by Tiziana Tavella

“Le stesse persone che hanno marciato per i diritti civili negli Stati Uniti sono le stesse persone che hanno protestato per l’Apartheid in Sudafrica; che sono le stesse persone che hanno lavorato per la pace in Irlanda, e sono le stesse persone che hanno combattuto contro i debiti e la schiavitù nell’anno del giubileo, che sono le stesse bellissime persone che ho visto in questo posto a 360°. Noi siamo quelle persone. Siamo le stesse persone. (…)” (Discorso di Desmond Tutu, proiettato sul maxischermo durante il 360° tour).
Quest’album rappresenta per gli U2 la chiusura di un cerchio, volendo dirla in maniera più laica possibile, nonostante i cenni evidenti ed immancabili (ormai) alla religione presenti anche in No Line On The Horizon. Il dodicesimo lavoro degli U2 presenta notevoli analogie con il viaggio, conservando anche le dinamiche musicali di tutto ciò con cui la band viene a contatto. Volendo fare un passo indietro, reduci dalla pubblicazione della raccolta U218: Singles del 2006, che in realtà contiene anche due inediti, con la supervisione del produttore Rick Rubin, la band comincia le registrazioni del nuovo lavoro, che vedrà la luce nel 2009, ovvero ben 5 anni dopo il precedente. Una vera fatica, che però come al solito dà i frutti sperati: vende 5.000.000 di copie, che sono numeri stratosferici se si pensa alla crisi discografica mondiale. Anche il 360° tour è record d’incassi, con il suo caratteristico palco ad artiglio posizionato al centro del campo da gioco degli stadi: sold out in poche ore di quasi tutte le date. La produzione dell’album è affidata a Brian Eno, Daniel Lanois e Steve Lillywhite, che ormai conoscono bene il gruppo e le sue esigenze, la sua instabilità emotiva che converge in quel tubo magico, capace di ricreare la “magia U2”. I produttori partecipano anche alle session dell’album, soprattutto quelle di Fez (Marocco), ma il lavoro viene registrato anche a Dublino e a Londra. Durante le sessions a Fez, la band risente delle influenze musicali nord-africane, che si avvertono chiaramente in molti brani. In definitiva la bellezza di quest’album risiede nelle contaminazioni, che danno l’idea di qualcosa di vissuto e quindi meno manierista, finalmente non sembra di trovarsi di fronte ad una qualche improbabile evocazione spasmodica del proprio passato musicale.
Viene quasi da attribuire agli U2, come se di qualità non ne avessero già abbastanza, delle doti chiaroveggenti: la primavera araba, iniziata nel 2010, è ormai alle porte… I testi sono, fatta esclusione che per la title track, molto meno intimisti e quindi risultano (se possibile) più poetici ed astratti: pur toccando temi quali la vocazione all’arte, piuttosto che la dipendenza dall’eroina, riferimenti alla tecnologia, l’emancipazione femminile, la guerra in Afghanistan. Il tutto visto però dall’esterno, senza coinvolgimento personale. Insomma si può dire che, per una volta, gli U2 percorrono a ritroso il loro passato senza il pesante fardello del dover dimostrare per forza di saper ancora ruggire. Il primo brano, No Line On The Horizon, è una splendida rock song che si apre in grande stile, con queste bellissime parole: “I know a girl who’s like the sea/ I watch her changing every day for me (…) One day she’s still, the next she swells/ You can hear the universe in her sea shells…”; insomma si tratta davvero di una canzone che sembra una tempesta d’amore, di fronte al mare della vita. Di seguito, senza quasi il tempo di accorgersene, ecco giungere la altrettanto bella Magnificent che ci accoglie con la sua atmosfera islamica che contrasta con il titolo (chiara citazione del cantico Magnificat) e con il testo, mentre il cantato esprime una totale propensione verso una passione che occupa l’intera vita, fino alla fine dei propri giorni. La chitarra di Egde stupisce e con una progressione di alcuni accordi di base, riesce a tirar fuori una melodia che esprime gioia piena.
Moment Of Surrender, il cui titolo è preso dagli Alcolisti Anonimi, in quanto con questo termine si intende il momento dell’ammissione della propria dipendenza, parla appunto di eroina. E’ una canzone che descrive momenti bui ed incontrollabili, che lasciano segni terribili e con i quali occorre fare i conti, se si vive situazioni così estreme. Unknown Caller e I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight sono momenti un po’ imbarazzanti, per fortuna centrali in quanto il disco riprende fortunatamente quota con la bella Get On Your Boots, che pur avendo una parvenza odiosamente misogina in realtà vuole trattare il tema dell’emancipazione femminile come unica speranza di riscatto per l’umanità intera. Il sound è decisamente rock, al contrario dei pezzi pop che la precedono ed in questo senso è un guizzo vitale più che gradito. Il pop però può essere anche ben fatto, nel senso creativo del termine ed infatti Stand Up Comedy è un esempio di brano pop che si lascia tranquillamente ascoltare, senza divenire eccessivamente lagnoso e mantenendo una dignità chiara, senza però troppe pretese. Una rivisitazione in chiave moderna di un brano dei Beatles, più commerciale ma senza cadere nel banale e nel ripetitivo. Fez – Being Born è la fusione di due brani di cui il primo chiaramente fa da intro. E’ molto suggestiva, con suoni particolari (voci e sonorità arabe), una quotidianità orientaleggiante che vede l’incursione delle chitarre elettriche e della voce rock a sconvolgerne l’esistenza in maniera innovativa. Esperimento davvero interessante e prezioso di culture che si incontrano con la cuoriosità dei bambini.
E’ poi la volta di White As Snow, brano immenso evocativo di una tragica realtà di guerra, nello specifico il conflitto in Afghanistan. La voce di Bono si fa sommessa, quasi in segno di rispetto, mentre un soldato che sta morendo ripercorre i suoi momenti di vita: “Where I came from there were no hills at all/ The land was flat, the highway straight and wide/ My brother and I would drive for hours/ Like we had years instead of days/ Our faces as pale as the dirty snow” ; l’atmosfera è pregna ed eterea al tempo stesso, proprio come la mente nelle sue ultime, disperate ore. Un altro respiro rock con la bella Breath e siamo già al capolinea, senza nemmeno essercene accorti, con la sublime Cedars Of Lebanon, in cui Bono racconta, dando voce ad un giornalista, la guerra in Libano. Infine, la cronaca assume un aspetto più personale ed intimo: “Choose your enemies carefully ‘cos they will define you/ Make them interesting ‘cos in some ways they will mind you/ They’re not there in the beginning but when your story ends/ Gonna last with you longer than your friends”. Con questo articolo, si conclude degnamente una cronistoria più o meno dettagliata (a seconda delle impressioni suscitate dal lavoro preso in esame) di ciò che è stata la meravigliosa favola U2, ad oggi ancora “sospesa” come uno splendido sogno dal quale nessuno vorrebbe destarsi. Forse in pochi avrebbero scommesso davvero su questi ex-ragazzini irlandesi dall’aspetto post-punk, ai quali va riconosciuto di aver sempre avuto ben chiaro quale fosse il proprio obiettivo: ovvero divenire una rock band di rilevanza a livello mondiale, senza cedere alle lusinghe del mercato ma strizzando, all’occasione l’occhio alle generazioni di fan che li hanno seguiti, con grande ardore, nel corso di ben tre decenni… Senza dimenticare di accarezzare le corde dei ricordi della “vecchia guardia”. D’altronde si sa che “E’ difficile guarire di colpo da un amore durato a lungo.” (Catullo)
| Autore: U2 |
Titolo Album: No Line on The Horizon |
| Anno: 2009 |
Casa Discografica: Island |
| Genere musicale: Pop rock |
Voto: 8 |
| Tipo: CD |
Sito web: http://www.u2.com |
| Membri band:
Bono – voce
The Edge – chitarre
Adam Clayton – basso
Larry Mullen Jr. – batteria |
Tracklist:
- No Line On The Horizon
- Magnificent
- Moment Of Surrender
- Unknown Caller
- I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight
- Get On Your Boots
- Stand Up Comedy
- Fez – Being Born
- White As Snow
- Breathe
- Cedars Of Lebanon
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