13th gen2012

U2 – No Line On The Horizon

by Tiziana Tavella

“Le stesse persone che hanno marciato per i diritti civili negli Stati Uniti sono le stesse persone che hanno protestato per l’Apartheid in Sudafrica; che sono le stesse persone che hanno lavorato per la pace in Irlanda, e sono le stesse persone che hanno combattuto contro i debiti e la schiavitù nell’anno del giubileo, che sono le stesse bellissime persone che ho visto in questo posto a 360°. Noi siamo quelle persone. Siamo le stesse persone. (…)” (Discorso di Desmond Tutu, proiettato sul maxischermo durante il 360° tour).
 
Quest’album rappresenta per gli U2 la chiusura di un cerchio, volendo dirla in maniera più laica possibile, nonostante i cenni evidenti ed immancabili (ormai) alla religione presenti anche in No Line On The Horizon. Il dodicesimo lavoro degli U2 presenta notevoli analogie con il viaggio, conservando anche le dinamiche musicali di tutto ciò con cui la band viene a contatto. Volendo fare un passo indietro, reduci dalla pubblicazione della raccolta U218: Singles del 2006, che in realtà contiene anche due inediti, con la supervisione del produttore Rick Rubin, la band comincia le registrazioni del nuovo lavoro, che vedrà la luce nel 2009, ovvero ben 5 anni dopo il precedente. Una vera fatica, che però come al solito dà i frutti sperati: vende 5.000.000 di copie, che sono numeri stratosferici se si pensa alla crisi discografica mondiale. Anche il 360° tour è record d’incassi, con il suo caratteristico palco ad artiglio posizionato al centro del campo da gioco degli stadi: sold out in poche ore di quasi tutte le date. La produzione dell’album è affidata a Brian Eno, Daniel Lanois e Steve Lillywhite, che ormai conoscono bene il gruppo e le sue esigenze, la sua instabilità emotiva che converge in quel tubo magico, capace di ricreare la “magia U2”. I produttori partecipano anche alle session dell’album, soprattutto quelle di Fez (Marocco), ma il lavoro viene registrato anche a Dublino e a Londra. Durante le sessions a Fez, la band risente delle influenze musicali nord-africane, che si avvertono chiaramente in molti brani. In definitiva la bellezza di quest’album risiede nelle contaminazioni, che danno l’idea di qualcosa di vissuto e quindi meno manierista, finalmente non sembra di trovarsi di fronte ad una qualche improbabile evocazione spasmodica del proprio passato musicale.
 
Viene quasi da attribuire agli U2, come se di qualità non ne avessero già abbastanza, delle doti chiaroveggenti: la primavera araba, iniziata nel 2010, è ormai alle porte… I testi sono, fatta esclusione che per la title track, molto meno intimisti e quindi risultano (se possibile) più poetici ed astratti: pur toccando temi quali la vocazione all’arte, piuttosto che la dipendenza dall’eroina, riferimenti alla tecnologia, l’emancipazione femminile, la guerra in Afghanistan. Il tutto visto però dall’esterno, senza coinvolgimento personale. Insomma si può dire che, per una volta, gli U2 percorrono a ritroso il loro passato senza il pesante fardello del dover dimostrare per forza di saper ancora ruggire. Il primo brano, No Line On The Horizon, è una splendida rock song che si apre in grande stile, con queste bellissime parole: “I know a girl who’s like the sea/ I watch her changing every day for me (…) One day she’s still, the next she swells/ You can hear the universe in her sea shells…”; insomma si tratta davvero di una canzone che sembra una tempesta d’amore, di fronte al mare della vita. Di seguito, senza quasi il tempo di accorgersene, ecco giungere la altrettanto bella Magnificent che ci accoglie con la sua atmosfera islamica che contrasta con il titolo (chiara citazione del cantico Magnificat) e con il testo, mentre il cantato esprime una totale propensione verso una passione che occupa l’intera vita, fino alla fine dei propri giorni. La chitarra di Egde stupisce e con una progressione di alcuni accordi di base, riesce a tirar fuori una melodia che esprime gioia piena.
 
Moment Of Surrender, il cui titolo è preso dagli Alcolisti Anonimi, in quanto con questo termine si intende il momento dell’ammissione della propria dipendenza, parla appunto di eroina. E’ una canzone che descrive momenti bui ed incontrollabili, che lasciano segni terribili e con i quali occorre fare i conti, se si vive situazioni così estreme. Unknown Caller e I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight sono momenti un po’ imbarazzanti, per fortuna centrali in quanto il disco riprende fortunatamente quota con la bella Get On Your Boots, che pur avendo una parvenza odiosamente misogina in realtà vuole trattare il tema dell’emancipazione femminile come unica speranza di riscatto per l’umanità intera. Il sound è decisamente rock, al contrario dei pezzi pop che la precedono ed in questo senso è un guizzo vitale più che gradito. Il pop però può essere anche ben fatto, nel senso creativo del termine ed infatti Stand Up Comedy è un esempio di brano pop che si lascia tranquillamente ascoltare, senza divenire eccessivamente lagnoso e mantenendo una dignità chiara, senza però troppe pretese. Una rivisitazione in chiave moderna di un brano dei Beatles, più commerciale ma senza cadere nel banale e nel ripetitivo. Fez – Being Born è la fusione di due brani di cui il primo chiaramente fa da intro. E’ molto suggestiva, con suoni particolari (voci e sonorità arabe), una quotidianità orientaleggiante che vede l’incursione delle chitarre elettriche e della voce rock a sconvolgerne l’esistenza in maniera innovativa. Esperimento davvero interessante e prezioso di culture che si incontrano con la cuoriosità dei bambini.
 
E’ poi la volta di White As Snow, brano immenso evocativo di una tragica realtà di guerra, nello specifico il conflitto in Afghanistan. La voce di Bono si fa sommessa, quasi in segno di rispetto, mentre un soldato che sta morendo ripercorre i suoi momenti di vita: “Where I came from there were no hills at all/ The land was flat, the highway straight and wide/ My brother and I would drive for hours/ Like we had years instead of days/ Our faces as pale as the dirty snow” ; l’atmosfera è pregna ed eterea al tempo stesso, proprio come la mente nelle sue ultime, disperate ore. Un altro respiro rock con la bella Breath e siamo già al capolinea, senza nemmeno essercene accorti, con la sublime Cedars Of Lebanon, in cui Bono racconta, dando voce ad un giornalista, la guerra in Libano. Infine, la cronaca assume un aspetto più personale ed intimo: “Choose your enemies carefully ‘cos they will define you/ Make them interesting ‘cos in some ways they will mind you/ They’re not there in the beginning but when your story ends/ Gonna last with you longer than your friends”. Con questo articolo, si conclude degnamente una cronistoria più o meno dettagliata (a seconda delle impressioni suscitate dal lavoro preso in esame) di ciò che è stata la meravigliosa favola U2, ad oggi ancora “sospesa” come uno splendido sogno dal quale nessuno vorrebbe destarsi. Forse in pochi avrebbero scommesso davvero su questi ex-ragazzini irlandesi dall’aspetto post-punk, ai quali va riconosciuto di aver sempre avuto ben chiaro quale fosse il proprio obiettivo: ovvero divenire una rock band di rilevanza a livello mondiale, senza cedere alle lusinghe del mercato ma strizzando, all’occasione l’occhio alle generazioni di fan che li hanno seguiti, con grande ardore, nel corso di ben tre decenni… Senza dimenticare di accarezzare le corde dei ricordi della “vecchia guardia”. D’altronde si sa che “E’ difficile guarire di colpo da un amore durato a lungo.” (Catullo)
 
Autore: U2 Titolo Album: No Line on The Horizon
Anno: 2009 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Pop rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce

The Edge – chitarre

Adam Clayton – basso

Larry Mullen Jr. – batteria

Tracklist:

  1. No Line On The Horizon
  2. Magnificent
  3. Moment Of Surrender
  4. Unknown Caller
  5. I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight
  6. Get On Your Boots
  7. Stand Up Comedy
  8. Fez – Being Born
  9. White As Snow
  10. Breathe
  11. Cedars Of Lebanon
06th gen2012

U2 – How To Dismantle An Atomic Bomb

by Tiziana Tavella

Nel 2004 esce l’undicesimo album in studio degli U2, attesissimo ed estremamente acclamato da pubblico e critica. How To Dismantle An Atomic Bomb, come già farebbe supporre dalla lunghezza del titolo, ha l’ambizioso obiettivo di riportare gli U2 indietro nel tempo, quasi fosse possibile. Risultato raggiunto solo in parte: da un lato le sonorità, il basso incalzante di Clayton piuttosto che l’inconfondibile effetto della chitarra di Edge, ricordano molto la dimensione di Joshua Tree, mentre le tastiere risuonano un po’ come l’eco di alcuni pezzi di Boy. D’altro canto, si sa che i revival non pagano mai a sufficienza, primo perchè vivere nel ricordo continuo può stancare, secondo perchè alcuni nostalgici a volte hanno il palato più sopraffino di altri e rilevano subito le inevitabili differenze. La sostanza non è quella che ci si aspetterebbe, in quanto le canzoni tutte (ad eccezione di alcuni timidi barlumi) rispecchiano ciò che gli U2 sono diventati, ovvero uno splendido ed artificioso sistema a scopo di lucro. Dando ai fan ciò che essi si aspetterebbero, cioè coerenza e l’atmosfera tipica del marchio di fabbrica U2, si ottengono i risultati prefissati: peccato che più che di fabbrica, ormai, occorra parlare di vera e propria mutinazionale. La produzione viene affidata a Steve Lillywhite, Chris Thomas, Jacknife Lee, Nellee Hooper, Flood, Daniel Lanois, Brian Eno, Carl Glanville: 8 menti diverse, che però non portano nulla di significativo, nessuna svolta epocale che possa in qualche modo deviare il treno in corsa verso il dirupo.

L’album vende circa 9 milioni di copie ed è seguito dal Vertigo Tour, di oltre 130 date, che da solo incassa 389 milioni di dollari. Un bell’impero, viene da dire: risulta davvero difficile credere che, ormai, sia rimasta traccia di una sorta di coscienza critica, nell’enorme massa di estimatori della band, che ormai copre due generazioni in tutto il pianeta. Vertigo è un pezzo d’impatto, che richiama un po’ certe atmosfere del post-punk inglese, dal punto di vista ritmico, con un testo banale e vuoto. La bella Miracle Drug è una sferzata di energia vera ed in alcuni frangenti ricorda molto da vicino i primi U2, ma il loro spirito è ormai contaminato irrimediabilmente. Il testo è ispirato ad un ex-compagno di scuola di Bono, colpito dalla nascita da un grave problema motorio, per il quale viene creata ad un certo punto una cura che risolve in parte il problema, dando a Cristopher (è questo il nome) la possibilità di scrivere a computer attraverso un dispositivo speciale; insomma un personaggio alla Stephen Hawking, per intenderci. La poetica di Bono si sente chiaramente tutta (a dispetto delle ormai solite intenzioni al limite del patetico…): “Freedom has a scent / Like the top of a new born baby’s head/ The songs are in your eyes/ I see them when you smile…”; il testo contiene anche una citazione dal Vangelo secondo Matteo, per non dimenticare mai la religione e ciò che ha rappresentato ed è tutt’ora per la band.
 
Sometimes You Can’t Make It On Your Own parla dell’approccio con la morte, in quanto Bono ha dichiarato di averla scritta in seguito alla morte del padre, nel 2001, dopo una lunga e dolorosa malattia. Alla fine del brano, lacrime scorrono copiose: ma la chitarra di Edge riesce a rendere tutto più vero e condivisibile. Altro brano degno di essere menzionato è City Of Blinding Lights che ha un’intro di piano davvero trascinante, seguito da un bellissimo assolo di Edge. Sicuramente un brano molto bello ed efficace, che parla di New York e della sua immensità. La città delle luci accecanti, appare ancor più grande e al tempo stesso a misura d’uomo e delle sue emozioni. Sul finire dell’album, un pezzo che ricorda un po’Mothers Of Disappeared, o MLK: la sorprendente Yahweh è un respiro d’infinito, che permette di recuperare leggerezza, melodia, parlando di Dio. Molto suggestivo e armonioso. In definitiva quest’album lascia intravedere la fine della carriera degli U2, che pur non essendosi a tutt’oggi ancora conclusa ufficialmente, sembra quasi agli sgoccioli. Forse per troppa convenienza, nessuno si decide a scrivere la parola fine e gli U2, che lo si condivida o meno, continuano a regalarci la loro musica, che noi possiamo liberamente scegliere di accogliere o di detestare.
 
Autore: U2 Titolo Album: How To Dismantle An Atomic Bomb
Anno: 2004 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Rock Voto: 6
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce

The Edge – chitarre

Adam Clayton – basso

Larry Mullen Jr. – batteria

Tracklist:

  1. Vertigo
  2. Miracle Drug
  3. Sometimes You Can’t Make It On Your Own
  4. Love And Peace Or Else
  5. City Of Blinding Lights
  6. All Because Of You
  7. A Man And A Woman
  8. Crumbs From Your Table
  9. One Step Closer
  10. Original Of The Species
  11. Yahweh
23rd dic2011

U2 – Pop

by Tiziana Tavella

Reggio Emilia, 20 settembre 1997: il più grande grande concerto degli U2, fino ad allora, con ben 146.000 spettatori. Una massa umana che a vederla faceva paura. Io ero adolescente e ricordo che chiesi al mio vicino di farmi salire un momento sulle sue spalle per vedere cosa avevamo dietro di noi: riuscii a scorgere una folla incredibile di gente che si perdeva a vista d’occhio, qualcosa di indescrivibile. Il PopMart è un concert tour dalle dimensioni enormi, per l’epoca. In poco meno di un anno, oltre 90 date in giro per il mondo con un palco di 50 metri e più, sormontato da uno schermo LED gigante di 50 metri per 15 circa, con un arco centrale alto il doppio. A lato, il famoso limone infilzato dallo stuzzicadenti con l’oliva in cima, che all’occasione si trasforma in una mirror ball gigante (12 metri) dalla quale escono gli U2. Il tour viene presentato in un supermercato, per la precisione il Kmart Discount Store di New York, nel febbraio del 1997 e già questo la dice lunga sulle tematiche del disco, che con il suo titolo Pop rende ben chiaro il concetto. Il consumismo sfrenato, ma anche l’alone plastico ed effimero intorno ad un certo tipo di musica che in quegli anni sta sfondando, ovvero la dance music. Questo lavoro è musicalmente poco significativo, ma ricco di contenuti dal punto di vista lirico e visivo (con citazioni da Rushdie, Yeats, piuttosto che i Something Happens). Purtroppo il video-clip di Discoteque con gli U2 mascherati da Village People è una trovata ridicola indimenticabile per tutti i fan, trasformismo che viene ripreso anche durante i live show, ricchi di travestimenti ed effetti speciali di dubbio gusto.
 
Certo, apprestandosi al nono lavoro degli U2, non occorre aspettarsi grosse innovazioni tecniche, ma probabilmente una forma di sperimentazione più incline al commercio che tesa verso l’infinito. Il punto sta nel fatto che la produzione, dopo l’abbandono di Brian Eno, è affidata ad Howie B, che spinge sempre più la band verso sonorità dance. L’aspetto desolante è proprio questo: gli U2 si discostano nettamente da quella fiamma rock che sembrava ardere in Unforghettable Fire, per avvicinarsi ad un genere che in quegli anni spopolava, a discapito però della loro immagine, barbaramente stravolta, soprattutto dal punto di vista musicale, che è l’aspetto sicuramente più importante, in un momento della loro carriera in cui non sono più “freschi” e pronti a risorgere. Insomma tutto è chiaro e lampante, le intenzioni come i temi, lasciando zero spazio ad immaginazione ed interpretazione, nessun mistero. Discoteque è un pezzo con un ottimo groove, davvero valido: parla di ecstasy, ma soprattutto cattura con riff di chitarra ripetuti ed il falsetto di Bono, nonchè il finale con il famoso ritornello non-sense. Trovata, quest’ultima, davvero utile a lasciare questo brano ben impresso nelle orecchie di chi ascolta.
 
Do You Feel Loved è uno degli spunti più interessanti dell’album, si tratta di un brano che si avvicina molto a certe sonorità british di quegli anni (Oasis, Suede, Blur) cavalcandone l’onda. Il testo parla di una storia, presumibilmente una relazione amorosa, giunta ad un giro di boa: ammissione di colpe, constatazione di una realtà concreta e dolorosa: “Love’s a bully pushing shoving/ in the belly of a woman/ heavy rhythm/ taking over to stick together/ a man and a woman/ stick together/ man and woman”; quest’evoluzione però, porta con sè una sorta di speranza, che aiuta a superare le difficoltà: “And it looks like the sun/ but it feels like the rain/ and there’s heat in the sun/ to see us through the rain …” . Mofo è il pezzo di apertura delle date del PopMart Tour; brano che sembra techno hardcore, in cui il suono è interamente elettronico e la voce di Bono è molto hip hop, escluso in alcuni frangenti dove gli acuti (fastidiosissimi) cozzano totalmente con il resto. If God Will Send His Angels, inserita nella colonna sonora di City Of Angels è un brano interessante dal punto di vista melodico, molto simile ad altri (Stay – Faraway, So Close!) ma più pop, che si inserisce perfettamente nel contesto fornendo un rallentamento più che gradito. Il testo è una carrellata di istantanee disilluse del mondo esterno, che ne fornisce un’immagine arida e desolante.
 
Staring At The Sun è una carezza calda in un pomeriggio d’estate: partendo da un’azione che potrebbe portare alla cecità, è quasi come un ritorno alle origini, una perdita di freni, di coscienza di ciò che accade intorno, in favore di un viaggio nell’interiorità. Last Night On Earth è decisamente poco interessante a dispetto del titolo, tanto ambizioso da risultare quasi spocchioso. Non tutto è perduto, però: arriva infatti la bellissima Gone con la chitarra ipnoticamente rock e alcuni innesti di piano/voce davvero suggestivi. Il testo sembra una sorta di bilancio finale di rock-star, che dice addio per sempre al suo pubblico così:“Goodbye/ You can keep this suit of lights/ I’ll be up with the sun/ I’m not coming down…”. La bella Please, riferita alla difficile condizione del loro paese, è un dialogo con un attentatore dell’IRA; si tratta di una denuncia a viso aperto, coraggiosa e disperata: “You had to win/ You couldn’t just pass/ The smartest ass/At the top of the class/ Your flying colours/ Your family tree/ And all your lessons in history/ Please… please… please get up off your knees…/ Please… please… leave me out of this…”. Per questo brano viene prodotto anche un bellissimo video di Antony Corbijn.
 
Il resto dell’album può essere tranquillamente evitato, anzi oserei dire dimenticato. In definitiva direi che Pop è un lavoro a tratti convincente, a tratti un pò vuoto e banale. Ma come diceva Andy Warhol “più grande è la scatola, meno pregiato è il regalo.” : aver inserito così tanti eccessi visivi, sonori e di contenuti, ciò che ne ha più risentito è stata probabilmente proprio la musica.

Autore: U2 Titolo Album: Pop
Anno: 1997 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Alternative/Dance Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce, chitarra

The Edge – chitarra, tastiere, voce

Adam Clayton – basso

Larry Mullen, Jr. – batteria, percussioni, programming

Tracklist:

  1. Discothèque
  2. Do You Feel Loved
  3. Mofo
  4. If God Will Send His Angels
  5. Staring at the Sun
  6. Last Night on Earth
  7. Gone
  8. Miami
  9. The Playboy Mansion
  10. If You Wear That Velvet Dress
  11. Please
  12. Wake Up Dead Man
16th dic2011

U2 (The Passengers) – Original Soundtracks 1

by Tiziana Tavella

Utilizzando una metafora, a mio parere alquanto calzante, che dia l’idea del mindset con il quale gli U2 percorrono gli anni ‘90, penso a Nuvolari: sterzo e controsterzo così, secco. Coraggio e controllo, dominati da una buona dose di lucida follia. Original Soundtrack 1 ne è la dimostrazione, perchè stravolge deliberatamente i canoni, mantenendo fascino e, seppur celato, impronta degli U2 che appare soppiantata totalmente da quella di Brian Eno. Gli ingredienti sono quantomai sorprendenti: atmosfere elettroniche, cibernetiche, a tratti quasi soffocanti; il marchio che si distorce, per fugare ogni dubbio sull’identità del side project; l’immaginazione che sconfina andando a creare storie audiovisive, la tecnica e la mente che si fondono; e poi anagrammi, giochi di suoni, un pò di industrial misto a fusion e tanto, tantissimo estro. Non c’è alcun dubbio sul fatto che ci troviamo di fronte ad un delirio, ma uno di quelli che precorrono i tempi lasciandoci sbirciare un pò su ciò che ci aspetta in futuro. La musica ambient ha trovato spesso impiego in campo cinematografico (spot tv) perciò per Eno si tratta di una naturale e definitiva evoluzione del progetto U2, sul quale sta lavorando da un pò di tempo. In realtà, si tratta della loro ultima vera collaborazione significativa, in quanto in seguito la genialità si sposterà altrove, giungendo in “soccorso” di altri (David Bowie, Robert Wyatt). E’ pertanto considerabile come un lungo, appassionato bacio d’addio tra lui e la band dato alla sua maniera, in seguito al quale purtroppo non ci sarà più molto di davvero interessante, comunicativo ed illuminante.

La chiave di tutto non è, come alcuni hanno scritto, Miss Sarajevo: brano senza dubbio di difficile condivisione, portatore di un messaggio di carità universale davvero poco credibile, se si considera da quale pulpito viene la predica. Purtroppo la fine della gloria (in senso lato, in quanto i miliardi continueranno ad essere prodotti, come una buona macchina da soldi messa a punto a dovere) è determinata, per l’appunto, proprio dall’interruzione dell’idilio con Brian Eno, che avendo contribuito al loro “svezzamento” abbandona gli U2 un pò al loro destino, dimenticando che una rock band non cessa mai, per tutta la durata della sua vita, di ricercare sè stessa. Se questo non fosse avvenuto chissà, magari oggi la realtà sarebbe ben diversa. Tornando al disco, come noto si tratta di colonne sonore di film che forse non usciranno mai. In soli tre casi, infatti, vengono utilizzate realmente per il filmAl Di Là Delle Nuvole, il documentario Miss Sarajevo e la serie animata ispirata al mangaGost In The Shell. Sono presenti sei brani totalmente strumentali, mentre alcuni tra i restanti vedono la collaborazione di Pavarotti (nell’incriminata Miss Sarajevo), Holi ed Howie B. Agli arrangiamenti, Craig Armstrong (Romeo e Giulietta, Il Collezionista Di Ossa, Moulin Rouge per citarne alcuni) che lavora anche con Madonna, Pet Shop Boys, Massive Attack. United Colours è un’immersione totale nella tecnologia, sembra davvero di trovarsi in un romanzo di Philip K. Dick in piena regola. Slug è la lenta, fluttuante melodia di un satellite umano che si aggira intorno alla Terra, almeno all’apparenza: poi le percussioni incalzano ed il ritmo diviene quasi tribale; la voce di Bono si inserisce in questo contesto in a bad mood, dissonante e apatica, esattamente come la vuole il testo che descrive una situazione di pigrizia mentale, quasi di depressione verso il mondo che ci circonda. Your Blue Room inserita nella colonna sonora di Al Di Là Delle Nuvole di Antonioni, è una bellissima canzone d’amore struggente e malinconica e suona come una vera celebrazione del fusion alla Miles Davis, come del resto anche la rarefatta, ipnotica A Different Kind Of Blue.

Always Forever Now è parte della colonna sonora di Heat – La Sifda di Michael Mann, con il suo controtempo che evolve in un ritmo sincopato sempre più rapido. Beach Sequences è più strumentale e riproduce davvero l’effetto del sole sulle onde del mare e il loro lento, costante movimento. La voce è come un canto di sirene, mistico ed impalpabile. Ito Okashi e One Minute Warning costituiscono la colonna sonora di Gost In The Shell e sono  esperimenti davvero interessanti, dal punto di vista puramente artistico è notevole. La voce della cantante Holi, accarezza delicatamente le suggestive immagini animate, conferendo loro un valore aggiunto: l’arte  visiva (in questo caso il fumetto) che si fonde con la musica crea una meravigliosa commistione tra due mondi apparentemente diversi, ma che hanno un comune denominatore. Corpse (These Chains Are Way Too Long) sembra uno spettrale dialogo tra un’entità e un essere umano, la voce di The Edge assume un aspetto quasi soprannaturale. Elvis Ate America è l’unico neo dell’intero album, risulta una nenia parecchio ripetitiva e davvero povera: Howie B in questo caso avrebbe potuto anche esimersi in quanto il suo contributo risulta ancora più limitante per il pezzo, che non decolla proprio. Plot 180 è pura tecnologia che sovrasta tutti gli strumenti presenti, la più lounge di tutte, trascinante e molto anni ‘70. Theme From The Swan e Theme From Let’s Go Native sono meraviglie strumentali dove le corde degli strumenti e quelle vocali, risuonando, danno l’idea di cosa sia l’infinito e illudono che questo sia raggiungibile. Autentici capolavori senza parole.
 
In definitiva Original Soundtracks 1 è l’album più sottovalutato della carriera degli U2, pur restando senza dubbio una delle prove più preziose ed artistiche che loro (più Brian Eno) ci abbiano lasciato.
 
Autore: U2 (The Passengers) Titolo Album: Original Soundtracks 1
Anno: 1995 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Alternative/Ambient Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce, chitarra, piano

The Edge – chitarra, cori, tastiere, organo

Adam Clayton – basso, chitarra, percussioni, voce parlata

Larry Mullen Jr. – batteria, sequence, percussioni, sintetizzatore

Brian Eno – sequencers, tastiere, voci, chitarra, mixing, cori, produzione

Tracklist:

  1. United Colours
  2. Slug
  3. Your Blue Room
  4. Always Forever Now
  5. A Different Kind Of Blue
  6. Beach Sequence
  7. Miss Sarajevo
  8. Ito Okashi
  9. One Minute Warning
  10. Corpse (These Chains Are Way Too Long)
  11. Elvis Ate America
  12. Plot 180
  13. Theme From The Swan
  14. Theme From Let’s Go Native
 
18th nov2011

U2 – Rattle And Hum

by Tiziana Tavella

Frequentando artisti come Dylan e Morrison, gli U2 si convinsero erroneamente di doversi avvicinare alle radici del country, del blues e del R&B quanto i loro colleghi più anziani; dopo Rattle And Hum, però gli U2 si sono resi conto che il loro compito non consiste nel percorrere sentieri che qualcun altro ha già battuto, ma portare la musica in un luogo nuovo e inesplorato, dove qualche giovane band, prima o poi, la raccoglierà e la porterà ancora più avanti. (Gli U2 Alla fine del mondo – Bill Flanagan -1996).

Il successo planetario di critica e vendite di The Joshua Tree purtroppo non viene “bissato” e il successivo, per l’appunto, Rattle And Hum (1988) può essere tranquillamente considerato un fiasco: è un album fondamentalmente associato, dai più, ad una transizione tra un’epoca precedente dominata da interiorità, ricerca e profondità ed una successiva dove la fa da padrona una sorta di propensione, sempre crescente, verso il commerciale. Per questo motivo, oggettivamente gli U2 da qui in avanti perdono molto del loro seguito, in favore di “nuove leve”. Anche il relativo film-documentario, detto anche rockumentario, con alla regia Phil Joanou (che diresse una delle tre versioni del video di One, per intenderci quello fatto in gran parte di primi piani di Bono) non sfonda affatto ai botteghini. Un lavoro che risulta troppo pregno di quella meraviglia verso il Nuovo Continente, quell’America tanto sognata e bramata, di fronte alla quale gli U2 sentono il dovere di inchinarsi un pò troppo, trasformando quelle che normalmente avrebbero potuto risultare “semplici contaminazioni” in una specie di pantomima un pò eccessiva. Tra pezzi live presi dal tour precedente di The Joshua Tree, cover e pezzi nuovi, c’è davvero troppa carne al fuoco. Ma ormai gli U2 si sono calati fin troppo nella parte dei veri eroi di fine anni ‘80, fedeli a se stessi fino alla fine, portatori di una verità imprescindibile e genuina, contrariamente a tutto ciò che gravitava loro attorno in quegli anni, tipo il pop e la new wave.

Le collaborazioni sono di tutto rispetto, come del resto le citazioni; la prima traccia Helter Skelter è un vero omaggio ai Fabs, mentre Van Diemen’s Land vede The Edge cimentarsi nel canto, con risultati un pò deludenti. Il testo è ispirato alla vicenda del poeta-indipendentista irlandese O’Reilly, deportato intorno alla metà dell’ ’800, nella Terra di Van Diemen, ovvero l’attuale Tasmania. Ancora, pertanto, un segnale dell’impegno politico e pacifista della band. La bella Desire parla di dipendenza, sia psicologica che fisica: infatti in essa è racchiuso sia un velato riferimento al rapporto con i fan che con la droga “She’s the candle burning in my room/I’m like the needle, needle and spoon/Over the counter with a shotgun/Pretty soon, everybody got one…”. La seguente Hawkmoon 269, con il suo bellissimo testo e l’intervento di Bob Dylan all’organo, è una delle perle dell’album. E’ un omaggio all’opera omonima di Sam Shepard del ‘73, con i suoi paesaggi desertici ed i cow-boys che li percorrono in solitudine. La batteria di Larry e l’atmosfera country è avvalorata anche dal testo, più che mai evocativo: “When the night has no end/ And the day yet to begin/ As the room spins around/ I need your love” . La seconda cover è All Along The Watchtower, scritta da Bob Dylan e già interpretata in precedenza anche da Jimi Hendrix: è una vera e propria celebrazione del mito, che in quel momento gli U2 intendono a tutti gli effetti incarnare. Poi c’è il momento gospel, con la versione di I Still Haven’t Found What I’m Looking For live insieme ai The New Voices Of Freedom e la successiva Freedom For My People.

La bellissima Silver And Gold (già B-Side del precedente Where The Streets Have No Name) è un urlo contro l’Apartheid, composta insieme a Mick Jagger e Keith Richards. La versione presente nell’album è del live di Denver (Colorado) del 08/11/1987 e si conclude con il famosissimo discorso di Bono che ne esplica bene il contenuto: “Questa canzone fu scritta in una camera d’albergo a New York City ai tempi in cui un nostro amico, Little Steven, stava mettendo insieme un disco di artisti contro l’Apartheid. Questa è una canzone scritta su un uomo in una baraccopoli nei dintorni di Johannesburg. Un uomo che era stanco di abbassare lo sguardo alla canna di fucile del Sud Africa bianco. Un uomo arrivato al punto di essere pronto ad alzare le braccia contro il suo oppressore. Un uomo che ha perso la fede nei pacifisti occidentali, mentre discutono e trascurano di sostenere un uomo come il vescovo Tutu e le sue richieste di sanzioni economiche contro il Sud Africa. Vi sto irritando? Non volevo irritarvi…Ok Edge, suona il blues!”. Sempre da quest’ultimo live è presa la versione successiva di Pride, ormai notissima e vero cavallo di battaglia della band; la bellissima Angel Of Harlem è un vero omaggio a Billie Hollieday, sfortunata e meravigliosa voce soul che ci lasciò troppo presto: “The street sounds like a symphony/ We got John Coltrane and a love supreme/ Miles and she has to be an angel/ Lady Day got diamond eyes/ She sees the truth behind the lies / Angel…”.

Da qui in avanti l’album subisce una sorta di battuta d’arresto, che cerca in qualche modo di subire la scossa della chitarra di B.B. King in When Love Comes To Town, ma nei fatti si trascina fino alla bellissima chiusura con All I Wanti Is You, intramontabile ballata dove l’amore è ciò che conta davvero in un rapporto di coppia, al di là delle promesse che ci portiamo “dalla culla alla tomba”. Rattle and Hum e la sua “lieve flessione” è di fatto l’esperienza che più di ogni altra fa comprendere agli U2 che è arrivato il momento di reinventarsi: infatti, ciò che seguirà sarà una vera e propria sfida contro se stessi, tornando in una veste completamente differente. Riuscendo a lasciare tutti senza fiato.

Autore: U2 Titolo Album: Rattle And Hum
Anno: 1988 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Rock Voto: 7
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce

The Edge – chitarra, cori

Adam Clayton – basso

Larry Mullen Jr. – batteria

Tracklist:

Helter Skelter

  1. Van Diemen’s Land
  2. Desire
  3. Hawkmoon 269
  4. All Along The Watchtower
  5. I Still Haven’t Found What I’m Looking For
  6. Freedom for My People
  7. Silver And Gold
  8. Pride (In The Name Of Love)
  9. Angel Of Harlem
  10. Love Rescue Me
  11. When Love Comes To Town
  12. Heartland
  13. God Part II
  14. The Star Spangled Banner
  15. Bullet In The Blue Sky
  16. All I Want Is You
11th nov2011

U2 – The Joshua Tree

by Tiziana Tavella
“Abbiamo veramente iniziato a far soldi solo dopo l’uscita di The Joshua Tree. Dopo The Joshua Tree abbiamo investito un sacco di soldi in Rattle and Hum ; perciò, più che fare un sacco di soldi, abbiamo visto un sacco di soldi che però sono stati reinvestiti immediatamente. Se non ricordo male, alla fine del tour, mi sono ritrovato con ventimila dollari; avevo risparmiato per anni e anni per potermi comprare una Harley e quella fu il primo vero lusso che mi concedetti…” (Larry – Gli U2 alla fine del mondo – Bill Flanagan, 1996).
 
L’album The Joshua Tree è un successo clamoroso, che ufficialmente fa salire gli U2 sull’Olimpo del rock. Lo testimonia la copertina del Time nel 1987, subito dopo l’uscita dell’album, con i quattro dublinesi e la scritta U2 in fiamme: una vera dichiarazione d’amore nei loro confronti da parte degli U.S.A. Un sentimento corrisposto che si trasforma talvolta in odio, teso a distruggere un pò il mito americano. Specie quando si tratta di politica: in quegli anni Reagan era finito nello scandalo (risolto con l’insabbiamento) dei soldi ai Contras del Nicaragua; è proprio durante un viaggio in quelle terre e a San Salvador, durante il Cospiracy of Hope Tour di Amnesty International, che Bono tocca con mano la situazione terribile in cui versano le popolazioni locali. Dal punto di vista melodico, le influenze di Van Morrison e di Bob Dylan per alcuni aspetti e di Keith Richards per altri, rendono questo lavoro un incrocio tra folk irlandese ed americano ma soprattutto più blues che mai. Inoltre, la produzione è affidata alla coppia Brian Eno/Daniel Lanois e questo è cosa buona e giusta.
 
L’albero di Joshua, che dà il nome al lavoro, simboleggia invece il grande amore di Bono per il paesaggio americano, le suggestioni che esso suscita in lui: “Amo essere qui, amo l’America, amo la sensazione di ampi spazi selvaggi, amo i deserti, amo le catene montuose, amo anche le città…” ; inoltre, sono chiaro presagio delle tematiche religiose affrontate nuovamente anche in quest’album. Il successo planetario arriva immediatamente: gli U2 salgono al top delle classifiche inglesi ed americane; inoltre vincono i loro primi due Grammy Awards, ma mantengono sempre la loro immagine, quasi il successo piovesse loro dal cielo: questa genuinità li rende delle vere star negli States e loro cavalcano l’onda vendendo ben 14 milioni di copie in tutto il mondo. Il primo brano non ha certo bisogno di presentazioni, Where The Streets Have No Name è una delle più belle canzoni che siano mai state scritte. Il video è girato sul tetto di un supermarket di Los Angeles e resta impresso per la mole incredibile di gente danzante che si riversa in strada e si affaccia dalle finestre per vedere gli U2. Il riff inconfondibile di Edge è meraviglioso, trascinante come non mai. Il testo è ispirato ad un viaggio in Etiopia compiuto da Bono con la moglie Ali, dopo il Live Aid del 1985. Il secondo brano, I Still Haven’t Found What I’m Looking For è una meravigliosa ballata che parla di fede in maniera poetica e profonda, come solo la splendida voce di Bono sa fare: “Ho parlato la lingua degli angeli/ Ho tenuto per mano un diavolo/ Era calda nella notte/ Io ero freddo come una pietra/ Ma non ho ancora trovato quello che sto cercando”… L’inossidabile With Or Without You balza subito al primo posto nelle classifiche statunitensi come singolo ed è, a tutt’oggi, uno dei brani più amati della band, non c’è bisogno di aggiungere altro anche in questo caso. E’ capace di catturare, con la sua sensualità e sobrietà al tempo stesso, anche l’ascoltatore più scettico.
 
Bullet The Blue Sky è una canzone di denuncia, insieme a Mothers Of The Disappeared rappresenta uno dei momenti più densi di contenuto dell’album. Il riff di Edge è la riproduzione del rombo degli aerei da guerra in cielo ed intende colpire la politica militare americana, che in quegli anni vede la più grossa corsa agli armamenti della storia. Red Hill Mining Town parla della difficile condizione dei lavoratori delle miniere nel Regno Unito, durante il governo Tatcher: “Le file sono lunghe/ E non c’è ritorno/ Attraverso mani d’acciaio/ E cuori di pietra/ La nostra giornata di lavoro è giunta ed è andata/ E ci lasci ad aspettare/ A Red Hill Town/ Mentre le luci scendono”. Running to Stand Still è un brano sulla droga e parla della dipendenza dall’eroina di una ragazza: un modo delicato e disarmante di affrontare la problematica più grossa degli anni ‘80. In God’s Country e Trip Through Your Wires sono canzoni d’amore, la seconda in chiave country con tanto di armonica, che lasciano il segno: due autentici capolavori, risentono dell’aria e del sole del deserto. La meravigliosa One Three Hill (come del resto tutto l’album) è in ricordo di Greg Carroll, un assistente neo-zelandese di Bono morto in un incidente stradale a Dublino. E’ magia pura, una meraviglia indescrivibile. Exit, partendo da un rumore di cicale nella calda notte estiva, con la voce di Bono che sussurra, è caratterizzata ad un certo punto dal basso di Adam che cresce finchè la melodia non esplode di nuovo, impadronendosi di tutto.
 
Questo album resta un’indelebile traccia degli U2 nella storia della musica: ne colpiscono la profondità culturale come la varietà musicale, in quanto parte come un’esplosione di energia, si inasprisce per poi divenire delicato, come una preghiera sussurrata, che dia voce ai tanti innocenti caduti a causa della violenza umana. Un lavoro immenso che, come il vino, invecchiando non può che assumere valore.
 
Autore: U2 Titolo Album: The Joshua Tree
Anno: 1987 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce

The Edge – chitarra, cori

Adam Clayton – basso

Larry Mullen Jr. – batteria

Tracklist:

  1. Where the Streets Have No Name
  2. I Still Haven’t Found What I’m Looking For
  3. With or Without You
  4. Bullet the Blue Sky
  5. Running to Stand Still
  6. Red Hill Mining Town
  7. In God’s Country
  8. Trip Through Your Wires
  9. One Tree Hill
  10. Exit
  11. Mothers of the Disappeared
04th nov2011

U2 – The Unforgettable Fire

by Tiziana Tavella
Oh, deep in my heart,
I do believe
We shall overcome, some day.
We’ll walk hand in hand,
We’ll walk hand in hand,
We’ll walk hand in hand, some day

(We Shall Overcome – Inno del movimento per i diritti civili U.S.A.)

Dopo il terzo album War ed il conseguente live Under a Blood Red Sky, nonchè il documentario Live At Red Rocks: Under a Blood Red Sky, gli U2 se la passano abbastanza bene economicamente. Il War Tour in giro per il mondo ha dato anch’esso i frutti sperati, ergo è la volta buona per il cambio di rotta, licenziando (con il suo completo benestare) Steve Lillywhite, in favore di Daniel Lanois ma, soprattutto, di quel geniaccio di nome Brian Eno. Nei primi anni ‘80, Eno è già conosciutissimo ed apprezzato per i lavori svolti con Roxy Music, Ultravox e Talking Heads, ma anche e soprattutto per preziose collaborazioni con musicisti del calibro di Robert Fripp, John Cale, Phil Collins, David Bowie (ricordiamo la trilogia composta da Low, Heroes e Lodger di cui fu artefice). Questa scelta di produzione è un vero giro di boa, in favore di un genere più sperimentale, infatti Eno in quegli anni è già in piena fase ambient, come sempre con un occhio attento al rock ed alla new wave. Gli U2 non si fanno scappare certo un’occasione per tentare nuove strade, pur rimanendo fedeli alle proprie indiscusse radici post-punk ed alla propria identità, cosa che colpisce molto positivamente Eno e lo spinge a collaborare con loro.

La registrazione avviene nel 1984 nello Slane Castle, antica fortezza nella contea irlandese Meath. Si tratta di un’esperienza indimenticabile e fortemente illuminante, che permette di dar sfogo totale al loro estro creativo, dalla quale ha anche origine, l’anno successivo, il documentario TV The Making of The Unforgettable Fire, parte di una vera e propria collection in VHS intitolata, per l’appunto, The Unforgettable Fire Collection. I testi dell’album sono per lo più un omaggio a Martin Luther King ed alla lotta per i diritti civili dei neri d’America, ma parlano anche di nucleare, infatti il titolo stesso dell’album e della title track sono ispirati alla tragedia di Hiroshima e Nagasaki. Ci sono inoltre accenni di vita privata, dolore per la perdita di un amico a causa dell’eroina, riferimenti agli indiani d’America e perfino ad un decadente Elvis Presley, durante i suoi ultimi anni di vita. Un mashup tanto folle quanto d’effetto, che suggella di fatto il loro ampio seguito e mostra gli U2 in chiave più creativa che mai.

A Sort Of Homecoming apre questo lavoro meraviglioso in modo folgorante: già dal primo brano siamo certi che, quest’album, ha qualcosa di diverso da comunicare. L’atmosfera è cambiata, si sente nettamente. “Tonight we’ll build a bridge/ Across the sea and land/ See the sky, the burning rain/ She will die and live again tonight/ And your heart beats so slow/ Through the rain and fallen snow” la poetica di Bono si fa più intensa, ispirandosi alla figura del poeta rumeno Paul Celan, che descrisse la realtà dei campi di concentramento. Il ritorno a casa, quindi, può simboleggiare sia il ricongiungimento con i propri cari, che la fine di una guerra. Il secondo pezzo è Pride, uno dei brani senza dubbio più famosi degli U2, dedicato a Martin Luther King nel giorno della sua morte. L’assolo di chitarra di Edge parte energico e la batteria di Larry arriva precisa, decisiva per l’inizio del pezzo. Sound unico che determina la hit del disco. Poi c’è Wire, una vera perla dell’album che risente molto dell’influenza di Eno: “Innocent, and in a sense I am/ Guilty of a crime that’s now in hand/ Such a nice day to throw your life away/ Such a nice day, to let it go” parla di droga, in maniera cinica e forte, la voce di Bono ricorda un pò la schizofrenia di David Byrne.

La title track è di un’intensità unica, è il vero pezzo ambient (con atmosfere jazz), il gancio di traino del disco. Brian Eno definiva la sua musica capace di far cambiare lo stato d’animo dell’ascoltatore. Indubbiamente si ha la sensazione, ascoltando The Unforgettable Fire, di essere completamente avvolti da essa, in un’atmosfera quasi surreale. E’ come trovarsi ad ammirare Impressione, Sole nascente di Monet: poesia pura di fronte alla quale non si può che inchinarsi. Ed all’improvviso ecco arrivare Promenade: un pezzo breve di due minuti e mezzo che ci offre uno scorcio della vita privata di Bono, con la sua Alison, in una casa nuova acquistata con i proventi di War. Dolce e soffusa, come la luce che filtra da una finestra che dà sull’oceano.In 4th Of July, completamente strumentale, il basso tesse una trama appena percettibile all’inizio, che si interseca con il suono sfuocato della chitarra, divenendo sempre più grave. Come un ricordo che riaffiora da un cassetto della memoria e viene a ricordarci da dove veniamo. Meraviglia pura. Bad è una bellissima canzone che parla di droga in modo dolce e ricco di umanità: “If I could through myself/ Set your spirit free/ I’d lead your heart away/ See you break, break away/ Into the light and to the day”; è un grido costante, una denuncia che però vuole anche contribuire, in qualche modo, alla redenzione. La magica voce di Bono in questo pezzo arriva ad un’intensità indescrivibile, come un’onda che giunge e porta via l’anima di chi ascolta. Il finale è introdotto da strofe con un’unica parola, che catturano e sconvolgono, portando lentamente alla deriva ciò che l’onda sonora aveva travolto.

Indian Summer Sky e Elvis Presley And America sono autentiche espressioni. La prima si riferisce (come suggerisce il titolo) ai nativi d’America. La seconda è una specie di sogno, in cui un Elvis ormai avanti con gli anni, ci propone un’ennesima esibizione. Sono entrambe frutto d’improvvisazione e per questo preziosi esempi di ciò che l’arte può produrre. Infine, una splendida ninna nanna che amo far ascoltare a mia figlia: MLK. Quest’album ha le sembianze di un viaggio: un ritorno a casa che, all’ultimo, ci fa virare verso l’ignoto. E senza alcun dubbio, niente è più poetico di questo: lasciarsi guidare dalla musica, in un posto sconosciuto e meraviglioso nel quale perdersi.

Autore: U2 Titolo Album: The Unforgettable Fire
Anno: 1984 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce

The Edge – chitarra, cori

Adam Clayton – basso

Larry Mullen Jr. – batteria

Tracklist:

  1. A Sort Of Homecoming
  2. Pride (In The Name Of Love)
  3. Wire
  4. The Unforgettable Fire
  5. Promenade
  6. 4th Of July
  7. Bad
  8. Indian Summer Sky
  9. Elvis Presley And America
  10. MLK
28th ott2011

U2 – Under A Blood Red Sky

by Tiziana Tavella
Il 26 febbraio 1983 a Dundee, in Scozia, il War Tour ha inizio. Si tratta di un vero tour de force, di ben 90 date, ma contando anche quelle del dicembre 1982, saliamo addirittura a quota 110. I concerti partono dal Nord Europa, per poi spostarsi in UK, in Nord America, poi ancora in Europa e successivamente ancora U.S.A. e Giappone. Under A Blood Red Sky è il primo live della band, di sole otto tracce, che vuole essere appunto una celebrazione di quest’avventura, dalla quale sarà anche generato un concert film dal titolo U2 Live At Red Rocks: Under A Blood Red Sky. Il relativo DVD verrà realizzato nel settembre 2008. L’intento è centrato in pieno, perchè questo disco rimane uno dei migliori realizzati dalla band, una nuova pagina della storia del rock è stata scritta, in un linguaggio più universale che mai. Pensare che, a causa  delle condizioni metereologiche avverse, il concerto al Red Rocks Amphitheatre a Morrison (Colorado), stava per essere cancellato. Per fortuna questo non avviene e tutto si svolge sotto quest’acqua torrenziale, che conferisce un’atmosfera particolare allo show.
 
La prima traccia è Gloria, che insieme a Party Girl è tratta dal concerto di Denver (Colorado) del 5 giugno 1983. Bono interagisce tantissimo con il pubblico : “Gloria…in te domine/Gloria…exultate/Oh my Lord, if I had anything/Anything at all /I’d, I’d give it to you “ è un messaggio d’amore verso i fortunati presenti, seguito da un ritmo fortemente new wave, con basso e chitarra che subito tornano a dare una dimensione più rock al tutto. Party Girl invece tramuta il sacro in profano, con un ritmo più lento e cadenzato, molto sensuale; questa canzone è la B-Side di A Celebration, singolo pubblicato dal gruppo come intermezzo tra le uscite di October e War. Sicuramente uno dei pezzi più sottovalutati, non ha mai incontrato il completo favore del pubblico degli U2. La seguente 11 O’Clock Tick Toc è uno dei primi singoli della band, che non fu inclusa in Boy, ma vanta la produzione di Martin Hannet, già artefice del meravigliosoLove Will Tear Us Apart dei Joy Division; è registrata nel concerto di Boston del 6 Maggio 1983. Qui Bono dà sfogo totale della sua splendida vocalità, a quel meraviglioso timbro che negli anni ha fatto innamorare i fans. Anche The Edge si esibisce in fantasiosi e riuscitissimi assoli, che creano un’atmosfera quasi rilassata. Ma è solo una pausa momentanea, infatti con la successiva versione di I Will Follow torna il post-punk, il rock vitale e dirompente, primitivo ed energico degli albori della band; questa canzone rimane fino ad oggi la più suonata nei live targati U2.
 
L’apertura del lato B è affidata sapientemente a Sunday Bloody Sunday, un vero inno che con la sua immediatezza ed al tempo stesso la sua potenza, resta uno dei pezzi più belli realizzati dagli U2. Come questo brano, anche I Will FollowElectric Co, New Year’s Day e 40 vengono estrapolati dal live del 20 Agosto 1983 a Sankt Goarshausen, in Germania. Con la sua Fender Stratocaster, alternandosi alle tastiere, The Edge in questi brani ci regala pura magia. La chiusura è affidata alla strofa di 40“How long, to sing this song…”, ripetuta quasi all’infinito dal pubblico, che indubbiamente riporta subito alla mente le sensazioni dei live, con i cori da stadio che impediscono al cantante di fare il suo. Evocativo a tutti gli effetti, fino alla fine. Ma sempre con coraggio, come gli U2 hanno sempre fatto.
 
“Gli U2 sono una celebrazione, una liberazione. Il Rock’n'Roll, quando è fatto bene, è una liberazione, qualcosa che abbatte le barriere…” (Bono – Intervista di Paola Maugeri del 2004).
 
Autore: U2 Titolo Album: Under A Blood Red Sky
Anno: 1983 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Rock Voto: 9
Tipo: Mini LP Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce

The Edge – chitarra, cori

Adam Clayton – basso

Larry Mullen Jr. – batteria

Tracklist:

  1. Gloria
  2. 11 O’Clock Tick Tock
  3. I Will Follow
  4. Party Girl
  5. Sunday Bloody Sunday
  6. Electric Co.
  7. New Year’s Day
  8. 40
21st ott2011

U2 – War

by Tiziana Tavella
Il terzo album in studio degli U2, è la prima vera svolta che li porterà ad una continua ascesa, da qui in avanti. Di certo dobbiamo riconoscere, a quella che per molti è ancora oggi una delle rock band più importanti del pianeta, che ha sempre saputo cambiare volto senza mai deludere le aspettative dei fans, perfino di quelli più conservatori. Il 1983 è l’anno di Michael Jackson con Thriller, ma quando esce War è un tale successo commerciale che finisce primo in classifica negli UK, scalzando difatto il disco più venduto nella storia della musica. Ciò che i ragazzi vogliono a tutti i costi raggiungere è una tale eco che li faccia arrivare ovunque. E così avviene, perchè questo album apre loro le porte al mainstream, ad MTV ed ai concerti negli stadi. Nel loro storico live al Red Rocks Ampitheatre in Colorado, il 5 giugno 1983, gli U2 fanno qualcosa di meraviglioso: sfidando una pioggia imperante, suonano un pezzo che “non è una canzone ribelle”, come sottolinea Bono in apertura, perchè Sunday Bloody Sunday vuole essere una canzone sulla resa e quindi sulla pace.
 
Tutto l’album è improntato sull’invito a deporre le armi in riferimento al conflitto anglo-irlandese. La tv ed i giornali bombardano con immagini di violenza e di guerra e gli U2 ne vengono inevitabilmente influenzati, scegliendo di non chiudere gli occhi di fronte a ciò che gli accade attorno.  Di Red Rocks, rimane impressa un’immagine raffigurante Bono che pianta una grande bandiera bianca, ma si fanno vive presto accuse di evitare di esporsi, rimanendo in superficie del problema. Tutti sanno che il titolo di Sunday Bloody Sunday è un chiaro riferimento alla Domenica di Sangue di Derry (Irlanda del Nord) nel 1972, triste evento in cui l’esercito britannico aprì il fuoco contro un gruppo di 26 manifestanti pacifici e disarmati, uccidendone 14. Per la maggior parte, morirono ragazzi giovanissimi, di soli 17 anni. In riferimento all’accusa di evitare la questione, appena appresa la notizia del sanguinario attentato di Enniskillen, Bono pronuncerà poi queste parole: “…Ne ho piene le tasche degli Americani di origine irlandese che magari sono 20, 30 anni che non fanno una visita in Irlanda, però vengono da me a parlarmi di resistenza, di rivoluzione (…) IN CULO ALLA RIVOLUZIONE! Perchè non parlano di quanto sia glorioso ammazzare per la rivoluzione? Mi dite cosa c’è di glorioso nel tirare un uomo giù dal letto in piena notte e fargli saltare le cervella davanti alla sua famiglia? Mi dite cosa c’è di glorioso nel mettere una bomba sul percorso di una parata di vecchi pensionati che hanno tirato fuori e lucidato le proprie medaglie per il Giorno della Rimembranza? Mi dite cosa c’è di glorioso nel lasciare delle persone storpie per tutto il resto della loro vita, sotto le macerie della rivoluzione? Bene, la maggioranza della gente che vive nel mio Paese non vuole niente di tutto ciò. Non più.” (Bono – McNichols Arena di Denver, 1987).
 
Il pezzo è registrato con attenzione ai particolari, in un clima molto severo…Ne viene fuori un ritmo particolarmente scandito, proprio da marcia militare, che Larry ha dovuto faticare non poco a realizzare. La presenza del violino di Steve Wickham impreziosisce il tutto conferendo al brano anche un aspetto folk. Il testo poi è diretto, arriva immediatamente al cuore: “Ed è vero noi siamo immuni /Quando i fatti sono finzione e la TV realtà/ Ed oggi in milioni piangono/ Noi mangiamo e beviamo mentre loro, domani, moriranno”. Un altro tema fondamentale di  War è quello della lotta contro il nucleare: la stessa moglie di Bono, Ali Stewart, è da sempre attivista e si occupa da anni del Chernobyl Children’s Project International, un’associazione per l’aiuto dei bambini vittime del disastro nucleare di Chernobyl (1986). Pertanto la posizione degli U2 su questo argomento è sempre stata chiara. L’argomento è affidato a Seconds, con preciso tono accusatorio: “E stanno costruendo la bomba atomica/ Lo sanno da dove viene la danza?/ Sì stanno costruendo la bomba atomica/ Loro vogliono che tu canti in coro…/Dì addio, Dì addio”. Le voci di Bono e Edge che quasi si fondono e il ritmo decisamente black danno a questo pezzo un valore aggiunto. La terza canzone è un classico degli U2, uno dei brani più celebrativi: New Year’s Day con la sua intro pazzesca ed inconfondibile, un brano in cui la costante tensione emotiva è intervallata da splendidi assoli di chitarra e piano, che sorprendono per intensità e convinzione. Nascendo come canzone d’amore per Ali, diviene invece un brano di sostegno morale nei confronti del leader di Solidarnosc, Walesa.
 
Segue la bella Like a Song, proposta di rado nei live successivi, ma dal testo decisamente più incisivo: appare quella che per quanto concerne il testo ha più da dire di tutte. “E se non puoi aiutare te stesso/ Bene, datti un’occhiata intorno/ Quando gli altri hanno bisogno del tuo tempo/ Tu dici che è tempo di andare… è il tuo tempo.”; Drowning Man insieme a Two Heart Beat As One sono pezzi opposti sul lato melodico, ma strettamente legati sul piano emotivo perchè parlano d’amore verso il prossimo; il secondo in particolare vede la luce nel corso della luna di miele di Bono e della moglie, quasi a voler sigillare un legame che, nel tempo, verrà messo a dura prova. The Refugee è invece un brano strano che parla di differenze, apparentemente stona quasi con tutto il resto dell’album: il sound è molto più urban, più duro. Infatti si riferisce alla realtà dei profughi in America, all’integrazione difficile (negli anni ‘80) tra varie etnie. E’ il risultato dei primi impegni a livello politico di Bono, da sempre sensibile a certe tematiche.
Red Light è una brano che fa riferimento al sesso e vede la collaborazione, ai cori, delle Coconuts. Surrender segue la scia perchè parla di prostituzione e della dipendenza da eroina, che porta alla difficoltà per la protagonista (Sadie, una donna conosciuta realmente dalla band) di integrarsi vivendo una vita normale, scegliendo conseguentemente la dura realtà della strada. Alla fine questa diversità appare qualcosa che accomuna, infatti Bono canta: “Oh, la città mi fa desiderare/ Di essere sempre più me stesso/ E’ per le strade mi va sotto i piedi/ E’ nell’aria, è dovunque io ti cerchi./ E’ nelle cose che faccio e che dico/ E se voglio vivere/ Dovrò morire per me stesso un giorno.”, una sincera dichiarazione di umanità.
 
La chiusura di questo album-capolavoro è affidata a 40, che deve il suo nome proprio al Salmo 40 della Bibbia e ne riporta fedelmente le parole. La tematica della religione ritorna in coda all’album, come a farci capire che loro non l’hanno mai abbandonata. War rimane senza alcun dubbio uno degli album più belli mai realizzati e sicuramente uno dei successi più acclamati degli U2. E non possiamo che approvare, perchè a volte è bello anche arrendersi di fronte all’evidenza.
 
Autore: U2 Titolo Album: War
Anno: 1983 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Rock Voto: 9
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com  
Membri band:

Bono – voce

The Edge – chitarra, cori

Adam Clayton – basso

Larry Mullen Jr. – batteria

Tracklist:

  1. Sunday Bloody Sunday
  2. Seconds
  3. New Year’s Day
  4. Like a Song
  5. Drowning Man
  6. The Refugee
  7. Two Hearts Beat as One
  8. Red Light
  9. Surrender
  10. 40
14th ott2011

U2 – October

by Tiziana Tavella
Il debutto ufficiale è uscito da poco,  perciò meglio battere il ferro finchè è caldo. Ottobre è un mese significativo per gli U2: il 12 è stavolta la data d’uscita per il secondo lavoro della band, anno 1981.
La realizzazione di October è molto difficoltosa. Innanzitutto per il fatto che Bono viene derubato del taccuino dove aveva annotato i testi delle canzoni; il risultato è un’improvvisazione totale, per mancanza di tempo, che produce un lavoro spontaneo, nelle cui note sono racchiusi paesaggi invernali, solitari ed una poetica fortemente intimista. Il palese riferimento alla fede si sposa perfettamente con i tristi ricordi della madre di Bono, da poco tempo scomparsa. Inoltre, forse questo è il periodo in cui la band è più prossima allo scioglimento che mai. Tutti i componenti meno Adam sposano l’Evangelismo e questo avvenimento porta tutti ad una grossa crisi d’identità, che li fa dubitare fortemente in merito al fatto di continuare o meno sulla strada del successo. Il senso di appartenenza è messo in discussione e questo per un irlandese non è tollerabile. Di conseguenza c’è un periodo, di circa due settimane, nel quale si vocifera che Edge abbia lasciato il gruppo.
 
“Mi ricordo che quando comunicai a Bono che avevo bisogno di prendere tempo eravamo sulla spiaggia; gli dissi “Ascolta, amico, ho bisogno di riflettere su questa cosa. Non posso andare avanti prima di avere capito”. Egli mi guardò e io pensai che fosse sul punto di dare fuori di matto; invece mi disse “Ok, va bene. Se non te la senti, è finita: scioglieremo la band. Non c’è motivo di andare avanti.” Penso che si sentisse esattamente come me e che volesse solo sapere da che parte andare…” (Gli U2 alla fine del mondo – Bill Flanagan -1996).
Ma il destino degli U2 è ben diverso, chiaramente. Questa crisi esistenziale trova sfogo in Gloria, dove la fede appare l’unico saldo appiglio in un mare di incertezze. E’ un pezzo che ha un sapore fortemente spirituale ed è il preludio di come saranno gli U2, ovvero una rock band che sembra volersi distaccare da quel Dio che però, inevitabilmente, ricorre spesso tra i versi di sue canzoni belle e famose. In I Fall Down, la splendida intro affidata al piano e la batteria che arriva improvvisa, il basso sapiente, la chitarra di Edge che crea atmosfere magiche e la voce di Bono ad impreziosire qualunque cosa su cui si posi, creano un pezzo crepuscolare, raffinato come solo gli U2 sanno essere. I Threw a Brick Through a Window è la più rock, accende la miccia della ribellione nel disco, esattamente come l’immagine che evoca. Pennate decise di Edge ed assoli strepitosi sia suoi che di Larry, rincorrono la voce di Bono, impegnata in acuti decisamente fuori da ogni aspettativa (e forse un po’ eccessivi…). Ma la vera rivoluzione si ha con la grandiosa Rejoice, potente e fresca, che arriva proprio come una scossa di adrenalina al momento giusto.“…E là fuori i palazzi/ Stanno crollando/ Dentro, un bimbo per terra/ Dice che lo farebbe di nuovo” è un chiaro riferimento al conflitto anglo-irlandese, alla sensazione di impotenza di fronte ad un mondo che non può essere cambiato, alla sua violenza, che lascia un desiderio di riscatto nelle persone. Dopo la seguente poco convincente Fire, forse troppo avanti per essere compresa a pieno, arriva il momento più denso ed intenso dell’album, affidato a Tomorrow ed alla conseguente October, legate da una specie di filo invisibile di malinconia e spiritualità. La prima è ispirata dalla morte, durante un incendio, della madre di Bono, alla quale egli si rivolge quasi con un filo di fiato: “Chi ha rotto la finestra/ Chi ha rotto la porta/ Chi ha strappato la tenda/ E, Lui, per chi parteggiava?…Voglio che domani torni”,  mentre le cornamuse sembrano non voler più smettere il loro lamento. Segue la minimalista October, la più bella di tutte, giungendo a ricordarci quanto la vita sia eterea, quanto tutto sia destinato a cambiare e quanto questo costante vagare possa risultare pesante, come fardello. Non c’è scampo, se la ascolti ti innamorerai degli U2 anche se non vuoi.
 
Stranger in a Strange Land risente dei concerti in giro per l’Europa (Germania, Olanda, Belgio e Francia) che li vede protagonisti immediatamente dopo l’uscita del lavoro precedente. Sembra di veder scorrere terre desolate, abeti innevati, grandi montagne. Temi che verranno riproposti anche nell’album successivo.
La fine del disco è consegnata a Is That All, con la sua rabbia trascinante, dovuta all’incomprensione, alla difficoltà racchiusa nella diversità: è talmente furiosa che quasi non si capisce come finisca esattamente.
Rimasto famoso come uno dei lavori meno riusciti della band, in realtà questo è un album molto complesso, energico, primordiale che racchiude in sè davvero l’embrione marchiato U2, fatto di più tematiche; un diamante grezzo, che resta però una delle opere più rappresentative ed interessanti del gruppo.
 

Autore: U2 Titolo Album: October
Anno: 1981 Casa Discografica: Island
Genere musicale: Rock Voto: 8
Tipo: CD Sito web: http://www.u2.com
Membri band:

Bono – voce

The Edge – chitarra, cori

Adam Clayton – basso

Larry Mullen Jr. – batteria

Tracklist:

  1. Gloria
  2. I Fall Down
  3. I Threw A Brick Through A Window
  4. Rejoice
  5. Fire
  6. Tomorrow
  7. October
  8. With A Shout (Jerusalem)
  9. Stranger In A Strange Land
  10. Scarlet
  11. Is That All?
Pagine:12»