve per lasciare a sé stesso (il brano) la possibilità (ed il piacere) di esplodere. Resta fuori Black Sun, brano ripescato dal precedente lavoro della band, The Shining Darkness, e del quale viene presentato qui un video: qui le ambientazioni sono diverse, sempre attinenti al progressive anche se in alcuni passaggi richiamano la scena di New Orleans di Down e compagnia. Piacevole la versione video anche se un pò eccessiva in alcuni richiami (Black Sabbath) ma in fondo le citazioni sono volute.

Una band che non vuole oltraggiare la storia della musica ma intende omaggiarla e lo fa in modo davvero piacevole.

Autore: Sancta Sanctorum Titolo Album: Black Sun
Anno: 2011 Casa Discografica: Black Widow Records
Genere musicale: Progressive, Doom Voto: 7
Tipo: EP Sito web: http://www.myspace.com/sanctasanctorumband
Membri band:

Steve Sylvester – voceThomas (Hand) Chaste – batteria

Danny Hughes – basso

Frederick Dope – chitarra

John Di Lallo – tastiere

Special Guest: Mario The Black Di Donato

Tracklist:

  1. Black Sun (Single Version)
  2. Rainbow Demon
  3. Crash
  4. 21st Century Schizoid Man
  5. Black Sun (Video Clip)
27th feb2012

Sophya Baccini – Aradia

by Amleto Gramegna

Aradia è il primo album solista della ex voce dei Presence (sei album all’attivo), la campana Sophya Baccini. Anzitutto partiamo dal fattore visivo: molto bello il booklet interno, con foto molto suggestive, così come simpatica l’idea di inserire il video della traccia n°16 When The Eagles Flied. Però, non è tutto rosa e fiori. “Separare la farina dalla crusca” questo fu il pensiero di George Martin, mitico produttore discografico dei Beatles, quando questi gli presentarono il doppio album “bianco”. L’idea era quella di offrire, al posto di numerosi brani riempitivi, un unico album che racchiudesse il meglio del lavoro svolto. Ed è ciò che si può applicare al lavoro di Sophya. Il lavoro si compone di diciassette brani dark prog, tutti composti (tranne uno) e suonati interamente dalla Baccini, con alcuni special guest. E forse il problema è proprio questo: 17 brani sono decisamente troppi. Si inizia con la lunga La Pietra che forse può essere considerato il paradigma dell’album: bel lavoro di piano e synth (addirittura il moog modulare!), ottime le voci che declamano i bei versi ma dopo pochi minuti la voglia di premere il tasto “skip” sul telecomando arriva. Intendiamoci, non è un brutto lavoro, anzi! Alcuni brani sono davvero ottimi, come la bella Studiare Studiare o la ficcante Al Ritmo Di Una Storia (con Aurelio Fierro Jr alla batteria).

Da segnalare anche la splendida Don’t Dream That Dream con la partecipazione speciale di Martin Grice (Delirium) al flauto. Il brano, davvero particolare, inizia con una lenta introduzione di pianoforte per poi sfociare in una energica cavalcata alla Jethro Tull con richiami ai più sognanti Genesis. Altra piccola perla è Non È l’Amore Il Tuo Destino, duetto con l’ospite di lusso Lino Vairetti (Osanna), nonchè il già citato Aurelio Fierro Jr. alla batteria, e Stefano Vicarelli al Moog modulare. Nonostante ciò il disco non brilla in quanto eccede in momenti noiosi che fanno perdere la direzione e l’interesse dell’ascoltatore tanto anche da indurre la pressione del tasto “stop”. Sulla stessa falsariga non si spiega il perchè della cover di Joni Mitchell Circle Game in chiusura dell’album, ben realizzata (registrata solo con la bella voce di Sophya) ma completamente fuori luogo.

In conclusione il lavoro poteva essere migliore semplicemente utilizzando il vecchio detto “meno è meglio”. Se si fossero esclusi alcuni brani-zavorra, il prodotto poteva risultare più agile, snello e, soprattutto, interessante. Sophya aspettiamo il tuo nuovo lavoro!

Autore: Sophya Baccini Titolo Album: Aradia
Anno: 2009 Casa Discografica: Black Widow Records
Genere musicale: Progressive Voto: 5
Tipo: CD Sito web: http://http://www.sophyabaccini.com
Membri band:

Sophya Baccini – voce, piano, synth

Franco Ponzo – chitarra

Vittorio Cataldi – violino, fisarmonica

Pino Falgiano – percussioni

Tracklist:

  1. La Pietra
  2. How Good
  3. Studiare, Studiare
  4. Will Love Drive Out The Rain?
  5. Adesso
  6. Al Ritmo Di Una Storia
  7. Beware, Beware
  8. Ever Too Small
  9. Don’t Dream That Dream
  10. Non È L’amore Il Tuo Destino
  11. L’ennesimo No
  12. Elide
  13. Aradia
  14. Two Witches And Doreen
  15. Nei Luoghi
  16. When The Eagles Flied
  17. Circle Game
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